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Scioperare è un diritto ma in realtà c’è molto da lavorare

È tempo di creare nuove forme di partnership tra lavoratori, aziende e rispettivi rappresentanti. Nuove relazioni basate sulla fiducia reciproca, sulle responsabilità condivise. E meno scioperi, specie di venerdì…

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Il vestito della domenica, la pizza del giovedì sera, lo shopping del sabato e… lo sciopero del venerdì.

Nel calendario settimanale, l’abitudine più sgradevole è sicuramente quella di rassegnarsi a fare la sardina, tutti vicini vicini e compressi nei vagoni delle fasce protette, a recitare defissioni su almeno tre generazioni di madri dei tramvieri. 

In Italia, bus tram e metropolitane scioperano circa 120 giorni all’anno, vincendo facilmente la palma d’oro delle agitazioni sindacali. Nel 2017, su un totale di 1’488 scioperi realmente effettuati, il settore del trasporto pubblico locale ne ha svolti 318, cioè uno su cinque. E praticamente sempre di venerdì.

Un diritto: abusato?

Lo sciopero è l’astensione organizzata dal lavoro di un gruppo di lavoratori dipendenti, con l’obiettivo di fare pressione a tutela di comuni interessi o a difesa di diritti di carattere politico o sindacale. Non per niente viene solitamente proclamato dai sindacati.

Di fatto, però, le ragioni rimangono oscure ai più. Nonostante esistano degli obblighi ben precisi sia per chi proclama lo sciopero che per chi ne dà notizia, raramente gli organi di informazione forniscono informazioni sulle motivazioni delle agitazioni.

Eppure in Italia lo sciopero è un diritto riconosciuto dalla Costituzione all’articolo 40: “Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano»” Peccato che queste leggi siano state promulgate solo nel 1990 (la legge 146) e poi nel 2000 (legge 83).
Il quadro legale è comunque molto chiaro, nonostante le regole possano cambiare leggermente a dipendenza dell’ambito di lavoro: si definisce chi non ha il diritto di scioperare, quali sono i servizi che devono essere garantiti in ogni caso, entro quando va annunciato (almeno 10 giorni prima), con quali modalità e quali sono le procedure obbligatorie volte a cercare di evitare lo sciopero (per esempio la contrattazione tra le parti).

Da parte nostra – dei cittadini – prevale invece l’attitudine di sconforto di fronte a un fenomeno che, ormai, cataloghiamo come “venerdì nero” e che viene svuotato di ogni significato. La percezione è che lo sciopero sia una forma di dispetto da parte di statali fannulloni che vogliono solo farsi un week-end di tre giorni.

Di scioperi e paradossi

Il settore dei trasporti pubblici è emblematico in questo senso: per quasi un decennio non ha visto rinnovato il proprio contratto nazionale. A valle (o forse a monte) di questo dato di fatto c’è stata una proliferazione delle sigle sindacali, che ha portato alla proclamazione di molte agitazioni da parte di organizzazioni anche fortemente minoritarie.

A questo si aggiunge un effetto oserei dire perverso legato al sistema di distribuzione dei contributi pubblici alle aziende di trasporto: ogni volta che c’è uno sciopero, i lavoratori perdono lo stipendio mentre i vari consorzi ci guadagnano tre volte, risparmiando sui salari, economizzando gasolio e manutenzione dei mezzi che rimangono in deposito e percependo comunque i finanziamenti statali.

Infatti le vendite di biglietti e abbonamenti coprono soltanto il 30% circa dei costi di esercizio. Nessuna impresa pubblica o privata avrebbe interesse a fornire questo tipo di servizio se non ricevesse importanti contributi da parte dello Stato.
L
’associazione che rappresenta le aziende di trasporto, l’Asstra, nega che queste guadagnino con lo sciopero, e sostiene che i contributi sono legati ai chilometri effettivamente percorsi, che però in molti casi sono forfettari.

Resta il fatto comunque che i gestori del servizio sono poco interessati a chiudere le vertenze con i loro collaboratori perché, in caso di agitazione sindacale, le perdite che subiscono sono limitate. Non possiamo dire lo stesso dei cittadini, che si ritrovano in ostaggio di beghe di cui sanno poco o niente.

Il ruolo dei sindacati

Chi invece ne conosce bene i retroscena sono i sindacalisti, poco importa di che settore o credo politico. È un mestiere, a mio parere, in via di estinzione, vittima di anni di lotte sbagliate, fatte per conservare i privilegi di taluni e per opporsi a ogni cambiamento, e questo di principio.

L’Italia è stata per molti anni alla mercé di persone che, sebbene mosse da ideali nobili, hanno finito per guardare sempre e solo nello specchietto retrovisore. Persone per le quali il futuro è necessariamente minaccioso e peggiore del presente e che stanno vivendo il tramonto di un sistema basato sui grandi partiti politici e sulle opposizioni sinistra-destra, lavoratori-padroni, come se fosse la fine del mondo.

È un discorso delicato, questo.
C’è chi ritiene essenziale il ruolo dei sindacati in quanto danno voce ai lavoratori, in un mondo dominato dalle regole dell’economia, in cui ogni datore di lavoro è vassallo; i sindacati garantiscono salari migliori e trattamenti equi, in un particolare momento storico in cui all’orizzonte spunta lo spauracchio dei licenziamenti a causa della tecnologia.
In quest’ottica, dei salari più alti significano che più soldi possono essere iniettati nel commercio, e quindi questo sarebbe al servizio di un mondo migliore.

Poi ci sono quelli che invece danno la colpa ai sindacati di appestare l’economia: organizzazioni corrotte che utilizzano i fondi forniti dai loro membri per fini politici e che causano l’aumento del costo della vita, rendendo difficile le attività anche delle aziende oneste.

Altri ancora credono che i sindacati non siano più necessari perché le protezioni legali dei lavoratori sono molto migliorate. Ma il contro argomento è che molte di queste protezioni non esisterebbero oggi se i sindacati non avessero forzato la mano ai governi, per difendere i diritti dei lavoratori. Ma questo era nel passato.

Personalmente, credo che il sindacalista sia un ruolo ambiguo, perché è tenuto a fare gli interessi dei lavoratori ma è pagato per essere un sindacalista. Cosa vuol dire? Che è obbligato, in qualche modo, a fomentare le contrapposizioni di classe, anche quando non ci sono.
In realtà, il suo è un mestiere soggetto a un forte conflitto di interessi, perché non gli conviene che ci sia la pace tra datore di lavoro e lavoratori. O per lo meno deve fare in modo che questa pace sia costantemente sotto pressione e oggetto di negoziazioni, di cui il sindacalista stesso costituisce elemento essenziale.

Ordinamenti (e culture) a confronto

Ho sempre detto ai miei amici Italiani che in Svizzera lo sciopero è anticostituzionale. Non è completamente vero: l’articolo 28 della Costituzione federale è più restrittivo del suo corrispettivo italiano, ma non lo vieta: “Lo sciopero e la serrata sono leciti soltanto se si riferiscono ai rapporti di lavoro e non contrastano con impegni di preservare la pace del lavoro o di condurre trattative di conciliazione.”

ll motivo della relativa rarità degli scioperi in Svizzera è legato a una lunga tradizione, soprattutto nel settore industriale, di cercare di evitare il conflitto attraverso la negoziazione. Gran parte dei contratti collettivi, che fissano le condizioni di lavoro, contempla una clausola sulla cosiddetta “pace del lavoro”.

In un periodo in cui si parla molto di “pace fiscale” come sinonimo di “condono”, è facile intuire che dietro all’espressione “pace del lavoro” ci sia in realtà l’impegno sindacale a non indire scioperi. È vero che anche il datore di lavoro si impegna a trovare delle soluzioni condivise, ma perché la tradizione della negoziazione è fortemente ancorata nella società elvetica, e la si ritrova a tutti i livelli della società.

Questo non significa che la Svizzera sia esente da conflitti di lavoro.
All’inizio della mia carriera, lavoravo per l’operatore telefonico Orange: durante un periodo di riorganizzazione, alcuni collaboratori organizzarono uno sciopero. Ricordo che arrivarono autorità e televisioni, perché era qualcosa di estremamente inusuale, per la Svizzera.

L’ultimo sciopero dei trasporti pubblici risale al 2014, a Ginevra, quando i lavoratori hanno scioperato per opporsi ad alcuni tagli di bilancio e di posti di lavoro. Il precedente sciopero nei trasporti pubblici ginevrini risaliva al… 1982.

Cambiare e coinvolgere

Come per la maggior parte dei fenomeni legati al mondo del lavoro, sono fermamente convinto che sia giunto il momento di attuare un cambio di paradigma.

Si deve cominciare col comprendere che gli interessi dei lavoratori sono gli stessi del datore di lavoro, e viceversa. C’è molto lavoro da fare a livello di impresa per sviluppare una sensibilità alle proprie responsabilità civili e sociali. E non sto parlando di semplice social responsibility, che non è un’altra moda del marketing, per truccare un po’ il viso fatiscente di certe aziende.

Sto parlando di capire che siamo tutti sulla stessa barca.
E nella stessa maniera, i sindacati devono cominciare a smettere di rimpiangere i giorni delle barricate e delle lotte di classe. Certo, quando c’erano i muri, certe cose erano più certe. Oggi viviamo in una società liquida, dove tutto tende a mischiarsi a confondersi. Anche le ideologie.

Non possiamo più tendere imboscate chiamandole scioperi, portando la battaglia per i nostri interessi nel campo della liberà di altri lavoratori, che si trovano lesi dalle nostre rivendicazioni. Io blocco la metropolitana, e loro devono alzarsi un’ora prima per arrivare in tempo in ufficio. Un’ora sottratta al sonno e agli affetti per… cosa?

Per “chiedere di condividere con i lavoratori almeno una piccola parte degli enormi utili che l’azienda fa attraverso un premio di produttività (che non sia il bonus una tantum per il periodo natalizio proposto dall’azienda) e un livello di retribuzione che vada oltre il livello minimo previsto dal contratto nazionale”, come recitano ad esempio le motivazioni dello sciopero dei dipendenti Amazon Italia in pieno black-Friday (un altro venerdì, anche questo).
Come se il premio di produttività fosse la priorità rispetto alle condizioni di lavoro della multinazionale americana in questione…

Un mondo che non c’è più

In quest’ottica di confronto, quello che mi ha sempre stupito è vedere la forte presenza di manifestazioni sindacali e di relative agitazioni, come gli scioperi del venerdì, senza però scorgere nulla di concreto su alcuni temi fondamentali del mondo del lavoro: non è solo una questione di tutelare i diritti già acquisiti, ma anche di garantire che le condizioni di lavoro siano sane.

Onestamente, è così importante avere forme contrattuali che mi mettono al riparo dall’essere licenziato da un lavoro in cui mi sto mangiando il fegato tutti i giorni? È significativo poter contare su dei giorni di permesso per andare dal medico, quando il mio capo esercita delle pressioni su di me che mi portano a non volere andare al lavoro al mattino (e ad aver bisogno di quel medico dal quale ho il diritto di andare nel mio giorno di permesso)?

È sulla qualità e non solo sulla quantità che i sindacati dovrebbero concentrarsi. E non pensare solo a chi un lavoro già ce l’ha, ma anche ai milioni di Italiani che sono alla ricerca di un’occupazione, o di tutti quelli che vivono con contratti precari o di stage.

Ho l’impressione che lo sciopero sia uno strumento ormai antiquato al servizio di persone che vogliono difendere i lavoratori, difendendo invece una visione anacronistica del mondo del lavoro di un’Italia che ormai non esiste più.

Stiamo lì a discutere di un anno in più o in meno di pensione, mentre il vero problema sono i giovani che, molto probabilmente, quella pensione non la vedranno mai. Per loro, per questi giovani, non sono sicuro che il significato costituzionale di uno sciopero sia chiaro, o che significhi molto di più di un viaggio scomodo in metropolitana. Per loro, le attività dei sindacati non solo sono lontane, ma addirittura di intralcio a quello che può essere un tentativo di costruirsi il proprio futuro.

È tempo di creare nuove forme di partnership tra lavoratori, aziende e rispettivi rappresentanti.

Nuove relazioni basate sulla fiducia reciproca, sulle responsabilità condivise, non da ultimo nei confronti della cittadinanza, che potrà finalmente cominciare avere un rapporto positivo con chi, fino a ieri, litigava in modo sterile.

HR | Digital Transformation | Change Management | Co-Founder Purple&People. Negli ultimi 15 anni ha rivestito ruoli manageriali nell’ambito delle risorse umane, a 360°, lavorando in grandi aziende americane, in multinazionali francesi e in organizzazioni parastatali svizzere. Il suo focus personale si concentra soprattutto sulla digital transformation, la gestione del cambiamento, le relazioni con gli stakeholders e lo sviluppo dei talenti. Ha il pallino per le questioni di genere e il diversity management, con una fastidiosa tendenza a voler sperimentare in prima persona le innovazioni e i modelli organizzativi radicali.

Crescere

Prenditi cura del tuo futuro e il passato si adeguerà

L’importanza di porsi un obiettivo: noi siamo le nostre memorie e, senza queste, non siamo nulla. L’unico problema è che quello che decidiamo di ricordare dipende da quello che, di volta in volta, decidiamo di diventare.

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Il futuro che desideri determina quello che fai nel presente, quello che fai nel presente dà un senso al passato che hai vissuto.

Se in futuro tu volessi vivere a Berlino, oggi studierai tedesco. Se oggi studi tedesco, il tempo che hai passato a studiare il latino al liceo non è stato completamente sprecato. Se, invece, in futuro tu volessi andare a vivere a Shanghai, oggi studierai Cinese. Se oggi studi cinese, il tempo che hai passato a fare un lavoro che non ti piaceva è stato utile a farti guadagnare i soldi per realizzare il tuo sogno.

È così che funziona il nostro cervello. Nulla è per sempre. Quando studiavi latino ti sembrava di perdere il tuo tempo. Oggi che hai deciso che in futuro vivrai a Berlino e quindi studi il tedesco, aver preso confidenza con declinazioni e coniugazioni ti avvantaggia. Prima studiare latino “è” una perdita di tempo, poi studiare latino “è” un investimento per il tuo futuro. La realtà cambia, pur rimanendo sempre se stessa.

Tutto quello che è stato si adegua costantemente a quello che vogliamo che sia. Le connessioni tra le cellule cerebrali si creano e si distruggono, si potenziano e si indeboliscono. Costantemente e sempre. La relazione tra le singole memorie e quindi il valore relativo di ogni memoria cambia a ritmo continuo, di attimo in attimo, di ora in ora, di giorno in giorno.
Il valore assoluto delle memorie acquisite è raramente rilevante.

Alla luce di tutto ciò, l’unica cosa che conta realmente è l’obiettivo che desideri raggiungere. La meta verso la quale dirigi il timone della tua nave. Se cambi la meta, cambi anche la direzione del tuo timone; se cambi la direzione del timone, cambi anche la direzione da cui provieni.

Tutto il tempo che passi nel tentativo di dare un senso al tuo passato è tempo sprecato. L’unica cosa che dovresti fare realmente è prenderti cura del tuo obiettivo. Il passato si adeguerà. Ugualmente il tempo che passi a definire cosa sarebbe meglio fare adesso è anch’esso tempo sprecato. Il presente non è mai né buono né cattivo, né giusto né sbagliato. È solo funzionale o disfunzionale rispetto al futuro che desideri. L’unica cosa che dovresti fare è prenderti cura del tuo futuro.

La domanda che dovresti farti non è “Chi sei?”, ma “Chi vorrai essere?”.

Tuttavia, a questo punto qualcuno potrebbe domandare: “Se la cosa più importante è domandarsi quale sia il nostro obiettivo (il futuro), perché questo determinerà cosa è utile che noi facciamo (il presente) e darà valore a quello che abbiamo fatto (il passato), è al tempo stesso sufficiente per garantire che il futuro desiderato si realizzi?”.

Naturalmente la risposta è… no! Desiderare non basta, perché un certo futuro sarà il nostro futuro solo se un certo presente sarà il nostro presente e al tempo stesso il nostro presente è il nostro presente, solo se un certo passato è stato il nostro passato.

Il futuro determina il presente e il presente il passato. Ma al tempo stesso il presente determina il futuro e il passato determina il presente. Quindi il passato determina il futuro. Se ho studiato norvegese in passato, parlo norvegese nel presente e desidererò vivere in Norvegia in futuro.

Quindi il passato determina il futuro, tanto quanto il futuro determina il passato. Entrambe le affermazioni sono vere.

E quindi cosa dovrebbe fare una persona quando si sveglia al mattino? Impegnarsi a essere quello che vuole diventare o accettare di essere quello che è stato? Non si può che essere se stessi e al tempo stesso si è quello che si vuole diventare. Un gioco costante tra ieri e domani, domani e ieri.

Le moderne neuroscienze ci suggeriscono che questi due processi avvengono in noi costantemente. Ci comportiamo come abbiamo imparato a comportarci e al tempo stesso ci comportiamo come vogliamo imparare a comportarci. Perché nelle nostra mente è inscritto tutto quello che abbiamo fatto per come vogliamo di giorno in giorno ricordarlo.

Noi siamo le nostre memorie e, senza queste, non siamo nulla.

L’unico problema è che quello che decidiamo di ricordare

dipende da quello che di volta in volta decidiamo di diventare.

 

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Stereotipi di genere: ne soffrono anche gli uomini

Anche gli uomini sono vittime di stereotipi che li costringono in modelli prestabiliti, sulla base di uno standard maschile molto rigido. Alcuni di questi sono talmente radicati da sembrare semplicemente… naturali.

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Anche gli uomini sono vittime di stereotipi che li costringono in modelli che non sono solo vecchi, ma falsi.
Come sempre, non per tutti, non in tutti i contesti ma, signori uomini: pensateci un attimo e ditemi se non siete stati vittime, almeno una volta, di uno o più di questi pregiudizi.

Impara presto a nascondere le emozioni

Un vero uomo non piange; almeno non in pubblico.
Non puoi piangere né per dolore, né per gioia, né per rabbia. Non puoi e basta.
E se da bambino, dopo i cinque anni, non hai ancora imparato a controllare queste emozioni, allora ti insegnano a farlo spiegandoti che è “da femmina”.

Se abbracci un uomo, devi appena sfiorarlo o toccarlo come un gladiatore che misuri la massa muscolare dell’avversario.
Movimenti rigidi e possenti pacche sulle spalle, perché nessuno pensi che tu sia omosessuale; caratteristica grave tanto quanto l’essere femmina; per alcuni, peggiore.

Impara a vincere

Devi essere il primo, sempre. La competizione è nel tuo DNA.
Fai squadra, purché tu ne sia il capitano.
Se non ci riesci, fai squadra e conquista il capitano. Vice è sempre meglio di niente.
Se proprio non hai la stoffa, fai squadra e nasconditi dietro le spalle dei maschi “alfa”.
Si dice che, in un medesimo contesto, gli uomini fanno squadra e le donne si fanno la guerra.
Spesso è vero, ma raramente le squadre maschili sono tra pari: le gerarchie e i ruoli sono rigidamente definiti; e chi non si adegua, è fuori.

Lavora e… basta

Se sei un uomo, puoi tranquillamente restare in ufficio fino a tarda sera. Tanto non hai nient’altro da fare.
Cioè: non hai affetti, interessi, desideri che non siano ascrivibili al tuo lavoro.
Come se fuori da quello spazio ci fosse il vuoto cosmico.

Se una donna non lavora e si occupa di casa e famiglia è una casalinga; per un uomo non c’è una parola che lo possa definire.
Perché, semplicemente, non è concepibile.

Il padre all’inizio non serve

L’inizio è l’inizio della vita, o l’ingresso nella famiglia adottiva di un figlio o di una figlia; cui il padre non può assistere e partecipare.
In Italia, attualmente, un uomo ha diritto a cinque giorni consecutivi di congedo per paternità nell’anno della nascita o dell’ingresso in famiglia. E poi un giorno all’anno.
Tanto c’è la madre: il padre non serve.

Dal punto di vista pratico può, in parte, essere vero (ma se la madre non allatta, il castello crolla); ma dal punto di vista relazionale?
In quale momento il padre diventa importante?
Secondo questa logica, mai. I congedi non aumentano al crescere della prole.

Come fa un padre a costruire il rapporto con suo figlio o sua figlia se non può dedicare tempo di qualità?
E se decidi di sospendere per un periodo il lavoro per dedicarti ai tuoi figli, perdi anche il titolo di papà, e diventi un “mammo”.

Devi essere maschio

Quindi, anzitutto, ti devono piacere le donne; altrimenti smetti di essere un uomo e diventi, per dirlo alla napoletana, un femminiello.
E poi devi essere fisicamente forte e con una buona manualità.
Meglio il calcio che la danza; meglio un libro di guerra che di poesie; meglio la passione per i motori che per i tessuti d’arredo.

Se ti piace cucinare, fai in modo di diventare uno chef, oppure tienitelo per te.
Se non sei un pescatore, dimentica il ricamo e i lavori a maglia.
E se proprio non puoi fare a meno di essere omosessuale, cerca almeno di essere discreto.

Sii l’eroe

Devi trasferire forza, protezione, guida.
Non puoi mostrare paura o titubanza.
Se non riesci a farne a meno, affidati ad un altro uomo: non puoi farti proteggere o guidare da una donna.

Fatemelo dire: un inferno, pari al nostro, per tutti quegli uomini che vogliono sentirsi liberi di esprimere le proprie sensibilità; che coltivano molteplici interessi; che vogliono tempo e presenza per gli affetti.

Ne conosco molti; la maggior parte dei quali hanno optato per professioni liberali, proprio per non cadere in certi circoli viziosi.
Conosco padri che sono velocisti da guinness nel cambio dei pannolini.
Conosco uomini che hanno sacrificato la propria carriera per favorire quella della partner.
Conosco uomini talmente forti da piangere serenamente in pubblico e sciogliersi in abbracci dolcissimi con i propri amici.

Facciamo che siano loro i modelli per i nostri bambini.

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