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Non smussare gli angoli. Evidenziali! (Perché cercare di essere “normale”?)

“Se cerchi sempre di essere normale, non saprai mai quanto stupendo tu possa essere”

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“Questo forse è meglio non dirlo”
Ho chiesto “Perché?” ma non ho avuto una risposta.
Lei ha stretto le spalle, sistemato i capelli, fatto un cenno con la testa, farfugliato qualcosa che non ho capito e ripetuto ancora “forse è meglio non dirlo”

Mi capita quasi sempre raccontando la storia di tanti professionisti. Le persone tendono ad escludere dalla propria vita, dalla propria storia, tutto ciò che non appare “normale”. A volte tagliano parti che a me sembrano eccezionali e probabilmente farebbero lo stesso effetto con la gente là fuori.
Ma loro tagliano, cuciono come se ci fossero delle istruzioni da seguire e tendono a farne un modello di normalità.

Le storie, anche quelle vere, possono essere raccontate in mille modi, invertire gli eventi, dare peso a qualcosa in particolare, omettere e nascondere, fanno sì che venga fuori qualcosa di completamente diverso. Non bugie, solo meno autentiche e meno “vere”.

Una persona con la quale ho lavorato aveva una grande storia; “aveva” a raccontarla per come era veramente andata.
Invece ha tagliato via tutto ciò che c’era di speciale. Ha passato un colpo di spugna su una brutta malattia (vinta), su un matrimonio problematico, su una passione troppo maschile, che poi si trattava semplicemente di inseguire un pallone, niente di immorale.

Un dirigente di alto livello ha una passione sfrenata per la cucina ma preferisce non dirlo.
Un altro tizio, nel settore delle pr, ha una tremenda paura di parlare in pubblico e riesce ugualmente a fare il suo lavoro facendo yoga da oltre 10 anni. Ma anche lui preferisce apparire sicuro e normale.

Cercare di essere normali è ciò che ci hanno insegnato

Due anni fa sono stato richiamato a scuola perché c’era qualcosa di sospetto, di poco normale.
Mio figlio di 5 anni aveva disegnato un intero album usando solo il nero anche se nell’astuccio aveva altri venti colori.

Ho chiesto “Perché hai fatto tutto nero?”
Mi ha detto che era il suo colore preferito – oggi invece è il verde e se può lo mette ovunque.
La maestra ha inghiottito la sua spiegazione e la mia tranquillità, ha finto di essere soddisfatta. “Ok, solo per essere attenta…”

Mi sono sentito trasportato indietro nel tempo.
Quando avevo circa 6 anni una psicologa o qualcosa di simile venne in classe e ci fece disegnare un albero. La traccia era semplice ed aperta: disegnate un albero.
Io però conoscevo quell’esercizio. Il giorno prima avevo sentito la dottoressa discutere con una collega.
“Vedi quest’albero? Non ha un terreno, una linea…è completamente in area. Segno che il bambino è ancora poco maturo…” (Non ricordo benissimo la tesi.)
“La maturità si vede invece quando iniziano a metterci qualche linea come base, un accenno di radici.”

Quando la maestra ci diede il “sotto al lavoro”, io sapevo cosa fare.
Il risultato fu un’opera di architettura vegetale: disegnai un albero alla buona ma ci misi anche un bel terreno ed un effetto trasparenza che faceva vedere la profondità delle radici; credo di essere sceso così tanto d averne disegnata qualcuna persino sul banco.
Pensavo di fare un figurone ma fui additato (non direttamente si intende) di essere “triste”. Il mio albero non aveva foglie e si notava una strana attenzione per il sotto…

Forse è lì che ho iniziato a cercare di essere normale.
Ho voluto un orecchino all’età di 14 anni, a 17 ne avevo 3. Non per essere strano ma perché fossi normale.

Più tardi ho iniziato ad usare delle scarpe che mi facevano sentire imbecille ma si intonavano a quelle degli altri. E quando ho iniziato a lavorare nel web mi sono sentito in dovere di riparare a tutte le stranezze fatte negli anni.
Non avevo finito la laurea, così ho messo su LinkedIn e sul sito gli esami fatti per non dare l’idea di essere troppo diverso.
Ho nascosto esperienza di vendita, il porta a porta, altre cose strane, per non sembrare uno che cambia di continuo e dall’oggi al domani.
Ho messo come città di residenza Roma (in quel periodo ci capitavo qualche volta al mese) per non apparire troppo “isolano”. Ed altre mille cose: come comunicare in modo persuasivo, usare sempre termini inglesi, cool, comprare immagini stock, non farmi vedere troppo o con gli occhiali da sole…dire solo ciò che molti credevano giusto e normale.

La verità? è stato un inferno, e non è stato neanche redditizio.

Non c’è niente di bello nell’ essere Normale (o la normalità è essere diversi)

Ho avuto un piccolo terremoto personale quando ho realizzato di odiare il mio lavoro, la ricerca della normalità, ed essere anche mediamente povero.
Come si dice? Per soldi o per gloria. Ecco, mi mancavano entrambi.

Ho iniziato a parlare di tutto ciò che mi girava per la testa, parlare a modo mio, usare la virgola quando mi veniva, metterci la faccia senza trucco e se capita anche con gli occhiali.
Ho cambiato completamente approccio: più che smussare gli angoli li ho evidenziati.
In fondo è questo il segreto per fare un ottimo lavoro, per trovare clienti, per vivere felici: farsi accettare e scegliere per come si è.

Oggi ci sono migliaia di persone che sanno molto di me.
L’altro giorno ero a Padova per la riunione di SenzaFiltro, a pranzo raccontavo il mio interminabile viaggio in treno. Uno dei commensali ha chiesto “Ma perché in treno?”
Ha risposto un altro: “No, lui non prende l’aereo”.
Si sono quello che ha paura dell’aereo.

E quando faccio una telefonata, o su skype, quando parlo con qualcuno incontrato sui social (e mediamente sono almeno 5 al giorno) la prima cosa che mi chiedono è come stanno i miei figli.
O come va con il cucciolo – ah si ho preso un piccolo schnauzer da pochi giorni.

Sono normale, strano, normale. Come tutti.
La mia storia non è straordinaria, non più di altre. Però a furia di raccontarla, raccontarla bene, espormi ed evidenziare gli angoli (più che smussarli) finisce che a qualcuno interessi davvero.

Fine del baraccone su come farsi seguire nel web: parla semplice, abbi coraggio, non cercare di essere normale, non smussare gli angoli, evidenziali. Sii te stesso!

Ha ragione Maya Angelou:
“If you are always trying to be normal, you will never know how amazing you can be!”
ovvero “Se cerchi sempre di essere normale, non saprai mai quanto stupendo tu possa essere”.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

Crescere

Quella volta che mi hanno licenziata (per fortuna)

Il giorno in cui è capitato non avrei mai pensato di dirlo, ma sì, la cosa migliore che mi sia capitata durante la carriera lavorativa è essere licenziata.

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Il giorno in cui è capitato non avrei mai pensato di dirlo, ma sì, la cosa migliore che mi sia capitata durante la carriera lavorativa è essere licenziata.

Ricordo ancora quel giorno: dopo il week end passato sul set faccio la copy, stavamo girando la pubblicità di un detergente intimo – rientro in agenzia al mattino.

Lavoro un’oretta, le solite cose: mail da smazzare, telefonate coi fornitori, settimana da pianificare, in attesa dell’ok per registrare l’audio del nuovo spot.

Poi i capi mi chiamano in sala riunione.

“Puoi venire? Dobbiamo parlarti”.

Mi si sono seduti entrambi di fronte e mi hanno semplicemente detto che l’internazionale di cui facciamo parte ha deciso di imporre dei tagli al personale e hanno deciso di licenziare me.

Senza nessun “ci dispiace”, senza altro. Nessuna avvisaglia i giorni prima… e poi una doccia gelata di spilli, una vertigine che ti fa domandare dove sarai domani. Il tuo posto non esiste più. Tu non servi più.

La prima cosa che pensi è che sarai povera. Non scherzo: pensi subito che non ti potrai permettere più nulla, dovrai correre ai ripari, che devi subito tagliare il tagliabile.

Pensi: “E le bollette?”

Poi c’è stata la rabbia: cominci a contare le ore di straordinario non retribuite, a pensare a quello che hai fatto, a quanto non ne sia valsa la pena, al fatto che hai fatto tanto per la società che ora ti ripaga mettendoti alla porta, tu e le tue domeniche lavorative e le notti non retribuite. Il tempo tolto a chi ami per sentirsi dire “sei licenziata”.

Ti trovi a dare ragione a chi ti diceva di smetterla di lavorare così tanto. Che tanto non stavi salvando la vita a nessuno: inutile.

Lo smarrimento è durato qualche giorno: il tempo di sentire un avvocato, mettere in pista la causa per il licenziamento, prendere le mie cose e covare il giusto risentimento verso i capi che, per fortuna loro, non ho più incontrato. In quel periodo mi sono presa le ferie più belle della vita: quelle senza meta, che si decidono di giorno in giorno e con un grande salto nel vuoto al rientro.

Non sapevo cosa avrei fatto, poi ci ha pensato il talento.

Si, devo comunque dire grazie a quegli anni di attività a testa bassa perché la gente ha apprezzato quello che ho fatto.

Hanno cominciato a chiamarmi: sentito che mi avevano licenziata, hanno cominciato a cercarmi per passarmi dei lavori a tempo.

Così ho fatto, la voce si è sparsa, e incredibilmente da dieci anni a questa parte lavoro.

Alla fine fare il freelance è questo: non avere certezze di quello che farai domani.

Abituata al “non lo so”.

Sicuramente ci sono liberi professionisti più abili di me nel riuscire a pianificare con una certa stabilità il loro futuro. Io no. Non chiedetemi per chi lavorerò domani perché non lo so. E cosa incredibile che continuo a ripromettermi da dieci anno a questa parte è che appena avrò tempo scriverò un libro. Appena mi libererò da quella consegna, appena fatta quella telefonata, appena sfangata quella presentazione, mi rimetterò a scrivere.

E da un lavoro ne scaturisce un altro, un tuo cliente parla bene di te a un suo contatto ed eccoci qui, dopo 10 anni, a poter dire con certezza che non tornerei mai indietro.

Le notti che faccio le faccio per me perché io ho deciso che quello che devo fare è tanto urgente da meritarsi una notte insonne.

Sono io che decido quando prendermi dei giorni di libertà – il lavoro di freelance è fatto anche di questo: sapere quando è il momento di concedersi un pomeriggio libero per fare quello che vuoi.

Mi hanno proposto più volte di tornare a fare la dipendente, ma la libertà che provi nel lavorare da sola è troppo piacevole per rinunciare a favore della stabilità.

Ho fatto pace coi miei dubbi.

Lavorerò tutta la vita? Resterò abbastanza aggiornata e in gamba da essere una professionista affermata anche quando sarà arrivata l’età della pensione?

Potrò permettermi di continuare a fare un lavoro creativo anche da anziana?

Non lo so. Questi 10 anni sono volati. E non mi sono pesati.

Però la mia dolce vendetta me la sono presa: ho scritto un libro – che reputo un lavoro minore – dedicato al mondo della pubblicità. Mi sono tolta un po’ di sassolini dalla scarpa. Non ho fatto nomi, ma chi doveva sapere, ora sa, e conosce i retroscena. È stato il mio modo di salutare la vita da dipendete in favore di questa, più instabile, ma decisamente più gratificante.

Voi come avete reagito al licenziamento? Alla fine si è rivelata un’esperienza positiva?

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In primo piano

Chi ha paura del gender?

Gli studi di genere sono ideologici e teorici? E invece: potrebbero aiutarci ad aumentare il nostro prodotto interno lordo del 13%.

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Alcune settimane fa ho scoperto che l’Università Ca’ Foscari di Venezia offre un nuovo Master in Gender Studies and social changes (Studi di genere e gestione del cambiamento sociale).

Quando studiavo all’Università di Ginevra nella seconda metà degli anni ’90, il dipartimento di lingua e letterature inglesi era fortemente connotato dai gender studies, che offrivano, a livello di analisi letteraria, una ventata di aria fresca rispetto ai corsi delle lingue romanze, dove passavamo ore a discutere di filologia.

Per questo motivo, quando ho sentito per la prima volta l’espressione “gender” in Italia, non ho capito bene perché la utilizzassero in riferimento a un’ideologia. Per me gli studi di genere erano una disciplina accademica, non una ideologia.

Certo, ogni tanto presentavano dei siparietti vagamente osé, ma era anche questo l’aspetto che li rendeva interessanti. I cambiamenti di sesso nell’Orlando di Virginia Woolf battevano a mani legate dietro la schiena qualsiasi apofonia vocale del Duecento, insomma.

Un concetto confuso (e non per caso)

In Italia, invece, la “’ideologia del gender” sembra essere associata quasi esclusivamente al movimento dei diritti degli omosessuali e (apprendo da una ricerca online) sarebbe usata per svalutare la differenza e la complementarità dei sessi.

L’espressione è entrata nell’uso corrente a partire dagli anni 2000, in parallelo ai progetti di legge sulle unioni civili che si sono susseguite dai DICO del 2007 in poi. La preoccupazione degli oppositori a questo tipo di legislazione si è cristallizzata in quella che viene da loro definita l’ideologia del gender, che favorirebbe atti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina.

Questa definizione mi risuona già di più, perché va ben oltre la questione del matrimonio ugualitario: qui si parla esplicitamente di diversità biologica fra maschio e femmina, per cui il mio background in letteratura comparata torna utile. Insomma, è la solita storia: a qualcuno dà fastidio che si sottintenda che uomo e donna sono uguali.

Forse è per questo motivo che, in Italia, solamente l’università Roma Tre e la Statale di Milano hanno finora attivato percorsi dedicati a questa tematica? Che ci sia un po’ di resistenza culturale su queste tematiche?

Gli studi di generi e le implicazioni interdisciplinari

Visto che mi trovavo a Padova per lavoro, ne ho approfittato per fare una capatina a Venezia, dove, come dicevo, è appena nato un nuovo master sugli studi di genere. Con il cognome veneto dalla mia, ho proposto un incontro alla direttrice del master, la professoressa Ivana Maria Padoan dell’Università di Venezia, per capire meglio cosa si intenda per gender studies e cosa proporranno concretamente nel loro percorso formativo.

“Quando ci si occupa di studi di genere non si parla solamente di un ambito di ricerca, che magari dall’esterno può sembrare lontano dalla quotidiana delle persone.”, ha subito chiarito la professoressa Padoan. “È una prospettiva anzi molto ampia, che è subordinata ad altre discipline: si può infatti adottare una prospettiva di genere nell’analizzare la politica, la letteratura ma anche l’economia”.

Apprendo così che gli studi di genere, ad esempio, ci hanno aiutato a capire come la crescita economica benefici di un migliore tasso d’impiego femminile. Un’analisi condotta dalle Nazioni Unite mette effettivamente in evidenza che più le donne entrano nel mondo del lavoro e più l’economia prospera. Il mondo del lavoro retribuito, si intende, naturalmente – perché non è che non facciano niente tutto il giorno…

Lo stesso rapporto ha stimato che il prodotto interno lordo della zona Euro aumenterebbe del 13% se la percentuale di lavoro remunerato delle donne fosse la stessa degli uomini.

Non solo donne, anche uomini

Niente matrimoni gay, quindi?

“Non in maniera diretta. È vero che i queer studies fanno parte degli studi di genere e si concentrano sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, chiarisce la professoressa Padoan. “Ma all’interno del nostro ambito di interesse, oltre ai women’s studies, ovvero gli studi che riguardano donne, femminismo e genere, ci sono anche i men’s studies, ovvero gli studi su uomini e mascolinità. Questo è un aspetto poco conosciuto dal grande pubblico.”

Il percorso di master fornirà ai partecipanti i concetti e gli strumenti per la comprensione e l’analisi della costruzione sociale dei generi, delle tendenze e delle pratiche sociali e istituzionali, viste da una prospettiva interdisciplinare.
Il tutto ruoterà intorno a dei project work, che costituiscono parte integrante del percorso didattico. Insomma, dei lavori pratici su obiettivi di ricerca o di progetti concreti, che le studentesse e gli studenti realizzeranno nel corso dei 18 mesi di durata del master.

Ma tra l’altro, è a tempo pieno?
“No, è un master di secondo livello strutturato per permettere a chi lo frequenta di lavorare in parallelo. L’impegno in presenza è di un fine settimana al mese; sono poi previste attività formative online”.

Ah, ecco. Quasi quasi 😉

 

Interessa anche a te?

Le iscrizioni sono ancora aperte e i corsi cominciano nel dicembre del 2018.
Per maggiori informazioni, visita la loro pagina:

Master di II livello in Gender studies and social change/Studi di genere e gestione del cambiamento sociale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia

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