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Se piove non se ne fa niente (ed altre scuse per rovinarsi la vita)

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Da bambino, ogni domenica, mio padre mi portava ad un parco giochi a pochi passi da casa. Più che autoscontro e scivoli, il mio appuntamento era con un tizio sporco e barbuto, con una bancarella piena di mostriciattoli ed altre cose che i bambini amavano negli anni ’90.
La cosa più buffa, o triste, della vicenda è che a quel tempo avevo sviluppato una teoria tutta mia e che pareva confermata empiricamente: la domenica non piove!

Si è stupido ma avevo appena 6 o 7 anni o forse meno, e se pioveva per me era la fine del mondo.
Quando piove saltava tutto. Il parco si fermava. Il tizio con la sua bancarella se ne stava rintanato da qualche parte; oggi direi che se ne stava a bere tutto il giorno su un divano o qualcosa del genere.

Quando con il tempo iniziai ad incontrare con più frequenza le giornate piovose, sviluppai un’altra teoria. In due passaggi.

  1. La pioggia fa schifo
  2. Non fa schifo. Sono i grandi che non capiscono che è solo acqua e non c’è mica bisogno di fermare il mondo, o rinunciare a ciò che ci piace.

La pioggia mi ha impedito un sacco di altre cose nel corso degli anni, e dato autorevolezza alla mia teoria.

Partite di calcetto già pianificate sono state annullate. Idem per giornate al mare, in campagna, o escursioni cittadine in motorino qualche anno più tardi.
La costante è sempre stata che gli adulti si fanno un sacco di problemi.

La pioggia, i bambini, i grandi

Nel tempo la “pioggia” ha assunto un significato diverso. È stata anche il vento, il pericolo, l’opportunità, i soldi, il compromesso, ciò che pensa e dice la gente, il buon senso, le seghe mentali.

Da piccolo guardavo il mondo e pensavo che ci sono un sacco di cose per cui non vale la pena preoccuparsi. Soldi in più o in meno sul conto corrente, una bolletta più salata del telefono (una volta era un dramma!), svegliarsi la mattina e fare un lavoro che fa schifo – ma perché diamine lo fai?
O andare al supermercato e non prendere le merendine che sono squisite in favore di broccoli ed altre cose dal gusto pessimo.
Oppure, a proposito della domenica, doversi alzare comunque ad un orario decente e sistemare, pulire, impiegare il tempo libero per recuperare tutte le cose schifose che non hai fatto perché lavoravi o studiavi.

Da bambino mi sono promesso un sacco di cose e molte riguardavano la pioggia e la stupidità dei grandi.

Avrei fatto tutto ciò che volevo o almeno ci avrei provato. Di sicuro non mi avrebbe fermato la pioggia o qualsiasi altra cosa che le somigliava.” …

Oggi è domenica. Piove. Sono grande.
Mi sono svegliato più tardi del solito, sono le 7:15. I miei bambini dormono.
Quando si sveglieranno toccherà a me dirgli che oggi…beh non se ne fa niente perché fuori piove.

Ed a proposito di lavoro, di cose che per un bambino appaiono di una stupidità clamorosa…beh anche qui ho fatto un sacco di cose stupide.
Però, a pensarci bene, fuori è anche peggio.

Parlo con un sacco di persone al giorno, nell’ultimo anno saranno state quasi un migliaio, e vedo che tutte o quasi sono vittime della sindrome da pioggia.
Non si può, non conviene, non è sicuro, non è prudente…

È solo pioggia. Sono solo intoppi, sassi per strada, strade chiuse nelle quali trovare deviazioni e nuovi passaggi.
I bambini non sanno cosa significhi la parola NO. Questo, se sei genitore, ti fa incazzare ma in realtà c’è una buona dose di invidia.

Prova a pensare cosa ritenevi “stupido” da bambino e cosa sognavi. Quante incazzature per colpa della pioggia vero?
Ed ecco la situazione paradossale:

  • Prima volevi ma non potevi
  • Oggi puoi ma non vuoi

Da GRANDE

Da grande si diventa mediamente più saggi. Impari che non si salta da un muretto troppo alto, che non si dicono bugie (quasi), che non si mangia tutto il barattolo di nutella, che svegliarsi la mattina ti fa bene, e coricarti troppo tardi ti rincoglionisce…

Si, da grandi si capiscono cose che ti avrebbero fatto stare bene o meglio o più sicuro quando eri bambino.
Col senno di poi ci saremmo risparmiati quelle maledette sbucciature del ginocchio, quelle notti aspettando un messaggio (o una lettera) dall’amore di una vita. Forse avremmo baciato la ragazza che ci piaceva e ci vergognavamo a dirlo, o forse l’avremmo baciata prima senza perdere così tanto tempo.
Ed altre cose che da grandi si capiscono meglio o più in fretta.

Però da piccoli…
Se vivessimo i nostri giorni con gli occhi del bambino che siamo stati ci risparmieremmo cose ben più importanti.
Se non avessimo paura della pioggia…

Ieri volevamo ma non potevamo
Oggi possiamo ma non vogliamo

Tornare GRANDI

Diventare grandi (inteso almeno anagraficamente) non pare abbia tutti questi vantaggi. Forse bisogna pensare la parola GRANDI in modo diverso – quasi sempre infatti su questo blog lo scrivo così e non mi riferisco all’età –

Forse questo è il tempo di TORNARE GRANDI

Unire i vantaggi di poter fare ciò che vogliamo e di volere le cose giuste, ciò che conta davvero e ci fa stare bene.

E questo è il punto: trovare ciò che sei.

Aveva ragione Joseph: da grande voglio essere bambino.

Quando sarò grande, voglio essere un bambino – Joseph Heller

Certo, potendo scegliere, senza sbucciature perché facevano un male cane. Ma se proprio non si può, beh fa niente…vanno bene anche quelle.

Piove anche di domenica. Piove anche quando non vorresti. O a volte fa troppo caldo. Fa niente.

Non sei un bambino. O lo sei diventato nuovamente ed al momento giusto.

Fa come credi. Fa ciò che ami. Stai attento e sii prudente. Ma vivi.
Non essere “vecchio”. Sii GRANDE come da bambino.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

In primo piano

Perché ci lamentiamo sempre dei giovani?

L’aneddoto del collega cinquantenne che rende la vita impossibile al giovane neo-assunto è in realtà una storia fatta di paure, di insicurezze e di morte. Rien que ça.

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Daniele non si fida dei suoi colleghi cinquantenni.
“Ho avuto delle brutte esperienze, in passato”, mi confida. “Non solo non ti aiutano, ma fanno apposta a non passarti le informazioni di cui hai bisogno”.

È una storia che ho sentito spesso: il senior che snobba il collaboratore junior e che gli rende la vita difficile, sottoponendolo a una specie di nonnismo del lavoro.

Assomiglia in maniera simmetrica alla storia del cinquantenne che si lamenta del ventenne e che si domanda in che razza di mondo ci faranno vivere la nostra vecchiaia questi giovinastri.

Quando la struttura narrativa si ripete in modo così sistematico, il mio rilevatore di stereotipi si accende e si mette a suonare.

La premiata ditta dei giovani svogliati (dal 598 a.C.)

Queste lamentele sono vecchie come il mondo. Hanno una dimensione che oserei definire mitologica.

Troviamo testi greci del 600 avanti Cristo che dipingevano i figli come tiranni pronti a rispondere male ai loro genitori; nelle commedie di Plauto (l’equivalente romano di Netflix) si affrontava spesso il tema della decadenza morale dei giovani e il conseguente dilemma di un’educazione rigida o indulgente; il monaco giapponese Yoshida Kenkō, vissuto nel XIV secolo, si lamentava della scarsa padronanza linguistica dei suoi discepoli; la scrittrice Anna A. Rogers nel 1907 temeva la fine dell’istituzione del matrimonio a causa di una nuova generazione troppo individualista; e così via.

Tutte queste esternazioni hanno qualcosa in comune: la verità storica, che a posteriori le fa apparire ridicole.
Possiamo dire con una certa sicurezza che negli ultimi 3000 anni il mondo non sia finito più volte a causa di una nuova generazione di mollaccioni. O no?

La paura di non essere più abbastanza

Chi mi segue regolarmente sa che ho qualche teoria fissa e una di queste è sicuramente che la maggior parte dei nostri comportamenti disfunzionali sono nutriti dalle nostre paure.
Paura di perdere la faccia, paura di non essere abbastanza, paura di venir rifiutati, paura di essere inutili, paura di non essere amati… Insomma, la Paura, quella con la P maiuscola, specifica per ognuno di noi ma mai troppo differente da quella degli altri.

Alla base di questa constante mortificazione della nuova generazione da parte della generazione precedente, a mio avviso, c’è proprio la paura.

Solo la paura, infatti, può giustificare un orrore come quello di dare alla luce dei bambini in questo mondo, di farli crescere, di occuparci di loro, per poi convincerli di essere meno bravi, meno indipendenti, meno meritevoli, meno lavoratori di noi.
Affidiamo ai nostri figli un futuro costruito sulle nostre imprese e sui nostri errori, dando loro la responsabilità di viverci con gratitudine.

E facciamo lo stesso in azienda: io vecchio lupo di mare, navigato, ti do l’onore di farti le ossa nella realtà che ho contribuito a costruire, quando la gente della mia generazione faceva le cose in ordine; tutto quello che vedi non lo meriti, perché non hai ancora dimostrato il tuo valore. Quindi non aspettarti da me un aiuto o un comportamento collaborativo: devi rimboccarti le maniche, come ho fatto io.

La storia è stata scritta dagli sfigati

Questa narrativa funziona talmente bene che la nuova generazione, a un certo punto, si convincerà veramente di aver fatto qualcosa di sbagliato.
I giovani cominceranno a preoccuparsi di non essere all’altezza: “Alla mia età, mio padre era già sposato con due figli, io invece sono ancora all’Università, fuori corso e dipendente economicamente”.

Ogni generazione viene mortificata dalla precedente e, invecchiando, ripeterà lo stesso paradigma, mortificando quella successiva. Perché “ai miei tempi, le cose erano diverse”.

Eppure, proprio perché questo paradigma è ciclico e ininterrotto da millenni, allora dovremmo essere seduti intorno a un fuoco a darci mazzate con la clava, in questo momento. A sbattere la testa contro i muri delle caverne.

Invece tutto ciò che ammiriamo, che desideriamo, tutto ciò che c’è di buono e di bello nella storia dell’umanità, come l’arte, le grandi opere architettoniche, la letteratura, la musica, l’innovazione tecnologica, tutto è stato fatto da persone considerate confuse e incapaci dai propri padri.

Non ci rimpiazzerete mai

In azienda, è possibile che una persona senior si possa sentire minacciata da un giovane: siamo animali, e guardiamo con sospetto il lupacchiotto che cresce, si afferma ed è pronto a soffiarci il posto che ci siamo guadagnati con tanta fatica.

Un collaboratore più giovane è l’incarnazione della nostra paura di non essere più… utile, amato, necessario… vivo. In qualche modo ci troviamo di fronte all’evidenza della nostra mortalità, sia professionale che umana (e quindi sia metaforica che reale).

Quando diciamo che questi giovani sono fannulloni, viziati, dipendenti – che non sono all’altezza dei nostri standard, quello che diciamo è che questo giovane non mi può rimpiazzare. Non è bravo abbastanza per prendere il mio posto, o peggio: non ha la caratura morale e di carattere per farlo.

Sì, perché a causa dell’accelerazione iperbolica dell’innovazione tecnologica, il dubbio di aver perso il treno viene anche alle persone più vecchie. Quindi riportiamo (ho 44 anni, mi ci metto anch’io tra i vecchi) il tutto sul terreno intangibile dei valori: forse sei bravo tecnicamente, ma non sei maturo/motivato/forte abbastanza.

Farei di tutto per i miei figli. Davvero?

Posso sentire echeggiare un’obiezione: io voglio il meglio per mio figlio! Gli ho dato il mio nome, i miei averi, mi assomiglia fisicamente, mi gratifica vedergli lo stesso tic di mia madre quando si arrabbia… non è vero che ho paura di lui!

Eppure, proprio perché sentiamo questo bisogno di ritrovare un po’ di noi nei nostri figli, non facciamo altro che evidenziare la nostra paura di non esserci più. In qualche modo, nei valori nostri che (speriamo) faranno loro, cerchiamo disperatamente un pezzetto di immortalità.

Per questa ragione, quando i figli crescono e capiamo che non sono la nostra fotocopia, che sono individui a parte, e che avranno i loro valori, lotteranno per le cose in cui credono, che magari sono diverse dalle nostre; li vedremo preoccuparsi del futuro e non di ciò che c’è nel passato, ovvero noi; allora capiremo che nel giro di due o tre generazioni saremo solo un nome sull’albero genealogico, senza identità, senza forma, senza senso. La nostra vita, il nostro valore, sarà ridotto a qualche lettera.

Sul posto di lavoro è la stessa cosa: ogni tanto mi capita di tornare come cliente nell’azienda che ho lasciato 18 mesi fa: incontro molte persone che si fermano e mi salutano, ma molte, soprattutto i giovani neo-assunti, non sanno chi sono. Non mi conoscono. Ho dedicato 10 anni della mia vita alla costruzione di un’azienda che non si ricorda di me dopo poco più di un anno, figuriamoci tra cinque, o dieci, o venti.

Il bisogno di essere utili… per sempre

Ci è difficile accettare che la vita possa andare avanti senza di noi, anche se ripetiamo spesso la frase “Tutti siamo importanti, ma nessuno è insostituibile” – che, detto per inciso, è la frase più in malafede di tutto l’armamentario manageriale.

Convincendoci che chi verrà dopo di noi farà un disastro, ci preoccupiamo per il futuro (nostro e loro e del mondo) ma al contempo ci sentiamo vagamente sollevati, perché, in fin dei conti, la storia che ci raccontiamo ha una morale semplice e consolatoria: alla fine, noi siamo stati veramente utili a qualcosa e la nostra vita (professionale e non) ha avuto un senso.

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Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Il mio ragazzo mi ha lasciata dopo una violenza sessuale”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…
Il mio più che un messaggio è uno sfogo. Mesi fa ho subito un tentativo di violenza sessuale. Il mio ragazzo non ha mai accettato questa cosa e infatti, ad un passo dalla convivenza, mi ha lasciato. Avevo accettato un lavoro pessimo per stare con lui, un part time, io che ho sempre fatto la barista, e l’ho fatto per amore, contenta della mia scelta. Oggi rischio anche di perdere questo lavoro, e mi sento il mondo che mi crolla sulle spalle. Amo scrivere, il mio sogno è pubblicare un libro. Che dire, spero che ne venga fuori una buona storia da tutto ciò. E nulla, spero tu mi voglia rispondere, sarebbe una piccola conquista in un momento così buio per me. Grazie ancora per lo sfogo, e sappi che un sorriso riesci sempre a strapparmelo. Un bacione!”

Cara amica, che cosa triste che mi hai raccontato, davvero. Intanto ti mando un forte abbraccio e un sorriso colorato, sperando che adesso tu stia meglio e che tu abbia già provato a voltare pagina, ricominciando da ciò che meriti di più in assoluto: te stessa. Perché è noi stessi che non dobbiamo mai smettere di mettere al primo posto.

Un uomo non dovrebbe mai lasciare sola la donna che gli è accanto mai, figuriamoci in questi momenti, finendo per colpevolizzarla ulteriormente come se subire una violenza sia una scelta quasi paragonabile ad un tradimento. Come si può non comprendere il dolore e l’umiliazione che porta con sé un’esperienza simile? Come si può ignorare le ferite profonde che ti lascia addosso una molestia sessuale? Come non avere cura della fragilità di qualcuno che diventa tutto a un tratto vulnerabile e indifeso?

Mi dispiace molto. Al di là del tentativo di violenza in sé, ovviamente disumano, e che spero sia stato arginato il più possibile, mi dispiace soprattutto perché non hai trovato vicino a te la persona giusta per poter affrontare insieme (come dovrebbe essere) un peso simile. Per questo, l’unica magra consolazione che mi sento di dirti nell’accogliere il tuo sfogo, è l’invito a fruttare quello che è successo per vedere il bicchiere mezzo pieno: hai capito di trovarti accanto alla persona sbagliata, quella che ha preferito lasciarti per l’ultima cosa per la quale avrebbe dovuto farlo. Quella che ha affondato e rigirato il coltello nella ferità anziché afferrarne il manico ed estrarlo per salvarti.

Infine, un piccolo insegnamento, che poi in realtà vale per tutti noi tanto che io stesso ho bisogno di ripetermelo ciclicamente: mai cambiare per gli altri. Mai stravolgere così tanto la propria vita, o quantomeno facciamolo senza mettere da parte quello che siamo davvero. Senza rinunciare a tutte le cose belle che ci fanno sentire felici ed appagati.

Hai un lavoro che ti piace, una vita che ti soddisfa, amicizie irrinunciabili? Tieniti tutto quanto stretto. Gli amori, certi “amori”, vanno e vengono, mentre il resto dovrebbe rimanere per sempre. E poi, diciamolo pure, non abbiamo bisogno di nessuno per sentirci completi. Al massimo, di qualcuno che voglia condividere il resto della sua vita con noi e con ciò che ruota intorno al nostro mondo. Un abbraccio e un sorriso grande, a presto!

 

Aggiornamento dopo la mia risposta alla nostra lettrice:
“Caro Iacopo… Ti scrivo per tenerti aggiornato. Alla fine con il lavoro non è finita bene, ma una mia amica mi ha dato un contatto per un locale e quindi sono di nuovo in carreggiata. Le cose alla fine vanno esattamente come devono andare, ne sono convinta. A presto!”

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