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Non sei la copertina del libro. Sei il libro. Se non funziona c’è qualcosa di sbagliato (ma non sei sbagliato)

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Come un libro: ogni tanto è colpa della copertina, a volte è colpe del libro. Ma molto spesso sei solo nella libreria sbagliata.

Gli ultimi mesi mi sono ritrovato a dover ragionare spesso sui libri, sulla scrittura e sulla promozione. Sul fatto se bisogna davvero scriverli, e da dove venga il diritto di poterlo fare.

E purtroppo anche su come si debbano vendere. E se davvero certi libri possano avere un mercato. Ed in fondo ho ragionato su di noi, su come dobbiamo promuoverci, venderci e farci comprare (o scegliere).

Copertina

La prima cosa che ho preso in considerazione, prim’ancora che un libro ci sia, è la copertina.

Anche senza aver letto un libro, ancora prima che qualcuno inizi a scriverlo, puoi prevedere se qualcuno lo acquisterà solo partendo da qui.

Notavo come ad esempio certi editori abbiano messo da parte orgoglio ed omertà, e siano arrivati a dirlo. La pubblicazione di un libro è influenzata più da chi sei (e chi credono gli altri tu sia) che dalle tue idee. E basta guardare i libri che si producono e che pare si vendono (e dio, qualcuno persino compra) per rendersi conto che è davvero così.

Viviamo nell’era della copertina. Molto più di quanto potevamo essere abituati.

Non si tratta più della giusta immagine, si tratta molto meno del titolo. Il dettaglio, se così lo possiamo chiamare, è il NOME che ci sarà stampato.

E molte volte, quando il nome non è così famoso come si vuole credere, si tratta della faccia o di tutto il corpo.

Sembra una moda nuova ma nell’ambito editoriale non lo è così tanto; se l’autore è una persona davvero famosa > conviene metterci la faccia; è la faccia a vendere.

È il caso di politici, attori, sportivi…gente che magari con un libro ci azzecca poco.

Oggi è quasi come ieri; la persona non è così famosa ma basta che sia quel tanto visibile (prevalentemente on line) e riconoscibile.

Poi viene il contenuto, le pagine interne, le idee

Solo dopo vengono le idee.

Ammesso che ancora contino qualcosa. Il primo passo è ottenere l’attenzione, qualcuno che abbia almeno in mano il libro per iniziare a sfogliarlo e annusarlo.

Ma quasi sempre è un dettaglio; chi ha in mano un libro sta quasi sempre acquistando il libro. E quasi sempre chi ha in mano un libro non è nemmeno interessato a capire quanto sia buono o giusto; ha scelto dalla copertina e tanto basta.

Le logiche del mercato quando tocca a noi venderci

Anche se non hai scritto un libro o non ne hai nessuna intenzione, il discorso vale in ogni caso. Anzi, vale sempre.

Non è questione di editoria ma di vendita; di vita.

Le logiche del mercato sono queste e sono chiare: l’immagine è tutto, la copertina è tutto, il resto se ancora non è zero è chiaro che viene dopo.

Possiamo raccontare così la corsa agli armamenti 2.0, la conquista alla visibilità, alla riconoscibilità, all’attenzione. Ed il personal branding esasperato all’ennesima potenza. Possiamo spiegare così il fatto che professionisti di ogni genere, imprese, si affannino maledettamente per farsi vedere, conoscere e riconoscere. E che a furia di inseguire l’immagine perfetta, la copertina, ci si dimentichi di scriverlo sto benedetto il libro.

Leggevo ieri nel feed un’opinione che non condivido ma potrebbe sembrare vera.

Mc Donald vende in tutto il mondo con un prodotto scarso solo per la forza del suo brand. (…) anche se tutti i ristorantini potrebbero fare un hamburger decisamente più buono.

Idee come questa sono pericolose, rafforzano l’idea che l’immagine sia tutto ed il prodotto (il libro) zero.

In realtà dietro c’è organizzazione, un bilanciamento perfetto degli ingredienti, velocità nel servizio, un prezzo centrato, un target centrato. C’è il prodotto. Ed un prodotto che altri non riuscirebbero mai e poi mai fare. Non a quella velocità, in quella quantità ed a quel prezzo.

E da qui scaturiscono cose altrettanto pericolose: pensare che il mercato chieda davvero e solo immagine, che basti davvero una copertina. O che il fatto che alcuni vendono per la copertina indichi che questa è la strada, o che per te sarà impossibile fare altrettanto. O in modo diverso.

Da qui deriva la confusione della confusione. Ed altre cose spiacevoli: come rinnegare se stessi, pensare di dover cambiare sino a quando un giurato non dia il benestare.

Mettere da parte ciò che sei per diventare ciò che vuole; ciò che vogliono gli altri.

Come un libro: la storia è più complicata ed affascinante di quanto sembra

Sembra che non ci siano alternative ma c’è speranza. Viviamo nel miglior momento della storia per avere una possibilità ed un’alternativa.

1) Non siamo uguali, abbiamo destini diversi. E principi diversi.

Il primo punto è che non possiamo basarci sulla storia degli altri, su ciò che fanno gli altri, e su ciò che rende felici gli altri.

Chiamalo destino, personalità, principi. Chiamalo come vuoi. Forse è solo relatività.

“Nel 1983 un giovane chitarrista che pareva destinato a grandi cose fu sbattuto fuori dalla sua band. Non gli sembrava vero, e non gli sembrava giusto. Decise in quel momento che avrebbero rimpianto quella scelta e che si sarebbe preso tutto il successo possibile.

Ci riuscì.

Il chitarrista si chiamava Dave Mustaine, il fondatore dei Megadeth con i quali avrebbe venduto più di 25 milioni di dischi in tutto il mondo.

Peccato che quelli che lo avevano fatto fuori, beh…erano i Metallica, ed avrebbero venduto più di 180 milioni di dischi nel mondo. “

Questo aneddoto è raccontato in  THE SUBTLE ART OF NOT GIVING A FUCK  di Mark Manson per spiegare come la felicità sia qualcosa di relativo. È negli occhi di chi guarda e nel cuore di chi vive.

Mustaine ancora oggi si sente un fallito nonostante un successo riservato solo ad un piccolissima parte della popolazione mondiale; milioni di persone farebbero carte false per avere metà del suo successo e dei soldi che gli sono girati tra le mani.

Una storia simile, sempre raccontata da Mark, è quella di Pete Beste.

Pete fu fatto fuori dai Beatles, al suo posto arrivò Ringo. Pete ha fatto una carriera senza clamore. Ha venduto un bel po’ di dischi, ha fatto qualche concerto. Si è perso il biglietto nella storia. Però si è sposato e si è fatto una famiglia. E Pete si sente fortunato, non ha rimpianti e si dichiara felice di ciò che ha avuto ed ha tuttora.

La prima volta che ho letto questa parte me la sono segnata e mi torna sempre in mente. Anche adesso parlando di me, te ed i libri.

Probabilmente è vero: con la faccia che ti ritrovi (con quella copertina) non venderai migliaia di libri. Ma non importa.

Potresti comunque essere discreto e fatturare molto di più di quelli che pare ce l’abbiano fatta (cosa che succede spesso). Oppure fatturare il giusto ed essere felice lo stesso. O anche fatturare poco ed inseguire il tuo sogno perché ti basta così.

Quello che voglio dire è che non sempre è questione di copertina, e che certi prodotti (certe persone) non hanno alcun bisogno della copertina da urlo.

Si bastano così e si fanno scegliere solo da poche persone. Va bene uguale.

Ma se non capisci di cosa parla il tuo libro (ed a chi ti rivolgi, ne parliamo tra pochissimo) non funzionerà mai.

2) Ogni tanto dobbiamo cambiare ma non ciò che siamo

Insomma vedo continuamente gente che cambia faccia, intendo dire che si presenta in modo diverso, che le prova tutte in cerca della volta buona e dell’approvazione definitiva.

Metà delle persone che mi scrivono mi racconta una bella storia e poi mi prega di scriverla…non vera ma vendibile. In parte è anche il mio lavoro ma non ha senso.

Mi viene in mente una storiella emblematica che ho letto alcuni giorni fa.

Ci sono due cammelli, la mamma ed il suo piccolo. Il piccolo è curioso e fa domande.

“Mamma perché abbiamo queste gobbe?”

“Siamo animali che vivono nel deserto dove c’è pochissima acqua. Così abbiamo bisogno di fare la scorta per poter vivere.”

“E perché abbiamo queste gambe così lunghe e questi piedi buffi?”
“Perché siamo destinati a camminare nel deserto, e camminare molto.”

“E che mi dici di queste ciglia così lunghe? A volte mi fanno persino male…”

“Quelle ciglia sono una benedizione: ci proteggono dalla sabbia del deserto quando soffia il vento.”

“Credo di aver quasi capito.

Dunque abbiamo le gobbe perché nel deserto c’è poca acqua e dobbiamo immagazzinarne molta quando abbiamo occasione, queste zampe lunghe per camminare nel deserto e camminare molto, e queste ciglia per difenderci dalla sabbia del deserto quando c’è molto vento. E quindi perché siamo nello Zoo?”

E quindi perché siamo nello Zoo?

La morale di tutta questa storia, dei libri, di me, di te, della copertina.

Spesso ci sentiamo sbagliati, ci sentiamo meno e meno bravi degli altri. Cerchiamo di fare ciò che fanno gli altri. Di fare copertine sgargianti come gli altri. Ci dimentichiamo di noi stessi e cerchiamo di essere gli altri.

E se invece ogni tanto fosse questione di altri?

Non tutte le persone vogliono una bella copertina o quel tipo di copertina.

Ogni tanto il problema non siamo noi, non è la copertina. Ogni tanto il problema è parlare alle persone sbagliate, nel posto sbagliato.

Ogni tanto insomma abbiamo tutto per avere successo…solo che ci troviamo allo zoo.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

Crescere

Quella volta che mi hanno licenziata (per fortuna)

Il giorno in cui è capitato non avrei mai pensato di dirlo, ma sì, la cosa migliore che mi sia capitata durante la carriera lavorativa è essere licenziata.

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Il giorno in cui è capitato non avrei mai pensato di dirlo, ma sì, la cosa migliore che mi sia capitata durante la carriera lavorativa è essere licenziata.

Ricordo ancora quel giorno: dopo il week end passato sul set faccio la copy, stavamo girando la pubblicità di un detergente intimo – rientro in agenzia al mattino.

Lavoro un’oretta, le solite cose: mail da smazzare, telefonate coi fornitori, settimana da pianificare, in attesa dell’ok per registrare l’audio del nuovo spot.

Poi i capi mi chiamano in sala riunione.

“Puoi venire? Dobbiamo parlarti”.

Mi si sono seduti entrambi di fronte e mi hanno semplicemente detto che l’internazionale di cui facciamo parte ha deciso di imporre dei tagli al personale e hanno deciso di licenziare me.

Senza nessun “ci dispiace”, senza altro. Nessuna avvisaglia i giorni prima… e poi una doccia gelata di spilli, una vertigine che ti fa domandare dove sarai domani. Il tuo posto non esiste più. Tu non servi più.

La prima cosa che pensi è che sarai povera. Non scherzo: pensi subito che non ti potrai permettere più nulla, dovrai correre ai ripari, che devi subito tagliare il tagliabile.

Pensi: “E le bollette?”

Poi c’è stata la rabbia: cominci a contare le ore di straordinario non retribuite, a pensare a quello che hai fatto, a quanto non ne sia valsa la pena, al fatto che hai fatto tanto per la società che ora ti ripaga mettendoti alla porta, tu e le tue domeniche lavorative e le notti non retribuite. Il tempo tolto a chi ami per sentirsi dire “sei licenziata”.

Ti trovi a dare ragione a chi ti diceva di smetterla di lavorare così tanto. Che tanto non stavi salvando la vita a nessuno: inutile.

Lo smarrimento è durato qualche giorno: il tempo di sentire un avvocato, mettere in pista la causa per il licenziamento, prendere le mie cose e covare il giusto risentimento verso i capi che, per fortuna loro, non ho più incontrato. In quel periodo mi sono presa le ferie più belle della vita: quelle senza meta, che si decidono di giorno in giorno e con un grande salto nel vuoto al rientro.

Non sapevo cosa avrei fatto, poi ci ha pensato il talento.

Si, devo comunque dire grazie a quegli anni di attività a testa bassa perché la gente ha apprezzato quello che ho fatto.

Hanno cominciato a chiamarmi: sentito che mi avevano licenziata, hanno cominciato a cercarmi per passarmi dei lavori a tempo.

Così ho fatto, la voce si è sparsa, e incredibilmente da dieci anni a questa parte lavoro.

Alla fine fare il freelance è questo: non avere certezze di quello che farai domani.

Abituata al “non lo so”.

Sicuramente ci sono liberi professionisti più abili di me nel riuscire a pianificare con una certa stabilità il loro futuro. Io no. Non chiedetemi per chi lavorerò domani perché non lo so. E cosa incredibile che continuo a ripromettermi da dieci anno a questa parte è che appena avrò tempo scriverò un libro. Appena mi libererò da quella consegna, appena fatta quella telefonata, appena sfangata quella presentazione, mi rimetterò a scrivere.

E da un lavoro ne scaturisce un altro, un tuo cliente parla bene di te a un suo contatto ed eccoci qui, dopo 10 anni, a poter dire con certezza che non tornerei mai indietro.

Le notti che faccio le faccio per me perché io ho deciso che quello che devo fare è tanto urgente da meritarsi una notte insonne.

Sono io che decido quando prendermi dei giorni di libertà – il lavoro di freelance è fatto anche di questo: sapere quando è il momento di concedersi un pomeriggio libero per fare quello che vuoi.

Mi hanno proposto più volte di tornare a fare la dipendente, ma la libertà che provi nel lavorare da sola è troppo piacevole per rinunciare a favore della stabilità.

Ho fatto pace coi miei dubbi.

Lavorerò tutta la vita? Resterò abbastanza aggiornata e in gamba da essere una professionista affermata anche quando sarà arrivata l’età della pensione?

Potrò permettermi di continuare a fare un lavoro creativo anche da anziana?

Non lo so. Questi 10 anni sono volati. E non mi sono pesati.

Però la mia dolce vendetta me la sono presa: ho scritto un libro – che reputo un lavoro minore – dedicato al mondo della pubblicità. Mi sono tolta un po’ di sassolini dalla scarpa. Non ho fatto nomi, ma chi doveva sapere, ora sa, e conosce i retroscena. È stato il mio modo di salutare la vita da dipendete in favore di questa, più instabile, ma decisamente più gratificante.

Voi come avete reagito al licenziamento? Alla fine si è rivelata un’esperienza positiva?

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In primo piano

Chi ha paura del gender?

Gli studi di genere sono ideologici e teorici? E invece: potrebbero aiutarci ad aumentare il nostro prodotto interno lordo del 13%.

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Alcune settimane fa ho scoperto che l’Università Ca’ Foscari di Venezia offre un nuovo Master in Gender Studies and social changes (Studi di genere e gestione del cambiamento sociale).

Quando studiavo all’Università di Ginevra nella seconda metà degli anni ’90, il dipartimento di lingua e letterature inglesi era fortemente connotato dai gender studies, che offrivano, a livello di analisi letteraria, una ventata di aria fresca rispetto ai corsi delle lingue romanze, dove passavamo ore a discutere di filologia.

Per questo motivo, quando ho sentito per la prima volta l’espressione “gender” in Italia, non ho capito bene perché la utilizzassero in riferimento a un’ideologia. Per me gli studi di genere erano una disciplina accademica, non una ideologia.

Certo, ogni tanto presentavano dei siparietti vagamente osé, ma era anche questo l’aspetto che li rendeva interessanti. I cambiamenti di sesso nell’Orlando di Virginia Woolf battevano a mani legate dietro la schiena qualsiasi apofonia vocale del Duecento, insomma.

Un concetto confuso (e non per caso)

In Italia, invece, la “’ideologia del gender” sembra essere associata quasi esclusivamente al movimento dei diritti degli omosessuali e (apprendo da una ricerca online) sarebbe usata per svalutare la differenza e la complementarità dei sessi.

L’espressione è entrata nell’uso corrente a partire dagli anni 2000, in parallelo ai progetti di legge sulle unioni civili che si sono susseguite dai DICO del 2007 in poi. La preoccupazione degli oppositori a questo tipo di legislazione si è cristallizzata in quella che viene da loro definita l’ideologia del gender, che favorirebbe atti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina.

Questa definizione mi risuona già di più, perché va ben oltre la questione del matrimonio ugualitario: qui si parla esplicitamente di diversità biologica fra maschio e femmina, per cui il mio background in letteratura comparata torna utile. Insomma, è la solita storia: a qualcuno dà fastidio che si sottintenda che uomo e donna sono uguali.

Forse è per questo motivo che, in Italia, solamente l’università Roma Tre e la Statale di Milano hanno finora attivato percorsi dedicati a questa tematica? Che ci sia un po’ di resistenza culturale su queste tematiche?

Gli studi di generi e le implicazioni interdisciplinari

Visto che mi trovavo a Padova per lavoro, ne ho approfittato per fare una capatina a Venezia, dove, come dicevo, è appena nato un nuovo master sugli studi di genere. Con il cognome veneto dalla mia, ho proposto un incontro alla direttrice del master, la professoressa Ivana Maria Padoan dell’Università di Venezia, per capire meglio cosa si intenda per gender studies e cosa proporranno concretamente nel loro percorso formativo.

“Quando ci si occupa di studi di genere non si parla solamente di un ambito di ricerca, che magari dall’esterno può sembrare lontano dalla quotidiana delle persone.”, ha subito chiarito la professoressa Padoan. “È una prospettiva anzi molto ampia, che è subordinata ad altre discipline: si può infatti adottare una prospettiva di genere nell’analizzare la politica, la letteratura ma anche l’economia”.

Apprendo così che gli studi di genere, ad esempio, ci hanno aiutato a capire come la crescita economica benefici di un migliore tasso d’impiego femminile. Un’analisi condotta dalle Nazioni Unite mette effettivamente in evidenza che più le donne entrano nel mondo del lavoro e più l’economia prospera. Il mondo del lavoro retribuito, si intende, naturalmente – perché non è che non facciano niente tutto il giorno…

Lo stesso rapporto ha stimato che il prodotto interno lordo della zona Euro aumenterebbe del 13% se la percentuale di lavoro remunerato delle donne fosse la stessa degli uomini.

Non solo donne, anche uomini

Niente matrimoni gay, quindi?

“Non in maniera diretta. È vero che i queer studies fanno parte degli studi di genere e si concentrano sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, chiarisce la professoressa Padoan. “Ma all’interno del nostro ambito di interesse, oltre ai women’s studies, ovvero gli studi che riguardano donne, femminismo e genere, ci sono anche i men’s studies, ovvero gli studi su uomini e mascolinità. Questo è un aspetto poco conosciuto dal grande pubblico.”

Il percorso di master fornirà ai partecipanti i concetti e gli strumenti per la comprensione e l’analisi della costruzione sociale dei generi, delle tendenze e delle pratiche sociali e istituzionali, viste da una prospettiva interdisciplinare.
Il tutto ruoterà intorno a dei project work, che costituiscono parte integrante del percorso didattico. Insomma, dei lavori pratici su obiettivi di ricerca o di progetti concreti, che le studentesse e gli studenti realizzeranno nel corso dei 18 mesi di durata del master.

Ma tra l’altro, è a tempo pieno?
“No, è un master di secondo livello strutturato per permettere a chi lo frequenta di lavorare in parallelo. L’impegno in presenza è di un fine settimana al mese; sono poi previste attività formative online”.

Ah, ecco. Quasi quasi 😉

 

Interessa anche a te?

Le iscrizioni sono ancora aperte e i corsi cominciano nel dicembre del 2018.
Per maggiori informazioni, visita la loro pagina:

Master di II livello in Gender studies and social change/Studi di genere e gestione del cambiamento sociale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia

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