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Personal branding? Il primo passo è bruciare le navi.

Tutti siamo nel web, sui social ma per avere risultati bisogna partecipare in modo convinto. Non avere paura, non avere scuse ed eliminare ogni alibi che sappiamo potrebbe bloccarci.

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Non basta essere sul web, come non basta avere due gambe per riuscire a correre. Io sono oltre 10 anni che lavoro on line ma per almeno 8 anni ho sbagliato tutto ciò che si poteva sbagliare.

Soprattutto ho fatto uno degli errori più letali (e ricorrenti!) che si possano fare: avere paura e stare sempre vicino alla porta di uscita.
Sono stato nel web come tanti altri professionisti continuano a fare, in un angolo, senza esporsi, senza sbilanciarsi, senza farsi conoscere e riconoscere.

Può sembrare paradossale nell’era del personal branding ma è così: ci sono un sacco di persone che nascondono cosa sono, cosa fanno e soprattutto in cosa credono.
Nel mio caso ho passato ore ed ore davanti al monitor scrutando migliaia di siti web, leggendo tutti gli articoli incontrati, osservando il feed dei vari social e commentandolo in modo silenzioso così che nessuno mi potesse sentire.

Sembra folle ma nutrivo sempre la speranza che prima o poi qualcuno mi facesse capire in modo inequivocabile che avesse bisogno di me; in quel caso io ci sarei stato, lo avrei contattato ed avrei detto “si, il web funziona!”
Sembra ridicolo vero? Potevi dirmelo 8 anni fa o puoi dirlo a quelli che ancora sono in questa situazione.

Dire chi sei e che ci sei

Lo scoglio più arduo da superare è stato quello di affermare pubblicamente cosa facevo per vivere, nel mio caso realizzavo siti web e facevo piccoli lavori di grafica, prima, scrivevo su commissione dopo. Niente di così vergognoso ma ogni volta ero paralizzato da ciò che avrebbero potuto pensare e dire le persone. Anche questo è molto comune.
Oggi tutto ciò è solo un lontano ricordo, un bel giorno ho semplicemente detto basta e mi sono sbloccato ma qualche mese fa ho letto una pensiero che avrebbe potuto aiutarmi e farmi guadagnare tempo.

In un gruppo americano riservato a copywriter e simili si parlava proprio di questo problema. Pare che di migliaia di iscritti solo la metà dichiara apertamente di essere un copywriter, uno scrittore, un ghostwriter. Potrebbe sembrare segno di umiltà ma invece si tratta della stessa paura che bloccava me e blocca ancora oggi tante altre persone.

Parlando di questo, uno dei membri del gruppo, credo si chiamasse Elisabeth ha raccontato la sua storia, di come sia riuscita in meno di 2 anni a vivere del suo lavoro e della sua passione.
Il momento più importante, ha raccontato, è stato quando ha deciso di scrivere sul sito, sui bigliettini, sui social “sono una copywriter”.
L’effetto è stato incredibile ed adesso so che è realmente così.

Il potere di una dichiarazione di questo tipo non sta nella reazione delle persone, non arriveranno clienti solo perché dici ciò che fai, ma in ciò che provoca in te stesso.
Dire, scrivere, condividere ciò che fai crea consapevolezza ed impegno. Un po’ come quando si consiglia a chi vuole smettere di fumare di dirlo alle persone vicine; dicono aiuti per paura di non apparire coerente.
Dire “sono un copywriter” o “un personal trainer” o “il tizio dei gelati” cambia il tuo mondo ed è più importante di qualsiasi altra cosa.
Significa approcciarsi in modo diverso ed avere presente che ogni messaggio, ogni azione avrà un altro significato.

Un’altra cosa stupefacente di questa vicenda è che una volta che dici “sono questo” non arriva nessun ispettore, nessun controllo, nessun giudice. Da una parte potremmo dire che non gliene frega niente a nessuno ma questo è bene. Avrai modo di riempire e dare senso con ciò che comunicherai e ciò che riuscirai a fare. E’ un punto di partenza, sia chiaro, ma una tappa obbligata per riuscire on line.

Un problema diffuso: non siamo soli.

Non sono il solo ad aver perso tutto questo tempo e parlando ogni giorno con le persone so che è un dettaglio che fa la differenza, spesso in negativo. Blocca giovani e “nuovi giovani”, un sacco di over 45 che ormai hanno accettato di mettersi in proprio, in gioco ma non lo fanno mai realmente.

Ci si blocca nel passato, in ciò che è stato e ci si continua a chiedere “ma se io ero, se io ho fatto, se io ho detto…” E’ la trappola più pericolosa nella quale si può cadere. Basta un pizzico di logica, avrei voluto averla prima, per capire quanto sia un pensiero illusorio.

  • Se credi di non avere il diritto di fare quel lavoro o pensi che non ne sei capace > non lo fare. Hai la mia stima in questo caso.
  • Ma se ci credi, se pensi di essere all’altezza e soprattutto se è davvero ciò che fai > DILLO, raccontalo, raccontati.

Benvenuto nel web. Adesso brucia le navi.

Tutti siamo nel web, sui social ma per avere risultati bisogna partecipare in modo convinto. Non avere paura, non avere scuse ed eliminare ogni alibi che sappiamo potrebbe bloccarci.
Mi viene in mente Guglielmo il conquistatore o, più famoso, Cortes appena sbarcato nel nuovo mondo.

Il modo migliore per riuscire in un’impresa è quello di affrontarla. Coraggio.

Quando Cortes vide che la sfida era dura ed i suoi tentennavano, andò sulla riva e bruciò ogni nave.  In questo modo non c’era più da pensare, bisognava agire. Soprattutto non c’era più da pensare cosa fare in caso di sconfitta. Credo non ci sia nulla di più potente di questo, anche sui social, su LinkedIn bisogna avere il coraggio di partire ed eliminare ogni possibilità di tornare indietro.

Ci sarà tempo per sistemare, migliorare, cambiare ma mai scappare. D’altronde come disse Peter Drucker “Fare la cosa giusta è più importante che farla bene.”

Avere coraggio, eliminare le scuse, fare ciò che piace. Dopo 8 anni di errori, so che è la cosa giusta da fare.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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La ragione di vivere non sempre si trova (e neanche si deve cercare)

La vita è tutta una ricerca, nella speranza di trovare la nostra vera vocazione. Ma la ragione per alzarci al mattino, spesso, non la si trova: bisogna coltivarla.

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Ikigai: coltivare la propria ragione di vivere

“A parte la sveglia, che cos’è che ti fa alzare la mattina?”

Questa domanda di solito fa sorridere le persone.

Alcune, dopo aver sorriso, hanno uno sguardo un po’ preoccupato.

Alcune chiedono di specificare meglio la domanda.

Altre, invece, la domanda l’hanno compresa benissimo.

Adesso hanno solo il timore di non avere una risposta che sia la loro vera risposta.

Quello che ci fa alzare la mattina

Negli ultimi anni, si sono scritti diversi libri e articoli sul tema dell’Ikigai. La parola proviene dai vocaboli giapponesi “iki” (vivere) e “gai” (ragione, scopo). Pertanto, questo concetto può essere tradotto come “ragione di vita”.

In un unico termine, gli abitanti della terra del Sol Levante esprimono diversi significati che possono essere “indossati” a seconda delle nostre condizioni interpretative.

Possiamo sentire l’Ikigai come il motivo basilare per cui ci alziamo tutte le mattine (sveglia elettronica esclusa). Oppure quello che vogliamo realizzare con il nostro tempo (il tempo che definiamo “libero”). Magari è l’insieme delle nostre passioni più autentiche o è la nostra vocazione più vera. Per qualcuno potrebbe essere il modo con cui contribuisce a migliorare l’ambiente in cui vive.

Un territorio molto impegnativo

Personalmente, riguardo all’Ikigai, tendo a suddividere le persone in cinque categorie.

  1. Quelli che hanno compreso cosa sia (risposta personale, non “giusta”)
  2. Quelli che hanno compreso cosa sia e stanno cercando di farlo germogliare
  3. Quelli che non hanno compreso cosa sia
  4. Quelli che non hanno tempo per pensarci
  5. Quelli che non ne hanno mai sentito parlare

L’Ikigai è un “territorio” molto impegnativo per l’uomo e la donna occidentali (che siamo noi).

Lo è perché, se ci entriamo dentro, pone delle domande ostiche. Ci mette in contatto con quesiti personali che solitamente non sono né leggeri, né volatili, né banali. Sono solo terribilmente rari. Ci mette cioè sulla frequenza di quello che potremmo definire un nostro senso esistenziale.

Forse neanche ce ne accorgiamo, ma siamo abituati ogni giorno a stringere, produrre, correre, obbedire, fatturare, presenziare, non deludere, garantire, rimanere composti, rimanere fedeli, ammaliare, accondiscendere, sorvolare, cercare consenso, ecc. (verbi caratteristici di un certo modus vivendi).

Una ragione per vivere

Come direbbe un politico italiano (o un comico che lo imita), non possiamo mica star qui a “pettinar le bambole”. Cioè, in qualche modo, bisogna andare al punto.

E con una ricerca specifica sull’Ikigai, l’Università di Sendai (Giappone) è andata al punto. Lo ha fatto approfondendo le credenze sociali e gli stili di vita relativi a questo tema, oltre ai risvolti effettivi sulle persone che hanno compreso l’Ikigai nella loro vita.

Dai risultati emerge che le persone con un consapevole senso di Ikigai sentono la pienezza del presente: quella che rende ogni istante prezioso e che dà la sensazione di avere uno scopo (che è qualcosa di diverso di un semplice obiettivo da raggiungere).

I ricercatori hanno dedotto che questo senso non rifletta semplicemente fattori psicologici individuali (quali benessere, speranza, fiducia), ma anche la consapevolezza individuale delle motivazioni per cui si vive. Il suo significato ha a che vedere con l’avere uno scopo o una ragione per vivere.

Oltre questa benedetta felicità

Secondo questa filosofia, tutti possiedono un proprio Ikigai. Però non sempre si riesce a scoprirlo, perché è necessaria una ricerca profonda che implica un viaggio introspettivo.

E i viaggi introspettivi costano un sacco, giusto? Non denaro, forse, ma una fatica e un rischio di “pericoloso risveglio” capace di far tremare le gambe.

Nella dimensione dell’Ikigai non si tratta quindi di trovare “questa benedetta felicità” (parola che citiamo spesso, talvolta senza sapere di cosa stiamo parlando).

Si tratta più che altro di scoprire invece ciò che ci fa stare bene e che ci appassiona, soprattutto sul lungo periodo.

Volevamo trovare, ma c’è da coltivare

Fin da bambino, mi hanno raccontato le storie di pirati che trovano il tesoro, di principesse che trovano ranocchi (e a volte prìncipi), di uomini che trovano lampade speciali nelle grotte, di ragazzetti che trovano spade nelle rocce, di astronauti che trovano pianeti sconosciuti nell’Universo.

Nella mia infanzia, tutto quello che ancora non c’era… andava trovato. Perché era il fisiologico risultato della ricerca.

L’Ikigai invece no. La brutta notizia, a questo punto del post, è che non c’è uno scopo da trovare.

Ken Mogi, studioso giapponese che ha scritto Il piccolo libro dell’Ikigai, ritiene che non sia qualcosa da trovare, quanto piuttosto qualcosa che possa essere svelato. Da chi? Da chi decide di coltivare una pianta, che ha una ragione per vivere.

Come sempre, per “scrivere racconti nuovi”, potremmo cominciare con delle domande. In questo caso, tre semplici domande. A noi stessi.

  1. Quali sono le cose che hanno per me maggior valore?

  2. Come mi piace utilizzare le prime ore del mattino, dopo essermi svegliato?

  3. Da quali attività ricavo con naturalezza il massimo piacere?

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Tra percezione e reazione: l’equilibrio della forza grande

Il Tai Ji Quan insegna che se vuoi spingere il tuo avversario lontano devi lasciare che il suo peso entri dentro di te. La forza grande nasce nell’equilibrio tra la percezione dell’altro e ciò che ci porta a reagire.

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La curiosità: la forza grande del Tao

Che cos’è la forza “grande”?

Il Tai Ji Quan insegna che se vuoi spingere il tuo avversario lontano devi lasciare che il suo peso entri dentro di te. E tanto più lascerai che questo accada, tanto più sentirai in te la forza aumentare.
Questa parabola crescerà fino al punto in cui ti sentirai in bilico: se tu lo facessi entrare un pizzico in più, non avresti più la forza di respingerlo. Ed è esattamente quello il momento di (re)agire: ti ritroverai a sviluppare una forza “grande” in quanto somma della sua forza dentro di te e della tua forza su di lui. Avrai realizzato il Tao: il bianco dentro il nero e il nero dentro il bianco.

Percepire e reagire: questa è la via della forza “grande”, del Tao supremo

Così, chi non si esercita nella capacità di percepire, non sviluppa la capacità di reagire; chi non si esercita nella capacità di reagire, non sviluppa la capacità di percepire.

Se lasci che l’altro avanzi troppo verso e dentro di te, non avrai più la forza di respingerlo; se non lo lasci entrare abbastanza, non avrai la forza di raggiungerlo.

La forza dunque nasce dalla capacità di lasciare entrare gli altri dentro di noi, piuttosto che da quella di entrare noi dentro gli altri.
Al tempo stesso la forza trova compimento nella capacità di reagire quando l’interazione con l’altro si sta per trasformare in prevaricazione. Chi vuole esercitare la sua forza sugli altri deve innanzitutto imparare a gestire il contatto con gli altri.

I grandi maestri di Tai ji Quan riescono talvolta ad esercitare la loro forza sugli altri anche senza avere con essi un contatto diretto. Come si spiega tutto questo, si domandano in molti? In loro infatti non sembra esserci alcun contatto con l’avversario. La forza sembra sorgere da loro e da loro soltanto!

Chi li osserva attentamente sa bene come sciogliere questo dilemma. Il contatto in realtà c’è! Semplicemente non avviene per il tramite del tatto, ma attraverso altri sensi, come l’udito, la vista e in qualche modo l’olfatto. Così l’ingresso dell’altro in noi stessi può avvenire anche in forma di informazioni sensoriali non tattili: una percezione a distanza.

Qual è dunque il più grande talento di un essere umano capace di una forza “grande”? La risposta è semplice, ma per nulla scontata.

È la curiosità, la virtù degli uomini e delle donne capaci di una forza “grande”

A questo punto allora la domanda diventa un’altra: qual è la qualità necessaria per essere curiosi e di conseguenza forti? Lao Tzu, nel suo mitico Tao Te Ching, dice:

Chi conosce gli altri è sapiente,
chi conosce se stesso è illuminato.
Chi vince gli altri è potente,
chi vince se stesso è forte.

Sapienza e illuminazione, come una costante oscillazione tra sé e gli altri, tra gli altri e sé, questa è la curiosità che rende potenti e forti. Chi esplora solo se stesso o solo gli altri sarà sempre debole. È l’interazione che sprigiona la forza “grande”!

Quando percorriamo la via della solitudine e dell’isolamento, siamo come un fiore che si rifiuta di fiorire: non emana nessun profumo, non sprigiona nessun colore. Se ci avviamo lungo le vie del mondo e ci concediamo di imbatterci in altri esseri viventi umani e non umani, allora, presto o tardi, gli urti e le carezze della vita ci faranno sbocciare e le nostre potenzialità diventeranno le nostre azioni, le nostre azioni ripetute nel tempo le nostre virtù.

Chi rifiuta gli schiaffi della vita, si rammollisce;
chi rifiuta le carezze, si irrigidisce 

Spesso si sente dire che il vuoto sarebbe la premessa del pieno, il disinteresse la premessa per la curiosità, il distacco la premessa del contatto. Solo chi è vuoto, infatti, può far entrare un pieno. Penso che questo sia vero, ma solo fino ad un certo punto.

Negli anni ho cercato il vuoto più e più volte, ma più l’ho cercato, meno l’ho trovato.
Ho incontrato decine di persone che dopo anni di dedizione al vuoto interiore, hanno perso l’equilibrio, frustrati da un pieno che non arriva mai.

Quello che fa la differenza tra la via del Tao e della forza “grande” e la via del vuoto è… la pratica.
La forza grande è il frutto della pratica e mai del sacrificio. La ripetizione quotidiana dell’esercizio della curiosità, questa è la strada sicura. Osservare, ascoltare, sentire: tutto.

Di nuovo Lao Tzu dice:

Per raggiungere la conoscenza
aggiungi qualcosa ogni giorno.
Per conquistare la saggezza
togli qualcosa ogni giorno.

Spesso si ritiene che conoscenza e saggezza siano due qualità che si escludono a vicenda: antitetiche, come il professore e il saggio della famosa storia Zen. Quello che ho potuto sperimentare e sperimento quotidianamente è diverso: conoscenza e saggezza si alimentano reciprocamente.

La via della forza “grande” è la via dell’integrazione.

 

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