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LinkedIn non è un posto per vecchi. Fattene una ragione.

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In questi giorni mi hanno suggerito di essere più riflessivo, di pensare attentamente a cosa dico e scrivo. Ma niente, non ci riesco.
Oggi voglio dire una cosa che mi porto dentro da tempo, da troppo tempo: i vecchi hanno rotto le palle.

Attenzione non dico che non ci sia niente di buono in loro, che anche loro non debbano avere i loro spazi. Anzi.
Però ci sono posti dove devono stare ed altri dove non ha senso.

Ad esempio qui,  nel web, sui social, nell’epoca CAMBIAMENTO, no. Su LinkedIn? Non c’è posto per loro.
Sei vecchio? Fuori dalle palle. 

5 motivi per cui non ne posso più

Oggi è una giornata strana e non ho voglia di tirare su un pippone. Sarò molto sintetico. Ecco una brevissima lista (a proposito i vecchi odiano le liste a prescindere da cosa dici).

1) I vecchi sono vecchi
Lo dice la parola stessa. Non amano ciò che è nuovo e cercano di vederci sempre qualcosa di pericoloso. Sono i promotori del “si è sempre fatto così” e “lo diceva Garibaldi”. Ma basta.

2) Hanno paura e vogliono che ce l’abbia anche tu
Il vecchio ha l’avversione al rischio più di ogni altro. Predica calma, ponderazione oltre ogni limite, quasi immobilismo. Ha paura di cadere e non salta mai anche quando è palese che se non salti vai in fuoco con tutto il palazzo.
Soprattutto ti fa notare che tu rischi troppo, che potresti pentirtene ed anche se non ho le prove, alla fine penso che ‘sta cosa porti anche sfiga.

3) Il vecchio ce l’ha con le gif divertenti e con le emoticons
Puoi stare due ore a spiegare che ci sono studi, ricerche comportamentali, teorie o che semplicemente a te piace così. Ma lui niente. Colpo di bastone e bacchetta senza pietà.

4) Il vecchio ha sempre ragione. O ce l’hanno i suoi amici.
O i propri insegnanti delle elementari. Non c’è verso di discutere con un vecchio ed arrivare ad un punto comune. Quasi sempre non è come dici tu. Non è come il libro che hai letto tu. E’ come dicono loro.

5) Il vecchio giudica con un colpo d’occhio.
Questa è la cosa che mi fa incazzare più di tutto.
Colpa dell’analfabetismo digitale, della presunzione e della mentalità retrograda.
Giudica da un titolo, giudica da come ti vesti, giudica che sei uno stronzo se dici una parolaccia.

Sei arrivato?

Sei arrivato sin qui. Fatti un grande applauso. Sei un tipo giovanissimo.

[clickToTweet tweet=”‘Vecchi vs giovani non è un fattore anagrafico. E’ questione di come pensi e di come ti relazioni.'” quote=”‘Vecchi vs giovani è una definizione che trae in inganno. Non è un fattore anagrafico. E’ questione di come pensi e di come ti relazioni.'” theme=”style2″]

L’età non c’entra niente. Porta vantaggi e svantaggi in misura uguale. Uno scambio di battute in Skyfall dice tutto:

Q: L’età non è una garanzia di efficienza.

Bond: E la giovinezza non garanzia di innovazione.

L’età è un problema solo quando ce lo poniamo.

Ti criticheranno sempre.
Quando sei giovane ti rimproverano per non avere abbastanza esperienza, quando sei vecchio ti rimproverano per averne troppa (e non del genere che serve).

La verità è che chiunque giudica in base all’età non dovrebbe importarti. Le persone delle quali tenere conto non giudicano dagli anni ma dalle tue idee.

Dietro questo post: l’età non deve fermarti. Anzi.

Ho scritto questo post dopo aver ricevuto un messaggio molto bello da un nuovo contatto su LinkedIn. Non è il primo di questo tipo che ricevo e so che è un problema sentito.

Se ti trovi in questa situazione, se hai superato gli anta ed ancora gli anta basta guardarsi in giro per trovare fiducia.
L’età media delle persone davvero seguite sui social non è affatto verso il basso, anzi.

Il caso più eclatante di “corretta” gestione dei social, degli ultimi anni e forse di sempre, non spetta ad un ragazzino ma ad un singolare signore che a colpi di tweet si è preso la guida del paese più potente del mondo.

Ma soprattutto non bisogna pensare che sia tutta una questione di tecnologia, di bravura nel cliccare più tasti contemporaneamente o rigirare il web come un calzino.
Si anche ma i social hanno più della comunicazione old school di quanto si possa pensare.

Per quale motivo sennò il libro più citato e lungimirante sulle relazioni è stato scritto nel 1936?

C’è una scena di un film che ritengo dovrebbe essere presa a monito.

In 21, un film del 2008 basato sulle vicende del MIT Blackjack Team, le riprese si aprono sul protagonista, uno studente modello che svolge un colloquio alla Harvard Medical School.

La sua candidatura è in bilico nonostante il curriculum di tutto rispetto e le ottime referenze; a quanto pare è altro ad essere determinante. Ben, secondo il professore non riesce a stregare.

Dopo varie vicissitudini, il finale del film è emblematico, con il professore di Harvard che ascoltando il racconto rimane senza parole.

“mi ero fatto la ragazza più bella della scuola; mi ero beccato un sacco di botte da un gorilla di Las Vegas che aveva difficoltà ad andarsene in pensione, ma feci con lui un accordo che gli fruttò una bella liquidazione e avevo mentito a mia madre, ma ho confessato la bugia e beh, mi vuole ancora bene. All’ultimo anno dell’ MIT entrai in quella squadra e imparai un nuovo mestiere. Andai a Las vegas 17 volte per esercitarmi, vinsi centinaia di migliaia di dollari con il conteggio delle carte, denaro che in seguito mi venne rubato per ben due volte.

Che gliene pare come esperienza di vita, professore? L’ho stregata? Salto subito agli occhi?”

Allo stesso modo nel web, sui social, su LinkedIn

Ci vogliono poche ore per riuscire a padroneggiare gli strumenti, in modo più o meno accettabile, ci vuole una vita intera per fare esperienze e vivere storie come questa.

Per cui possiamo vederla anche così: più anni hai > più storie hai da raccontare.

Dunque racconta la tua storia. Non essere vecchio.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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Crescere

L’obbedienza non è più una virtù

Gli atti di mancata obbedienza, soprattutto se motivati da un principio superiore, permettono di esplorare strade non contemplate dal percorso dell’obbedienza.

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L’obbedienza non è più una virtù, la scelta e la responsabilità della scelta hanno insidiato da tempo il suo primato. Come dice quel simpatico detto “Le bambine brave vanno in paradiso, quelle cattive dappertutto”. E se essere cattive (o cattivi) significa scegliere piuttosto che obbedire, sembra proprio che la scelta sia la nuova virtù.

Obbedire o non obbedire? La soluzione sta oltre la scelta

“Obbedire o non obbedire?”. Ti è mai capitato di trovarti a riflettere su questo dilemma? Se ci pensi è sempre il solito quesito “Essere te stesso o cedere al compromesso?”. La complicazione sta nel fatto che per essere te stesso ti rendi conto che a volte devi obbedire, altre volte devi evitare di farlo. Per cui la differenza tra essere te stesso e cedere al compromesso in realtà sfuma. Anche quando cedi, infatti, sei te stesso e sei responsabile del tuo cedimento.

Tutto questo tende a confonderti le idee, lo so. Preferiresti identificare una volta per tutte l’obbedire e il disobbedire con il giusto e lo sbagliato. Tuttavia le cose non sono così facili! Come in tutti i dilemmi, infatti, la soluzione non sta nella scelta, ma oltre la scelta stessa.

L’obbedienza non è più una virtù

Avevo più o meno 13 anni quando lessi per la prima volta un libretto dal titolo “L’obbedienza non è più una virtù”. Don Lorenzo Milani lo aveva scritto nel 1965. Si poneva la questione di come trasmettere il concetto di obbedienza alle leggi agli allievi della sua piccola scuola dispersa tra le colline. «Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate».

Don Lorenzo parlava di “ubbidienza alla legge” dello Stato, ma quando io lessi quel libretto pensai all’obbedienza in generale. A 13 anni il dilemma obbedire o non obbedire era un tema caldo nelle mie viscere. Da allora ogni volta che mi sono trovato davanti ad un bivio, la risposta che mi sono dato è sempre stata la stessa “L’obbedienza non è più una virtù”. Obbedisci o evita di obbedire, in entrambi i casi stai solo compiendo una scelta.

Scelte diverse, storie diverse

Come tutti ho anche io i miei scheletri nell’armadio. Tuttavia, se rovisto bene tra i ricordi, riesco a trovare anche alcune obbedienze evitate di cui vado fiero per le esperienze che mi hanno concesso di fare. Sia chiaro, non critico chi ha obbedito a ciò a cui io ho disobbedito. Voglio solo sottolineare che se vuoi storie diverse, devi fare scelte diverse. E per fare scelte diverse, qualche volta devi evitare di obbedire.

Quelle tre volte che ho evitato di obbedire

La prima mancata obbedienza al “percorso” fu quando, dopo la laurea, decisi di non candidarmi per la scuola di specializzazione. Mentre frequentavo i reparti ospedalieri come studente di medicina mi ero convinto che se volevo aiutare le persone prima e meglio avevo la necessità di sviluppare un pensiero e una pratica medica generalista. Rifiutai la “specializzazione” in favore della “generalizzazione”.

E in un mondo occidentale in cui lo specialista è l’esperto, scegliere di fare il generalista appare decisamente una scelta disobbediente.

La seconda mancata obbedienza al “percorso” fu quando rinunciai a frequentare il corso per medico di medicina generale. Volevo approfondire la medicina cinese. Avevo cominciato per caso a studiare agopuntura, farmacologia e massaggio cinese. Rapidamente avevo colto che si trattava di una pratica medica basata sull’indurre il corpo a reagire e regolarsi da sé, piuttosto che sul bloccarlo e orientarlo in modo forzato.

E in un mondo occidentale in cui il costrutto medico scientifico di base è che il corpo impazzisce, investire sul fatto che il corpo è intelligente è decisamente disobbediente.

La terza mancata obbedienza la misi in atto quando mi stancai di dire a persone che soffrivano di disturbi psicosomatici “Stai tranquillo, non hai nulla!” solo perché gli esami erano negativi. Queste persone soffrivano di ipocondria o altri disturbi somatoformi, non era vero che non avevano nulla.
Di questi disturbi si soffre e si muore come di qualsiasi altro disturbo di salute non curato o curato male. Decisi di iscrivermi alla scuola di specializzazione in psicoterapia. Avevo l’impressione che l’unico modo per andare oltre il dualismo pratico tra mente e corpo fosse quello di essere competente nel trattamento dei problemi dell’una e dell’altro.

E decidere di dedicarsi a comprendere e curare ciò che non si vede e non si misura, ma c’è, è ancora abbastanza disobbediente.

Tradire il vecchio per costruire il nuovo

In realtà se penso al bene più grande che ho sempre perseguito, non mi sembra di avere disobbedito. Ho solo cercato di aiutare le persone che soffrono in modo più rapido ed efficace. Tuttavia, per chi comprende le logiche del settore sanitario, è chiaro quanto le mie mancate obbedienze al percorso formativo previsto abbiano avuto il sapore di veri e propri gesti di tradimento nei confronti di amici e colleghi. E non nascondo che non passano giorni in cui io non senta o legga sui media critiche rispetto a chi si discosta dal percorso formativo previsto. La mancata obbedienza di pensiero è la più temuta.

Tuttavia, sono proprio gli atti di mancata obbedienza quelli grazie ai quali ciascuno di noi può esplorare strade che non esistevano nel percorso previsto dall’obbedienza. Del resto come disse Lord Baden Powel “Se una strada non esiste, la creeremo”. E per creare una strada che non esiste sono necessari atti di mancata obbedienza.

Quello che conta è ispirarsi ad un principio superiore

Tutti accettiamo che un’autoambulanza violi i limiti di velocità per portare una persona in pronto soccorso il prima possibile. Al tempo stesso tutti rifiutiamo che un automobilista faccia lo stesso solo per arrivare puntuale ad un pranzo di famiglia. Nel primo caso la mancata obbedienza al codice della strada in realtà è una forma di obbedienza ad un principio superiore ossia la sopravvivenza di un essere umano. Nel secondo caso invece la disobbedienza sarebbe obbedienza ad un principio inferiore ossia la cura di un interesse personale.

Che cos’è la virtù?

A questo punto ti domando: che cos’è per te la virtù?
…ti auguro di obbedire principio “più” superiore a cui potrai di volta in volta accedere.

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Comunicare

Come costruire idee difendibili (e come difenderle)

Le idee che non sfidano nessuno, non sono idee, ma commenti. E i commenti, proprio perché non sono idee, fanno sprecare tantissima energia nel tentativo di difenderli.

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Difendere le tue idee è un’arte. Se non sei interessato al tema, sappi che forse sei un saggio, che si rende conto che qualcun altro ha già espresso idee ottime e non sente il bisogno, per il momento, di contribuire al dibattito.

Se sei interessato sappi che difendere le tue idee comincia dal prenderti cura della loro costruzione.

Difendere le tue idee, se sono pessime, è un compito rivoltante e pretendere che sia la società a farlo ti qualificherebbe come un piccolo uomo. Se ti piace l’idea, contento tu! Se invece vuoi imparare nuovamente l’arte di difendere le tue idee, penso di poterti dare alcuni suggerimenti.

Difendere le tue idee significa raffinarle

Quando esponi le tue idee, vorrei che tu pensassi che quello che hai elaborato e comunicato è solo una prima bozza.
Per quanto tu abbia lavorato un’idea accuratamente fra te e te, si tratta ancora di un materiale grezzo che necessita di essere lavorato.

Il traguardo creativo a cui puoi arrivare, dipenderà da quanto tu sarai in grado di difendere le tue idee dagli attacchi di coloro che da esse si sono sentiti sfidati.

Tieni bene a mente questo principio: le idee che non sfidano nessuno, non sono idee, ma commenti.

Idee come lame

Le idee sono un po’ come le lame dei coltelli: per affilarle devi sfregarle tra loro, devi lasciare che si taglino a vicenda. Se le lasci riposare ben difese nel fodero, arrugginiscono.

La via della saggezza

Prima di addentrarci nella tecnica di difesa di un’idea, vorrei parlarti di coloro che non hanno bisogno di difendere le proprie idee.
Parlo dei saggi, i quali evitano di formulare un’idea propria e preferiscono sostenere l’idea ottima che qualcuno ha proposto prima di loro.

Appaiono umili, ma in realtà sono risoluti e dediti ad uno scopo: ottenere gli effetti che desiderano, perché sono gli effetti quelli che contano.

Il saggio pensa che le persone non dovrebbero formulare un’idea solo per esercitare il proprio diritto ad esprimersi liberamente. Si può essere liberi anche quando si tace.

Ruba come un artista

Quando ci sentiamo illuminati da un’idea altrui, occuparci di diffonderla, magari amplificandola un po’, è vera saggezza.

In quel caso, come artisti rubiamo per rendere migliore ciò che è già ottimo. Così a volte accade che anche dalla nostra testolina scaturiscano idee ottime.

La via dello stratega

Se, invece, tu sei uno di quelli che sente che la necessità di proporre idee nuove, lascia che ti ricordi che la difesa di un’idea inizia nel momento in cui la costruisci.

Difendere una pessima idea sarebbe un compito arduo e sofferto, soprattutto se ti dovessi rendere conto che l’idea che hai formulato non è poi così degna di essere difesa.

Se vuoi evitare di consumare energie nel difendere idee pessime, quindi, investile nel costruire idee ottime.

La libertà di avere idee

C’è stato un tempo in cui non era contemplato che le persone esprimessero le proprie idee, perché non era contemplato che le persone avessero idee. Solo gli uomini abbastanza ricchi potevano avere idee. Il pensiero degli altri esseri umani non valeva più di quello di un animale.

Poi è arrivata la libertà di pensiero e di espressione e il conseguente impegno delle società di difendere questa libertà.

Tutti traiamo vantaggio dal fatto che gli altri esprimano le loro idee e le comunichino. È così che le società si arricchiscono. L’intelligenza di un gruppo è maggiore se tutti i suoi membri pensano ed esprimono le proprie idee. La somma dei nostri cervelli crea un cervello enorme con una capacità di calcolo infinita.

Delegare la nostra difesa ci rende fragili

Tuttavia, quando viviamo con la certezza che ci sia sempre qualcuno che si occupa di difendere le nostre idee, tendiamo a disimparare come farlo noi, in prima persona. Così, se qualcuno attacca le nostre idee, risultiamo disarmati e spesso ci sentiamo traditi.

Quando deleghiamo la difesa delle nostre idee agli altri, diventiamo meno attenti nel comprendere in anticipo l’impatto che le nostre idee possono avere sul mondo che ci circonda e quasi ci stupiamo che altri possano sentirsi minacciati e feriti dalle nostre visioni.

Ci sembra così naturale pensare come noi pensiamo che scontrarci con il fatto che qualcuno possa pensarla diversamente ci stupisce e ci ferisce.

Così i feriti finiscono per essere due: gli altri, feriti dalle nostre idee, e noi, feriti dalle idee degli altri.

Si soffre anche per via delle idee

In una società come la nostra, in cui è sempre più difficile soffrire per qualcosa di fisico (fame, sete, guerra, fatica,…), soffrire per gli effetti di un’idea è il principale motivo di sofferenza.

E quando soffriamo, anche se per via di una semplice idea, siamo pronti a tirare fuori gli artigli pur di liberarci dalla spina che ci affligge.

Come costruire idee difendibili

Se hai presente tutto questo, allora capirai quanto è importante costruire idee difendibili.
Un’idea difendibile, finisce per difendersi già da sola. Ma quali sono le caratteristiche di un’idea difendibile?

Ci ho riflettuto a lungo e sono giunto alla conclusione che le idee difendibili hanno per lo più tre caratteristiche.

1.Per difendere le tue idee devi costruirle

Non c’è momento della tua vita in cui il tuo cervello sia silenzioso, ma questo non significa che il rumore di fondo del tuo cervello meriti di essere considerato un’idea. Costruire un’idea è diverso da pensare.

Nel primo caso infatti tu guidi il flusso dei tuoi pensieri, nel secondo lasci semplicemente che gli stimoli interni ed esterni a te ti sollecitino.

Nel primo caso hai uno scopo, nel secondo ti fai portare dalla corrente.

2.Creiamo idee per creare cambiamento

Le tue idee parlano di come secondo te le cose vanno o potrebbero andare. Sono le tue visioni.

Formulare idee significa prenderti la responsabilità di mettere in discussione una determinata visione della realtà, affinché cambi. Comunicare le tue idee significa esporti e darti da fare affinché la tua visione contribuisca a cambiare la visione degli altri.

3.Le idee distruggono e creano

Le idee implicano sempre effetti costruttivi e distruttivi. Ogni idea squalifica qualcosa e riqualifica qualcos’altro. Se un’idea non implica distruzione e ricostruzione, allora è puro sfogo o puro sogno. Un semplice commento.

Quando comunichi la tua idea, produrrai subito due effetti: la felicità di chi vede costruito ciò che ama, ma anche l’ira di chi vede distrutto ciò che ha amato. Difendere la tua idea implica che tu sappia rendere la realtà ricostruita migliore della realtà distrutta.

La libertà di esprimerti… liberamente!

Forse penserai che costruire idee difendibili significhi in realtà accettare compromessi: mettere le briglie alla libertà di esprimerti liberamente.

Se è così che la pensi non posso contraddirti.

Sono d’accordo con te. Tuttavia, sappi che ho l’impressione che l’essere umano utilizzi la sua libertà solo quando si sente imbrigliato. Quando non ha briglie, preferisce pascolare.

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