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Se le orecchie di coniglio sono meglio delle occhiaie…

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C’è qualcosa di più preoccupante del bullismo del quale si è parlato in seguito allo spot di Banca Intesa. E viene fuori con altri due video apparsi da poche ore. È un mix di ignoranza, equivoci e paura.

L’ignoranza delle dinamiche della rete

Troppo spesso si arriva a conclusioni superficiali, si perde tempo a decidere se questo mondo on line sia buono o cattivo. Domanda stupida. La possibilità di comunicare on line ha permesso a tutti di dire la propria, di raccontarsi, di spiccare senza raccomandazioni e senza chiedere il permesso.

Avvicina le persone ma a patto che si cerchi davvero il contatto e non l’applauso.

Di contro, e mi sembra talmente inutile ripeterlo, è un’incredibile amplificatore. Specie se si tratta di cose brutte, o ridicole.

Per mesi si è scherzato sul video di una ragazza finito per incoscienza (e/o dolo) in rete. Quella ragazza si chiamava Tiziana Cantone ed è morta. Morta molto tempo prima che scegliesse di togliersi la vita. E di questi casi ne abbiamo visti troppi per continuare ad ignorare il pericolo. Non della rete ma di non usare testa e prudenza al tempo della rete.

Clamorosi scivoloni, come ad esempio l’ultimo di Carpisa, o quelli di Barilla a proposito delle famiglie normali o non normali, insegnano che per spiccare per merito ci vuole il tempo di sempre, nel male basta un attimo.

L’equivoco

L’equivoco che si debba far ridere la gente per comunicare on line, che sia una gara cabarettistica.

Persone che rinunciano alla propria dignità per sentire un applauso tecnologico, per sentirsi importanti o qualcosa o parte di qualcosa.

Ci sono tantissimi casi meno noti ma altrettanto tristi e pericolosi. “Saluta Antonio” in questo momento mi sembra uno dei punti più bassi. Altri preferisco tacerli sin quando non sono così noti.

E la cosa incredibile è che non sia solo un gioco da ragazzi ma finiscano per crederci anche aziende e professionisti.

Un altro video (secondo HuffPOst confermato da Banca Intesa) spiega bene il concetto.

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Il mezzo più vecchio di sempre per ottenere attenzione: rendersi ridicoli. Ma davvero siamo a questo punto? Alle soglie del 2018 ridotti tutti a buffoni di corte?

Tristezza.

Ma l’equivoco è anche quello di comunicare dal palco, di credere che bisogna essere persuasori, e bravi, e maghi della telecamera. Che ci voglia la dizione perfetta ed il sorriso smagliante. Che la comunicazione, il comunicare sia tutto sul mezzo e meno sul messaggio.

E qui mi vengono in mente ancora i poveri cristi di banca intesa messi alla gogna. E non perché da dilettanti si sono cimentati in un video che finiva on line ma perché hanno provato a scimmiottare i professionisti.

O meglio, e questo è il problema di ogni storia, perché qualcuno gli ha inculcato che bisogna recitare un copione.

Io stento a credere che la signora Katia se la incontri in banca ti parla in quel modo. O che tutti insieme non facciano un cervello come è sembrato.

Immagino siano persone normali, mediamente interessanti come tutti. Penso che si fossero presentati con qualche tic nervoso, con la lingua che si inceppa come è normale quando non sei abituato, se avessero parlato come quando sono dietro allo sportello, sarebbe andata meglio. Quasi bene.

Il problema è che questo apparire invincibili ci sta distruggendo. Porta ad esserci la parte meno coinvolgente di noi. Allontana, ci allontana l’uno dall’altro.

Se le orecchie di coniglio sono meglio delle occhiaie…

E poi c’è una verità che fingiamo di non vedere, forse la risposta al punto precedente.

Abbiamo così paura del giudizio delle persone che preferiamo ci si dia del “pazzo”, si rida di noi perché “buffi” anziché mettere in mostra ciò che siamo davvero.

Mi viene da pensare a Snapchat o agli effetti di Instagram utilizzati per le storie, o altri artifici tecnologici che si possono usare per indossare una maschera e nascondersi.

Paradossale. Abbiamo un tremendo bisogno di farci vedere ma non ci vogliamo mostrare.

La paura di mostrarsi umani e fragili. Il motivo per il quale viene facile vestirsi in maschera ma si ha paura di mostrare un look originale.

Per il quale si considera trendy apparire in video con orecchie da coniglio ma ci si sente a disagio nel mostrare normalissime occhiaie.

Huffpost ha scritto “Cosa c’è dietro questo video per cui tutti state ridendo…”

Guardando cosa c’è dietro, pensandoci bene, non c’è affatto da ridere. Prendendo una frase da un passato che appare lontanissimo: non ci resta che piangere.

#ionocistoperniente

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

Comunicare

Come costruire idee difendibili (e come difenderle)

Le idee che non sfidano nessuno, non sono idee, ma commenti. E i commenti, proprio perché non sono idee, fanno sprecare tantissima energia nel tentativo di difenderli.

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Difendere le tue idee è un’arte. Se non sei interessato al tema, sappi che forse sei un saggio, che si rende conto che qualcun altro ha già espresso idee ottime e non sente il bisogno, per il momento, di contribuire al dibattito.

Se sei interessato sappi che difendere le tue idee comincia dal prenderti cura della loro costruzione.

Difendere le tue idee, se sono pessime, è un compito rivoltante e pretendere che sia la società a farlo ti qualificherebbe come un piccolo uomo. Se ti piace l’idea, contento tu! Se invece vuoi imparare nuovamente l’arte di difendere le tue idee, penso di poterti dare alcuni suggerimenti.

Difendere le tue idee significa raffinarle

Quando esponi le tue idee, vorrei che tu pensassi che quello che hai elaborato e comunicato è solo una prima bozza.
Per quanto tu abbia lavorato un’idea accuratamente fra te e te, si tratta ancora di un materiale grezzo che necessita di essere lavorato.

Il traguardo creativo a cui puoi arrivare, dipenderà da quanto tu sarai in grado di difendere le tue idee dagli attacchi di coloro che da esse si sono sentiti sfidati.

Tieni bene a mente questo principio: le idee che non sfidano nessuno, non sono idee, ma commenti.

Idee come lame

Le idee sono un po’ come le lame dei coltelli: per affilarle devi sfregarle tra loro, devi lasciare che si taglino a vicenda. Se le lasci riposare ben difese nel fodero, arrugginiscono.

La via della saggezza

Prima di addentrarci nella tecnica di difesa di un’idea, vorrei parlarti di coloro che non hanno bisogno di difendere le proprie idee.
Parlo dei saggi, i quali evitano di formulare un’idea propria e preferiscono sostenere l’idea ottima che qualcuno ha proposto prima di loro.

Appaiono umili, ma in realtà sono risoluti e dediti ad uno scopo: ottenere gli effetti che desiderano, perché sono gli effetti quelli che contano.

Il saggio pensa che le persone non dovrebbero formulare un’idea solo per esercitare il proprio diritto ad esprimersi liberamente. Si può essere liberi anche quando si tace.

Ruba come un artista

Quando ci sentiamo illuminati da un’idea altrui, occuparci di diffonderla, magari amplificandola un po’, è vera saggezza.

In quel caso, come artisti rubiamo per rendere migliore ciò che è già ottimo. Così a volte accade che anche dalla nostra testolina scaturiscano idee ottime.

La via dello stratega

Se, invece, tu sei uno di quelli che sente che la necessità di proporre idee nuove, lascia che ti ricordi che la difesa di un’idea inizia nel momento in cui la costruisci.

Difendere una pessima idea sarebbe un compito arduo e sofferto, soprattutto se ti dovessi rendere conto che l’idea che hai formulato non è poi così degna di essere difesa.

Se vuoi evitare di consumare energie nel difendere idee pessime, quindi, investile nel costruire idee ottime.

La libertà di avere idee

C’è stato un tempo in cui non era contemplato che le persone esprimessero le proprie idee, perché non era contemplato che le persone avessero idee. Solo gli uomini abbastanza ricchi potevano avere idee. Il pensiero degli altri esseri umani non valeva più di quello di un animale.

Poi è arrivata la libertà di pensiero e di espressione e il conseguente impegno delle società di difendere questa libertà.

Tutti traiamo vantaggio dal fatto che gli altri esprimano le loro idee e le comunichino. È così che le società si arricchiscono. L’intelligenza di un gruppo è maggiore se tutti i suoi membri pensano ed esprimono le proprie idee. La somma dei nostri cervelli crea un cervello enorme con una capacità di calcolo infinita.

Delegare la nostra difesa ci rende fragili

Tuttavia, quando viviamo con la certezza che ci sia sempre qualcuno che si occupa di difendere le nostre idee, tendiamo a disimparare come farlo noi, in prima persona. Così, se qualcuno attacca le nostre idee, risultiamo disarmati e spesso ci sentiamo traditi.

Quando deleghiamo la difesa delle nostre idee agli altri, diventiamo meno attenti nel comprendere in anticipo l’impatto che le nostre idee possono avere sul mondo che ci circonda e quasi ci stupiamo che altri possano sentirsi minacciati e feriti dalle nostre visioni.

Ci sembra così naturale pensare come noi pensiamo che scontrarci con il fatto che qualcuno possa pensarla diversamente ci stupisce e ci ferisce.

Così i feriti finiscono per essere due: gli altri, feriti dalle nostre idee, e noi, feriti dalle idee degli altri.

Si soffre anche per via delle idee

In una società come la nostra, in cui è sempre più difficile soffrire per qualcosa di fisico (fame, sete, guerra, fatica,…), soffrire per gli effetti di un’idea è il principale motivo di sofferenza.

E quando soffriamo, anche se per via di una semplice idea, siamo pronti a tirare fuori gli artigli pur di liberarci dalla spina che ci affligge.

Come costruire idee difendibili

Se hai presente tutto questo, allora capirai quanto è importante costruire idee difendibili.
Un’idea difendibile, finisce per difendersi già da sola. Ma quali sono le caratteristiche di un’idea difendibile?

Ci ho riflettuto a lungo e sono giunto alla conclusione che le idee difendibili hanno per lo più tre caratteristiche.

1.Per difendere le tue idee devi costruirle

Non c’è momento della tua vita in cui il tuo cervello sia silenzioso, ma questo non significa che il rumore di fondo del tuo cervello meriti di essere considerato un’idea. Costruire un’idea è diverso da pensare.

Nel primo caso infatti tu guidi il flusso dei tuoi pensieri, nel secondo lasci semplicemente che gli stimoli interni ed esterni a te ti sollecitino.

Nel primo caso hai uno scopo, nel secondo ti fai portare dalla corrente.

2.Creiamo idee per creare cambiamento

Le tue idee parlano di come secondo te le cose vanno o potrebbero andare. Sono le tue visioni.

Formulare idee significa prenderti la responsabilità di mettere in discussione una determinata visione della realtà, affinché cambi. Comunicare le tue idee significa esporti e darti da fare affinché la tua visione contribuisca a cambiare la visione degli altri.

3.Le idee distruggono e creano

Le idee implicano sempre effetti costruttivi e distruttivi. Ogni idea squalifica qualcosa e riqualifica qualcos’altro. Se un’idea non implica distruzione e ricostruzione, allora è puro sfogo o puro sogno. Un semplice commento.

Quando comunichi la tua idea, produrrai subito due effetti: la felicità di chi vede costruito ciò che ama, ma anche l’ira di chi vede distrutto ciò che ha amato. Difendere la tua idea implica che tu sappia rendere la realtà ricostruita migliore della realtà distrutta.

La libertà di esprimerti… liberamente!

Forse penserai che costruire idee difendibili significhi in realtà accettare compromessi: mettere le briglie alla libertà di esprimerti liberamente.

Se è così che la pensi non posso contraddirti.

Sono d’accordo con te. Tuttavia, sappi che ho l’impressione che l’essere umano utilizzi la sua libertà solo quando si sente imbrigliato. Quando non ha briglie, preferisce pascolare.

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In primo piano

Netflix si sta suicidando di normalità

Nel tentativo di generare utili per i propri azionisti, Netflix sta cercando di tagliare l’aumento delle spese. Ma questo comportamento è tipico dei network della vecchia generazione e Netflix si sta giocando la sua carta migliore: non essere come gli altri.

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Netflix ha appena annunciato di aver cancellato dopo due stagioni “The OA”, una delle serie più innovative, complesse e meglio scritte degli ultimi dieci anni.

Nel delirio di onnipotenza social-cratico, naturalmente è partita la solita petizione dei fan, sapendo che, ogni tanto, funziona: la commedia soprannaturale “Lucifer” è stata salvata grazie a una petizione proprio da Netflix, che l’ha prolungata di altre due stagioni, mentre per “Sense8” i fan erano riusciti a strappare un ultimo episodio di due ore che concludesse la saga.

La cancellazione di una serie è un fatto piuttosto normale nel panorama televisivo attuale e non di rado vengono troncate nel bel mezzo dell’intrigo, come “Dark Angel”, o “Firefly” o “Designated Survivor” o ancora “Tomorrow People”.

Ora, stendendo un pietoso velo sul poco rispetto che i produttori dimostrano per il loro pubblico, la parola chiave in questo caso è “normale”.

Il brand di Netflix è (era?) eccezionale

“Normale” è tutto ciò che Netflix ha cercato di non essere fin dalla sua creazione.

Stiamo parlando dell’azienda visionaria che ha creduto nello streaming prima degli altri (e che le ha permesso di essere citata in tutti i case studies delle business school, in quella che è ormai conosciuta come la battaglia Blockbuster vs Netflix).

Stiamo parlando della società che è diventata famosa per aver cancellato gli obblighi di presenza e le ferie ai propri collaboratori, dando loro la possibilità di assentarsi quando vogliono.

E nessuno prima di Netflix, neanche HBO, era riuscita a ridefinire il confine tra film cinematografico e film TV, portando alcune delle sue produzioni nei festival del cinema più prestigiosi al mondo, senza che fossero previste per la proiezione in sala (nel 2017, il film “Okja” con Tilda Swinton fu ammesso in concorso al festival di Cannes, sollevando un polverone che non si è ancora placato).

Di fronte a queste evidenze di eccezionalità, c’è da chiedersi se Netflix possa veramente permettersi di comportarsi “normalmente”.

Come (non) fa soldi Netflix?

Netflix ha un valore di mercato di 142 miliardi di dollari (agosto 2019), conta 125 milioni di abbonati in 190 Paesi, che guardano 125 milioni di ore di contenuti Netflix al giorno. Ma l’ultima volta che ha generato un cash flow positivo è stato nel 2009.

Il flusso di cassa (che traduce l’inglese cash flow) copre diversi ambiti, ma quello che più interessa agli azionisti è quello netto di tutti i pagamenti effettuati e ricevuti, compresi i detentori del capitale di debito.
In poche parole, i soldi che rimangono dopo aver pagato tutto e che possono essere ridistribuiti agli investitori.

All’ora attuale, le proiezioni indicano per il 2019 un cash flow negativo di 3,5 miliardi di dollari, a fronte di 3 miliardi lo scorso anno.

Questo significa che Netflix è obbligata a continuare ad indebitarsi per finanziare la produzione dei suoi contenuti originali, che però porteranno a migliorare i margini di guadagno anno dopo anno, fino al pareggio di bilancio previsto nel 2024.

I soldi di oggi valgono di più dei soldi di domani

Questo è possibile grazie al modello di business basato sugli abbonamenti e sul ritmo di crescita previsto (che include comunque un fisiologico rallentamento).

Le proiezioni finanziare indicano che per arrivare a generare un cash flow positivo di 10 miliardi, Netflix dovrà raddoppiare i suoi guadagni attuali. E 10 miliardi, sebbene possano sembrare molti, sono esattamente ciò che IBM ha generato ogni anno dell’ultimo decennio.

Ora, a titolo comparativo, il valore di mercato di IBM è di meno di 120 miliardi di dollari, ben al di sotto del valore di Netflix. Per questo motivo, è chiaro che, per riuscire a generare profitti nei prossimi cinque anni e per giustificare la sua importante capitalizzazione, Netflix dovrà rallentare la crescita delle spese.

E questo spiega le cancellazioni.

L’insorgere della concorrenza

Le ragioni che spingono Netflix a tagliare gli show meno seguiti (o troppo cari, come era stato il caso di “Sense8”, girato in decine di location differenti in tutto il mondo) sono comprensibili.

Il loro focus è ora sulla profittabilità, dopo tanti anni di investimento, sebbene il momento storico non sia dei più felici: Amazon Prime e Hulu sono agguerriti concorrenti, mentre fra pochi mesi ci sarà la scesa in campo dei colossi Apple e Disney, con i loro contenuti originali e una loro piattaforma proprietaria.

Il pubblico acquisito basterà per permettere a Netflix di continuare a essere il leader di mercato?
Una cosa è sicura: la gente non potrà permettersi 3 o 4 diversi abbonamenti e finirà per scegliere. Sulla base dei contenuti, soprattutto, ma anche rispetto all’affinità che sente con il brand.

Da questo punto di vista, è possibile che la preoccupazione finanziaria che si avverte nell’aria, oltre a fare qualche deluso, inciderà sulla percezione del brand Netflix.

Messaggi citofonati e falsa gratitudine

Andiamo a riprendere gli annunci di alcune cancellazioni effettuate da Netflix e vediamo il linguaggio utilizzato (le traduzioni sono nostre):

Sense8
“Dopo 23 episodi, 16 città e 13 nazioni, la storia del cluster di Sense8 giunge a conclusione. Rappresenta tutto ciò che noi e i fan sognavamo che fosse: audace, emozionante, sorprendente, spaccaossa e assolutamente indimenticabile. […] Ringraziamo Lana, Lilly, Joe e Grant per la loro visione and l’intero cast e il team per il lavoro certosino e il loro impegno.”

Peccato che la storia non fosse per niente giunta “a conclusione”. Ma l’importante è riconoscere il valore della serie e ringraziare chi l’ha ideata.

Daredevil
“Marvel’s Daredevil non tornerà per una quarta stagione su Netflix. Siamo tremendamente fieri dell’ultima stagione finale dello show e sebbene sia doloroso per i fan, pensiamo che sia meglio chiudere questo capitolo in bellezza. Siamo grati allo showrunner Erik Oleson, agli scrittori, al team stellare e all’incredibile cast tra cui Charlie Cox nel ruolo di Daredevil”.

Di nuovo, è doloroso ma grazie a chi l’ha creato, e comunque l’abbiamo interrotto ma l’ultima stagione era di qualità. Tra la la.

Santa Clarita Diet
“Il mondo non aveva ancora visto una “zombedia” prima di Santa Clarita Diet, e siamo in debito con il suo creatore Victor Fresco per aver portato questa idea a Netflix. […] Siamo grati a Victor, Drew e Timonthy, nonché ai colleghi produttori esecutivi Tracy Katsky, Aaron Kaplan, Chris Miller e Ember Truesdell e all’incredibile cast […].”

Di nuovo, tante grazie per la visione e il lavoro fantastico.

The OA
“Siamo incredibilmente fieri dei sedici ipnotizzanti capitoli di “The OA” e siamo grati a Brit e Zal per aver condiviso la loro audace visione e per averla realizzata con incredibile maestria”.

No comment, penso che il punto sia chiaro.

Linguaggi diversi non fanno bene al brand

È vero che mettere in parallelo annunci fatti a distanza di mesi è impietoso, ma rimane interessante notare il modus operandi di Netflix quando cancella una serie di successo.

Stiamo parlando della stessa azienda che ha dipinto con i colori dell’arcobaleno la stazione della metropolitana di Porta Venezia a Milano per il Pride del 2018, o che ha costruito un enorme Dalì integrandolo alla statua del dito medio in piazza Affari, sempre a Milano.

Un’azienda che sa comunicare, insomma (anche se in Italia va detto che il grosso del lavoro – e del successo – è imputabile al bravissimo team creativo dell’agenzia We Are Social).

Ed è qui che casca l’asino: nella differenza tra linguaggio corporate e linguaggio marketing.

Non c’è niente di più pericoloso per un’azienda “innovativa” che farsi cogliere in fallo su quella che, fondamentalmente, è un’ipocrisia di fondo. Non c’è coerenza nel loro messaggio.

Noi diamo, noi togliamo.

Il pubblico avrà l’impressione di essere stato tradito: poco importa se amavi “The OA” e volevi vedere come andava a finire, se non rende abbastanza, il tuo piacere per noi è troppo costoso e ci sentiamo in diritto di toglierti ciò che ami.

È in questo paradosso tra sogno e sostanza che Netflix sta facendo male i suoi calcoli. Dimostrando di essere schiavo del sistema legato agli interessi degli azionisti, alza la bandiera bianca di ciò che lo rendeva speciale e ammette la sua normalità.

E tra Netflix, Hulu, AmazonPrime, Disney+, Apple TV+ e AT&T’s WarnerMedia qual è la differenza, se l’essere speciali non è più un vantaggio competitivo? Una domanda che gli executive di Netflix faranno bene a porsi, perché, lo si sa, anche il pubblico dà, e poi toglie.

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