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Quando non sai più la differenza tra abitudini e obiettivi

A meno che per obiettivo non si intenda “imparare a fare un aeroplano di carta”, gli obiettivi sono quasi sempre a lungo termine. Lavorare in una direzione per due o tre anni. In questo mondo però anche un anno è un’eternità e si potrebbe arrivare a destinazione con un obiettivo obsoleto, vincere in un mercato che non esiste più, cose di questo genere.

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Ho parlato con un collega, così definiamo chiunque lavori nel web, come freelance, e cioè giorno dopo giorno cerca di venirne a capo.
Si è detto sorpreso di ciò che avevo fatto negli ultimi due anni. Mi ha detto che anche lui ha questo obiettivo: riuscire a coinvolgere abbastanza persone sui social (vago ma non è questo il punto).

Una persona da Parigi mi ha raccontato mille avventure, mille soddisfazioni ma mi ha confidato di avere un grande cruccio: riuscire ad essere interessante nel web quanto lo è nella vita reale. Ok, paradossale, in realtà se si capisce cosa intende non lo è tanto…ad ogni modo, lui ha questo obiettivo.

C’è un promotore finanziario con il quale sono diventato amico. Ci siamo sentiti dopo tanto tempo: lui è lì, ancora con l’obiettivo di diventare riconoscibile nel web, attrarre clienti come la rivoluzione INBOUND sembra aver promesso.

L’altro giorno invece lo hanno chiesto a me: “Davide, quali sono i tuoi obiettivi?”
“Mhh…non lo so, ho smesso.”

Il problema degli obiettivi

Non ho la pretesa che ciò che dico abbia criteri scientifici o peggio che valga per tutti, io però con gli obiettivi mi sono sempre trovato male e dunque ho smesso di pensarci.

Lungo termine
A meno che per obiettivo non si intenda “imparare a fare un aeroplano di carta”, gli obiettivi sono quasi sempre a lungo termine. Lavorare in una direzione per due o tre anni. In questo mondo però anche un anno è un’eternità e si potrebbe arrivare a destinazione con un obiettivo obsoleto, vincere in un mercato che non esiste più, cose di questo genere.
Oppure, più semplicemente, in un mese, in un anno succedono talmente tante cose che si perde interesse. Cambiano le situazioni, le priorità e bisogna fare spazio ad “altri obiettivi”.

Non ne vale la pena
E magari quando lo raggiungi ti accorgi che hai vinto ma il premio non è abbastanza. Può essere si tratti ancora di scenari mutati ma è probabile che sia una cosa del tutto normale.
Rincorrere e poi chiedersi perché ed ora è una sensazione diffusa.
Può essere frustrante
Obiettivi di una certa rilevanza invece ti fanno sentire sempre troppo lontano. Guardi e ti vedi ancora lì con i tuoi problemi, con le tue ansie, grasso, senza una lira, il tizio che non viene ascoltato da nessuno…

Non hanno un impatto
Molti allora consigliano di puntare piccoli obiettivi. Piccoli traguardi che si possano realisticamente raggiungere. “Perdere un kg”, “guadagnare i tuoi primi 1000 euro… “
Il problema però è che in questi casi non succede mai qualcosa di così importante, qualcosa che cambi tutto. È per questo che molte persone perdono un Kg e poi ne riprendono 10, o guadagnano i primi 1000 euro e poi si indebitano per centinaia.

Il punto insomma è che raggiungere un obiettivo può farti stare bene, può essere un inizio ma non è mai un arrivo soddisfacente. Avrai voglia e bisogno sempre di nuovi obiettivi, e per quanto possa sembrare l’essenza dell’uomo, il brivido delle sfide, somiglia moltissimo alla ruota del criceto.

(Attenzione: se sei un cultore degli obiettivi, un life coach o qualcosa di simile: hai ragione tu, questa è solo la mia idea)

Obiettivi e Cambiamento

Una piccola cosa che ho imparato è che il cambiamento o c’è o non c’è. Ne ho scritto un pezzo su FDR dopo una giornata a San Patrignano ed alcune cose valgono anche in questo discorso.
Cambiare è l’obiettivo per definizione. Se però puntiamo il cambiamento ci ritroviamo ancora con un obiettivo. E può essere lontano, troppo difficile o troppo facile, potrebbe non essere ciò che vogliamo quando stiamo per arrivare.

Il cambiamento invece funziona meglio quando è immediato. Piccole cose, piccoli cambiamenti, smettere di fare una cosa e…sbam, sei cambiato!

Il potere delle abitudini

In uno dei suoi articoli psichedelici James Altucher ha ricordato: “Non sei solo la media delle 5 persone che frequenti, come si usa dire. Sei anche la media delle cinque abitudini…” Mi piace molto l’idea.

Semanticamente potrebbe essere simile o la stessa cosa di avere un obiettivo, ma la differenza è che puoi cambiare da subito. Iniziare da oggi a fare 5 cose di diverso. E poi farle ogni giorno.
Certo è difficile, non dico che non lo sia ma non è così a lungo termine, o così banale, non è frustrante ed ha quasi sempre un GRANDE IMPATTO.

Soprattutto, per quanto sia paradossale (parlare in questi termini di abitudini), è flessibile ed in continua evoluzione.

Le mie 5 abitudini:
• Alzarmi ogni mattina molto presto (non più tardi delle 6:30)
• Parlare ogni giorno con almeno una persona (su skype, al bar, dove capita)
• Leggere qualcosa che non riguarda il mio lavoro
• Fare qualcosa che mi mette a disagio (te ne parlo presto… per essere avvisato > newsletter in fondo alla pagina)
• Scrivere ogni giorno (dal 7 Settembre è diventato “pubblicare” ogni giorno)

Negli ultimi due anni ho fatto le stesse cose ogni giorno ma ogni giorno è stato diverso. È cambiato il mercato, i miei clienti, i miei servizi, il mio modo di scrivere e parlare, sono cambiate le mie necessità, i miei figli stanno crescendo e servono più soldi, ci sono più persone che mi ascoltano… ma al cambiamento dello scenario le monotone abitudini acquisiscono nuovo significato.

Penso mi abbiano portato qualcosa di buono e mi aiutano a superare i momenti No che tutti abbiamo. D’altronde:

  • L’obiettivo “5000 follower su LinkedIn” invece è andato via senza alcun effetto; sono a 7000 e non è cambiato niente.
  • L’obiettivo “vendere un corso on line” l’ho raggiunto e poi, pur vendendolo, ho scoperto che era più un problema che altro.
  • L’obiettivo “1000 euro al mese” è diventato “non mi bastano 1000 euro al mese”
  • E così per tante altre cose.

Sempre a proposito di  abitudini, cambiamento e risultati:

Un altro aspetto è che le abitudini (prenderle o perderle) ti porta ad un cambiamento molto più impattante di avere o anche raggiungere un obiettivo.
Gli obiettivi, per quanto diano l’idea di ambizione, sono limitati.
Le abitudini portano invece una crescita esponenziale, come dice Mark Manson in YOUR GOALS ARE OVERRATED

Andando al nocciolo della questione

Questo pezzo sta diventando troppo lungo, andiamo al dunque. So bene che ci si può perdere nella gara etimologica, dire che obiettivi in realtà significa questo e quello, o non quello. E che le abitudini, seguirle non sia altro che un obiettivo. Lo so ma non è questo il punto.

Il punto è che fondamentalmente ci sono due modi di ragionare, specie in questo mondo senza tanti riferimenti e senza riferimenti stabili.

  • Puoi lavorare ed inseguire un obiettivo (lasciamolo chiamare ancora così) > Cosa voglio raggiungere?
  • Oppure puoi procedere in un’altra direzione > Chi voglio essere?

La seconda domanda è quella che mi piace di più. Non ho risposte definitive ma mi piace lavorarci continuamente, ogni giorno. Anche in modo apparentemente confusionario e poco organizzato.
Non raggiungere qualcosa ma diventare una persona migliore. Non raggiungere un obiettivo ma svegliarsi e fare qualcosa che ti piace fare.
Non dare un significato numerico, quantitativo ma un significato che non puoi spiegare ma ti fa stare bene.

Perché alla fine siamo un po’ tutti John Lennon. Con qualcuno che ci dice che non abbiamo capito la domanda. Che stiamo sbagliando, che bisogna essere pratici e tante altre cose. Che bisogna avere un obiettivo e lavorare…

Quando avevo 5 anni mia madre mi diceva sempre che la felicità era la chiave della vita.
Quando andai a scuola, mi chiesero cosa volevo essere da grande. Io scrissi “felice”.
Mi dissero che non avevo capito la traccia e io risposi che loro non avevano capito la vita.

Si, diranno così, ma credo che oggi passare per quelli che non hanno capito sia un rischio necessario.

[clickToTweet tweet=”Passare per quelli che non hanno capito la domanda è un rischio necessario.” quote=”Passare per quelli che non hanno capito la domanda è un rischio necessario.” theme=”style2″]

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

Crescere

Io sono ciò che mi manca

Possiamo costruire e fare grandi cose da ciò che ci manca o dalle nostre debolezze. Non a casa il successo spesso nasce proprio dal fallimento.

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Io sono ciò che mi manca. Vivo la mia vita attorno ad un vuoto e la popolo di un pieno.
Così chi non può correre impara a volare, chi non può volare impara a nuotare.
Chi non può né correre, né volare, né nuotare impara a parlare.
E chi non può neppure parlare, impara a pensare.

A ognuno il suo talento

Ogni essere umano presto o tardi sviluppa un talento, una virtù. Impara a distinguersi per quello che sa fare, dire o pensare. E soprattutto impara a rendersi utile e a farsi apprezzare.

Ma cosa lo spinge a eccellere?

Alcuni ritengono che si tratti del fatto che presto o tardi si prende contatto con il proprio talento, naturale, genetico. Altri, invece, ritengono che il vero click avvenga nel momento in cui si incontra il proprio limite e si comincia a creare attorno ad esso. Nel primo caso alla base di un’eccellenza c’è un pieno, nel secondo caso c’è un vuoto con attorno un pieno.

Probabilmente tutte e due le ipotesi sono vere.
Tuttavia nella vita vissuta, nel lungo periodo, chi ha contattato, percepito, riconosciuto e accettato il vuoto che sta dentro il pieno si distingue per la costanza e la continuità con cui persiste nella sua piccola virtù.

Fallire per riuscire

I migliori atleti non sono quelli che non sono mai caduti, ma quelli che sono caduti e poi hanno saputo rialzarsi.
I più grandi musicisti non sono quelli che hanno sempre stregato il pubblico con le loro composizioni, ma sono quelli che hanno fatto fiasco e in mezzo allo sconforto hanno saputo ritrovare l’ispirazione.

Lo stesso vale per la gente comune. Per il piccolo imprenditore che ha saputo ripartire dopo un fallimento, per il libero professionista che ha imparato a vivere negli alti e bassi di richiesta del mercato.

Questo dettaglio purtroppo l’opinione pubblica fatica a comprenderlo.
È questo il motivo per cui la paura di cadere, di inciampare, di scendere al di sotto di una certa soglia è il più grande limite nella felicità degli esseri umani. Soprattutto in un mondo opulento e viziato come il nostro mondo occidentale.

Le garanzie ci abituano a vivere all’interno di un intervallo garantito. Per noi la parola rischiare non significa metterci in discussione e dubitare di noi stessi, significa solo giocare a fare qualcosa di diverso per vedere che effetto fa.

Chi oggi sarebbe in disposto a dire: “Toglietemi tutto!”. Molti sono disposti a rinunciare a molte certezze, ma non sanno andare oltre il “Toglietemi tutto, ma non … “, soprattutto dopo una certa età (leggi a questo proposito Cambiare vita a 40 anni).
Il grande limite è che neppure per gioco sono in grado di farlo, neppure nel tempo libero dal lavoro, dalla necessità di produrre. Nel “desport”!

Così accade che la vita scorre e se non abbiamo ancora toccato il fondo, non abbiamo ancora capito che il modo migliore per restare a galla è lasciarsi sostenere dall’acqua.
Investiamo ancora sulla nostra capacità acquisita di nuotare, piuttosto che sulla nostra naturale capacità di galleggiare.

Entrare in contatto con la propria debolezza

Una volta ebbi come paziente un pugile, dilettante.
Mi raccontò una cosa che mi colpì molto (è il caso di dirlo). Mi disse che il suo punto debole, come pugile, era che nessuno gli aveva mai rotto il naso. La mia prima reazione fu “Ma come? Questo non significa che sei bravo a difenderti?”.
Lui mi disse “Si! Sono troppo bravo a difendermi in uno sport in cui solo chi sa attaccare e fare punti, vince”.

Non sono esperto di boxe, tuttavia in quel momento ho capito che pur essendo bravo a boxare quell’uomo non poteva fare strada perché alla base del suo talento non aveva una ferita, un vuoto, una mancanza. Quelli bravi sono quelli che proprio perché sono stati colpiti nel loro punto debole hanno costruito attorno ad esso la loro forza.
Lui non era mai sceso abbastanza in basso da contattare la sua debolezza e per questo non era salito abbastanza in alto da contattare tutta la sua forza.  Solo chi ha fatto sentito la necessità, ha sviluppato la virtù.

Come scrive il grande filosofo Ortega y Gasset:
“Tutto ciò che siamo in positivo lo siamo grazie a una qualche limitazione. E questo essere limitati, questo essere monchi, è ciò che si chiama destino, vita. Ciò che ci manca e ci opprime è ciò che ci costituisce e ci sostiene. Pertanto, accettiamo il destino”.

Anche questo è #gowild

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Comunicare

Le parole per dirlo e per scegliere di includere

Le parole che scegliamo dicono qualcosa di noi, della nostra cultura e delle nostre convinzioni. Ad ogni momento possiamo scegliere di utilizzare parole più inclusive per tutt*.

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Scegliere le parole giuste per include tutti

La lingua italiana è composta di almeno 160mila parole, esclusi i dialetti locali.

Questo vuol dire che, al netto di vari livelli di analfabetismo, abbiamo un variegato campionario di termini per esprimere un pensiero, un concetto o un sentimento.

Perciò, sta a noi decidere se vogliamo includere o escludere qualcuno dei nostri ascoltatori o lettori, e trovare le parole per farlo, anche senza dichiararlo.

Non voglio tornare sulle declinazioni di genere dei titoli e degli appellativi (sul tema vi segnalo il bell’articolo di Valentina Maran che trovate qui).

C’è una discriminazione altrettanto tagliente che è legata alle espressioni evocative e a determinate frasi dedicata esclusivamente a una categoria di pubblico: le donne.

Il fenomeno è democraticamente distribuito in qualunque consesso sociale, incluse le scuole e le aziende.

E se in un’informale chiacchierata tra amici, una donna può decidere di soprassedere, in una riunione di lavoro il senso cambia.

Eh sì perché, salvi gravi deficit scolastici o analfabetismi di ritorno, si presume che chi tiene un discorso in una riunione, soprattutto se ricopre un ruolo apicale, quel discorso se lo sia preparato.

Si presume che se lo sia anche riletto, con quel minimo di cura per valutare se le parole e gli esempi scelti siano realmente efficaci per la platea; ovvero: chiari, convincenti e motivanti all’azione.

Qualche esempio dalla mia esperienza aziendale (non tutti subìti)

Mi scuso in anticipo per alcune volgarità, ma riporto le espressioni per come le ho ricevute o ascoltate.
Vabbè, comincio delicata: andiamo per gradi.

1. “Voglio più cameratismo tra voi”

Ora: la camerata richiama al collegio e, più frequentemente, alla caserma.

Le donne, in Italia, non hanno potuto svolgere regolarmente il servizio militare fino al 2000 e anche oggi sono una minoranza (più per disoccupazione che spirito di servizio, tra l’altro); perciò, chiunque sia nata prima del 1982 e cresciuta in casa, non ha esperienza di camerate.

Lo so, qualcuno starà pensando che la mia sia un’esagerazione, perché la parola è di uso comune e il senso è noto.

È vero; ma voglio sottolineare che qui non parliamo di un discorso a braccio, nel quale le idee sono a volte più veloci delle parole e si sceglie il primo termine che viene.

Parliamo di un intervento preparato.

In alternativa, si poteva scegliere: solidarietà, complicità, supporto, collaborazione, spirito di squadra, giusto per citare le prime che mi vengono in mente.

2. “Se fossi un uomo saresti perfetta”

Giuro: me lo sono sentito dire, e voleva pure essere un complimento.
Il senso era che ero preparata, efficiente, organizzata e determinata; quindi quasi perfetta nel ruolo, salvo per l’inconveniente di essere femmina.

3. “Oggi è isterica, c’avrà il ciclo”

Al di là della considerazione che il ciclo è una costante dalla pubertà alla menopausa, e che perciò ce l’avevo anche quando con me riuscivi a confrontarti serenamente, è vero: è governato da cambiamenti ormonali che nel 25% delle donne incidono significativamente sull’umore.

Ma gli sbalzi d’umore dipendono solo dal ciclo?
Non è che posso aver dormito male, discusso con qualcuno o ricevuto una notizia spiacevole?

Ho avuto un manager che, se la domenica la sua squadra del cuore perdeva, il lunedì non veniva in ufficio perché aveva la gastrite…

C’è una versione un po’ più triviale legata all’assenza di regolare attività sessuale, ma direi che si siamo capiti e ve la posso risparmiare.

“4. Dovete tirare fuori le palle”

Scusate: cioè?
No perché qui, con tutto l’impegno e la buona volontà, proprio non posso.

Mi volevi dire che devo essere tenace, determinata, coraggiosa e agguerrita?

Se proprio amiamo le metafore, possiamo dire che dobbiamo tirare fuori i denti o gli artigli?
Perché in molte specie mammifere il maschio caccia (a volte) ma è la femmina a difendere (sempre) i cuccioli e il territorio.

E siccome nell’universale linguaggio fisico animale mostrare le proprie “armi” serve a dichiarare che non si ha intenzione di fuggire e si è disposti a tutto…

Ce ne sarebbero altre (anzi, se vi va, scrivetele nei commenti) ma direi che il senso è chiaro.

I best performer

Per me poi l’apice viene raggiunto con i distinguo.

Caso 1

Parte automatica e incontrollata la frase sessista e, un attimo dopo, “escluse le presenti, naturalmente…”.

Naturalmente? Ne sei sicuro? Hai sperimentato? Hai raccolto prove a sostegno dell’esclusione?
Naturalmente, no.

È solo che, forse, hai parlato senza riflettere e ora cerchi, male, di rimediare.
Può anche darsi, invece, che da fine oratore, vuoi fermare la frase nelle menti dei presenti, sottolineandola proprio con quell’esclusione.

Come si dice: a pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina.

Caso  2

Esce la frase pesantemente volgare e l’autore si rivolge alla prima donna di cui incontra lo sguardo e dice “scusa eh!”
Come se tutti gli uomini fossero indifferenti alla volgarità e fosse solo un problema delle donne.

Davvero?

Guardate che non siamo così delicate.
Le conosciamo anche noi le parolacce, e le diciamo anche.
Siamo capacissime di sfilare le nostre belle coroncine e trasformarci magicamente nel migliore camallo di Marsiglia (con tutto il rispetto per la categoria).

Non dovete proteggerci.
Dovete imparare ad essere educati e rispettosi, anche nella scelta delle parole, verso tutti, altri uomini inclusi.

 

Lo so, può sembrare un’esagerazione e in effetti (un po’) ho volutamente esagerato.
Ma la comunicazione è uno strumento principe per includere o escludere persone.

Oggi ho parlato di donne ma potremmo parlare di disabilità o dell’uso perverso del “buona domenica” e del “buon natale”, come se fossimo tutti cristiani.

La cura con cui scegliamo le parole, le perifrasi, le metafore, gli stili ci racconta di convinzioni profonde e “culture” radicate.

Scegliere di adeguarle al contesto per includere tutti è una scelta.
Così come non farci caso.

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