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I sacrifici fanno la felicità (a meno che non si tratta di scambi)

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Da tre anni mi sveglio ogni giorno alle 6:00, se sono stanco forzo la sveglia per altri 15 o 20 minuti.
Anche Sabato e Domenica, anche a Natale. Quasi tutti i giorni.

Ho detto quasi, non sono un robot.
Ci sono volte che la sera ho fatto davvero troppo tardi, nelle quali ho bevuto quella birra di troppo. E la mattina non è che non senta la sveglia, solo non mi voglio proprio alzare.
Ci sono altri giorni invece in cui già la sera so che l’indomani sarà un’eccezione. E ci sono volte nelle quali sono abbastanza sereno, o colpevole, per perdonarmi.

Ieri sera è una di quelle volte.
Sono andato a letto che era un orario indecente, saranno state le 4. Ho messo la testa sul cuscino ed ho detto va bene così.
È stata una settimana piena, produttiva. Va bene svegliarmi tardi. Va bene qualsiasi orario. Domani va bene.

Stamattina mi sono svegliato come se mi avessero messo in lavatrice. Sono andato in bagno pensando di sbattere o cadere da un momento all’altro.
Ho messo su il caffè con gli occhi chiusi.

Ho passato il mouse sul  pc come spizzicando le carte di una mano . 7:59 WOW.

Mi è passato il mal di testa in un attimo. Mi sono sentito bene improvvisamente.
Avevo ancora tempo prima che il paese si svegliasse, prima che i bambini mi saltassero intorno al grido “colazione”.
Mi sono sentito felice come un imbecille.

E mi è venuta in mente una frase di James Altucher, una di quelle che me lo hanno fatto diventare amico.
James dice che la felicità è il rapporto tra le aspettative e la realtà.

Si, so benissimo che non è una teoria di James ma preferisco come la racconta lui più chele  formule preconfezionate.
Dice, ci ricorda, che la realtà non possiamo modificarla (non quando si è concretizzata) ma possiamo di volta in volta modificare le aspettative.

Ieri notte mettendo la testa sul cuscino mi stavo perdonando dell’orario indecente al quale mi sarei svegliato. Avevo messo in conto una cosa tipo le 11 o le 12.
Svegliarsi alle 8, nonostante un ritardo di due ore, è stato un brivido di felicità.
Si roba da poco, niente per cui una persona potrebbe lottare, ma non è questo il punto.

Sacrifici, risultati e felicità

Svegliarmi presto o tardi, l’episodio di oggi è una cosa di poco conto. Solo la scusa per iniziare a parlarne.
La situazione si complica (ma diventa anche più interessante) quando iniziamo a mettere insieme aspettative, realtà, e sacrifici.

Ieri parlavo con un amico che ha appena fatto un colloquio di lavoro. Gli hanno proposto un posto. L’azienda è 100 volte meglio di quella attuale; potenzialmente si tratta di un miglioramento esponenziale.

Il problema è il “Potenzialmente”.
Ragionandoci insieme ci sono ottime probabilità che si riveli una scelta azzeccata, ma anche qualche possibilità che non succeda nulla, forse persino che si riveli un peggioramento.

Ciò che mi ha fatto pensare è il modo con il quale sta valutando l’opportunità. Siamo stati almeno 40 minuti a parlare di sacrifici.

Lui si dice pronto e disposto a sacrificarsi ma a patto di adeguate ricompense (leggi rassicurazioni).
Sembra legittimo ma non ha senso.

Sacrificio o scambio?

Se lavori 12 ore anziché 8 a fronte di uno stipendio più alto del 30 o del 40% non è un sacrificio. Stai scambiando più tempo con più soldi. Se fai una trasferta di 1000 km per prendere dei soldi, è uno scambio.

Un sacrificio è fare qualcosa che potrebbe non ripagarti.

Si vede sempre il termine in modo negativo (e non dico che non lo sia) ma sacrifico in fondo non è altro che un investimento, una scommessa nella quale punti forte su di te.

Se fai solo quello che funzionerà di sicuro non è un sacrificio. E quasi sempre in gioco non c’è qualcosa di così importante. Dare prima di ricevere è la scommessa per eccellenza.

Dai attenzione, dai affetto, dai tutto te stesso, investi su te stesso. Non sai se ti ritorna indietro, come e quando.
Ma non ha importanza. Se ci credi.

Qui rientrano in gioco le aspettative.

Se ogni minuto vai a contare i soldi che hai guadagnato, le cose belle che ti sono successe, sarai sempre scontento. Dietro invece ci dev’essere qualcosa di così grande da non starci a pensare.

“Faccio volentieri questo sacrificio…”
Solitamente è una frase fatta, si parla ancora di scambi.

Amare il sacrifico è diverso. Significa che sacrificarti ti fa stare bene e quello che arriva è tutto guadagnato. Ciò che accadrà domani non possiamo saperlo. Ma sacrifici ed aspettative non riguardano domani ma oggi.

Ed oggi è dove possiamo intervenire. Essere felici forse dipende da questo. Da come viviamo ciò che stiamo facendo oggi. Prim’ancora che ci succeda qualcosa di bello o di brutto.

Svegliarsi presto, le relazioni, raccontarsi, essere diverso…

Sono le 9:20 e sto pensando ad alcuni sacrifici che ho fatto negli ultimi 3 anni. In questo preciso momento sembra che qualcosa mi stia tornando indietro. E sono più felice del normale.

Non è che non mi aspettavo che funzionasse; solo non mi aspettavo necessariamente qualcosa, o qualcosa in particolare, o qualcosa entro un certo termine.

Ho iniziato a svegliarmi presto per avere tempo di leggere, di scrivere e di pensare. Per avere più tempo per me. E si, anche perché I saggi dicono che faccia bene e renda più produttivi. Ogni giorno mi sono sentito meglio ma solo perché mi è bastato il canto degli uccellini e l’assenza di rompicoglioni intorno. Non per un risultato magico che si doveva verificare.

Un’altra cosa che ho fatto è investire tutto nelle relazioni. Anche on line ho cercato di parlare ogni giorno con più persone possibili.

Dirigenti, coach, scrittori, persone che fanno un lavoro normale o che l’hanno perso. Quasi sempre non avevo in mente cosa potevo averne in cambio ma ogni giorno sentivo stesse succedendo qualcosa.

E senza preavviso, di tanto in tanto, mi è arrivato un nuovo lavoro, un invito ad un evento, una lezione gratuita, un’opportunità. O anche solo una pacca sulle spalle quando ne avevo bisogno.

E poi c’è il capitolo “raccontarsi”. Qui è dove le aspettative giocano una parte cruciale. E soprattutto dove il sacrifico ha un ruolo cruciale.

Raccontarsi per certi versi è un grande sacrifico. Significa perderci del tempo, mettersi a nudo, sentirsi “strano”, esporsi al giudizio di migliaia di persone. E molte di queste non solo non penseranno qualcosa di buono ma non ti diranno neanche ciò che pensano, che è peggio.

Di contro ci sono benefit meravigliosi…

Ma non bisogna affatto pensarci. Ecco il segreto.

Ed ecco perché tante persone pensano che il web non funzioni, che non ne vale la pena, iniziano e si fermano.

Se scrivi per portarti a letto le ragazze (a meno tu non sia Charles) non funziona. Non è per niente corretto.

Raccontarsi è semplicemente dare. Dare, dare, dare, prima di ricevere e mettendo in conto che potresti anche non ricevere nulla.

Anche qui si tratta di sacrifici ma non di scambi.

Come si riesce? Credendoci abbastanza, dandosi una chance di fare qualcosa di più grande.

Smettendola di scambiare te stesso con qualche moneta, con qualche like, con qualcosa che sembra pagarti ma ti sta semplicemente comprando.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

Crescere

Quella volta che mi hanno licenziata (per fortuna)

Il giorno in cui è capitato non avrei mai pensato di dirlo, ma sì, la cosa migliore che mi sia capitata durante la carriera lavorativa è essere licenziata.

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Il giorno in cui è capitato non avrei mai pensato di dirlo, ma sì, la cosa migliore che mi sia capitata durante la carriera lavorativa è essere licenziata.

Ricordo ancora quel giorno: dopo il week end passato sul set faccio la copy, stavamo girando la pubblicità di un detergente intimo – rientro in agenzia al mattino.

Lavoro un’oretta, le solite cose: mail da smazzare, telefonate coi fornitori, settimana da pianificare, in attesa dell’ok per registrare l’audio del nuovo spot.

Poi i capi mi chiamano in sala riunione.

“Puoi venire? Dobbiamo parlarti”.

Mi si sono seduti entrambi di fronte e mi hanno semplicemente detto che l’internazionale di cui facciamo parte ha deciso di imporre dei tagli al personale e hanno deciso di licenziare me.

Senza nessun “ci dispiace”, senza altro. Nessuna avvisaglia i giorni prima… e poi una doccia gelata di spilli, una vertigine che ti fa domandare dove sarai domani. Il tuo posto non esiste più. Tu non servi più.

La prima cosa che pensi è che sarai povera. Non scherzo: pensi subito che non ti potrai permettere più nulla, dovrai correre ai ripari, che devi subito tagliare il tagliabile.

Pensi: “E le bollette?”

Poi c’è stata la rabbia: cominci a contare le ore di straordinario non retribuite, a pensare a quello che hai fatto, a quanto non ne sia valsa la pena, al fatto che hai fatto tanto per la società che ora ti ripaga mettendoti alla porta, tu e le tue domeniche lavorative e le notti non retribuite. Il tempo tolto a chi ami per sentirsi dire “sei licenziata”.

Ti trovi a dare ragione a chi ti diceva di smetterla di lavorare così tanto. Che tanto non stavi salvando la vita a nessuno: inutile.

Lo smarrimento è durato qualche giorno: il tempo di sentire un avvocato, mettere in pista la causa per il licenziamento, prendere le mie cose e covare il giusto risentimento verso i capi che, per fortuna loro, non ho più incontrato. In quel periodo mi sono presa le ferie più belle della vita: quelle senza meta, che si decidono di giorno in giorno e con un grande salto nel vuoto al rientro.

Non sapevo cosa avrei fatto, poi ci ha pensato il talento.

Si, devo comunque dire grazie a quegli anni di attività a testa bassa perché la gente ha apprezzato quello che ho fatto.

Hanno cominciato a chiamarmi: sentito che mi avevano licenziata, hanno cominciato a cercarmi per passarmi dei lavori a tempo.

Così ho fatto, la voce si è sparsa, e incredibilmente da dieci anni a questa parte lavoro.

Alla fine fare il freelance è questo: non avere certezze di quello che farai domani.

Abituata al “non lo so”.

Sicuramente ci sono liberi professionisti più abili di me nel riuscire a pianificare con una certa stabilità il loro futuro. Io no. Non chiedetemi per chi lavorerò domani perché non lo so. E cosa incredibile che continuo a ripromettermi da dieci anno a questa parte è che appena avrò tempo scriverò un libro. Appena mi libererò da quella consegna, appena fatta quella telefonata, appena sfangata quella presentazione, mi rimetterò a scrivere.

E da un lavoro ne scaturisce un altro, un tuo cliente parla bene di te a un suo contatto ed eccoci qui, dopo 10 anni, a poter dire con certezza che non tornerei mai indietro.

Le notti che faccio le faccio per me perché io ho deciso che quello che devo fare è tanto urgente da meritarsi una notte insonne.

Sono io che decido quando prendermi dei giorni di libertà – il lavoro di freelance è fatto anche di questo: sapere quando è il momento di concedersi un pomeriggio libero per fare quello che vuoi.

Mi hanno proposto più volte di tornare a fare la dipendente, ma la libertà che provi nel lavorare da sola è troppo piacevole per rinunciare a favore della stabilità.

Ho fatto pace coi miei dubbi.

Lavorerò tutta la vita? Resterò abbastanza aggiornata e in gamba da essere una professionista affermata anche quando sarà arrivata l’età della pensione?

Potrò permettermi di continuare a fare un lavoro creativo anche da anziana?

Non lo so. Questi 10 anni sono volati. E non mi sono pesati.

Però la mia dolce vendetta me la sono presa: ho scritto un libro – che reputo un lavoro minore – dedicato al mondo della pubblicità. Mi sono tolta un po’ di sassolini dalla scarpa. Non ho fatto nomi, ma chi doveva sapere, ora sa, e conosce i retroscena. È stato il mio modo di salutare la vita da dipendete in favore di questa, più instabile, ma decisamente più gratificante.

Voi come avete reagito al licenziamento? Alla fine si è rivelata un’esperienza positiva?

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In primo piano

Chi ha paura del gender?

Gli studi di genere sono ideologici e teorici? E invece: potrebbero aiutarci ad aumentare il nostro prodotto interno lordo del 13%.

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Alcune settimane fa ho scoperto che l’Università Ca’ Foscari di Venezia offre un nuovo Master in Gender Studies and social changes (Studi di genere e gestione del cambiamento sociale).

Quando studiavo all’Università di Ginevra nella seconda metà degli anni ’90, il dipartimento di lingua e letterature inglesi era fortemente connotato dai gender studies, che offrivano, a livello di analisi letteraria, una ventata di aria fresca rispetto ai corsi delle lingue romanze, dove passavamo ore a discutere di filologia.

Per questo motivo, quando ho sentito per la prima volta l’espressione “gender” in Italia, non ho capito bene perché la utilizzassero in riferimento a un’ideologia. Per me gli studi di genere erano una disciplina accademica, non una ideologia.

Certo, ogni tanto presentavano dei siparietti vagamente osé, ma era anche questo l’aspetto che li rendeva interessanti. I cambiamenti di sesso nell’Orlando di Virginia Woolf battevano a mani legate dietro la schiena qualsiasi apofonia vocale del Duecento, insomma.

Un concetto confuso (e non per caso)

In Italia, invece, la “’ideologia del gender” sembra essere associata quasi esclusivamente al movimento dei diritti degli omosessuali e (apprendo da una ricerca online) sarebbe usata per svalutare la differenza e la complementarità dei sessi.

L’espressione è entrata nell’uso corrente a partire dagli anni 2000, in parallelo ai progetti di legge sulle unioni civili che si sono susseguite dai DICO del 2007 in poi. La preoccupazione degli oppositori a questo tipo di legislazione si è cristallizzata in quella che viene da loro definita l’ideologia del gender, che favorirebbe atti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina.

Questa definizione mi risuona già di più, perché va ben oltre la questione del matrimonio ugualitario: qui si parla esplicitamente di diversità biologica fra maschio e femmina, per cui il mio background in letteratura comparata torna utile. Insomma, è la solita storia: a qualcuno dà fastidio che si sottintenda che uomo e donna sono uguali.

Forse è per questo motivo che, in Italia, solamente l’università Roma Tre e la Statale di Milano hanno finora attivato percorsi dedicati a questa tematica? Che ci sia un po’ di resistenza culturale su queste tematiche?

Gli studi di generi e le implicazioni interdisciplinari

Visto che mi trovavo a Padova per lavoro, ne ho approfittato per fare una capatina a Venezia, dove, come dicevo, è appena nato un nuovo master sugli studi di genere. Con il cognome veneto dalla mia, ho proposto un incontro alla direttrice del master, la professoressa Ivana Maria Padoan dell’Università di Venezia, per capire meglio cosa si intenda per gender studies e cosa proporranno concretamente nel loro percorso formativo.

“Quando ci si occupa di studi di genere non si parla solamente di un ambito di ricerca, che magari dall’esterno può sembrare lontano dalla quotidiana delle persone.”, ha subito chiarito la professoressa Padoan. “È una prospettiva anzi molto ampia, che è subordinata ad altre discipline: si può infatti adottare una prospettiva di genere nell’analizzare la politica, la letteratura ma anche l’economia”.

Apprendo così che gli studi di genere, ad esempio, ci hanno aiutato a capire come la crescita economica benefici di un migliore tasso d’impiego femminile. Un’analisi condotta dalle Nazioni Unite mette effettivamente in evidenza che più le donne entrano nel mondo del lavoro e più l’economia prospera. Il mondo del lavoro retribuito, si intende, naturalmente – perché non è che non facciano niente tutto il giorno…

Lo stesso rapporto ha stimato che il prodotto interno lordo della zona Euro aumenterebbe del 13% se la percentuale di lavoro remunerato delle donne fosse la stessa degli uomini.

Non solo donne, anche uomini

Niente matrimoni gay, quindi?

“Non in maniera diretta. È vero che i queer studies fanno parte degli studi di genere e si concentrano sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, chiarisce la professoressa Padoan. “Ma all’interno del nostro ambito di interesse, oltre ai women’s studies, ovvero gli studi che riguardano donne, femminismo e genere, ci sono anche i men’s studies, ovvero gli studi su uomini e mascolinità. Questo è un aspetto poco conosciuto dal grande pubblico.”

Il percorso di master fornirà ai partecipanti i concetti e gli strumenti per la comprensione e l’analisi della costruzione sociale dei generi, delle tendenze e delle pratiche sociali e istituzionali, viste da una prospettiva interdisciplinare.
Il tutto ruoterà intorno a dei project work, che costituiscono parte integrante del percorso didattico. Insomma, dei lavori pratici su obiettivi di ricerca o di progetti concreti, che le studentesse e gli studenti realizzeranno nel corso dei 18 mesi di durata del master.

Ma tra l’altro, è a tempo pieno?
“No, è un master di secondo livello strutturato per permettere a chi lo frequenta di lavorare in parallelo. L’impegno in presenza è di un fine settimana al mese; sono poi previste attività formative online”.

Ah, ecco. Quasi quasi 😉

 

Interessa anche a te?

Le iscrizioni sono ancora aperte e i corsi cominciano nel dicembre del 2018.
Per maggiori informazioni, visita la loro pagina:

Master di II livello in Gender studies and social change/Studi di genere e gestione del cambiamento sociale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia

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