Connect with us

Digital

Se le orecchie di coniglio sono meglio delle occhiaie…

Pubblicato

il

C’è qualcosa di più preoccupante del bullismo del quale si è parlato in seguito allo spot di Banca Intesa. E viene fuori con altri due video apparsi da poche ore. È un mix di ignoranza, equivoci e paura.

L’ignoranza delle dinamiche della rete

Troppo spesso si arriva a conclusioni superficiali, si perde tempo a decidere se questo mondo on line sia buono o cattivo. Domanda stupida. La possibilità di comunicare on line ha permesso a tutti di dire la propria, di raccontarsi, di spiccare senza raccomandazioni e senza chiedere il permesso.

Avvicina le persone ma a patto che si cerchi davvero il contatto e non l’applauso.

Di contro, e mi sembra talmente inutile ripeterlo, è un’incredibile amplificatore. Specie se si tratta di cose brutte, o ridicole.

Per mesi si è scherzato sul video di una ragazza finito per incoscienza (e/o dolo) in rete. Quella ragazza si chiamava Tiziana Cantone ed è morta. Morta molto tempo prima che scegliesse di togliersi la vita. E di questi casi ne abbiamo visti troppi per continuare ad ignorare il pericolo. Non della rete ma di non usare testa e prudenza al tempo della rete.

Clamorosi scivoloni, come ad esempio l’ultimo di Carpisa, o quelli di Barilla a proposito delle famiglie normali o non normali, insegnano che per spiccare per merito ci vuole il tempo di sempre, nel male basta un attimo.

L’equivoco

L’equivoco che si debba far ridere la gente per comunicare on line, che sia una gara cabarettistica.

Persone che rinunciano alla propria dignità per sentire un applauso tecnologico, per sentirsi importanti o qualcosa o parte di qualcosa.

Ci sono tantissimi casi meno noti ma altrettanto tristi e pericolosi. “Saluta Antonio” in questo momento mi sembra uno dei punti più bassi. Altri preferisco tacerli sin quando non sono così noti.

E la cosa incredibile è che non sia solo un gioco da ragazzi ma finiscano per crederci anche aziende e professionisti.

Un altro video (secondo HuffPOst confermato da Banca Intesa) spiega bene il concetto.

[responsive_video type=’youtube’ hide_related=’1′ hide_logo=’1′ hide_controls=’0′ hide_title=’1′ hide_fullscreen=’0′ autoplay=’0′]https://youtu.be/0VBJpEIylVw[/responsive_video]

Il mezzo più vecchio di sempre per ottenere attenzione: rendersi ridicoli. Ma davvero siamo a questo punto? Alle soglie del 2018 ridotti tutti a buffoni di corte?

Tristezza.

Ma l’equivoco è anche quello di comunicare dal palco, di credere che bisogna essere persuasori, e bravi, e maghi della telecamera. Che ci voglia la dizione perfetta ed il sorriso smagliante. Che la comunicazione, il comunicare sia tutto sul mezzo e meno sul messaggio.

E qui mi vengono in mente ancora i poveri cristi di banca intesa messi alla gogna. E non perché da dilettanti si sono cimentati in un video che finiva on line ma perché hanno provato a scimmiottare i professionisti.

O meglio, e questo è il problema di ogni storia, perché qualcuno gli ha inculcato che bisogna recitare un copione.

Io stento a credere che la signora Katia se la incontri in banca ti parla in quel modo. O che tutti insieme non facciano un cervello come è sembrato.

Immagino siano persone normali, mediamente interessanti come tutti. Penso che si fossero presentati con qualche tic nervoso, con la lingua che si inceppa come è normale quando non sei abituato, se avessero parlato come quando sono dietro allo sportello, sarebbe andata meglio. Quasi bene.

Il problema è che questo apparire invincibili ci sta distruggendo. Porta ad esserci la parte meno coinvolgente di noi. Allontana, ci allontana l’uno dall’altro.

Se le orecchie di coniglio sono meglio delle occhiaie…

E poi c’è una verità che fingiamo di non vedere, forse la risposta al punto precedente.

Abbiamo così paura del giudizio delle persone che preferiamo ci si dia del “pazzo”, si rida di noi perché “buffi” anziché mettere in mostra ciò che siamo davvero.

Mi viene da pensare a Snapchat o agli effetti di Instagram utilizzati per le storie, o altri artifici tecnologici che si possono usare per indossare una maschera e nascondersi.

Paradossale. Abbiamo un tremendo bisogno di farci vedere ma non ci vogliamo mostrare.

La paura di mostrarsi umani e fragili. Il motivo per il quale viene facile vestirsi in maschera ma si ha paura di mostrare un look originale.

Per il quale si considera trendy apparire in video con orecchie da coniglio ma ci si sente a disagio nel mostrare normalissime occhiaie.

Huffpost ha scritto “Cosa c’è dietro questo video per cui tutti state ridendo…”

Guardando cosa c’è dietro, pensandoci bene, non c’è affatto da ridere. Prendendo una frase da un passato che appare lontanissimo: non ci resta che piangere.

#ionocistoperniente

Scrittore semplice | Autore di "Pixel in crisi" | Co-Founder Purple&People. Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

Continua a leggere

Digital

Pokémon Go: anche le cose nuove sono una vecchia storia (ma che storia!)

800 milioni di download, profitti per oltre due miliardi di euro, e il primo esempio di realtà aumentata. Pokémon Go non è solo un gioco.

Pubblicato

il

Quando Niantic ha lanciato sul mercato Pokémon Go, dalla mia scrivania raggiungevo senza muovermi due Pokéstop. Dopo il lavoro scendevo a piedi verso il centro città, andavo fino al lago, passavo dai giardini pubblici, facevo il giro un paio di volte, incrociavo una coorte di zombie di età diverse che facevano lo stesso, e poi tornavo fino a casa, per la gioia del mio fitbit e dei suoi diecimila passi quotdiani.

Quando il gioco si fa serio

Pokémon Go non è solo un gioco: è (ancora e nonostante tutto) un fenomeno sociale, con 800 milioni di download dal suo lancio nel 2016, ed è un successo commerciale: in due anni ha generato profitti per 2 miliardi di dollari, senza contare l’impatto positivo sulle vendite di Nintendo che controlla il franchising Pokémon. Ma è soprattutto l’app che ha permesso al mondo di scoprire le potenzialità della realtà aumentata (AR, augmented reality).

Un modo di vedere la cosa è immaginare un quarantenne che corre dietro a mostriciattoli invisibili con il suo telefonino, facendo gesti strani sullo schermo e pipicchiettandolo come se stesse cercando di rianimarlo.
Oppure possiamo vedere un professionista appassionato di tecnologia esplorare la sovrapposizione di informazioni generate informaticamente e inserite in un ambiente fisico grazie alla geolocalizzazione.
Quest’ultima è la lettura che suggerisco a chi ha tendenza di bollare la gamification come un fenomeno puerile.

Il gioco, in tutte le sue forme, è da sempre uno strumento di apprendimento, di sperimentazione e di connessione tra le persone. Pensiamo al calcio: a giudicare dalle passioni che scatena, sembra una cosa piuttosto seria.

Tramite il gioco, Pokémon Go stimola l’esercizio fisico (i giocatori regolari hanno aumentato la propria attività fisica del 26%), favorisce la socializzazione (soprattutto dopo l’introduzione della funzione raid, dove ci si associa ad altre persone per andare a caccia insieme) e alcuni studi suggeriscono persino che contribuisca a migliorare il senso di appartenenza a un luogo, grazie alla mappatura mentale di strade e monumenti.

Quante storie per un gioco

In realtà, l’aspetto più interessante del fenomeno consiste in qualcosa di meno tecnologico: sta tutto nella qualità della narrazione. Pokémon Go ha avuto successo perché ha messo la realtà aumentata al servizio di una buona storia, e non viceversa.

Basta frequentare uno dei tanti think-tank di digital transformation che si tengono di questi tempi per sentire l’entusiasmo delle persone per l’AR: tutti sognano di applicare la realtà aumentata al proprio ambito, dall’insegnamento e alla manutenzione, dalla grande distribuzione all’entertainment. È bene dirlo subito: non è l’AR che trasformerà il nostro business, se non abbiamo niente da dire in prima istanza. Narrative mediocri ispireranno esperienze AR altrettanto mediocri.

In base alla mia esperienza, il primo aspetto a cui prestare attenzione consiste nel fatto che la realtà aumentata è intrinsecamente legata alla percezione visiva: per questo, la nostra storia deve essere visualizzabile. Una sequenza di date, una lista di prodotti di successo o un focus eccessivo su una persona singola, come ad esempio il fondatore dell’azienda, sono sicuramente rappresentabili, ma non favoriscono l’immersione profonda, alla base della connessione emotiva che una buona storia deve avere.
È quindi necessario prima di tutto capire che tipo di emozione si vuole veicolare e quanto essa sia condivisibile con l’utenza: ad esempio, uno stile troppo autocelebrativo può forse emozionare i collaboratori di un’azienda, ma interesserà probabilmente meno ai clienti.

Anche l’AR e la narrazione (uso il termine come sinonimo di storytelling, giusto per capirci) devono quindi essere cliente-centrici. Questo comporta una certa abilità nel prevedere scenari adattativi, perché c’è la possibilità – e bisogna darla – che l’utilizzatore sposti la propria attenzione su aspetti ai quali non avevamo pensato. L’esperienza deve essere personale e non guidata in modo forzato. L’AR non è una pubblicità in 3D: è scoperta, emozione, connessione, e in generale permette di sperimentare ognuna di queste in maniera più forte che i media tradizionali.

Attenzione al fuori gioco

Se quanto sto raccontando in questo momento fosse stato narrato in AR, quel “in maniera più forte” sarebbe stato evidenziato, avrebbe suggerito un campanello d’allarme e questo sarebbe stato chiaro per tutti. Nella bidimensionalità di un testo, invece, ho il compito di sottolinearlo, perché è il rischio numero uno per chi si accinge a produrre un’esperienza AR: emozioni più forti è sinonimo di reazioni altrettanto forti.

Per questo motivo, a colleghi e clienti che partono per la tangente e vogliono a tutti i costi realizzare dei prodotti di realtà virtuale per il proprio business, consiglio sempre di fare un assessment completo dell’impatto che esso avrà sulle varie tipologie di pubblico e di creare degli scenari possibili.
E man mano che il progetto avanza, pur non essendo io stesso ossessionato dai KPI’s a tutti i costi, credo che in questo caso sia utile tenere d’occhio gli indicatori per misurare l’efficacia dell’intervento, e solo in seguito decidere come e se continuare l’avventura.

Prima di investire nella produzione di uno strumento di AR, questi presupposti sono fondamentali.
Non per niente, una scuola guida utilizza le Fiat Punto e le Toyota Yaris per i corsi di pratica dei neo-guidatori.

Non certo le Ferrari.

Continua a leggere

Career

Personal Branding? O Te o niente.

Al tempo delle notifiche continue, di meno abbracci che like. Al tempo in cui tutti ti vogliono diverso…diversi bisogna esserlo davvero. Cioè unici. Cioè Te o niente.

Pubblicato

il

O te o niente.

Non ci sono battaglie altrettanto importanti. Non c’è fatica da sopportare se non in questa direzione. Non ci sono poi tante altre cose per le quali vale la pena sbattersi e pensare.

Come ha scritto quel poeta statunitense, non c’è battaglia più ardua che un essere umano possa combattere, in un mondo che fa del suo meglio notte e giorno per renderti un altro.

Lo disse E.E. Cummings, erano più o meno i primi anni del ‘900.

Vedeva che in giro era una corsa all’uniformarsi, un tentativo di uniformare anche quelli che in fondo avrebbero desiderato altro.

Certo ci sono alcune situazioni storiche che lo rendono un pensiero azzeccato e impegnativo (pensiamo al periodo dagli anni ’20 al ’50) ma viene da sorridere rileggendo la frase ai giorni nostri, ai giorni dell’Internet.

Delle nuove celebrità. Del senso di celebrità. E di parole come branding e personal branding.

Al tempo delle notifiche continue, di meno abbracci che like.

Pensandoci è tutto così poco sensato

Parlo ogni giorno con tante persone con il desiderio di cambiare. Con la necessità di cambiare, come dicono loro.

Cambiare per trovare un lavoro, per farsi comprare, per avere qualcosa di più.

Già, avere qualcosa di più… chi non vuole qualcosa di più? E chi può dire che non sia persino giusto?

Ma “il più” spesso non si quantifica, si pesa.

Cambiare per avere qualcosa di più (clienti, un lavoro, più soldi) e perdere se stessi non è mai stato uno scambio intelligente.

Ci sono persone che mi raccontano di averlo capito, di aver capito che oggi bisogna presentarsi per come vuole il mercato. Come se le fragole fossero di moda e dovessimo dunque dipingerci tutti di rosso, lentigginosi e con un ciuffo verde in testa.

Che poi, non è una metafora ma quel che succede.

Persone che spiegano come vendersi nel web, che parole e toni usare e che in fondo stanno spiegando come essere quello che altri vogliono tu sia. È un fallimento.

Che poi, per esperienza so che nemmeno funziona.

Copie, brutte copie. Anche nella bruttezza è sempre meglio l’originale. Penso ai venditori stile Wolf of Wall Street o mago Silvan di questo e quell’altro campo.

Non funziona e se dovesse funzionare… beh hai perso.

L’altro giorno una donna con tre figli, due lauree, 10 anni in giro per il mondo impegnata nel volontariato mi ha chiesto come potesse vendersi in modo più cool. Forse certe cose di lei non funzionavano, si chiedeva, e di altre ne avrebbe avuto bisogno.

Ma se non sei non sei. E dovrebbe essere bello così.

A che gioco giochiamo? Ogni tanto penso che il vero gioco del web sia quello di perdersi.

Per posizionarsi bisogna ritrovarsi

Anche se a me piace ancora credere il contrario. C’è una parola che amo ancora nonostante tutto: posizionarsi.

Posizionarsi significa scegliere. Cosa sei e cosa non sei. E se la scelta è sincera, se non ti adegui ma adegui la tua comunicazione, il tuo modo di essere, a ciò che sei, allora è bellissimo.

Un percorso diverso dal branding dei barattoli di fagioli… Ecco mi viene in mente che l’altro giorno ho visto un video con due pseudo esperti che suggerivano di fare di te un prodotto, che questo era la soluzione a ogni male. Scatole di fagioli, come dicevo.

Posizionarsi è decisamente un’altra cosa. Anche parole abusate come Personal Banding potrebbero esserlo.

Potrebbe significare ad esempio uno sforzo concreto prima di parlare. Pensare prima di parlare. Trovarsi prima di posizionarsi in qualche punto del quadrante.

Trovare chi sei.

Qualcosa sei di sicuro. Unico probabilmente.

Vorrei fosse più chiara l’immagine del Delfi. All’ingresso del tempio di Apollo. Trova te stesso.

Qualcosa sei di sicuro. È bellissimo. Vale lottare solo per quello.

Il pasticcio del marchio personale

Ci sono libri e corsi sull’argomento ma il Personal Branding, creare un marchio personale (o come diavolo lo vuoi chiamare) non è una vera disciplina…

È un’idea che mi trova d’accordo e che ha espresso qualche mese fa Mark Ritson – un esperto della materia 🙂

Il punto è che per vendere qualsiasi cosa hai bisogno di creare un pubblico e prim’ancora di essere riconoscibile. Ma se lavori per occupare una nicchia, un’idea (una categoria!) sei solo un bugiardo che prima o poi dovrà fare i conti con se stesso.

L’equivoco, il pasticcio, sta nel credere che si tratti davvero di comunicazione e percezione. È vero soltanto a metà o anche meno.

I contenuti dei quali si parla esageratamente tanto devi averli innanzitutto dentro. E riguardano più i valori che le competenze, più il tuo modo di muoverti e respirare che funnel e landing page.

Sempre Mark racconta un aneddoto che trovo spassoso e vero.

Un giorno era invitato a parlare ad una conferenza piuttosto importante. Il suo intervento lo assillava da mesi e si era preparato duramente. Aveva studiato modo e tono, soprattutto cosa dire. Un discorso perfetto, di altissimo livello. E la cosa che lo emozionava era che avrebbe parlato poco prima di una vera celebrità.

Per farla breve, il suo discorso filò liscio e con un discreto successo, poi toccò allo speaker principale.

Che però non c’era…Non era proprio lì nella sala.

Ad un tratto venne calato un pannello e apparve la star in videoconferenza.

Rilassato. Anzi come se si fosse appena svegliato. Disse qualcosa di strano, confuso, di poco conto e tutti diventarono pazzi.

Come riflette Mark a distanza di anni, ci sono due considerazioni che puoi fare:

  • Le persone non apprezzano la qualità
  • Le persone amano le persone

ll tizio che non si era preparato il discorso, che era saltato dalla doccia alla videoconferenza era un “marchio personale”. Ma non nel senso di costruito. O meglio non per come possiamo intenderlo.

Era una persona che per anni aveva raccontato così tanto di se, e in modo autentico, da essere diventato Reale e Vero anche per chi non l’aveva mai incontrato.

Ecco il senso. Ecco tutto.

E la terza considerazione, anche se l’ho detto prima, è che questo genere di successo non si può programmare.

Se sei in un modo, in un modo che piace, e lo racconti. E ti prendi tempo di andare in giro con la tua storia vera ed i tuoi tic… allora funziona.

Se sei in un modo che non piace…hai solo sbagliato stanza. Non sei mica sbagliato tu, non lo è nessuno.

Promuoversi senza sembrare un coglione

Perché alla fine, anche se può sembrare scortese dirlo, promuoversi come fossi un barattolo di fagioli, non farà di te una celebrità ma un coglione.

Un tizio che si loda e sbrodola nell’illusione. E se per sbaglio ottenesse il risultato sarebbe persino più triste.

L’alternativa c’è. Richiede tempo e sapere che il gioco è diverso dal vincere like e consenso digitale.

C’è una cosa chiamata vita anche se non la prendiamo in considerazione perché non c’è da fare il log in, o l’abbiamo fatto un sacco di tempo fa e non ce ne ricordiamo.

O te o niente

C’è che di questa vita ne abbiamo una e non sappiamo nemmeno per quanto. C’è che o te o niente. Non c’è battaglia più ardua e nobile. Non ci sono strade altrettanto sensate.

Nessuno in realtà ha bisogno di “immagine” o di Personal Branding. Tutti hanno semplicemente bisogno di vivere ciò che sono.

C’è solo bisogno di ricordarlo, raccontarlo. Dunque viverlo.

O questo o è niente.

O te o niente.

“Non essere altro se non te stesso – in un mondo che fa del suo meglio notte e giorno per renderti un altro – significa combattere la battaglia più ardua che un essere umano possa combattere; e non smettere mai di lottare.” E. E. Cummings

Continua a leggere

Career

Personal branding? Ogni tanto basta l’essenziale

Il personal branding, per quasi tutti, si crea nella vita di tutti i giorni, dal vivo, e si diffonde e riporta nel mondo on line. I social sono l’amplificatore, non il luogo dove si può creare ad hoc. A meno che tu non faccia qualcosa di strettamente attinente al mondo digitale.

Pubblicato

il

Tra le tante parole inglesi che sono entrate nel nostro linguaggio comune, personal branding è quella alla quale sono più legato.
Perché significa qualcosa di buono. Per come l’aveva spiegata Tom Peters almeno.
La possibilità di fare qualcosa di più. Di valorizzarsi più di sperare che qualcuno si accorga di noi. E la responsabilità, la responsabilità nostra che ciò succeda o meno. Con le parole di Tom… in parte è una buona notizia.

Di cattive notizie, controindicazioni, ce ne sono diverse.
Innanzitutto, il Personal Branding è inevitabile, dobbiamo tutti farci i conti.
Poi c’è il grande rischio di non capire di cosa si tratti davvero. Di confonderlo con una riverniciata, una spruzzatina di colore qua e là, con un logo o una fantasiosa headline.

Ma il rischio più grande è pensare che sia la soluzione. La soluzione a tutto.

Il Personal branding, insomma e invece, potrebbe essere sopravvalutato

Gà qualche anno fa su Inc.com era apparsa una provocazione interessante di Jeff Haden.

Due curricula. Il primo mette in evidenza i network sociali e professionali della persona, quanti Mi piace ha ricevuto e quante visualizzazioni ha il suo blog — il tutto con un design elegante e colorato. Il secondo descrive semplicemente i risultati che la persona ha saputo raggiungere e in quale maniera l’azienda per cui lavorava ne ha beneficiato.
Quale profilo pensi sia più attrattivo?

Jeff crede che le aziende preferirebbero una persona che si impegna con il proprio team piuttosto che un marchio stellare.

Idea resa probabile anche dalle prime due soft skills richieste dai datori di lavoro: comunicazione e lavoro di squadra*.

* tali erano nel 2016, qui invece le pii richieste oggi e nelle prime 5 si esprime ancora senso per il discorso di Jeff.

Paradossalmente dunque creare una presenza abbagliante potrebbe non solo essere inutile ma persino dannosa.
Più sinceramente penso il rischio più probabile possa essere un altro: perdere focus.

Ci ragionavo l’altro giorno proprio su LinkedIn: trovare “lavoro” (inteso anche come clienti) non è il tuo lavoro.
Impiegare un tempo esagerato, e studio, e soldi, per padroneggiare social, marketing, per creare un personal branding da urlo, da una parte può sbloccare molte opportunità. Dall’altra toglie tempo a quelle attività fondamentali, come formazione, studio, esecuzione, che possono posizionarti davvero in alto nel tuo settore.

Ciò che ho detto può sembrare paradossale ma non lo è. Si tratta invece di un equivoco.

Il personal branding, per quasi tutti, si crea nella vita di tutti i giorni, dal vivo, e si diffonde e riporta nel mondo on line.
I social sono l’amplificatore, non il luogo dove si può creare ad hoc.
A meno che tu non faccia qualcosa di strettamente attinente al mondo digitale.

In altre parole, è ciò che diceva Seth ne La Mucca Viola: creare un prodotto straordinario e non cercare di farlo diventare straordinario con la comunicazione.
Altro termine che spiega ancora meglio il concetto, anche nel nostro italiano, è Reputazione.

Una foto fatta bene su LinkedIn, un profilo superstar, contenuti che incollano le persone allo schermo, possono aumentare la tua esposizione del 1000%... ma a chi importa davvero?Click To Tweet

Fare bene il tuo lavoro, avere clienti che parlino bene di te ha invece un impatto.

Non dico che il Personal Branding non abbia alcun senso. Anzi. Però dipende.

Se sei uno scrittore che non vuole passare dall’editoria tradizionale, se sei un blogger da prima che nascesse il termine, se sei un digital qualcosa, allora il Personal Branding dovrebbe essere in cima alla lista.

Se stai cercando lavoro è probabile che sia più sensato uscire ed incontrare più persone possibili. (non lo dirò ma anche il calcetto è un’opzione migliore)

Se sei il CEO di un’azienda che fattura miliardi, il Personal Branding avviene quasi sempre in modo naturale.

Se la tua azienda non si regge in piedi, il Personal Branding è l’ultimo dei tuoi problemi.

In quasi tutti i casi, ciò che serve è un Minimum Personal Branding: un’immagine essenziale che racconti chi sei, cosa fai, dove stai andando.

Un’immagine chiara e non accecante.
Per non accecare soprattutto Te.

* questo articolo è apparso la prima volta su Linkiesta

Continua a leggere


Su Purpletude ogni giorno nuove idee per fare e pensare qualcosa di diverso. Ottieni un riepilogo settimanale per non perderti nulla.

envelope

Libri “viola”

Il nostro impegno

Per noi fare impresa non significa soltanto produrre utili ma fare qualcosa di significativo e per gli altri. Per questo, con questo progetto, sosteniamo persone che vivono un momento di difficoltà offrendo il nostro tempo e le nostre competenze in modo completamente gratuito. Prenota una call. 

Trending

Purpletude è l'attitudine a pensare in modo diverso. E provare a fare qualcosa di diverso. Sei dei nostri?

Condividi
Tweet
Condividi