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Non è tuo figlio?

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Chiedi a qualcuno perché il suo prodotto non ha funzionato, perché il suo lavoro non paga, perché non sta facendo ciò che sognava di fare. La risposta sarà spesso la stessa: non si poteva fare, era troppo difficile. O a volte ci si convince persino che l’idea fosse sbagliata.

Non c’è niente di nuovo, viviamo nella teoria degli alibi (Velasco docet) con alcune complicazioni. Una su tutte: colpa dei social.

I social sono la rimpatriata di classe perenne, il luogo del confronto perpetuo, l’occasione quotidiana per vedere che tutti riescono o che tutti falliscono.

Secondo gli stati d’animo scegliamo di volta in volta a cosa e chi credere; divisi tra “tutto puoi” e “provarci non serve a niente”.
Eppure, volendo farla molto semplice basta una sola parola: scopo.

Si, è la seconda volta in due giorni che ne parlo ma non mi pare ci sia molto altro al quale fare attenzione. È lo “start with why” del quale parla Simon Sinek ma anche “il perché senza il quale nulla può avere inizio e nulla si può portare a termine”. Semplice, banale, poco sexy. Ma vero.

Il destino del ragazzo intelligente

Sin dalle elementari sono sempre stato bravo a scuola, sono stato indicato come quello bravo, portato, con grandi capacità e prospettive. Mi è stato costantemente ricordato che chi ha talento è solo a metà dell’opera o forse all’inizio; serve impegno e dedizione, non sprecare le opportunità, trasformare il potenziale in risultati per non ritrovarsi con un pugno di mosche.

Sono anche stato quello che poteva fare di più e non lo ha quasi mai fatto. Ad un certo punto ho pensato fosse questo il mio vero destino.

All’università avevo una media stratosferica ma mi sono fermato a pochi passi dal traguardo. Coloro che ai tempi arrancavano, faticavano a starmi dietro, mi hanno superato in breve tempo, e poi infine doppiato.

No, il talento non basta.

È successo in tante altre cose: a 6 anni giocavo correttamente a scacchi, a 9 anni tenevo testa a quasi tutti gli adulti che dicevano di saper giocare, a 21 perdevo regolarmente con bambini e bambine di 7 o 8 anni, infine ho smesso.

Ero una “promessa” del pallone: il primo giorno che giocai in cortile al liceo, fui subito inserito nella squadra della scuola. Avevo 14 anni, basso e magrolino, ma avevo un pass speciale per stare con quelli dell’ultimo anno, saltare le lezioni, indossare una maglia da titolare ad ogni incontro. Non sono mai diventato un calciatore, infine ho smesso persino di provarci.

Il destino del ragazzo intelligente è così: grandi potenzialità, grandi aspettative, grandi delusioni. Il destino del ragazzo intelligente è che non importa quanto puoi essere dotato, bravo, talentuoso. Non sino a quando non trovi davvero ciò che vuoi essere e fare, ciò in cui credi. “Il perché”. Lo “scopo”.

Come la donna che scese dalla montagna

In un paese imprecisato che forse non esiste neppure, c’erano due tribù. Una viveva nell’alta montagna, l’altra in una pianura che pareva interminabile e perfettamente liscia.

Un giorno quelli della montagna arrivarono con intenzioni bellicose e misero a ferro e fuoco il villaggio, saccheggiarono più che poterono e scapparono via senza che nessuno li potesse fermare.
Nel bottino rapirono anche un neonato di pochi giorni. (Non si sa bene il perché!)

Gli uomini “di basso” dopo essersi ripresi dallo spavento, iniziarono a meditare il modo migliore per vendicare, e recuperare il neonato.
Non era facile: erano un popolo pacifico e non avevano alcuna idea di come arrivare in montagna, come salire, da dove passare, come evitare trappole e gli animali selvatici.
Tuttavia ci provarono: i più coraggiosi tra loro si diressero ai piedi della montagna decisi a scalarla, in un modo o nell’altro.

E provarono. Provarono ogni tecnica, ogni sentiero che pareva percorribile. Provarono ma fallivano ogni volta.
Stanchi ed umiliati concordarono allora che non vi era speranza, a malincuore ma bisognava desistere.

Mentre stavano raccogliendo le armi e stavano per rientrare videro però qualcosa che li lasciò increduli: una giovane donna, una delle loro, scendeva proprio dalla montagna, ed aveva con sé proprio il neonato che cercavano di recuperare.

Uno allora disse “Ma come hai fatto?” “Noi forti il doppio di te non siamo riusciti neanche ad avvicinarci…”
La donna rispose calma e per niente sorpresa “Non era tuo figlio.”

(tratto da Jim Stovall, You Don't Have to Be Blind to See)

Le tue idee sono tuo figlio. La tua vita è tuo figlio. Il tuo lavoro è tuo figlio.

Negli ultimi due anni ho scritto 560 post sui social, non ogni giorno ma quasi. Ho contattato tutti coloro che in un modo o nell’altro avrebbero potuto aiutarmi, farmi crescere, insegnarmi qualcosa, o semplicemente raccontarmi una buona storia.

Il 7 Novembre, tra due giorni, saranno due mesi che scrivo ogni giorno su questo blog – secondo le statistiche mondiali, lo fanno circa il 2,3% delle persone.
Non sono “la donna che scende vittoriosa dalla montagna” ma sto salendo, in un modo o nell’altro.
Ed in fondo conta anche questo: andare avanti, anche con fatica ed un passo per volta.

Qual è il tuo sogno? Il lavoro che ti renderebbe felice? Il “te” stesso che vorresti diventare?
Non bisogna credere che solo volerlo porti al successo ma neanche sottovalutare la potenza del crederci e combattere. Come se fosse tuo figlio, anzi è tuo figlio.

Siamo troppo grandi per credere alle favole ma anche al fatto che le favole non esistano.
Siamo troppo grandi per abbandonare le nostre idee sulla montagna, stringere le spalle e dire che non si può fare.
Siamo troppo grandi per un sacco di cose…

Avanti, con fatica, anche a piccoli passi. Cadi. Ti rialzi. Ancora avanti, ancora un passo. Cadi. Ti rialzi di nuovo. Un altro round.

Sino a quando vai avanti…beh non hai ancora vinto ma stai vincendo.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

Crescere

Quella volta che mi hanno licenziata (per fortuna)

Il giorno in cui è capitato non avrei mai pensato di dirlo, ma sì, la cosa migliore che mi sia capitata durante la carriera lavorativa è essere licenziata.

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Il giorno in cui è capitato non avrei mai pensato di dirlo, ma sì, la cosa migliore che mi sia capitata durante la carriera lavorativa è essere licenziata.

Ricordo ancora quel giorno: dopo il week end passato sul set faccio la copy, stavamo girando la pubblicità di un detergente intimo – rientro in agenzia al mattino.

Lavoro un’oretta, le solite cose: mail da smazzare, telefonate coi fornitori, settimana da pianificare, in attesa dell’ok per registrare l’audio del nuovo spot.

Poi i capi mi chiamano in sala riunione.

“Puoi venire? Dobbiamo parlarti”.

Mi si sono seduti entrambi di fronte e mi hanno semplicemente detto che l’internazionale di cui facciamo parte ha deciso di imporre dei tagli al personale e hanno deciso di licenziare me.

Senza nessun “ci dispiace”, senza altro. Nessuna avvisaglia i giorni prima… e poi una doccia gelata di spilli, una vertigine che ti fa domandare dove sarai domani. Il tuo posto non esiste più. Tu non servi più.

La prima cosa che pensi è che sarai povera. Non scherzo: pensi subito che non ti potrai permettere più nulla, dovrai correre ai ripari, che devi subito tagliare il tagliabile.

Pensi: “E le bollette?”

Poi c’è stata la rabbia: cominci a contare le ore di straordinario non retribuite, a pensare a quello che hai fatto, a quanto non ne sia valsa la pena, al fatto che hai fatto tanto per la società che ora ti ripaga mettendoti alla porta, tu e le tue domeniche lavorative e le notti non retribuite. Il tempo tolto a chi ami per sentirsi dire “sei licenziata”.

Ti trovi a dare ragione a chi ti diceva di smetterla di lavorare così tanto. Che tanto non stavi salvando la vita a nessuno: inutile.

Lo smarrimento è durato qualche giorno: il tempo di sentire un avvocato, mettere in pista la causa per il licenziamento, prendere le mie cose e covare il giusto risentimento verso i capi che, per fortuna loro, non ho più incontrato. In quel periodo mi sono presa le ferie più belle della vita: quelle senza meta, che si decidono di giorno in giorno e con un grande salto nel vuoto al rientro.

Non sapevo cosa avrei fatto, poi ci ha pensato il talento.

Si, devo comunque dire grazie a quegli anni di attività a testa bassa perché la gente ha apprezzato quello che ho fatto.

Hanno cominciato a chiamarmi: sentito che mi avevano licenziata, hanno cominciato a cercarmi per passarmi dei lavori a tempo.

Così ho fatto, la voce si è sparsa, e incredibilmente da dieci anni a questa parte lavoro.

Alla fine fare il freelance è questo: non avere certezze di quello che farai domani.

Abituata al “non lo so”.

Sicuramente ci sono liberi professionisti più abili di me nel riuscire a pianificare con una certa stabilità il loro futuro. Io no. Non chiedetemi per chi lavorerò domani perché non lo so. E cosa incredibile che continuo a ripromettermi da dieci anno a questa parte è che appena avrò tempo scriverò un libro. Appena mi libererò da quella consegna, appena fatta quella telefonata, appena sfangata quella presentazione, mi rimetterò a scrivere.

E da un lavoro ne scaturisce un altro, un tuo cliente parla bene di te a un suo contatto ed eccoci qui, dopo 10 anni, a poter dire con certezza che non tornerei mai indietro.

Le notti che faccio le faccio per me perché io ho deciso che quello che devo fare è tanto urgente da meritarsi una notte insonne.

Sono io che decido quando prendermi dei giorni di libertà – il lavoro di freelance è fatto anche di questo: sapere quando è il momento di concedersi un pomeriggio libero per fare quello che vuoi.

Mi hanno proposto più volte di tornare a fare la dipendente, ma la libertà che provi nel lavorare da sola è troppo piacevole per rinunciare a favore della stabilità.

Ho fatto pace coi miei dubbi.

Lavorerò tutta la vita? Resterò abbastanza aggiornata e in gamba da essere una professionista affermata anche quando sarà arrivata l’età della pensione?

Potrò permettermi di continuare a fare un lavoro creativo anche da anziana?

Non lo so. Questi 10 anni sono volati. E non mi sono pesati.

Però la mia dolce vendetta me la sono presa: ho scritto un libro – che reputo un lavoro minore – dedicato al mondo della pubblicità. Mi sono tolta un po’ di sassolini dalla scarpa. Non ho fatto nomi, ma chi doveva sapere, ora sa, e conosce i retroscena. È stato il mio modo di salutare la vita da dipendete in favore di questa, più instabile, ma decisamente più gratificante.

Voi come avete reagito al licenziamento? Alla fine si è rivelata un’esperienza positiva?

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In primo piano

Chi ha paura del gender?

Gli studi di genere sono ideologici e teorici? E invece: potrebbero aiutarci ad aumentare il nostro prodotto interno lordo del 13%.

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Alcune settimane fa ho scoperto che l’Università Ca’ Foscari di Venezia offre un nuovo Master in Gender Studies and social changes (Studi di genere e gestione del cambiamento sociale).

Quando studiavo all’Università di Ginevra nella seconda metà degli anni ’90, il dipartimento di lingua e letterature inglesi era fortemente connotato dai gender studies, che offrivano, a livello di analisi letteraria, una ventata di aria fresca rispetto ai corsi delle lingue romanze, dove passavamo ore a discutere di filologia.

Per questo motivo, quando ho sentito per la prima volta l’espressione “gender” in Italia, non ho capito bene perché la utilizzassero in riferimento a un’ideologia. Per me gli studi di genere erano una disciplina accademica, non una ideologia.

Certo, ogni tanto presentavano dei siparietti vagamente osé, ma era anche questo l’aspetto che li rendeva interessanti. I cambiamenti di sesso nell’Orlando di Virginia Woolf battevano a mani legate dietro la schiena qualsiasi apofonia vocale del Duecento, insomma.

Un concetto confuso (e non per caso)

In Italia, invece, la “’ideologia del gender” sembra essere associata quasi esclusivamente al movimento dei diritti degli omosessuali e (apprendo da una ricerca online) sarebbe usata per svalutare la differenza e la complementarità dei sessi.

L’espressione è entrata nell’uso corrente a partire dagli anni 2000, in parallelo ai progetti di legge sulle unioni civili che si sono susseguite dai DICO del 2007 in poi. La preoccupazione degli oppositori a questo tipo di legislazione si è cristallizzata in quella che viene da loro definita l’ideologia del gender, che favorirebbe atti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina.

Questa definizione mi risuona già di più, perché va ben oltre la questione del matrimonio ugualitario: qui si parla esplicitamente di diversità biologica fra maschio e femmina, per cui il mio background in letteratura comparata torna utile. Insomma, è la solita storia: a qualcuno dà fastidio che si sottintenda che uomo e donna sono uguali.

Forse è per questo motivo che, in Italia, solamente l’università Roma Tre e la Statale di Milano hanno finora attivato percorsi dedicati a questa tematica? Che ci sia un po’ di resistenza culturale su queste tematiche?

Gli studi di generi e le implicazioni interdisciplinari

Visto che mi trovavo a Padova per lavoro, ne ho approfittato per fare una capatina a Venezia, dove, come dicevo, è appena nato un nuovo master sugli studi di genere. Con il cognome veneto dalla mia, ho proposto un incontro alla direttrice del master, la professoressa Ivana Maria Padoan dell’Università di Venezia, per capire meglio cosa si intenda per gender studies e cosa proporranno concretamente nel loro percorso formativo.

“Quando ci si occupa di studi di genere non si parla solamente di un ambito di ricerca, che magari dall’esterno può sembrare lontano dalla quotidiana delle persone.”, ha subito chiarito la professoressa Padoan. “È una prospettiva anzi molto ampia, che è subordinata ad altre discipline: si può infatti adottare una prospettiva di genere nell’analizzare la politica, la letteratura ma anche l’economia”.

Apprendo così che gli studi di genere, ad esempio, ci hanno aiutato a capire come la crescita economica benefici di un migliore tasso d’impiego femminile. Un’analisi condotta dalle Nazioni Unite mette effettivamente in evidenza che più le donne entrano nel mondo del lavoro e più l’economia prospera. Il mondo del lavoro retribuito, si intende, naturalmente – perché non è che non facciano niente tutto il giorno…

Lo stesso rapporto ha stimato che il prodotto interno lordo della zona Euro aumenterebbe del 13% se la percentuale di lavoro remunerato delle donne fosse la stessa degli uomini.

Non solo donne, anche uomini

Niente matrimoni gay, quindi?

“Non in maniera diretta. È vero che i queer studies fanno parte degli studi di genere e si concentrano sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, chiarisce la professoressa Padoan. “Ma all’interno del nostro ambito di interesse, oltre ai women’s studies, ovvero gli studi che riguardano donne, femminismo e genere, ci sono anche i men’s studies, ovvero gli studi su uomini e mascolinità. Questo è un aspetto poco conosciuto dal grande pubblico.”

Il percorso di master fornirà ai partecipanti i concetti e gli strumenti per la comprensione e l’analisi della costruzione sociale dei generi, delle tendenze e delle pratiche sociali e istituzionali, viste da una prospettiva interdisciplinare.
Il tutto ruoterà intorno a dei project work, che costituiscono parte integrante del percorso didattico. Insomma, dei lavori pratici su obiettivi di ricerca o di progetti concreti, che le studentesse e gli studenti realizzeranno nel corso dei 18 mesi di durata del master.

Ma tra l’altro, è a tempo pieno?
“No, è un master di secondo livello strutturato per permettere a chi lo frequenta di lavorare in parallelo. L’impegno in presenza è di un fine settimana al mese; sono poi previste attività formative online”.

Ah, ecco. Quasi quasi 😉

 

Interessa anche a te?

Le iscrizioni sono ancora aperte e i corsi cominciano nel dicembre del 2018.
Per maggiori informazioni, visita la loro pagina:

Master di II livello in Gender studies and social change/Studi di genere e gestione del cambiamento sociale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia

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