Connect with us

Crescere

Personal Branding? O Te o niente.

Al tempo delle notifiche continue, di meno abbracci che like. Al tempo in cui tutti ti vogliono diverso…diversi bisogna esserlo davvero. Cioè unici. Cioè Te o niente.

Pubblicato

il

O te o niente.

Non ci sono battaglie altrettanto importanti. Non c’è fatica da sopportare se non in questa direzione. Non ci sono poi tante altre cose per le quali vale la pena sbattersi e pensare.

Come ha scritto quel poeta statunitense, non c’è battaglia più ardua che un essere umano possa combattere, in un mondo che fa del suo meglio notte e giorno per renderti un altro.

Lo disse E.E. Cummings, erano più o meno i primi anni del ‘900.

Vedeva che in giro era una corsa all’uniformarsi, un tentativo di uniformare anche quelli che in fondo avrebbero desiderato altro.

Certo ci sono alcune situazioni storiche che lo rendono un pensiero azzeccato e impegnativo (pensiamo al periodo dagli anni ’20 al ’50) ma viene da sorridere rileggendo la frase ai giorni nostri, ai giorni dell’Internet.

Delle nuove celebrità. Del senso di celebrità. E di parole come branding e personal branding.

Al tempo delle notifiche continue, di meno abbracci che like.

Pensandoci è tutto così poco sensato

Parlo ogni giorno con tante persone con il desiderio di cambiare. Con la necessità di cambiare, come dicono loro.

Cambiare per trovare un lavoro, per farsi comprare, per avere qualcosa di più.

Già, avere qualcosa di più… chi non vuole qualcosa di più? E chi può dire che non sia persino giusto?

Ma “il più” spesso non si quantifica, si pesa.

Cambiare per avere qualcosa di più (clienti, un lavoro, più soldi) e perdere se stessi non è mai stato uno scambio intelligente.

Ci sono persone che mi raccontano di averlo capito, di aver capito che oggi bisogna presentarsi per come vuole il mercato. Come se le fragole fossero di moda e dovessimo dunque dipingerci tutti di rosso, lentigginosi e con un ciuffo verde in testa.

Che poi, non è una metafora ma quel che succede.

Persone che spiegano come vendersi nel web, che parole e toni usare e che in fondo stanno spiegando come essere quello che altri vogliono tu sia. È un fallimento.

Che poi, per esperienza so che nemmeno funziona.

Copie, brutte copie. Anche nella bruttezza è sempre meglio l’originale. Penso ai venditori stile Wolf of Wall Street o mago Silvan di questo e quell’altro campo.

Non funziona e se dovesse funzionare… beh hai perso.

L’altro giorno una donna con tre figli, due lauree, 10 anni in giro per il mondo impegnata nel volontariato mi ha chiesto come potesse vendersi in modo più cool. Forse certe cose di lei non funzionavano, si chiedeva, e di altre ne avrebbe avuto bisogno.

Ma se non sei non sei. E dovrebbe essere bello così.

A che gioco giochiamo? Ogni tanto penso che il vero gioco del web sia quello di perdersi.

Per posizionarsi bisogna ritrovarsi

Anche se a me piace ancora credere il contrario. C’è una parola che amo ancora nonostante tutto: posizionarsi.

Posizionarsi significa scegliere. Cosa sei e cosa non sei. E se la scelta è sincera, se non ti adegui ma adegui la tua comunicazione, il tuo modo di essere, a ciò che sei, allora è bellissimo.

Un percorso diverso dal branding dei barattoli di fagioli… Ecco mi viene in mente che l’altro giorno ho visto un video con due pseudo esperti che suggerivano di fare di te un prodotto, che questo era la soluzione a ogni male. Scatole di fagioli, come dicevo.

Posizionarsi è decisamente un’altra cosa. Anche parole abusate come Personal Banding potrebbero esserlo.

Potrebbe significare ad esempio uno sforzo concreto prima di parlare. Pensare prima di parlare. Trovarsi prima di posizionarsi in qualche punto del quadrante.

Trovare chi sei.

Qualcosa sei di sicuro. Unico probabilmente.

Vorrei fosse più chiara l’immagine del Delfi. All’ingresso del tempio di Apollo. Trova te stesso.

Qualcosa sei di sicuro. È bellissimo. Vale lottare solo per quello.

Il pasticcio del marchio personale

Ci sono libri e corsi sull’argomento ma il Personal Branding, creare un marchio personale (o come diavolo lo vuoi chiamare) non è una vera disciplina…

È un’idea che mi trova d’accordo e che ha espresso qualche mese fa Mark Ritson – un esperto della materia 🙂

Il punto è che per vendere qualsiasi cosa hai bisogno di creare un pubblico e prim’ancora di essere riconoscibile. Ma se lavori per occupare una nicchia, un’idea (una categoria!) sei solo un bugiardo che prima o poi dovrà fare i conti con se stesso.

L’equivoco, il pasticcio, sta nel credere che si tratti davvero di comunicazione e percezione. È vero soltanto a metà o anche meno.

I contenuti dei quali si parla esageratamente tanto devi averli innanzitutto dentro. E riguardano più i valori che le competenze, più il tuo modo di muoverti e respirare che funnel e landing page.

Sempre Mark racconta un aneddoto che trovo spassoso e vero.

Un giorno era invitato a parlare ad una conferenza piuttosto importante. Il suo intervento lo assillava da mesi e si era preparato duramente. Aveva studiato modo e tono, soprattutto cosa dire. Un discorso perfetto, di altissimo livello. E la cosa che lo emozionava era che avrebbe parlato poco prima di una vera celebrità.

Per farla breve, il suo discorso filò liscio e con un discreto successo, poi toccò allo speaker principale.

Che però non c’era…Non era proprio lì nella sala.

Ad un tratto venne calato un pannello e apparve la star in videoconferenza.

Rilassato. Anzi come se si fosse appena svegliato. Disse qualcosa di strano, confuso, di poco conto e tutti diventarono pazzi.

Come riflette Mark a distanza di anni, ci sono due considerazioni che puoi fare:

  • Le persone non apprezzano la qualità
  • Le persone amano le persone

ll tizio che non si era preparato il discorso, che era saltato dalla doccia alla videoconferenza era un “marchio personale”. Ma non nel senso di costruito. O meglio non per come possiamo intenderlo.

Era una persona che per anni aveva raccontato così tanto di se, e in modo autentico, da essere diventato Reale e Vero anche per chi non l’aveva mai incontrato.

Ecco il senso. Ecco tutto.

E la terza considerazione, anche se l’ho detto prima, è che questo genere di successo non si può programmare.

Se sei in un modo, in un modo che piace, e lo racconti. E ti prendi tempo di andare in giro con la tua storia vera ed i tuoi tic… allora funziona.

Se sei in un modo che non piace…hai solo sbagliato stanza. Non sei mica sbagliato tu, non lo è nessuno.

Promuoversi senza sembrare un coglione

Perché alla fine, anche se può sembrare scortese dirlo, promuoversi come fossi un barattolo di fagioli, non farà di te una celebrità ma un coglione.

Un tizio che si loda e sbrodola nell’illusione. E se per sbaglio ottenesse il risultato sarebbe persino più triste.

L’alternativa c’è. Richiede tempo e sapere che il gioco è diverso dal vincere like e consenso digitale.

C’è una cosa chiamata vita anche se non la prendiamo in considerazione perché non c’è da fare il log in, o l’abbiamo fatto un sacco di tempo fa e non ce ne ricordiamo.

O te o niente

C’è che di questa vita ne abbiamo una e non sappiamo nemmeno per quanto. C’è che o te o niente. Non c’è battaglia più ardua e nobile. Non ci sono strade altrettanto sensate.

Nessuno in realtà ha bisogno di “immagine” o di Personal Branding. Tutti hanno semplicemente bisogno di vivere ciò che sono.

C’è solo bisogno di ricordarlo, raccontarlo. Dunque viverlo.

O questo o è niente.

O te o niente.

“Non essere altro se non te stesso – in un mondo che fa del suo meglio notte e giorno per renderti un altro – significa combattere la battaglia più ardua che un essere umano possa combattere; e non smettere mai di lottare.” E. E. Cummings

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

Continua a leggere

Crescere

L’arte di risolvere i problemi in maniera elementare (e che si può apprendere)

Amiamo la complessità. Le amiamo noi e le amano le aziende, che fanno del problem solving la regina delle competenze. E se invece l’approccio più funzionale fosse quello di osservare ciò che non c’è?

Pubblicato

il

Risolvere i problemi in modo elementare

Il buon Sherlock Holmes dice “Il mondo è pieno di cose ovvie, che nessuno si prende mai la briga di osservare”.
E dice bene, dal momento che più spesso la soluzione ad un dilemma è disarmante-mente “elementare”, in quanto somma degli elementi osservabili sulla scena del dilemma. Te ne rendi conto quando ti ricordi di osservarli e li metti uno dopo l’altro.

Un po’ come nelle avventure di Montalbano – o di Colombo, per quelli di un’altra generazione: la soluzione è semplice, quando guardi tutti gli elementi messi in fila, uno dopo l’altro. Il fatto che non sia subito semplice vedere le cose in modo elementare non dovrebbe autorizzarci a pensare che la soluzione sia per forza complessa. È semplicemente ancora celata.

È faticoso

E perché facciamo così fatica ad essere “elementari” quando ci troviamo davanti ai problemi? Cosa ci spinge ad amare così tanto la via della “complessità” rispetto a quella della “semplicità”?

Una cosa è certa: questo amore per la complessità ci ha ormai plasmati. Amiamo l’idea di essere esseri superiori in quanto complessi. A volte sembra che rendere i problemi complessi, ci piaccia persino più di risolverli.

Essere complessi porta a dare importanza a dettagli che complicano, nell’idea che “complesso” sia la strada. E se quei dettagli non fossero importanti? Le persone complesse finirebbero per essere le persone che portano tutti fuori strada, perché danno peso a ciò che complica e non semplifica. Sarebbero coloro che “sviano”. Come Watson (il “dottore” e al tempo stesso il “paziente” amico)! Se lo segui ti perdi.

Come chi cerca la soluzione dentro il problema

Applichiamo questa riflessione ad un tema che ci sta tanto caro: le piante.

Prendiamo una pianta in vaso che “soffre”, perché nessuno la innaffia.
La soluzione al problema sembra elementare: innaffiarla. Il problema è che per rendersene conto si dovrebbe osservare in modo elementare: qualcuno non innaffia la pianta. Ma quando una persona osserva una pianta, non vede quel qualcuno che non innaffia, perché quel qualcuno non c’è!

Se guardi una pianta

che soffre perché nessuno la innaffia,

lo vedi quel nessuno che non innaffia?

Eh no che non lo vedi, perché se tu lo vedessi, il problema sarebbe risolto.

Troverà solo il problema

Ed ecco il limite di essere persone complesse: preferiamo guardare in modo complesso ciò che c’è, piuttosto che in modo elementare ciò che non c’è.

Una persona complessa fa fatica a dare importanza a ciò che non c’è. Anzi si considera coraggiosa proprio in quanto non teme la complessità che scaturisce dal dare importanza al dettaglio insignificante.

Così se io prendo una pianta in vaso ed evito di innaffiarla, questa prima o poi soffre e il fatto che io non la innaffi non si vede.
Quello che invece risulta ad una analisi attenta ai dettagli (complessa!) è la scarsa qualità del terriccio e dei microrganismi in esso. Una pianta sana ha un terriccio diverso da quello di una pianta che soffre. Il punto però è: cosa rende i due terricci così diversi?

La soluzione parte dal problema…

La persona complessa cerca nel terriccio la causa, la persona elementare parte dal terriccio e cerca intorno ad esso la soluzione.

Il problema più incomprensibile mette in difficoltà in quanto non lusinga l’istinto umano alla complessità. Esso non presenta aspetti insoliti o particolari e quindi non da la possibilità di trarre delle deduzioni complesse.
Ed è proprio in queste situazioni in cui la realtà sembra prendersi gioco del nostro smisurato “ego”. Mentre noi ci struggiamo di buone intenzioni, arrivano Holmes o Montalbano o Colombo, magari travestiti da amici, parenti, colleghi, e ci stupiscono.

Li vediamo cominciare ad osservare quello che c’è (e questo già ci sorprende), per finire, come cani segugi, a scovare ciò che è oltre la scena del delitto e lo risolve (e questo prima ci fa arrabbiare con loro e poi sorridere di noi).

…ma è fuori dal problema

Elementare!

 

 

Continua a leggere

Crescere

Se vuoi essere felice, non lo sarai mai

Siamo abituati a pensare che la felicità sia un punto di arrivo e la ricerchiamo per tutta la vita, senza pensare che è un’emozione come tante e che tutte hanno una loro utilità.

Pubblicato

il

All’epoca vivevo e lavoravo a Pisa. era un pomeriggio di ottobre, ma era ancora piuttosto caldo. Quel giorno specifico non ero in ufficio, quindi mi decisi di trascorrerlo al parco, a leggere un libro.
Mentre mi trovavo seduto su una panchina, con gli occhi calati sulle pagine, mi si avvicinarono due Mormoni. Senza darmi il tempo di accorgermi della loro presenza, mi chiesero con fare quasi brusco “tu vorresti essere felice?”
Ricordo che rimasi quasi spaventato da quell’approccio così diretto, e colto in contropiede risposi in assoluta schiettezza che, in effetti, lo ero già.

Quello che parlava, allora, rincarò la dose. Mi chiese se ero davvero felice, o non avrei preferito esserlo di più.
A quel punto, ci pensai un attimo. Sapevo di non essere interessato a quello che quei due signori desideravano vendermi, ma ero sinceramente intrigato dal loro approccio. E quindi, formulai con cura la mia risposta: “In effetti, sono già felice abbastanza, non desidero esserlo di più”.

A quel punto ero sinceramente curioso di cosa il mio interlocutore avrebbe risposto, ma si limitò a bofonchiare qualcosa sulla felicità anche nella prossima vita, dopodiché i due mi lasciarono un volantino e scapparono via. Confesso di aver vissuto la loro ritirata con un discreto disappunto, anche se in questo modo potei tornare al mio libro.

Non credo di essere mai stato una persona eccezionalmente felice, anche se non ho un metro di paragone. Ho vissuto molti anni di emozioni lente e faticose, a causa di una storia famigliare spinosa, ma anche grandi momenti di gioia pura, in periodi più recenti. Però non sono mai stato ossessionato dalla felicità fine a se stessa.

Eppure, come occidentali, la felicità è forse uno dei prodotti di maggior lusso, insieme al tempo. Se qualcuno trovasse il modo di imbottigliare tempo e felicità per venderli, probabilmente diventerebbe l’uomo più ricco del mondo nel giro di pochi giorni.

Ne faccio una questione culturale. Noi occidentali siamo abituati a pensare che la felicità sia un punto di arrivo. Se possediamo un nuovo telefono ci sentiremo felici. Se avremo un’auto e una casa più grande. Se faremo quel viaggio. E se ci comporteremo bene abbastanza alla fine andremo in Paradiso, dove felici lo saremo per sempre.

C’è un film di qualche anno fa, con Will Smith, intitolato La Ricerca della Felicità. La storia è quella di un uomo che riesce ad essere felice solo nel momento in cui ottiene un buon successo economico. Credo che, se non altro, rappresenti in modo incredibilmente crudo una larga fetta della società contemporanea.

Ma ci caschiamo anche noi. Attraverso i nostri Social Network mostriamo un’immagine di noi come di persone di successo, arrivate. Felici.
Quando ce lo chiedono, diciamo che va tutto bene.

Ma non è vero.

La felicità è un’emozione effimera, e la verità è che più ci sforziamo di esserlo, e meno ci riusciamo. Viviamo nell’epoca della felicità a buon mercato. Dei corsi di mindfulness, del successo spiccio, delle ricette per diventare ricchi e felici.
Ma io te lo voglio chiedere. Sì, proprio a te, che mi stai leggendo. Non se sei felice, come il mormone di turno chiese a me.

Tu vuoi essere felice?

Se la risposta è sì, mi dispiace, probabilmente la tua ricerca ti renderà sempre insoddisfatto, e in definitiva infelice.
Se la risposta, viceversa, è no, allora complimenti, probabilmente, come me, sei già felice abbastanza.

Da occidentali siamo abituati a dividere il mondo in cose belle e brutte. Buone e cattive. Agognamo le emozioni positive, perché sono buone per noi, e rifuggiamo quelle negative, considerandole parte di quel male di cui si parlava poco fa.

Quando in effetti, tutto il nostro spettro emotivo svolge una sua funzione, e una sua utilità. Dovremmo, insomma, desiderare la felicità non più di quanto desideriamo la tristezza, o la paura. Ma siamo così abituati a dividere le emozioni in intrinsecamente positive e negative, da perdere di vista ciò che ha davvero significato.

Perché, quindi, limitarsi a esplorare la felicità? Cerchiamo nella nostra vita anche l’infelicità, la paura, il disagio, l’imbarazzo. Ma anche la rabbia, il disprezzo, l’amore. Vedi mai che alla fine del cammino non ci capiti di arrivare, quasi per caso, al Nirvana.

Continua a leggere

Treding