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Non siamo una società violenta, siamo noi violenti

Il cambiamento incomincia dall’uomo che vedi nello specchio. Non c’è bisogno di manifesti, grandi idee o rivoluzioni. Basta comprendere che non riguarda “gli altri”.

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Come fare a tenere accesa la fiducia nell’altro?
L’altro – l’essere umano: quello che nei film di fantascienza, quando gli alieni ci invadono, sentiamo vicino come un fratello. L’altro, quello che, insieme a tanti altri come lui, crea l’umanità che lotta per la sua sopravvivenza e per la quale tifiamo tutti. O quasi.

Perché io, ad esempio, la razza umana, a volte, non la amo particolarmente.

Mi riesce difficile esserne un fan, quando guardo con quale arroganza crediamo di essere in cima alla piramide alimentare e di avere diritto di vita e di morte sugli altri esseri viventi; o guardo cosa abbiamo fatto al nostro pianeta, alla mancanza di rispetto che abbiamo per la nostra casa, l’unica che abbiamo, oppure ancora guardo l’innocente ignoranza con cui abbiamo cominciato a inquinare anche lo spazio, riempendolo di satelliti, di detriti, di rifiuti, e persino di auto elettriche di ultima generazione.

E, soprattutto, guardo cosa ci siamo fatti per millenni. Cosa abbiamo fatto agli altri, voglio dire.

Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te

La nostra specie è unica sotto molti aspetti e tra questi c’è anche quello di aver inventato metodi di tortura e di sofferenza che si distinguono per creatività e crudeltà.

Lo abbiamo fatto dalla notte dei tempi, in ogni cultura, in ogni angolo del mondo, in ogni epoca.

La tirarono giù dal carro e le strapparono i vestiti. La trascinarono per strada, fino alla chiesa, tirandola per i capelli. Lì la immobilizzarono e ognuno si servì dal cumulo dei resti di costruzione: chi prese una tegola, chi una scheggia di pietra, chi un coccio di vetro, chi una conchiglia rotta, e le raschiarono la pelle via dal corpo, lembo dopo lembo. Quando fu totalmente scorticata, le staccarono gli arti, la fecero a pezzi più piccoli per poi bruciarli, affinché di lei non restasse nulla.

Così morì Ipazia, filosofa e matematica, nel marzo del 415

La vittima veniva immobilizzata e fatta sedere su un palo che, dopo essere stato ricoperto di pece, miele, e qualsiasi altro materiale che lo rendesse viscoso, veniva poi sollevato in posizione verticale. A causa del peso, la punta del palo si conficcava nella carne viva e il legno si faceva piano piano strada attraverso le interiora del condannato, strappando tessuti, lacerando gli intestini, rompendo le ossa del bacino che trovava sul suo cammino. Di solito il palo emergeva a livello dello sterno e veniva quindi posizionato sotto il mento, per bloccarlo. La vittima poteva sopravvivere fino a 3 giorni in quella posizione, impalata, prima di esalare l’ultimo respiro.

Così morirono fino a 300’000 persone, nel 1400.

Hanno usato il suo corpo come una lavagna, incidendo con un coltello delle lettere nella sua carne, in cinque punti diversi, tra cui la mano sinistra, sulla schiena e sul volto, tra l’occhio e il sopracciglio destro. Per diversi giorni, l’hanno picchiato, seviziato, ustionato sia con sigarette che con fili elettrici, martoriandolo su tutto il corpo nudo, rompendogli i denti, fratturandogli tutte le dita delle mani e dei piedi, mentre con una spranga gli avevano letteralmente spappolato i peroni delle gambe. Il colpo che lo uccise lo colpì al collo, rompendogli una vertebra cervicale.

Così morì Giulio Regeni, giovane ricercatore italiano, nel febbraio del 2016.

Dà la nausea, vero?
Ma non nascondiamoci dietro alla scusa che ci sono i buoni e ci sono i cattivi, che ci sono gli invasati, i terroristi, gli assassini, i dittatori crudeli.

Siamo noi, esseri umani, a far all’altro tutto questo. Senza mai pensare che l’altro potremmo essere noi. O forse è proprio questo il nostro modo di esorcizzare la paura di essere alla mercé di qualcuno? Colpiamo nei modi più infimi perché ci aspettiamo che l’altro ci colpirebbe nella stessa maniera?

Non per niente, molti di noi credono in una religione che ha fatto di uno strumento di tortura e di morte il proprio simbolo (la croce…).

Molti di noi, noi tutti, persone senza grandi titoli o responsabilità. Persone comuni.
Le stesse persone che hanno fatto di uno strumento di tortura e di morte il proprio simbolo di speranza: la croce.

Perché la violenza straordinaria è perpetrata spesso da gente ordinaria.

Elementi di ordinaria violenza

Ci sono numerosi fattori che determinano i nostri comportamenti e, di conseguenza, se una persona svilupperà tendenze violente. Ci sono aspetti genetici, relazioni familiari, il livello di studi, l’intelligenza, lo sviluppo più o meno equilibrato in età infantile, la relazione con i propri pari, degli aspetti culturali e, naturalmente, delle caratteristiche individuali.

Ogni fattore ha un effetto sugli altri e gli altri su di esso. Quando i fattori negativi si accumulano e in assenza di fattori positivi, la violenza sembra diventare l’unico modo che abbiamo per gestire i problemi della vita.

Lo sviluppo dei social ci ha fornito una finestra privilegiata su questo fenomeno: ci permette di vedere tutto l’odio, la cattiveria, la bassezza di cui siamo capaci. Lo siamo sempre stati. Come razza, abbiamo ucciso e torturato da millenni e non abbiamo mai smesso.

E non è qualche maniaco. Siamo tutti noi.
Mio padre mi raccontava la settimana scorsa di suo fratello maggiore che, durante il periodo del fascismo, usciva con lo squadrone di amici a fare le purghe.

Prendevano le persone che avevano già adocchiato in precedenza e le isolavano, magari sulla strada pubblica, all’uscita dal lavoro, o addirittura nella propria casa. Davano loro una lezione e li forzavano a ingoiare dell’olio di ricino, a litri. Alcuni, i più deboli, morivano letteralmente di diarrea. Le purghe, appunto.

Il vuoto che fa parte di noi

Quello era mio zio Ilario, quello che mi piaceva anche senza averlo mai conosciuto, perché mio padre mi diceva che era alto come me, e mi assomigliava.

E non è stata l’unica sorpresa della settimana.
Poi è successo che su LinkedIn qualcuno ci accusasse di lucrare sul dorso dei disoccupati.
La mia prima reazione è stata quella di essere allibito, ancora prima che ferito. Perché ha scritto questa cosa, in un post pubblico? È probabile che lo pensi veramente, che si senta veramente così, usato, anche se non è mai stato un nostro cliente…

Lo trovo ingiusto? Sì. Lo capisco? Non so. Ma mi sforzo.
Mi sforzo di capirlo e questo non mi rende migliore, anzi: mi rende falsamente superiore, mi rende uno di quelli che cerca di sfuggire alla natura bassa di cui siamo fatti. È più probabile che dentro di me, questa persona avrei voglia di picchiarla e gridarle che non è vero non è vero non è vero e sta mentendo. Invece incasso. E con il mio modo di non agire, sono di una violenza inaudita. Perché a volte non c’è nulla di peggio dell’essere semplicemente ignorati.

Intendiamoci: è anche un meccanismo di difesa. Personalmente, io sopravvivo al disgusto… ignorandolo.

Ignoro chi usa ancora frasi ad effetto del genere “vi svelo il segreto del curriculum vincente”, come se fosse una bella cosa e che invece sembra il bandana che si portava nell’estate dell’85.
Ignoro chi posta i gattini, le canzoni, le foto dei tramonti, perché mi dico che forse ne ha bisogno, e chi sono io per giudicare?
E ignoro certe persone che sottoscrivono appelli e manifesti per smettere di utilizzare parole che feriscono sui social, eppure ogni volta che fanno un commento, hanno un pala di merda per ciascuno, e la distribuiscono in maniera generosa, tutti i giorni, con quel fare di chi pensa di essere superiore e senza peccato.

Io stesso, proprio ora, getto la prima pietra e avverto un piccolo brivido di sovversione che mi scuote perché mi sto esponendo. O forse non è sovversione: è ciò che si prova quando si comincia ad essere ignorati. Ignoro anche me stesso.

E non provo nulla. Nulla perché la violenza, anche quella verbale, non porta nulla.
Eppure la usiamo di continuo. Adoriamo esercitare il nostro nulla. Adoriamo essere nulla. Forse è rassicurante smettere di pensare a chi siamo, dove andiamo e perché. È più semplice chiuderci nel ciclo dell’ingiuria, della parola che ferisce, della battuta sagace, come se fosse una manciata di terra gettata nel pozzo di ciò che proviamo.

Perché quel buco esistenziale che sentiamo dentro di noi è veramente profondo. Non riusciamo a riempirlo con niente: il sesso, l’alcol, i soldi, neppure la felicità di vedere crescere i propri figli. Rimaniamo assetati e vuoti e allora è chiaro che diventiamo violenti. Siamo profondamente incazzati col mondo. E con noi stessi.
E ci credo che diventiamo violenti.

Le neuroscienze a soccorso

L’essere umano è frustrato, e chi imbriglia questa frustrazione fa successo.
E chi la cavalca, e la porta all’eccesso, può governare persino un Paese.

Le ricerche nel campo delle neuroscienze hanno dimostrato che uno spirito fortemente competitivo permette di migliorare le prestazioni individuali e, parallelamente, contribuisce a creare una percezione più elevata della propria posizione sociale.
In pratica, chi esercita pressione, potere, controllo e altre forme di violenza più o meno sdoganate ha più successo. E, nell’eterna comparazione che facciamo tra noi e i nostri simili, questo ci rende più sicuri di noi e del nostro ruolo nella gerarchia della vita.

Al contrario, gli studi che si sono dedicati a esplorare i comportamenti cooperativi hanno dimostrato che la modalità partecipativa rinforza il benessere sociale, ci fa sentire importanti e soddisfatti, e contribuisce a migliorare le relazioni tra le persone (questo non dovrebbe sorprendere).
D’altro canto, però, i comportamenti cooperativi sono associati a delle prestazioni inferiori rispetto a quelli competitivi. Insomma, sei felice ma meno produttivo. Per lo meno nell’ambito socio-culturale in cui viviamo oggi.

L’aspetto interessante di queste ricerche estremamente pratiche, nel senso che misurano l’attività delle differenti parti del cervello quando vengono attivate, è che ci si è resi conto che entra in gioco molto presto il concetto di ricompensa: la cooperazione soddisfa i nostri bisogni, mentre la competizione è meno interessante dal punto di vista sociale, e anzi richiede un impiego più elevato di risorse mentali.

Il principio di economia delle risorse classificherebbe quindi la competizione come anti-economica, e le darebbe di conseguenza meno spazio nell’ordine naturale delle cose. La maggior parte dei processi fisiologici, infatti, tende all’ottimizzazione dei processi: in natura non tutto ciò che consuma più del dovuto tende a modificarsi, o a sparire.
Una teoria discussa a questo livello, ritiene che in un contesto competitivo, i comportamenti del “rivale” siano meno predittivi rispetto a un contesto cooperativo. Infatti, nel caso di quest’ultimo, le aspettative condivise tendono a essere chiare, in termini di comportamenti, in quanto tutti perseguono lo stesso obiettivo. Nella competizione, invece, non sai cosa aspettarti e quindi devi essere molto più presente e attento.

La violenza: un fenomeno contro natura?

Nonostante le premesse estremamente sfavorevoli, mi sento in obbligo di prendere in considerazione questa ipotesi: e se la violenza non fosse la soluzione più semplice, quella più naturale? Se ci fosse stato qualcosa, a un certo punto della nostra evoluzione, che è andato storto?

Poco fa ricordavo che i fattori che determinano l’insorgere di comportamenti violenti sono molteplici, a livello di individuo. Tuttavia, non è forse vero che possiamo dire lo stesso a livello di società, tutta intera?
Quali sono i fattori che ci hanno fatto disertare la strada economica della collaborazione per preferire quella più difficile della competizione?

È stata l’agricoltura? Quando abbiamo cominciato ad avere abbastanza da mangiare, a non dipendere più solo dalla caccia e dalla raccolta stagionale, abbiamo forse soddisfatto i nostri bisogni di base e quindi abbiamo cominciato a volere di più? E in quel volere di più, d’un tratto, la collaborazione non era più abbastanza? Non saprei.

Certo, come dicevo poco fa, ci sono prove di violenza dell’essere umano contro un altro essere umano fin dalla notte dei tempi. Ma ci sono anche evidenze che i nostri avi più lontani si prendevano cura dei loro simili. La cura dei malati o dei feriti, ad esempio, non è una caratteristica esclusiva dell’uomo, tuttavia, nel regno animale, siamo l’unica specie a praticarla in maniera sistematica.

Gli antropologi hanno trovato delle prove di uccisioni di ominidi un po’ dappertutto nel globo e questo risalenti fino a 45’000 anni fa. Tuttavia, nei limiti delle nostre conoscenze attuali, i primi segni di quella che deve essere stata una battaglia risalgono a soltanto 13’000 anni fa. Il luogo è la valle del Nilo e i cadaveri ritrovati, morti di morte violenta, sono 60, tutti nello stesso posto.

I ritrovamenti che indicano invece dei comportamenti collaborativi nei nostri antenati risalgono addirittura a più di un milione di anni fa, quando l’homo sapiens non esisteva ancora. Sono state ritrovate delle ossa che mostravano segni di malattie, di deformità o semplicemente di gravi infortuni e di cui si è potuta accertare la sopravvivenza su un lungo periodo. Cosa significa? Che qualcuno si prendeva cura dell’uomo rimasto senza gambe, o della bambina idrocefala. Ricevevano cure, attenzioni, e cibo. Per anni.

Disinneschiamo la violenza

Gli esseri umani prestano soccorso in maniera istintiva. Lo si vede anche nei bambini più piccoli, che dimostrano già in tenera età il desiderio di confortare chi soffre. Ed è proprio questo meccanismo collaborativo che ci ha permesso di sopravvivere e di evolvere fino allo stadio attuale della nostra civiltà.

La spiegazione più semplice che mi viene in mente per giustificare un comportamento non naturale come la violenza è il fatto che viviamo in un ambiente non naturale. Il sistema della concorrenza tra le aziende è fondamentalmente poco in linea con la natura umana.
La competizione è la risposta che abbiamo trovato per rispondere a delle richieste ben precise: affermare i vantaggi competitivi, essere meglio degli altri, garantire i nostri margini di guadagno, vendere di più.

Con questo quadro concettuale in mente, ci sono tre cose che dobbiamo imparare a fare quando siamo al lavoro:

  1. accettare che ci siano persone che fanno le cose meglio di noi, in azienda e fuori, e non sentirci minacciati da questo; anzi: che ci siano di ispirazione per migliorare;
  2. salvaguardare del tempo di qualità da passare con gli altri, e ciò significa non fare orari impossibili (e non inventare scuse sul fatto che bisogna farli per forza);
  3. praticare sempre la gentilezza, in ogni occasione, anche quando siamo in difficoltà.

Il cambiamento comincia da piccoli gesti e non c’è bisogno di fare delle rivoluzioni. Ad esempio, si può uscire 15-20 minuti prima dal lavoro, con più regolarità. Cambiando le regole del gioco, arriveremo a intaccare anche i comportamenti disfunzionali e violenti. E con questo anche i capi stronzi, i colleghi antipatici, i familiari dominanti. Un piccolo passo per noi ma un grande passo (indietro) per l’umanità, ai tempi in cui eravamo consci che, per sopravvivere, dovevamo collaborare.

D’altro canto, come diceva quella canzone?
Il cambiamento incomincia dall’uomo che vedi nello specchio.

HR | Digital Transformation | Change Management | Co-Founder Purple&People. Negli ultimi 15 anni ha rivestito ruoli manageriali nell’ambito delle risorse umane, a 360°, lavorando in grandi aziende americane, in multinazionali francesi e in organizzazioni parastatali svizzere. Il suo focus personale si concentra soprattutto sulla digital transformation, la gestione del cambiamento, le relazioni con gli stakeholders e lo sviluppo dei talenti. Ha il pallino per le questioni di genere e il diversity management, con una fastidiosa tendenza a voler sperimentare in prima persona le innovazioni e i modelli organizzativi radicali.

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Stereotipi di genere: ne soffrono anche gli uomini

Anche gli uomini sono vittime di stereotipi che li costringono in modelli prestabiliti, sulla base di uno standard maschile molto rigido. Alcuni di questi sono talmente radicati da sembrare semplicemente… naturali.

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Anche gli uomini sono vittime di stereotipi che li costringono in modelli che non sono solo vecchi, ma falsi.
Come sempre, non per tutti, non in tutti i contesti ma, signori uomini: pensateci un attimo e ditemi se non siete stati vittime, almeno una volta, di uno o più di questi pregiudizi.

Impara presto a nascondere le emozioni

Un vero uomo non piange; almeno non in pubblico.
Non puoi piangere né per dolore, né per gioia, né per rabbia. Non puoi e basta.
E se da bambino, dopo i cinque anni, non hai ancora imparato a controllare queste emozioni, allora ti insegnano a farlo spiegandoti che è “da femmina”.

Se abbracci un uomo, devi appena sfiorarlo o toccarlo come un gladiatore che misuri la massa muscolare dell’avversario.
Movimenti rigidi e possenti pacche sulle spalle, perché nessuno pensi che tu sia omosessuale; caratteristica grave tanto quanto l’essere femmina; per alcuni, peggiore.

Impara a vincere

Devi essere il primo, sempre. La competizione è nel tuo DNA.
Fai squadra, purché tu ne sia il capitano.
Se non ci riesci, fai squadra e conquista il capitano. Vice è sempre meglio di niente.
Se proprio non hai la stoffa, fai squadra e nasconditi dietro le spalle dei maschi “alfa”.
Si dice che, in un medesimo contesto, gli uomini fanno squadra e le donne si fanno la guerra.
Spesso è vero, ma raramente le squadre maschili sono tra pari: le gerarchie e i ruoli sono rigidamente definiti; e chi non si adegua, è fuori.

Lavora e… basta

Se sei un uomo, puoi tranquillamente restare in ufficio fino a tarda sera. Tanto non hai nient’altro da fare.
Cioè: non hai affetti, interessi, desideri che non siano ascrivibili al tuo lavoro.
Come se fuori da quello spazio ci fosse il vuoto cosmico.

Se una donna non lavora e si occupa di casa e famiglia è una casalinga; per un uomo non c’è una parola che lo possa definire.
Perché, semplicemente, non è concepibile.

Il padre all’inizio non serve

L’inizio è l’inizio della vita, o l’ingresso nella famiglia adottiva di un figlio o di una figlia; cui il padre non può assistere e partecipare.
In Italia, attualmente, un uomo ha diritto a cinque giorni consecutivi di congedo per paternità nell’anno della nascita o dell’ingresso in famiglia. E poi un giorno all’anno.
Tanto c’è la madre: il padre non serve.

Dal punto di vista pratico può, in parte, essere vero (ma se la madre non allatta, il castello crolla); ma dal punto di vista relazionale?
In quale momento il padre diventa importante?
Secondo questa logica, mai. I congedi non aumentano al crescere della prole.

Come fa un padre a costruire il rapporto con suo figlio o sua figlia se non può dedicare tempo di qualità?
E se decidi di sospendere per un periodo il lavoro per dedicarti ai tuoi figli, perdi anche il titolo di papà, e diventi un “mammo”.

Devi essere maschio

Quindi, anzitutto, ti devono piacere le donne; altrimenti smetti di essere un uomo e diventi, per dirlo alla napoletana, un femminiello.
E poi devi essere fisicamente forte e con una buona manualità.
Meglio il calcio che la danza; meglio un libro di guerra che di poesie; meglio la passione per i motori che per i tessuti d’arredo.

Se ti piace cucinare, fai in modo di diventare uno chef, oppure tienitelo per te.
Se non sei un pescatore, dimentica il ricamo e i lavori a maglia.
E se proprio non puoi fare a meno di essere omosessuale, cerca almeno di essere discreto.

Sii l’eroe

Devi trasferire forza, protezione, guida.
Non puoi mostrare paura o titubanza.
Se non riesci a farne a meno, affidati ad un altro uomo: non puoi farti proteggere o guidare da una donna.

Fatemelo dire: un inferno, pari al nostro, per tutti quegli uomini che vogliono sentirsi liberi di esprimere le proprie sensibilità; che coltivano molteplici interessi; che vogliono tempo e presenza per gli affetti.

Ne conosco molti; la maggior parte dei quali hanno optato per professioni liberali, proprio per non cadere in certi circoli viziosi.
Conosco padri che sono velocisti da guinness nel cambio dei pannolini.
Conosco uomini che hanno sacrificato la propria carriera per favorire quella della partner.
Conosco uomini talmente forti da piangere serenamente in pubblico e sciogliersi in abbracci dolcissimi con i propri amici.

Facciamo che siano loro i modelli per i nostri bambini.

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Perché ci lamentiamo sempre dei giovani?

L’aneddoto del collega cinquantenne che rende la vita impossibile al giovane neo-assunto è in realtà una storia fatta di paure, di insicurezze e di morte. Rien que ça.

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Daniele non si fida dei suoi colleghi cinquantenni.
“Ho avuto delle brutte esperienze, in passato”, mi confida. “Non solo non ti aiutano, ma fanno apposta a non passarti le informazioni di cui hai bisogno”.

È una storia che ho sentito spesso: il senior che snobba il collaboratore junior e che gli rende la vita difficile, sottoponendolo a una specie di nonnismo del lavoro.

Assomiglia in maniera simmetrica alla storia del cinquantenne che si lamenta del ventenne e che si domanda in che razza di mondo ci faranno vivere la nostra vecchiaia questi giovinastri.

Quando la struttura narrativa si ripete in modo così sistematico, il mio rilevatore di stereotipi si accende e si mette a suonare.

La premiata ditta dei giovani svogliati (dal 598 a.C.)

Queste lamentele sono vecchie come il mondo. Hanno una dimensione che oserei definire mitologica.

Troviamo testi greci del 600 avanti Cristo che dipingevano i figli come tiranni pronti a rispondere male ai loro genitori; nelle commedie di Plauto (l’equivalente romano di Netflix) si affrontava spesso il tema della decadenza morale dei giovani e il conseguente dilemma di un’educazione rigida o indulgente; il monaco giapponese Yoshida Kenkō, vissuto nel XIV secolo, si lamentava della scarsa padronanza linguistica dei suoi discepoli; la scrittrice Anna A. Rogers nel 1907 temeva la fine dell’istituzione del matrimonio a causa di una nuova generazione troppo individualista; e così via.

Tutte queste esternazioni hanno qualcosa in comune: la verità storica, che a posteriori le fa apparire ridicole.
Possiamo dire con una certa sicurezza che negli ultimi 3000 anni il mondo non sia finito più volte a causa di una nuova generazione di mollaccioni. O no?

La paura di non essere più abbastanza

Chi mi segue regolarmente sa che ho qualche teoria fissa e una di queste è sicuramente che la maggior parte dei nostri comportamenti disfunzionali sono nutriti dalle nostre paure.
Paura di perdere la faccia, paura di non essere abbastanza, paura di venir rifiutati, paura di essere inutili, paura di non essere amati… Insomma, la Paura, quella con la P maiuscola, specifica per ognuno di noi ma mai troppo differente da quella degli altri.

Alla base di questa constante mortificazione della nuova generazione da parte della generazione precedente, a mio avviso, c’è proprio la paura.

Solo la paura, infatti, può giustificare un orrore come quello di dare alla luce dei bambini in questo mondo, di farli crescere, di occuparci di loro, per poi convincerli di essere meno bravi, meno indipendenti, meno meritevoli, meno lavoratori di noi.
Affidiamo ai nostri figli un futuro costruito sulle nostre imprese e sui nostri errori, dando loro la responsabilità di viverci con gratitudine.

E facciamo lo stesso in azienda: io vecchio lupo di mare, navigato, ti do l’onore di farti le ossa nella realtà che ho contribuito a costruire, quando la gente della mia generazione faceva le cose in ordine; tutto quello che vedi non lo meriti, perché non hai ancora dimostrato il tuo valore. Quindi non aspettarti da me un aiuto o un comportamento collaborativo: devi rimboccarti le maniche, come ho fatto io.

La storia è stata scritta dagli sfigati

Questa narrativa funziona talmente bene che la nuova generazione, a un certo punto, si convincerà veramente di aver fatto qualcosa di sbagliato.
I giovani cominceranno a preoccuparsi di non essere all’altezza: “Alla mia età, mio padre era già sposato con due figli, io invece sono ancora all’Università, fuori corso e dipendente economicamente”.

Ogni generazione viene mortificata dalla precedente e, invecchiando, ripeterà lo stesso paradigma, mortificando quella successiva. Perché “ai miei tempi, le cose erano diverse”.

Eppure, proprio perché questo paradigma è ciclico e ininterrotto da millenni, allora dovremmo essere seduti intorno a un fuoco a darci mazzate con la clava, in questo momento. A sbattere la testa contro i muri delle caverne.

Invece tutto ciò che ammiriamo, che desideriamo, tutto ciò che c’è di buono e di bello nella storia dell’umanità, come l’arte, le grandi opere architettoniche, la letteratura, la musica, l’innovazione tecnologica, tutto è stato fatto da persone considerate confuse e incapaci dai propri padri.

Non ci rimpiazzerete mai

In azienda, è possibile che una persona senior si possa sentire minacciata da un giovane: siamo animali, e guardiamo con sospetto il lupacchiotto che cresce, si afferma ed è pronto a soffiarci il posto che ci siamo guadagnati con tanta fatica.

Un collaboratore più giovane è l’incarnazione della nostra paura di non essere più… utile, amato, necessario… vivo. In qualche modo ci troviamo di fronte all’evidenza della nostra mortalità, sia professionale che umana (e quindi sia metaforica che reale).

Quando diciamo che questi giovani sono fannulloni, viziati, dipendenti – che non sono all’altezza dei nostri standard, quello che diciamo è che questo giovane non mi può rimpiazzare. Non è bravo abbastanza per prendere il mio posto, o peggio: non ha la caratura morale e di carattere per farlo.

Sì, perché a causa dell’accelerazione iperbolica dell’innovazione tecnologica, il dubbio di aver perso il treno viene anche alle persone più vecchie. Quindi riportiamo (ho 44 anni, mi ci metto anch’io tra i vecchi) il tutto sul terreno intangibile dei valori: forse sei bravo tecnicamente, ma non sei maturo/motivato/forte abbastanza.

Farei di tutto per i miei figli. Davvero?

Posso sentire echeggiare un’obiezione: io voglio il meglio per mio figlio! Gli ho dato il mio nome, i miei averi, mi assomiglia fisicamente, mi gratifica vedergli lo stesso tic di mia madre quando si arrabbia… non è vero che ho paura di lui!

Eppure, proprio perché sentiamo questo bisogno di ritrovare un po’ di noi nei nostri figli, non facciamo altro che evidenziare la nostra paura di non esserci più. In qualche modo, nei valori nostri che (speriamo) faranno loro, cerchiamo disperatamente un pezzetto di immortalità.

Per questa ragione, quando i figli crescono e capiamo che non sono la nostra fotocopia, che sono individui a parte, e che avranno i loro valori, lotteranno per le cose in cui credono, che magari sono diverse dalle nostre; li vedremo preoccuparsi del futuro e non di ciò che c’è nel passato, ovvero noi; allora capiremo che nel giro di due o tre generazioni saremo solo un nome sull’albero genealogico, senza identità, senza forma, senza senso. La nostra vita, il nostro valore, sarà ridotto a qualche lettera.

Sul posto di lavoro è la stessa cosa: ogni tanto mi capita di tornare come cliente nell’azienda che ho lasciato 18 mesi fa: incontro molte persone che si fermano e mi salutano, ma molte, soprattutto i giovani neo-assunti, non sanno chi sono. Non mi conoscono. Ho dedicato 10 anni della mia vita alla costruzione di un’azienda che non si ricorda di me dopo poco più di un anno, figuriamoci tra cinque, o dieci, o venti.

Il bisogno di essere utili… per sempre

Ci è difficile accettare che la vita possa andare avanti senza di noi, anche se ripetiamo spesso la frase “Tutti siamo importanti, ma nessuno è insostituibile” – che, detto per inciso, è la frase più in malafede di tutto l’armamentario manageriale.

Convincendoci che chi verrà dopo di noi farà un disastro, ci preoccupiamo per il futuro (nostro e loro e del mondo) ma al contempo ci sentiamo vagamente sollevati, perché, in fin dei conti, la storia che ci raccontiamo ha una morale semplice e consolatoria: alla fine, noi siamo stati veramente utili a qualcosa e la nostra vita (professionale e non) ha avuto un senso.

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