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Nessuno parla di Mobbing (ma qualcuno ne parli)

Puoi sentire bestemmie creative, frasi colorite e medievali battute a sfondo sessuale. Però in azienda nessuno parla di mobbing. E invece dovremmo parlarne.

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C’è una parola che in azienda non si dovrebbe mai pronunciare. Ho conosciuto aziende dove le persone non si facevano troppi problemi a dare del negro. Dove le bestemmie erano normali (sono Veneto, in fin dei conti). Dove la discriminazione di genere viene perpetrata con fare quasi orgoglioso, asserendo che una donna non potrebbe mai fare quel lavoro.

Ma ancora non ho conosciuto aziende dove si usasse la parola mobbing, se non con fare sussurrato. Magari parlando di questo o quell’altro collega. Certo, fuori dalle mura aziendali se ne parla. Ne parlano i giornali, se ne parla dall’avvocato, e magari anche dallo psicologo.

 

Ma dentro l’azienda è una sorta di tabù. Anche negli Uffici Risorse Umane, che in teoria dovrebbero essere i garanti del benessere dei dipendenti.

Insomma, la storia la conosci. Un dipendente, uomo o donna che sia, inizia a vivere abusi da parte del proprio superiore. All’inizio li ignora, si comporta normalmente. Ma con il passare del tempo gli abusi si fanno sempre più aggressivi, violenti, e chi li subisce non sa più come reagire. A un certo punto prende coraggio, e si reca dall’Ufficio Risorse Umane per raccontare la sua storia, ma ecco, appena pronuncia la parola mobbing, ottiene prima sguardi impauriti, poi scettici, quindi sarcastici. Sta tutto nella sua testa, gli viene detto. Quella persona non ha mai avuto denunce di quel tipo. Si tratta di un manager incredibilmente rispettato. E poi, che prove avrebbe di quei presunti abusi?

A un certo punto, incapace di reagire, la persona va da un avvocato per farsi consigliare, che però risponde che è vero, senza prove non può farci nulla. Magari si confida con il proprio partner, o con gli amici, e tutti sono concordi. In quell’azienda non ti rispettano, dovresti andartene, dicono.

Finché a un certo punto cede. Rassegna le proprie dimissioni, ma è una sconfitta, perché così ha fatto il gioco del proprio manager, che voleva allontanarlo fin dal primo momento.

Questa, almeno, è la storia come viene raccontata normalmente dai giornali, ma anche dai film, dalle serie TV. La perfetta retorica del debole che viene oppresso dal più forte. Ma se ti aspetti conforto o simpatia in questo articolo, non la troverai. Perché in ogni storia ci sono sempre almeno due prospettive, e io oggi desidero raccontare quella dell’oppressore.

 

Immagina ora il manager di poco fa. Da poco promosso alla sua posizione sente il bisogno di asserire il suo potere in un modo talvolta aggressivo, che sente non appartenergli. Ha acquistato una macchina da un sacco di soldi che non gli piace, solo per nascondere a se stesso il fatto che è intimorito dall’idea di dare ordini a qualcuno.

L’azienda non ha investito un euro nella sua formazione per renderlo un manager migliore, e quindi è vincolato a quei pochi meccanismi comunicativi che conosce. Nella sua mente esiste l’idea che se il rispetto non viene dato, allora deve essere forzato in modo anche violento. Naturalmente non la pensa in questi termini. Più che altro qualcosa sulle linee del “il mio è il ruolo del manager, e quindi il rispetto mi è dovuto, altrimenti ci saranno delle conseguenze”.

Salvo poi accorgersi che questo rispetto non è così scontato come credeva. Alla sua comunicazione aggressiva in molti lo ignorano, sfruttando le falle del sistema per fare di testa loro. Magari li minaccia qualche volta, ma loro non si spaventano, e fanno come se non ci fosse. Poi ci sono quelli che lo intimidiscono, così sicuri nella loro posizione, così competenti. Con loro non ci prova nemmeno.

E poi ecco, c’è quell’unica persona che quando lui urla arrossisce e non sa come rispondere. Che reagisce alla sua rabbia con paura. Alla sua aggressione con sottomissione.

Senza nemmeno rendersene conto, inizia a gravitare intorno a questa persona, perché è l’unica che riesce a dargli la sicurezza che brama, e non riesce ad ottenere. E più il tempo passa, più la loro relazione si cristallizza in una dinamica di schiavo e oppressore.

Poi, però, il dipendente fa la sua denuncia all’Ufficio Risorse Umane che squalifica la cosa, e lo fa per un motivo molto semplice: vuole evitare cause legali per l’azienda. Ma questo non significa che ignori l’accaduto. Chiama il manager a colloquio, e hanno una discussione imbarazzata. Il manager nega tutto, ma nei giorni successivi, quando ormai il dipendente ha dato le dimissioni, le voci iniziano a circolare. Pare che se ne sia andato per mobbing. Gli altri colleghi confermano: è sempre stato molto aggressivo. La posizione vacante viene ricoperta da un’altra persona, che però in poco tempo inizia a guardarlo con diffidenza, quasi a cercare il mostro che si nasconde dietro alla maschera del manager. Se prima nessuno era realmente collaborativo, improvvisamente sono tutti deliberatamente ostili. Gestire il team diventa impossibile, e presto il manager viene allontanato dall’azienda, perché non riesce a raggiungere delle performance adeguate alle aspettative.

Come puoi notare, la storia assume tinte diverse quando è raccontata dall’altra prospettiva. Certo, possiamo sempre essere d’accordo sul fatto che alla radice del problema sta la comunicazione aggressiva del manager, ma il fatto stesso che essa sia percepita come mobbing da una sola persona la dice lunga su quanto, in realtà, di fatto l’intento non fosse quello.

Insomma, diciamoci le cose come stanno. Sono sicuro che ci siano dei casi in cui dei manager o delle aziende hanno il deliberato intento di allontanare un collaboratore dall’azienda, e magari non siano nelle condizioni di avviare una procedura di licenziamento (anche se con le nuove regolamentazioni in teoria oggi dovrebbe essere possibile, anche nel settore pubblico). Questo tipo di mobbing è figlio di una cultura in cui il posto fisso è visto in modo religioso come un diritto ineluttabile: se non posso allontanarti dall’azienda, allora ti spingo ad andartene, e questa è una triste realtà della politica economica italiana.

C’è però anche un altro tipo di mobbing, quello che nasce non tanto da un deliberato intento da parte dell’azienda, quanto da una cattiva complementarietà caratteriale tra il manager e il dipendente. E non stupisce come il mobbing di questo secondo tipo sia, in realtà, di gran lunga il più frequente.

Oggi siamo sommersi dalla retorica del debole che deve essere difeso, e del forte che è sempre nella colpa, quando aggredisce il debole, nonostante questi fenomeni relazionali siano stati descritti e studiati in ambito psicologico, ma in modo completamente diverso.

Paul Watzlawick, infatti, parlava di relazione patologicamente complementare, descrivendola come quella che lega la vittima al suo aguzzino, e che si può ritrovare in molte dinamiche, come quella tra moglie sottomessa e marito oppressore (o viceversa, naturalmente). Ma anche il manager e il dipendente che subisce mobbing.

Mi rendo conto che questa sia una lettura poco popolare della realtà, ma è molto chiaro a chi studia i fenomeni comunicativi che le relazioni si fanno sempre (almeno) in due, e l’aguzzino crea la vittima tanto quanto la vittima crea il suo aguzzino.

Se torni alla storia che ho raccontato poco fa, noterai che il manager ha trovato terreno fertile per sfogare il suo carattere solo in una persona, che quindi è responsabile della dinamica tanto quanto lui.

Chiariamoci sui termini: il fatto che ne sia responsabile non significa che l’abbia scelto deliberatamente, bensì che sia stata la sua comunicazione, mal gestita, a influenzare quel comportamento nel manager. Come il non conoscere una legge non è un attenuante nell’infrangerla, così il non gestire la propria comunicazione non è un’attenuante nel subire quella degli altri.

Ma quindi, se subisci del mobbing, come puoi difenderti?

Beh, la fortuna è che esiste uno stratagemma realmente semplice che si può mettere in pratica, ed è quello dell’Uccidere il Serpente con il suo stesso Veleno [Cavalcare la propria tigre; Nardone G.]. Significa usare la stessa aggressività che ci viene rivolta per danneggiare l’aggressore, invece che noi stessi. Che non significa che dobbiamo rispondere alla violenza con altra violenza (quello sarebbe il nostro veleno, non quello del serpente che ci aggredisce), bensì con la sua violenza stessa, in modo subdolo ma potente: ogni volta che riceviamo una critica, o un atto che consideriamo mobbing, dobbiamo ringraziare.

Rispondere, quindi, con una formula del tipo “grazia di questa critica che mi rivolgi, perché mi aiuta a crescere professionalmente”. O anche “grazie per essere sempre così puntiglioso con me, perché senza di te non riuscirei ad essere ciò che sono”. Un ringraziamento come questo spiazza, poiché crea un doppio legame comunicativo: se la persona smette di criticarmi, avrò raggiunto il mio risultato; se continua, sarà con la consapevolezza di aiutarmi, e quindi ai suoi occhi non sarò più vittima, ma risorsa preziosa da far crescere.

Questa è un’arma segreta, che chi subisce mobbing può portare sempre con sé, ma l’effetto straordinario è che quasi mai capita di doverla davvero usare. Sapere di avere questo pugnale nascosto, infatti, è sufficiente per far cambiare atteggiamento. Improvvisamente, chi fino al giorno prima era vittima di mobbing scopre che il suo manager è diventato improvvisamente sensibile ed educato, e non dà occasione alcuna di usare questo stratagemma.

Perché la storia che nessuno racconta sul mobbing è proprio che il vero serpente è quello fatto di paura e risentimento che si porta dietro chi lo subisce, e viene ucciso dal suo stesso veleno, cambiando completamente atteggiamento, smettendo di essere vittima, ma iniziando a diventare preziosa risorsa per l’azienda.

Sono Consulente, Formatore e Coach. Ma anche podcaster, scrittore, cuoco, giardiniere, marito e padre. Studio modelli di Comunicazione e Problem Solving, e li uso per aiutare le persone e le aziende a risolvere problemi apparentemente irrisolvibili, o a raggiungere obiettivi incredibilmente sfidanti, che di solito hanno a che fare con la gestione del cambiamento, la leadership, e la negoziazione. Insomma, un po' un Mr. Wolf, senza però tutto quel sangue, rughe e papillon.

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L’obbedienza non è più una virtù

Gli atti di mancata obbedienza, soprattutto se motivati da un principio superiore, permettono di esplorare strade non contemplate dal percorso dell’obbedienza.

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L’obbedienza non è più una virtù, la scelta e la responsabilità della scelta hanno insidiato da tempo il suo primato. Come dice quel simpatico detto “Le bambine brave vanno in paradiso, quelle cattive dappertutto”. E se essere cattive (o cattivi) significa scegliere piuttosto che obbedire, sembra proprio che la scelta sia la nuova virtù.

Obbedire o non obbedire? La soluzione sta oltre la scelta

“Obbedire o non obbedire?”. Ti è mai capitato di trovarti a riflettere su questo dilemma? Se ci pensi è sempre il solito quesito “Essere te stesso o cedere al compromesso?”. La complicazione sta nel fatto che per essere te stesso ti rendi conto che a volte devi obbedire, altre volte devi evitare di farlo. Per cui la differenza tra essere te stesso e cedere al compromesso in realtà sfuma. Anche quando cedi, infatti, sei te stesso e sei responsabile del tuo cedimento.

Tutto questo tende a confonderti le idee, lo so. Preferiresti identificare una volta per tutte l’obbedire e il disobbedire con il giusto e lo sbagliato. Tuttavia le cose non sono così facili! Come in tutti i dilemmi, infatti, la soluzione non sta nella scelta, ma oltre la scelta stessa.

L’obbedienza non è più una virtù

Avevo più o meno 13 anni quando lessi per la prima volta un libretto dal titolo “L’obbedienza non è più una virtù”. Don Lorenzo Milani lo aveva scritto nel 1965. Si poneva la questione di come trasmettere il concetto di obbedienza alle leggi agli allievi della sua piccola scuola dispersa tra le colline. «Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate».

Don Lorenzo parlava di “ubbidienza alla legge” dello Stato, ma quando io lessi quel libretto pensai all’obbedienza in generale. A 13 anni il dilemma obbedire o non obbedire era un tema caldo nelle mie viscere. Da allora ogni volta che mi sono trovato davanti ad un bivio, la risposta che mi sono dato è sempre stata la stessa “L’obbedienza non è più una virtù”. Obbedisci o evita di obbedire, in entrambi i casi stai solo compiendo una scelta.

Scelte diverse, storie diverse

Come tutti ho anche io i miei scheletri nell’armadio. Tuttavia, se rovisto bene tra i ricordi, riesco a trovare anche alcune obbedienze evitate di cui vado fiero per le esperienze che mi hanno concesso di fare. Sia chiaro, non critico chi ha obbedito a ciò a cui io ho disobbedito. Voglio solo sottolineare che se vuoi storie diverse, devi fare scelte diverse. E per fare scelte diverse, qualche volta devi evitare di obbedire.

Quelle tre volte che ho evitato di obbedire

La prima mancata obbedienza al “percorso” fu quando, dopo la laurea, decisi di non candidarmi per la scuola di specializzazione. Mentre frequentavo i reparti ospedalieri come studente di medicina mi ero convinto che se volevo aiutare le persone prima e meglio avevo la necessità di sviluppare un pensiero e una pratica medica generalista. Rifiutai la “specializzazione” in favore della “generalizzazione”.

E in un mondo occidentale in cui lo specialista è l’esperto, scegliere di fare il generalista appare decisamente una scelta disobbediente.

La seconda mancata obbedienza al “percorso” fu quando rinunciai a frequentare il corso per medico di medicina generale. Volevo approfondire la medicina cinese. Avevo cominciato per caso a studiare agopuntura, farmacologia e massaggio cinese. Rapidamente avevo colto che si trattava di una pratica medica basata sull’indurre il corpo a reagire e regolarsi da sé, piuttosto che sul bloccarlo e orientarlo in modo forzato.

E in un mondo occidentale in cui il costrutto medico scientifico di base è che il corpo impazzisce, investire sul fatto che il corpo è intelligente è decisamente disobbediente.

La terza mancata obbedienza la misi in atto quando mi stancai di dire a persone che soffrivano di disturbi psicosomatici “Stai tranquillo, non hai nulla!” solo perché gli esami erano negativi. Queste persone soffrivano di ipocondria o altri disturbi somatoformi, non era vero che non avevano nulla.
Di questi disturbi si soffre e si muore come di qualsiasi altro disturbo di salute non curato o curato male. Decisi di iscrivermi alla scuola di specializzazione in psicoterapia. Avevo l’impressione che l’unico modo per andare oltre il dualismo pratico tra mente e corpo fosse quello di essere competente nel trattamento dei problemi dell’una e dell’altro.

E decidere di dedicarsi a comprendere e curare ciò che non si vede e non si misura, ma c’è, è ancora abbastanza disobbediente.

Tradire il vecchio per costruire il nuovo

In realtà se penso al bene più grande che ho sempre perseguito, non mi sembra di avere disobbedito. Ho solo cercato di aiutare le persone che soffrono in modo più rapido ed efficace. Tuttavia, per chi comprende le logiche del settore sanitario, è chiaro quanto le mie mancate obbedienze al percorso formativo previsto abbiano avuto il sapore di veri e propri gesti di tradimento nei confronti di amici e colleghi. E non nascondo che non passano giorni in cui io non senta o legga sui media critiche rispetto a chi si discosta dal percorso formativo previsto. La mancata obbedienza di pensiero è la più temuta.

Tuttavia, sono proprio gli atti di mancata obbedienza quelli grazie ai quali ciascuno di noi può esplorare strade che non esistevano nel percorso previsto dall’obbedienza. Del resto come disse Lord Baden Powel “Se una strada non esiste, la creeremo”. E per creare una strada che non esiste sono necessari atti di mancata obbedienza.

Quello che conta è ispirarsi ad un principio superiore

Tutti accettiamo che un’autoambulanza violi i limiti di velocità per portare una persona in pronto soccorso il prima possibile. Al tempo stesso tutti rifiutiamo che un automobilista faccia lo stesso solo per arrivare puntuale ad un pranzo di famiglia. Nel primo caso la mancata obbedienza al codice della strada in realtà è una forma di obbedienza ad un principio superiore ossia la sopravvivenza di un essere umano. Nel secondo caso invece la disobbedienza sarebbe obbedienza ad un principio inferiore ossia la cura di un interesse personale.

Che cos’è la virtù?

A questo punto ti domando: che cos’è per te la virtù?
…ti auguro di obbedire principio “più” superiore a cui potrai di volta in volta accedere.

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Essere freelance è una vocazione (quindi non è per tutti)

I lavori autonomi sono spesso presentati come la soluzione alla difficoltà di trovare un lavoro. Ma, in mancanza di un vero desiderio e di tanta determinazione, può rivelarsi una esperienza dolorosa.

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Sono una libera professionista dal 2008.

Lo sono diventata per caso; perché mi è stata offerta un’opportunità professionale che mi allettava molto e perché avevo la nausea di certe esperienze da dipendente: piccoli soprusi, contributi non versati, rigidità inconcepibili nel 21° secolo.

Conosco molte persone che hanno cominciato così.
In effetti, a meno di voler esercitare professioni ordinistiche (avvocato, commercialista, architetto, …) non è che uno si svegli la mattina con l’ardente desiderio di aprire la partita iva.
Almeno, non in Italia.

Tanta burocrazia, una tassazione quasi vessatoria, l’incertezza dei guadagni.
Tutta roba che da dipendente non vedi, perché è a carico dell’impresa.
Tu sai solo che in un certo giorno del mese ti viene accreditato uno stipendio, piccolo o grande: come quei soldi si siano effettivamente generati, non è un tuo problema.

Quando mi sono resa autonoma, ho guardato con occhi diversi.
Non che non conoscessi le dinamiche, ma era cambiato il mio punto di osservazione.
E avevo improvvisamente paura, tanta paura.
Paura di non riuscire, paura di non fatturare abbastanza, paura di non riuscire a gestire tutto da sola.

La terra di mezzo

Ma la voglia di mettermi in gioco e di iniziare a collaborare con una grande azienda multinazionale ha vinto su tutte le paure.
Quell’azienda non prevedeva dipendenti in ruoli commerciali e manageriali: l’unico modo per entrare era con la partita iva.

E così, sono diventata, per usare la definizione di ISTAT, una dependent self employed, ovvero una di quelle persone che, pur risultando autonome, hanno almeno il 75% del proprio fatturato (e qualcosa in più del proprio tempo lavorativo) legato a un solo committente.
È una specie di terra di mezzo: non sei dipendente ma nemmeno devi fare tutto da solo.

L’azienda ti mette a disposizione strumenti, personale amministrativo, un ufficio, e tu, in cambio, lavori praticamente solo per lei.
Per certi versi è più rassicurante, almeno per un po’.
Ti senti parte di una struttura più grande, hai colleghi con cui confrontarti, superiori a cui chiedere aiuto, strutture e strumenti apparentemente senza costo.

Una terra di mezzo molto affollata a ben vedere: circa i 4% del totale dei lavoratori e delle lavoratrici in Italia, e il 18% di chi ha partita iva sembra che questa sia un’anomalia tutta nostrana. E, in effetti, siamo il Paese Europeo con il maggior numero di lavoratori autonomi (23,2% contro una media del 15,7%).

In questo modo, le aziende cercano un modo per abbattere gli esorbitanti costi del lavoro; e le persone, dal canto loro, trovano un modo per rimanere ancorate al vecchio mito del posto fisso.

Eh già, perché il paradosso di questo lavoro super precario (per guadagni, gestione, orari) è che è a tempo indeterminato.
Il mandato professionale è fiduciario; quindi non prevede scadenza.
Il contratto rimane in vigore fintanto che permane la fiducia.
Il che vuole anche dire che l’azienda può serenamente comunicarti che da domani mattina – letteralmente puoi restartene a casa a dormire, perché è cessata la fiducia. E lo puoi fare, sostanzialmente, anche tu.

Nel bene e nel male (più nel bene che nel male) ho fatto questa vita per otto anni, sempre in grandi aziende, e ho imparato alcune cose che mi sono servite nel passaggio a “davvero autonoma”.

Fare libera professione non è come fare impresa

Fare libera professione è più semplice perché:

1. puoi non avere una sede fisica.
Lo smartworking, di cui tanto si parla per il personale dipendente, è la prassi, da anni, per moltissimi freelance.
Puoi lavorare da casa, presso il/la committente, in coworking, e così via.

2. puoi non avere personale.
Anzi, generalmente non ne hai. Il 68% delle partite iva in Italia è senza dipendenti. Il che vuol dire che non hai i costi e, soprattutto, la responsabilità, di persone che lavorano per te.

Ma, anche da freelance, devi avere:
a) un capitale iniziale.
A meno che tu non abbia ereditato l’attività, gli inizi possono essere molto difficili. Devi costruirti credibilità, una tua clientela, una continuità lavorativa.
Quindi, per un po’, devi mettere in conto che non guadagnerai; o, comunque, che non guadagnerai abbastanza.

b) una certa propensione al rischio.
Se vuoi emergere nel mercato, devi distinguerti. Il che vuol dire anche rischiare di non fare la scelta giusta o di non riuscire a trasferire la tua unicità.

La vita da freelance non è per tutti

Alcune persone immaginano la vita da freelance come una lunga vacanza ben pagata.
In realtà, devi essere consapevole che, a meno di straordinari talenti o altrettanto straordinari colpi di fortuna:

1. l’avvio è duro e il mantenimento non è da meno.
Se all’inizio devi cercare il tuo mercato, poi te lo devi tenere e accrescere: tanto lavoro di ricerca, preparazione, prova, aggiornamento, ricerca, preparazione, prova, aggiornamento,… che non finiscono praticamente mai.

2. ti svegli disoccupato tutte le mattine.
Nella libera professione devi sempre viaggiare su due livelli temporali contemporaneamente: il lavoro che fai oggi per guadagnarti da vivere, e il lavoro che farai domani, ma devi impostare oggi, per continuare a guadagnarti da vivere.
Il che vuol dire che, mentre raccogli frutti da un lato del campo, nell’altro lato devi arare, seminare, fertilizzare, coltivare, per garantirti un futuro raccolto.

3. devi essere disciplinato.
È vero che da freelance domini il tuo tempo, ma questo non vuol dire che puoi fare sempre come ti pare.
Non solo perché hai scadenze da rispettare, ma, soprattutto, per non rischiare di lavorare tutto il giorno tutti i giorni.
A volte dovrai farlo, per un certo tempo e per un determinato obiettivo, ma non può essere la prassi.
Non c’è nobiltà nel lavorare come schiavi, e non c’è denaro che tenga.
Anche se, mediamente, hai il privilegio di lavorare sulle tue passioni, la vita è anche altro e il rischio di alienarla è altissimo.

Te la devi sentire

Hai perso un lavoro da dipendente dopo i 40 anni? Mettiti in proprio.
Sei giovane? Dimenticati l’assunzione e, piuttosto, inventati una carriera da freelance (o, peggio, da startupper).
Niente di più sbagliato, in entrambi i casi.

Mi rendo conto che se hai bisogno e voglia di lavorare e le uniche offerte sul mercato sono per uno stagista con meno di 35 anni ma almeno 10 anni di esperienza (quindi, in entrambi i casi, sei fuori), l’unica via possibile ti sembri fare da te; ma il rischio di fallimento è altissimo.

Nella mia carriera manageriale ho selezionato qualche centinaio di persone per ruoli a partita iva.
Ci sono persone che proprio non sono vocate per queste professioni e, dopo un po’, le riconosci subito.

Sono quelle che pensano che tutto sia troppo facile o troppo difficile.
Quelle che ti chiedono quali sono gli orari.
Quelle che ti chiedono quanto si guadagna mediamente e che, quando rispondi “quanto saprai e vorrai guadagnare”, ti guardano come se avessi fatto una battuta di pessimo gusto.
Quelle che fanno un lavoro invece di essere un certo tipo di professioniste.
Quelle che non hanno ambizioni; che ti dicono che vogliono una vita tranquilla, e se chiedi loro cos’è la tranquillità, non rispondono.
Quelle che se chiedi loro dove si troveranno tra tre o cinque anni non ti sanno rispondere, perché non ci hanno mai pensato.
Quelle a cui se proponi un progetto che potrebbe essere un trionfo o un totale fallimento si tirano indietro perché vedono ogni sfida come un rischio, invece che ogni rischio come una sfida.

Ho erogato montagne di ore di formazione in autoimprenditorialità ma la verità è che, se non hai certe inclinazioni, nessuno te le può insegnare.

E non c’è niente di male.
Non sei sbagliato o carente.
Semplicemente, non è per te.

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Treding