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Il principe incazzato…che non salvò mai la Principessa

Per essere un eroe devi fare il viaggio dell’eroe.

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C’era una volta, in un paese lontano, un giovane di nome “Cometipare”. Sin dalla nascita gli era stato pronosticato un futuro luminoso e tutti erano convinti che un giorno, ogni libro, ogni storia, avrebbe parlato di lui. Sarebbe diventato il simbolo della generosità, del coraggio, dell’altruismo. Dell’uomo che di fronte alle difficoltà reagisce. Non indietreggia ma avanza. E vince.

C’era poi una splendida ragazza di nome “Questaltra”. Questaltra aveva una storia simile. Bellissima sin dalla nascita, predestinata come il principe, e pura quanto le acque delle cascate quando non sono incontrate dall’uomo.

Purtroppo però, anche in questo regno fantastico, esisteva l’invidia. Una vecchia strega aveva lanciato un terribile maleficio e aveva fatto sì che la fanciulla, al compiere dei suoi 16 anni, fosse catapultata in una torre al di fuori della palude, sorvegliata da draghi e altri mostri di ogni genere.

Per farla breve, è qui che inizia la storia: Cometipare si sarebbe un giorno messo in viaggio, superato mille insidie, dimostrato tutto il coraggio degli uomini buoni, salvato Questaltra, baciato Questaltra, sconfitto la strega e l’invidia…ed infine sarebbero vissuti felici e contenti.

La storia sarebbe dovuta andare così ma questa è una storia diversa.

Cometipare iniziò a farsi domande. Chiedersi perché il suo amico Azzurro poteva dare un bacio alla sua Biancaneve senza affrontare i draghi, perché Ranocchio poteva starsene senza fare nulla ed aspettare il bacio di una gnocca, perché a suo Padre, bei tempi, era invece filato tutto liscio.

Ci pensò. Le domande cominciarono ad essere risposte ed avevano il suono di “tutto a me”, “mainagioia”, “stacazzodicrisi!” e “lofacciodomani”.

Ad un certo punto si convinse che era maledettamente sbagliato ed ingiusto. Si mise a guardare una cosa simile a Gomorra tutto il giorno e cercare messaggi ridicoli nel gruppo “fatine” dove appunto le fatine si raccontavano esperienze sessuali al limite dell’impossibile. E vissero tutti incazzati e scontenti. Fine

La morale

Per essere un eroe devi fare il viaggio dell’eroe.

Ti danno una qualche dote (tutti le abbiamo), ti mettono qualche intoppo sulla strada (grande o piccolo tutti li abbiamo), tu vai avanti, affronti gli ostacoli e già il fatto di metterti in viaggio è ciò che ti contraddistingue. Con il tempo, con fiducia, con l’aiuto degli altri (in tutte le storie è così), cadendo e sbagliando, alla fine vinci. Salvi la principessa e vivi felice e contento, o qualcosa di simile.

Senza problemi e senza viaggio non c’è alcun eroe, non c’è nulla di grande e che vale la pena di raccontare. C’è solo un tizio che ce l’ha con il mondo e pure quando non ha grossi problemi non sa mai perché svegliarsi la mattina. Tutte le storie sono così.

Se Azzurro si schifava a baciare una principessa in una bara non avremmo avuto Biancaneve.
Se Ulisse si fosse rotto le palle di girare in tondo e si fosse fermato sull’isola di Circe?
Se il cacciatore si fosse fatto gli affari suoi?
Se Bruce Wayne se ne fosse stato tutto il giorno a spendere i suoi soldi e lasciare che Gotham andasse in rovina? Dopotutto gli avevano ucciso i genitori!
Se Leonida avesse detto “ma dove cazzo andiamo che siamo solo 300?”
E se Zanardi, pacificamente riconosciuto come modello, fosse rimasto a piangere tutto il tempo?

Ecco, la morale potrebbe anche essere che vogliamo (ma non ha senso) essere tutti Zanardi ma con le gambe.

La morale è che nelle storie siamo sempre noi a scrivere il finale e ci sarà sempre qualche ostacolo da superare, molti sono dati da noi più che da fatti oggettivi.
E soprattutto, volendo chiudere qui, c’è solo da rispondere ad una domanda, quando le cose non girano.
“Vuoi arrenderti?”

La migliore risposta, a proposito di supereroi, penso sia quella data da Capitan America in Avengers.
Il nostro eroe, all’inizio del film, si sta scontrando con uno molto più grosso di lui e viene continuamente scaraventato da una parte e dall’altra.
Il nemico allora gli dice: “Non sai quando arrenderti vero?”
E lui risponde “Potrei farlo tutto il giorno.”

Molto spesso non è questione di forza ma di determinazione, scopo e tanto cuore.

Buona storia, Buona vita, Buon Viaggio.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

In primo piano

“Chiudi gli occhi e vola”: la storia di una pilota di aerei cieca

Un film-documentario racconta la storia straordinaria di Sabrina Papa, una donna cieca dalla nascita che ha realizzato il suo sogno di pilotare un aereo.

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Arriva dritto in finale della 59esima edizione del Globo d’Oro il docu-film “Chiudi gli occhi e vola” (con la regia di Julia Pietrangeli). Si tratta della storia di Sabrina Papa, romana e cieca dalla nascita, che grazie alla sua tenacia ha imparato a pilotare gli aerei frequentando uno stage organizzato da Les Mirauds Volants, l’Associazione Europea di piloti ciechi.

“Il miglior modo di aiutare un disabile è quello di non aiutarlo, così ce la caviamo da soli”.
Questa è una delle frasi emblematiche del film, facendo intuire quale sia lo spirito che riveste questo documentario, dove il pietismo e la compassione lasciano il posto alla forza delle proprie ambizioni.
Io da piccola volevo essere l’aereo, non il pilota. – racconta la protagonista del documentario -. Volevo proprio essere qualcosa che volava, ma non gli uccelli perché secondo me gli uccelli volavano troppo piano.”

Per questo motivo “Chiudi gli occhi e vola” è un racconto in grado di andare ben oltre il semplice superamento della disabilità e dei propri limiti fisici e sensoriali: è uno scorcio che intende mostrare concretamente la forza di chi è riuscito a vivere all’altezza dei propri sogni, arrivando fino a toccare il cielo dove a quanto pare non esistono barriere.

“Io rifiutavo tutto quello che ha a che fare con la cecità, con i ciechi, perché quando vedi che c’è qualcosa che tu non puoi fare perché non ci vedi, ti inc**zi eccome… e di brutto, anche!”. È così che scatta qualcosa che spinge ad andare oltre una stupida etichetta, ribaltando la prospettiva di ciò che si è e di ciò che si può fare o meno. Perché come dice uno dei piloti intervistati, quando le persone da terra sentono passare un aereo non possono sapere se chi lo comanda è cieco o meno: ecco perché “Chiudi gli occhi e vola” vuole annullare qualunque differenza.

Il film è prodotto da Human Installations, con la sceneggiatura di Frida Aimme, Kyrahm e Julia Pietrangeli. Tra le prossime proiezioni, il film prenderà parte anche al Festival Cineglobo in Svizzera, organizzato dal CERN di Ginevra (il centro di ricerca nucleare mondiale).

Il Globo d’Oro è un prestigioso premio della stampa estera in Italia, ad oggi considerato fra i tre più importanti premi italiani insieme ai David di Donatello e ai Nastri d’Argento. Quest’anno sono arrivati in finale, insieme a “Chiudi gli occhi e vola”, anche i documentari “Butterfly” (Alessandro Cassigoli, Casey Kauffman), “Pugni in faccia” (Fabio Caramaschi), “The disappearance of my mother” (Beniamino Barrese) e “Selfie” (Agostino Ferrente).

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Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Non capisco se le ‘bambole disabili’ siano un bene o un male.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…
Non so se hai avuto modo di leggere la notizia che la Barbie si è ‘rifatta il look’ e che quindi il prossimo giugno esordirà sul mercato con la protesi alla gamba, ma anche in una versione sulla sedia a rotelle (dovrebbe far parte se ho capito bene della linea 2019 ‘Barbie Fashionista’).

Sai, l’ho fatta vedere alla mia bimba Alice di nove anni dicendole ‘Guarda, ti piace questa bambola?’. E lei mi ha risposto con estrema naturalezza: ‘Certo, come tutte quante le Barbie!’.
Ed io che mi aspettavo delle domande da parte sua, delle richieste di informazioni riguardo quella evidente (concedimelo) ‘diversità’, e invece…

Vorrei sapere tu cosa ne pensi di questo tipo di giocattoli. Possono essere utili davvero per fini educativi e di sensibilizzazione? Credi possano in qualche modo insegnare che la bellezza la troviamo oltre l’aspetto esteriore nonostante la Barbie sia ritenuta la bambola ‘bella’ da sempre? Oppure può esser visto da qualcuno come un giocattolo pietistico, compassionevole, quasi politically correct dato che si tratta di una bambola ‘ad hoc’ per delle categorie ‘protette’? Grazie per la tua risposta, Laura!”

Cara Laura, quella che tu mi poni è una domanda che (devo dire suscitando un certo stupore da parte mia) ricorre spesso in chi mi segue. È interessante come una mossa di puro marketing, soltanto perché associata alla disabilità, possa quasi “destare sospetti” e lasciare intendere chissà quale dietrologia, quando in realtà dovrebbe essere presa come tale: una scelta di mercato più inclusiva, così come un’azienda produttrice di telefoni sceglie di sfornare più modelli in modo da coprire tutte le fasce di prezzo e soddisfare qualsiasi tipo di cliente (leggi a questo proposito l’articolo di Giulia Viti sul marketing inclusivo). Di per sé, già in questo, non ci trovo nulla di male. Ma facciamo prima una doverosa introduzione!

La linea Barbie Fashionistas non è qualcosa di nuovissimo ma nasce qualche anno fa con l’intento di creare delle bambole “più reali”, e quindi più “per tutti”: Barbie con la pelle diversa dal classico colore rosa, oppure con forme fisiche e strutture corporee di vario tipo. Adesso, la stessa Mattel (l’azienda americana produttrice) ha dichiarato con una nota ufficiale:

“Come brand, possiamo elevare la conversazione intorno alle disabilità fisiche includendole nella nostra linea di bambole, per portare avanti una visione ancora più multidimensionale della bellezza e della moda.”

La nuova Barbie non sarà poi così diversa da tutte le precedenti, ma avrà semplicemente un corpo più snodabile che le permetterà così di sedersi su una carrozzina, oltre ad essere dotata di una rampa come fosse un qualsiasi altro “gadget”, sottolineando in questo modo anche l’importanza di abbattere le barriere architettoniche (d’altra parte, la casa delle Barbie dev’essere una casa per tutti, no?).

Questo tipo di bambole, come dicevo, non sono una novità: sempre più frequente, infatti, è l’inserimento anche nelle scuole di bambolotti “diversi”: oltre a quelli di colore, adesso, ci sono quelli con sindrome di Down, quelli con qualche arto in meno, con impianti cocleari in testa o, magari, con deambulatori vari contenuti nella scatola. Salvo casi eccezionali, giochi di questo tipo stanno ottenendo un buon riscontro soprattutto tra i più grandi che, in qualche modo, sperano di poter rendere i loro figli più consapevoli e aperti alla diversità.

In base a quanto detto fino ad ora, non posso che essere favorevole alla realizzazione di giocattoli con qualche disabilità, purché questa loro “caratteristica” non venga enfatizzata eccessivamente. Non sarebbe bello, anche in questo caso, stracciare “le etichette”? Quanto sarebbe figo se la neo-Barbie si chiamasse “Barbie” e basta, come tutte le altre sue sorelle? Allora sì che avremmo davvero incluso la disabilità nella società, accogliendola al punto da non notarla più!

In questo, tua figlia Alice ci fa sbattare dritto in mezzo agli occhi la realtà più bella: il fatto che alla fine i bambini sono i primi a dimenticarsi, dopo due secondi, di ciò che è distante da loro, trovando connessioni magiche. Senza dubbio, la lezione più educativa di qualsiasi marketing sociale (sempre e comunque apprezzabile).

E chissà, magari, per lo stesso motivo, molto presto vedremo reclamizzati alla televisione, sui giornali oppure online, questi (ma soprattutto altri) giocattoli, proprio da un bambino in carrozzina o con sindrome di Down. E sempre magari, in quel preciso istante, la prima cosa che ci verrà in mente sarà: “Guarda che bel gioco, questo Natale lo regalo a mia figlia!”.

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