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O la coerenza non è più un valore o dobbiamo dargli un altro significato

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Peggio dei tempi difficili, c’è che non sappiamo dove stiamo andando. 

 

Tra pochi giorni il mio migliore amico fa sette anni. Sono ancora confuso sul regalo da fare ma ho passato gli ultimi giorni a rivivere alcuni dei momenti più significativi. Un mese, due mesi, un anno, cammina, parla, va a scuola, ed adesso 7; il tempo che vola è più di un modo di dire.

In realtà la cosa che più mi ha turbato è che il tempo vola per tutti ma in alcuni casi sembra lo faccia con una velocità ancora maggiore, ci entrano più eventi di quanti si possa immaginare o avresti immaginato. Stavolta la riflessione è su di me, forse su di te, non sul mio piccolo amico.
In 7 anni è cambiato il mondo ma lo è cambiato persino in un solo anno; è difficile, ci si deve sforzare, a trovare anche solo negli ultimi 365 giorni qualcosa di perfettamente stabile e coerente.

L’era del cambiamento

I giorni che viviamo sono “cambiamento” per definizione ma quasi sempre ci si concentra su aspetti non così rilevanti per la maggior parte delle persone. Il clima, i robot, l’intelligenza artificiale, il trapianto di teste…Spesso invece si sottovaluta il cambiamento quotidiano, il fatto che ogni giorno, da un bel po’ di tempo ormai, è sempre diverso.

Cambiano le necessità e le priorità ma anche le persone che ci stanno intorno, e se cambiano loro cambiamo anche noi, ogni giorno.Click To Tweet

La metà dei miei amici fa un lavoro diverso dall’ultimo compleanno di mio figlio, molti non ci saranno perché sono lontani, diversi fuori dall’Italia.
Avevo stretto collaborazioni con agenzie di marketing che esistevano da una vita. Mi sembravano stabili come muri ma tantissime non ci sono più. Alcune hanno chiuso, altre sono diventate così grandi da diventare difficile lavorarci, altre ancora hanno compreso che l’unico modo per andare avanti era allearsi con qualcuno di più grande, e così sono loro adesso nella parte di chi si cerca collaborazioni.
Ho lavorato silenziosamente ad un progetto con una persona speciale incontrata sui social, questo doveva essere l’anno in cui si partiva. Poi però è successa una cosa che ha rallentato e forse fermato tutto; cose personali che chiaramente non si potevano prevedere.
Ci sono persone con le quali ho litigato per mesi ed oggi mi sembrano invece quanto di più vicino al mio modo di fare e di pensare; o sono cambiato io o loro, ma non ha importanza.

L’incoerenza del cambiamento (e della coerenza)

Se c’è una cosa che ho capito in questo lungo anno, di questi tempi, è che il valore “coerenza” ha bisogno di nuove definizioni ed interpretazioni. Rimanere coerenti, in senso tradizionale, è la minaccia più grande. E’ ciò che frega un sacco di gente, che vieta ad alcuni di fare quel passo che pure sembra inevitabile.

Ed a proposito di cambiamento, è ancora la coerenza il problema.
Ormai siamo arrivati al punto nel quale sono davvero pochi a non vedere, fingere di non vedere, il cambiamento. Il problema è diverso rispetto anche a solo un anno fa: le persone alla fine si convincono ad accettare “il cambiamento” ma non resistono al fatto che significhi cambiare ancora e ancora, e ancora.

In altre parole: alcuni, molti, sono anche disposti a passare da A a B ma non tollerano che B sia fatto di C, D, E e poi forse ancora A. Click To Tweet

Essere coerenti o cercare coerenza nel cambiamento è comprensibile ma è la cosa peggiore che si possa fare.
La coerenza di questi tempi non riguarda più cosa farai ma dove vuoi arrivare, e molte volte l’unica cosa che puoi fare è tracciare un punto di arrivo approssimato.

“Tra un anno mi piacerebbe ancora scrivere e fare sì che sia una parte del mio lavoro”.

Altre caratteristiche e modi che potrei immaginare oggi non hanno alcun senso. Siamo nell’era del caos organizzato, ecco tutto!

L’unica cosa che ha un senso è accettarlo, sapere dove stai andando e sapere che quasi sicuramente dovrai percorrere un’altra strada per arrivare. E che quando accadrà non avrai affatto sbagliato, forse avrai addirittura vinto.

When we have a clear sense of where we're going, we are flexible in how we get there. (Simon Sinek)Click To Tweet

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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Alexa mon amour (o la voce del progresso digitale)

Siamo veramente arrivati al punto che preferiamo l’efficienza di una macchina piuttosto che l’errore umano?Sicuramente non siamo ancora all’innamoramento dell’uomo sulla macchina, o forse sì?

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È da poco uscita la nuova generazione di prodotti Echo di Amazon, con una versione di Alexa sempre più integrata e realizzata apposta per il mercato italiano.

Parliamo naturalmente dell’assistente virtuale dell’azienda di Jeff Bezos, che fa parte dell’affollata famiglia delle varie Siri (Apple), Cortana (Microsoft), Google Now, AliGenie (Alibaba) e Bixby (Samsung).

L’utilizzo del dispositivo è semplice: tu chiedi e lui (lei) risponde, reagendo a ogni tipo di richiesta (fino a 40’000 diverse abilità, a credere al produttore).

È lecito domandarci: siamo veramente così impegnati nella nostra vita da aver bisogno di un’assistente che svolga per noi piccoli lavoretti come creare un promemoria, una nota, mettere su una canzone o svegliarci alla tal ora? Sono infatti queste le tipiche mansioni che gli 8,2 milioni di consumatori che hanno acquistato un prodotto Echo chiedono ad Alexa più spesso.

Di nuovo: siamo veramente arrivati al punto che preferiamo l’efficienza di una macchina piuttosto che l’errore umano?
Pensando a questa situazione mi viene in mente il film Lei di Spike Jonze (2014), in cui, in un futuro non troppo distante, il protagonista, interpretato da Joaquin Phoenix, si innamora perdutamente della sua assistente virtuale.

Fantascienza, finzione o profezia? Sicuramente non siamo ancora all’innamoramento dell’uomo sulla macchina, o forse sì?
L’azienda nipponica Gatebox afferma di aver celebrato in Giappone più di 3’700 matrimoni “cross-dimensionali”, ovvero tra un essere umano e Hatsune Miku, una famosa popstar che ha due piccole peculiarità: ha solo sedici anni ed è… un ologramma.

A ben pensarci, la situazione attuale è quasi un paradosso: non parliamo con i nostri coetanei ma ci rivolgiamo ad un computer.
Facciamo fatica ad alzare lo sguardo quando qualcuno ci chiede qualcosa ma chiediamo ad un software ogni tipo di informazione. In alcuni casi, estremi, godiamo della compagnia di una proiezione tridimensionale che ci augura la buona notte e che spegne le luci.

L’utilizzo della nuova tecnologia è indubbiamente una comodità, un modo per agevolare certi nostri bisogni, tuttavia lasciamo che la macchina faccia il suo lavoro e noi cerchiamo di goderci i piccoli momenti della nostra vita con le persone che ci accompagnano nel quotidiano, con i nostri cari, soprattutto con i nostri bimbi. Insomma cerchiamo di restare umani.

Non perdiamo le relazioni fisiche, non perdiamo la birra con i nostri, amici lasciando il posto alle chat di gruppo.

Non permettiamo che sia un computer a decidere le “persone che potresti conoscere” e lasciamo che l’algoritmo svolga il suo lavoro, ma ogni tanto chiudiamo quel monitor, blocchiamo quello schermo e guardiamo la realtà delle cose, con i nostri occhi.

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Crescere

Quella volta che mi hanno licenziata (per fortuna)

Il giorno in cui è capitato non avrei mai pensato di dirlo, ma sì, la cosa migliore che mi sia capitata durante la carriera lavorativa è essere licenziata.

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Il giorno in cui è capitato non avrei mai pensato di dirlo, ma sì, la cosa migliore che mi sia capitata durante la carriera lavorativa è essere licenziata.

Ricordo ancora quel giorno: dopo il week end passato sul set faccio la copy, stavamo girando la pubblicità di un detergente intimo – rientro in agenzia al mattino.

Lavoro un’oretta, le solite cose: mail da smazzare, telefonate coi fornitori, settimana da pianificare, in attesa dell’ok per registrare l’audio del nuovo spot.

Poi i capi mi chiamano in sala riunione.

“Puoi venire? Dobbiamo parlarti”.

Mi si sono seduti entrambi di fronte e mi hanno semplicemente detto che l’internazionale di cui facciamo parte ha deciso di imporre dei tagli al personale e hanno deciso di licenziare me.

Senza nessun “ci dispiace”, senza altro. Nessuna avvisaglia i giorni prima… e poi una doccia gelata di spilli, una vertigine che ti fa domandare dove sarai domani. Il tuo posto non esiste più. Tu non servi più.

La prima cosa che pensi è che sarai povera. Non scherzo: pensi subito che non ti potrai permettere più nulla, dovrai correre ai ripari, che devi subito tagliare il tagliabile.

Pensi: “E le bollette?”

Poi c’è stata la rabbia: cominci a contare le ore di straordinario non retribuite, a pensare a quello che hai fatto, a quanto non ne sia valsa la pena, al fatto che hai fatto tanto per la società che ora ti ripaga mettendoti alla porta, tu e le tue domeniche lavorative e le notti non retribuite. Il tempo tolto a chi ami per sentirsi dire “sei licenziata”.

Ti trovi a dare ragione a chi ti diceva di smetterla di lavorare così tanto. Che tanto non stavi salvando la vita a nessuno: inutile.

Lo smarrimento è durato qualche giorno: il tempo di sentire un avvocato, mettere in pista la causa per il licenziamento, prendere le mie cose e covare il giusto risentimento verso i capi che, per fortuna loro, non ho più incontrato. In quel periodo mi sono presa le ferie più belle della vita: quelle senza meta, che si decidono di giorno in giorno e con un grande salto nel vuoto al rientro.

Non sapevo cosa avrei fatto, poi ci ha pensato il talento.

Si, devo comunque dire grazie a quegli anni di attività a testa bassa perché la gente ha apprezzato quello che ho fatto.

Hanno cominciato a chiamarmi: sentito che mi avevano licenziata, hanno cominciato a cercarmi per passarmi dei lavori a tempo.

Così ho fatto, la voce si è sparsa, e incredibilmente da dieci anni a questa parte lavoro.

Alla fine fare il freelance è questo: non avere certezze di quello che farai domani.

Abituata al “non lo so”.

Sicuramente ci sono liberi professionisti più abili di me nel riuscire a pianificare con una certa stabilità il loro futuro. Io no. Non chiedetemi per chi lavorerò domani perché non lo so. E cosa incredibile che continuo a ripromettermi da dieci anno a questa parte è che appena avrò tempo scriverò un libro. Appena mi libererò da quella consegna, appena fatta quella telefonata, appena sfangata quella presentazione, mi rimetterò a scrivere.

E da un lavoro ne scaturisce un altro, un tuo cliente parla bene di te a un suo contatto ed eccoci qui, dopo 10 anni, a poter dire con certezza che non tornerei mai indietro.

Le notti che faccio le faccio per me perché io ho deciso che quello che devo fare è tanto urgente da meritarsi una notte insonne.

Sono io che decido quando prendermi dei giorni di libertà – il lavoro di freelance è fatto anche di questo: sapere quando è il momento di concedersi un pomeriggio libero per fare quello che vuoi.

Mi hanno proposto più volte di tornare a fare la dipendente, ma la libertà che provi nel lavorare da sola è troppo piacevole per rinunciare a favore della stabilità.

Ho fatto pace coi miei dubbi.

Lavorerò tutta la vita? Resterò abbastanza aggiornata e in gamba da essere una professionista affermata anche quando sarà arrivata l’età della pensione?

Potrò permettermi di continuare a fare un lavoro creativo anche da anziana?

Non lo so. Questi 10 anni sono volati. E non mi sono pesati.

Però la mia dolce vendetta me la sono presa: ho scritto un libro – che reputo un lavoro minore – dedicato al mondo della pubblicità. Mi sono tolta un po’ di sassolini dalla scarpa. Non ho fatto nomi, ma chi doveva sapere, ora sa, e conosce i retroscena. È stato il mio modo di salutare la vita da dipendete in favore di questa, più instabile, ma decisamente più gratificante.

Voi come avete reagito al licenziamento? Alla fine si è rivelata un’esperienza positiva?

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