Connect with us

In primo piano

Scioperare è un diritto ma in realtà c’è molto da lavorare

È tempo di creare nuove forme di partnership tra lavoratori, aziende e rispettivi rappresentanti. Nuove relazioni basate sulla fiducia reciproca, sulle responsabilità condivise. E meno scioperi, specie di venerdì…

Pubblicato

il

Il vestito della domenica, la pizza del giovedì sera, lo shopping del sabato e… lo sciopero del venerdì.

Nel calendario settimanale, l’abitudine più sgradevole è sicuramente quella di rassegnarsi a fare la sardina, tutti vicini vicini e compressi nei vagoni delle fasce protette, a recitare defissioni su almeno tre generazioni di madri dei tramvieri. 

In Italia, bus tram e metropolitane scioperano circa 120 giorni all’anno, vincendo facilmente la palma d’oro delle agitazioni sindacali. Nel 2017, su un totale di 1’488 scioperi realmente effettuati, il settore del trasporto pubblico locale ne ha svolti 318, cioè uno su cinque. E praticamente sempre di venerdì.

Un diritto: abusato?

Lo sciopero è l’astensione organizzata dal lavoro di un gruppo di lavoratori dipendenti, con l’obiettivo di fare pressione a tutela di comuni interessi o a difesa di diritti di carattere politico o sindacale. Non per niente viene solitamente proclamato dai sindacati.

Di fatto, però, le ragioni rimangono oscure ai più. Nonostante esistano degli obblighi ben precisi sia per chi proclama lo sciopero che per chi ne dà notizia, raramente gli organi di informazione forniscono informazioni sulle motivazioni delle agitazioni.

Eppure in Italia lo sciopero è un diritto riconosciuto dalla Costituzione all’articolo 40: “Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano»” Peccato che queste leggi siano state promulgate solo nel 1990 (la legge 146) e poi nel 2000 (legge 83).
Il quadro legale è comunque molto chiaro, nonostante le regole possano cambiare leggermente a dipendenza dell’ambito di lavoro: si definisce chi non ha il diritto di scioperare, quali sono i servizi che devono essere garantiti in ogni caso, entro quando va annunciato (almeno 10 giorni prima), con quali modalità e quali sono le procedure obbligatorie volte a cercare di evitare lo sciopero (per esempio la contrattazione tra le parti).

Da parte nostra – dei cittadini – prevale invece l’attitudine di sconforto di fronte a un fenomeno che, ormai, cataloghiamo come “venerdì nero” e che viene svuotato di ogni significato. La percezione è che lo sciopero sia una forma di dispetto da parte di statali fannulloni che vogliono solo farsi un week-end di tre giorni.

Di scioperi e paradossi

Il settore dei trasporti pubblici è emblematico in questo senso: per quasi un decennio non ha visto rinnovato il proprio contratto nazionale. A valle (o forse a monte) di questo dato di fatto c’è stata una proliferazione delle sigle sindacali, che ha portato alla proclamazione di molte agitazioni da parte di organizzazioni anche fortemente minoritarie.

A questo si aggiunge un effetto oserei dire perverso legato al sistema di distribuzione dei contributi pubblici alle aziende di trasporto: ogni volta che c’è uno sciopero, i lavoratori perdono lo stipendio mentre i vari consorzi ci guadagnano tre volte, risparmiando sui salari, economizzando gasolio e manutenzione dei mezzi che rimangono in deposito e percependo comunque i finanziamenti statali.

Infatti le vendite di biglietti e abbonamenti coprono soltanto il 30% circa dei costi di esercizio. Nessuna impresa pubblica o privata avrebbe interesse a fornire questo tipo di servizio se non ricevesse importanti contributi da parte dello Stato.
L
’associazione che rappresenta le aziende di trasporto, l’Asstra, nega che queste guadagnino con lo sciopero, e sostiene che i contributi sono legati ai chilometri effettivamente percorsi, che però in molti casi sono forfettari.

Resta il fatto comunque che i gestori del servizio sono poco interessati a chiudere le vertenze con i loro collaboratori perché, in caso di agitazione sindacale, le perdite che subiscono sono limitate. Non possiamo dire lo stesso dei cittadini, che si ritrovano in ostaggio di beghe di cui sanno poco o niente.

Il ruolo dei sindacati

Chi invece ne conosce bene i retroscena sono i sindacalisti, poco importa di che settore o credo politico. È un mestiere, a mio parere, in via di estinzione, vittima di anni di lotte sbagliate, fatte per conservare i privilegi di taluni e per opporsi a ogni cambiamento, e questo di principio.

L’Italia è stata per molti anni alla mercé di persone che, sebbene mosse da ideali nobili, hanno finito per guardare sempre e solo nello specchietto retrovisore. Persone per le quali il futuro è necessariamente minaccioso e peggiore del presente e che stanno vivendo il tramonto di un sistema basato sui grandi partiti politici e sulle opposizioni sinistra-destra, lavoratori-padroni, come se fosse la fine del mondo.

È un discorso delicato, questo.
C’è chi ritiene essenziale il ruolo dei sindacati in quanto danno voce ai lavoratori, in un mondo dominato dalle regole dell’economia, in cui ogni datore di lavoro è vassallo; i sindacati garantiscono salari migliori e trattamenti equi, in un particolare momento storico in cui all’orizzonte spunta lo spauracchio dei licenziamenti a causa della tecnologia.
In quest’ottica, dei salari più alti significano che più soldi possono essere iniettati nel commercio, e quindi questo sarebbe al servizio di un mondo migliore.

Poi ci sono quelli che invece danno la colpa ai sindacati di appestare l’economia: organizzazioni corrotte che utilizzano i fondi forniti dai loro membri per fini politici e che causano l’aumento del costo della vita, rendendo difficile le attività anche delle aziende oneste.

Altri ancora credono che i sindacati non siano più necessari perché le protezioni legali dei lavoratori sono molto migliorate. Ma il contro argomento è che molte di queste protezioni non esisterebbero oggi se i sindacati non avessero forzato la mano ai governi, per difendere i diritti dei lavoratori. Ma questo era nel passato.

Personalmente, credo che il sindacalista sia un ruolo ambiguo, perché è tenuto a fare gli interessi dei lavoratori ma è pagato per essere un sindacalista. Cosa vuol dire? Che è obbligato, in qualche modo, a fomentare le contrapposizioni di classe, anche quando non ci sono.
In realtà, il suo è un mestiere soggetto a un forte conflitto di interessi, perché non gli conviene che ci sia la pace tra datore di lavoro e lavoratori. O per lo meno deve fare in modo che questa pace sia costantemente sotto pressione e oggetto di negoziazioni, di cui il sindacalista stesso costituisce elemento essenziale.

Ordinamenti (e culture) a confronto

Ho sempre detto ai miei amici Italiani che in Svizzera lo sciopero è anticostituzionale. Non è completamente vero: l’articolo 28 della Costituzione federale è più restrittivo del suo corrispettivo italiano, ma non lo vieta: “Lo sciopero e la serrata sono leciti soltanto se si riferiscono ai rapporti di lavoro e non contrastano con impegni di preservare la pace del lavoro o di condurre trattative di conciliazione.”

ll motivo della relativa rarità degli scioperi in Svizzera è legato a una lunga tradizione, soprattutto nel settore industriale, di cercare di evitare il conflitto attraverso la negoziazione. Gran parte dei contratti collettivi, che fissano le condizioni di lavoro, contempla una clausola sulla cosiddetta “pace del lavoro”.

In un periodo in cui si parla molto di “pace fiscale” come sinonimo di “condono”, è facile intuire che dietro all’espressione “pace del lavoro” ci sia in realtà l’impegno sindacale a non indire scioperi. È vero che anche il datore di lavoro si impegna a trovare delle soluzioni condivise, ma perché la tradizione della negoziazione è fortemente ancorata nella società elvetica, e la si ritrova a tutti i livelli della società.

Questo non significa che la Svizzera sia esente da conflitti di lavoro.
All’inizio della mia carriera, lavoravo per l’operatore telefonico Orange: durante un periodo di riorganizzazione, alcuni collaboratori organizzarono uno sciopero. Ricordo che arrivarono autorità e televisioni, perché era qualcosa di estremamente inusuale, per la Svizzera.

L’ultimo sciopero dei trasporti pubblici risale al 2014, a Ginevra, quando i lavoratori hanno scioperato per opporsi ad alcuni tagli di bilancio e di posti di lavoro. Il precedente sciopero nei trasporti pubblici ginevrini risaliva al… 1982.

Cambiare e coinvolgere

Come per la maggior parte dei fenomeni legati al mondo del lavoro, sono fermamente convinto che sia giunto il momento di attuare un cambio di paradigma.

Si deve cominciare col comprendere che gli interessi dei lavoratori sono gli stessi del datore di lavoro, e viceversa. C’è molto lavoro da fare a livello di impresa per sviluppare una sensibilità alle proprie responsabilità civili e sociali. E non sto parlando di semplice social responsibility, che non è un’altra moda del marketing, per truccare un po’ il viso fatiscente di certe aziende.

Sto parlando di capire che siamo tutti sulla stessa barca.
E nella stessa maniera, i sindacati devono cominciare a smettere di rimpiangere i giorni delle barricate e delle lotte di classe. Certo, quando c’erano i muri, certe cose erano più certe. Oggi viviamo in una società liquida, dove tutto tende a mischiarsi a confondersi. Anche le ideologie.

Non possiamo più tendere imboscate chiamandole scioperi, portando la battaglia per i nostri interessi nel campo della liberà di altri lavoratori, che si trovano lesi dalle nostre rivendicazioni. Io blocco la metropolitana, e loro devono alzarsi un’ora prima per arrivare in tempo in ufficio. Un’ora sottratta al sonno e agli affetti per… cosa?

Per “chiedere di condividere con i lavoratori almeno una piccola parte degli enormi utili che l’azienda fa attraverso un premio di produttività (che non sia il bonus una tantum per il periodo natalizio proposto dall’azienda) e un livello di retribuzione che vada oltre il livello minimo previsto dal contratto nazionale”, come recitano ad esempio le motivazioni dello sciopero dei dipendenti Amazon Italia in pieno black-Friday (un altro venerdì, anche questo).
Come se il premio di produttività fosse la priorità rispetto alle condizioni di lavoro della multinazionale americana in questione…

Un mondo che non c’è più

In quest’ottica di confronto, quello che mi ha sempre stupito è vedere la forte presenza di manifestazioni sindacali e di relative agitazioni, come gli scioperi del venerdì, senza però scorgere nulla di concreto su alcuni temi fondamentali del mondo del lavoro: non è solo una questione di tutelare i diritti già acquisiti, ma anche di garantire che le condizioni di lavoro siano sane.

Onestamente, è così importante avere forme contrattuali che mi mettono al riparo dall’essere licenziato da un lavoro in cui mi sto mangiando il fegato tutti i giorni? È significativo poter contare su dei giorni di permesso per andare dal medico, quando il mio capo esercita delle pressioni su di me che mi portano a non volere andare al lavoro al mattino (e ad aver bisogno di quel medico dal quale ho il diritto di andare nel mio giorno di permesso)?

È sulla qualità e non solo sulla quantità che i sindacati dovrebbero concentrarsi. E non pensare solo a chi un lavoro già ce l’ha, ma anche ai milioni di Italiani che sono alla ricerca di un’occupazione, o di tutti quelli che vivono con contratti precari o di stage.

Ho l’impressione che lo sciopero sia uno strumento ormai antiquato al servizio di persone che vogliono difendere i lavoratori, difendendo invece una visione anacronistica del mondo del lavoro di un’Italia che ormai non esiste più.

Stiamo lì a discutere di un anno in più o in meno di pensione, mentre il vero problema sono i giovani che, molto probabilmente, quella pensione non la vedranno mai. Per loro, per questi giovani, non sono sicuro che il significato costituzionale di uno sciopero sia chiaro, o che significhi molto di più di un viaggio scomodo in metropolitana. Per loro, le attività dei sindacati non solo sono lontane, ma addirittura di intralcio a quello che può essere un tentativo di costruirsi il proprio futuro.

È tempo di creare nuove forme di partnership tra lavoratori, aziende e rispettivi rappresentanti.

Nuove relazioni basate sulla fiducia reciproca, sulle responsabilità condivise, non da ultimo nei confronti della cittadinanza, che potrà finalmente cominciare avere un rapporto positivo con chi, fino a ieri, litigava in modo sterile.

HR | Digital Transformation | Change Management | Co-Founder Purple&People. Negli ultimi 15 anni ha rivestito ruoli manageriali nell’ambito delle risorse umane, a 360°, lavorando in grandi aziende americane, in multinazionali francesi e in organizzazioni parastatali svizzere. Il suo focus personale si concentra soprattutto sulla digital transformation, la gestione del cambiamento, le relazioni con gli stakeholders e lo sviluppo dei talenti. Ha il pallino per le questioni di genere e il diversity management, con una fastidiosa tendenza a voler sperimentare in prima persona le innovazioni e i modelli organizzativi radicali.

In primo piano

Welfare aziendale: nuovi modi di risparmiare (per tutti)

L’erogazione di benefit aziendali ha fatto l’oggetto di importanti modifiche a livello fiscale. Essi sono ora uno strumento interessante a disposizione delle aziende. Sono altrettanto interessanti per i collaboratori?

Pubblicato

il

Alcuni anni fa lessi delle facilitazioni, o meglio dire dei benefit che Google e Facebook offrivano ai loro dipendenti nella sede centrale.
Si andava da una serie di servizi interni quali la mensa aziendale (ma parliamo di una mensa a 5 stelle!) ai massaggi. La cosa che mi aveva colpito tuttavia erano i benefit estesi al di fuori dell’area aziendale. Affitti di case (in Silicon valley i costi di un affitto sono da urlo), maggiordomi che gestivano i servizi di lavanderia, dentista, assistenza ai genitori dei dipendenti anziani etc..

Inizialmente ero rimasto un poco allibito pensando alle spese aggiuntive che ogni azienda andava a caricare per ogni impiegato. Dopo tutto, questi servizi avevano dei costi e, anche assumendo che vi fossero delle aziende di servizi specializzate (che quindi potevano fare un “bundle” e relativo sconto, per un certo numero di clienti, leggasi i dipendenti dell’azienda), i costi aggiuntivi mi sembravano importanti.
Quello che ignoravo allora, ammetto le mie colpe, era che la maggior parte se non tutti questi benefit erano scaricabili al 100%. In pratica Facebook, Google e tutte le altre data company potevano dedurre al 100% le spese per i benefit dati ai loro dipendenti.

Vantaggi per i dipendenti

I vantaggi sono duplici. L’azienda può permettersi di essere generosa nei confronti dei propri dipendenti e intanto dedurre dalle tasse milioni (tema sempre caldo per un’azienda, in qualunque parte del mondo). I collaboratori invece godono di servizi utili e spendibili, ma il cui peso fiscale è meno importante di un premio pagato sullo stipendio.

Negli ultimi anni anche in Italia il tema benefit per i dipendenti è diventato caldo e ora le possibilità di benefit scaricabili non solo sono aumentate ma sono divenute utilizzabili per la stragrande maggioranza delle aziende (incluse una buona parte delle PMI).
Un report interessante che può offrire una visione di insieme del fenomeno welfare in Italia è il Welfare Index Pmi 2018.

Tuttavia il tema più interessante, a mio avviso, è la lista di benefit che le aziende ora possono erogare, in particolare:

Educazione e istruzione
Andiamo dalle borse di studio ai testi scolastici, in aggiunta sono previsti anche i servizi scolastici integrativi. Se consideriamo quanti dipendenti sui 30 anni e più hanno figli piccoli, da elementari o asilo, si comprende subito il vantaggio di questi benefit. Ancora più rilevante se si considera che non vi sono limiti di spesa. Quindi l’azienda, per ipotesi si intende, può definire un ammontare discrezionale.

Cura per membri della famiglia giovani o anziani
Babysitter, centri estivi e invernali (quindi anche lezioni di sci o altri sport), assistenza per familiari anziani non auto sufficienti.
Anche in questo caso non sono previsti tetti di spesa. Egualmente se consideriamo che l’età di un lavoratore in un’azienda va dai 25-30 sino ai 50, si comprende bene come questi benefit possano essere una boccata d’ossigeno per i dipendenti.
Se si considera poi i costi per gli anziani (i genitori in questo caso) che sono crescenti con la crescita dell’età media di vita, si comprende come anche in questo caso questi benefit diventino vitali per molte famiglie.

Fringe Benefit
Beni servizi e voucher, in questo caso c’è al momento un limite di 258 euro, lo sforamento del quale comporta la tassazione dell’intero importo. Un limite importante ma pur sempre utile nell’economia di una strategia di benefit aziendali.

Cassa sanitaria e fondi pensione 
Nessuno in caso di PDR, diversamente tetti rispettivamente di 3.600 euro e 5.100 euro.

Prestiti/mutui
Nessun limite

Buoni pasto
Una voce classica dei benefit aziendali. Quello cartaceo ancora rimane fisso a 5,29 euro al giorno mentre per l’elettronico, un settore su cui le welfare company puntano molto, arriva a 7 euro. Per quanto spesso la pausa pranzo sia limitata, c’è da considerare che molte aziende prevedono già una mensa interna gratuita. Quindi il ticket si trasforma in moneta digitale spendibile in molti punti convenzionati (a partire dai supermercati).

Educazione, istruzione, culto
Anche nel caso di sport, viaggi, cultura, non vi sono limiti.
La spesa per il tempo libero è una spesa rilevante per molti dipendenti e, purtroppo, spesso limitata da quello che “avanza” a fine mese; l’ISTAT stima che essa ammonti a circa al 5,2% della spesa complessiva di una famiglia italiana ed è quindi una voce importante che può aiutare il morale del dipendente.

Convezioni, carte sconti, conciliazione vita lavoro e mobilità
Anche in questo caso nessun limite.
Se consideriamo che le carte sconti si estendono anche a e-commerce e negozi online si capisce come anche in questo caso, specialmente sotto Natale, un bonus erogato con soluzioni di welfare può essere un’ottima soluzione per gratificare i dipendenti e migliorare il loro morale.

Alcuni aspetti normativi che meritano di essere menzionati

Il primo inizio importante sul tema benefit lo abbiamo con la legge di stabilità del 2016 che ha potenziato le agevolazioni fiscali per le aziende che concedono servizi e prestazioni di welfare aziendale ai dipendenti e allo stesso tempo ha reintrodotto la detassazione dei premi produttività.

  • Novità per i dipendenti: il lavoratore stesso sceglie se scambiare il premio retributivo con prestazioni di welfare integrativo completamente detassate.
  • Novità per le aziende: per i datori di lavoro, uno dei principali cambiamenti è dato dall’esenzione IRPEF dell’utilizzazione di opere e servizi messi a disposizione dei dipendenti e loro familiari anche se previsti da disposizione di contratto, accordo o regolamento aziendale (in precedenza, l’esenzione scattava soltanto se il benefit risultava come atto unilaterale e volontario del datore di lavoro).

La legge di Stabilità del 2016 ha anche previsto la possibilità di erogare i benefit da parte del datore di lavoro tramite i voucher, ovvero documenti di legittimazione in formato cartaceo o elettronico che riportano un valore nominale. È tuttavia con la legge di bilancio del 2017 che si consolidano molti de traguardi del 2016. Rispetto alla precedente normativa vengono ridefiniti due aspetti sulla parziale detassazione del premio di risultato. Il primo definisce i destinatari e i limiti del beneficio fiscale:

  • Requisito soggettivo: il tetto massimo di reddito di lavoro dipendente che consente l’accesso alla tassazione agevolata viene innalzato da 50.000 a 80.000 euro.
  • Importi massimi: gli importi dei premi erogabili aumentano da 2.000 a 3.000 euro nella generalità dei casi, e da 500 a 4.000 euro per le aziende che coinvolgono pariteticamente i lavoratori nell’organizzazione del lavoro.

Il secondo stabilisce che i servizi previsti dall’art. 51, co.4 del TUIR e i contributi alle forme pensionistiche complementari (D. Lgs. 252/2005) e di assistenza sanitaria (art. 51, c. 2, lettera a) non concorrono a formare il reddito di lavoro dipendente né sono soggetti all’imposta sostitutiva del 10%.

I vantaggi per le aziende

Ad aiutare le imprese ad accrescere il loro livello di welfare contribuisce quindi l’impianto normativo, modellato dalla legge di Stabilità 2016 e successivamente rafforzato dalle leggi di Stabilità 2017 e 2018 che, con robusti incentivi fiscali, ha promosso gli investimenti a sostegno del benessere dei dipendenti e delle loro famiglie: da un lato l’azzeramento del cuneo fiscale sulle somme erogate ai dipendenti, dall’altro, la deducibilità delle spese dal reddito delle imprese.

Un secondo aspetto della normativa riguarda, poi, la possibilità di convertire i premi aziendali di risultato in servizi di welfare, rafforzando gli incentivi già previsti per la componente variabile delle retribuzioni. I premi aziendali erogati in forma di welfare sono esenti da imposizione fiscale e contributiva.

La sfida

C’è ancora molto da fare.
In ambito aziendale le sfide sono principalmente due.

La prima è il selezionare dei pacchetti di welfare che siano adatti per i dipendenti. Per quanto molti uffici delle risorse umane abbiano avuto un “aggiornamento” della forza lavoro, molte di esse, se parliamo delle PMI, rischiano ancora di essere piuttosto statiche nel loro potere decisionale.

Di fatto il rischio è che i vantaggi del welfare non vengano a pieno percepiti, o peggio, vengano mal gestiti. Immaginiamo un’azienda che ha un mix di dipendenti giovani (dove i benefit per l’istruzione dei figli potrebbe essere molto apprezzato) e dipendenti con maggior seniority (dove i vantaggi per il care-giving dei genitori anziani sono sicuramente un asset). Se il manager delle risorse umane non è attento nel fare delle ricerche tra il personale i vantaggi del welfare saranno poco utili sia per l’azienda che per i dipendenti.

C’è poi una forte necessità che l’intera linea di comando (dalle risorse umane sino al CFO) possa comprendere i vantaggi del welfare aziendale e attivarsi di conseguenza.

La seconda sfida non è da meno. I dipendenti devono comprendere quali sono i benefici del nuovo welfare. Spesso le comunicazioni su questi temi vengono percepite come un rumore di fondo. Molto spesso l’azienda, soprattutto se parliamo di PMI, tende a comunicare senza enfasi questi servizi. Il risultato finale è che i dipendenti sono poco invogliati a iscriversi ai piani aziendali o, forse anche peggio, non sono un elemento attivo dei processi decisionali.

Una non-partecipazione dei dipendenti, che così non manifestano cosa può essere di loro interesse, è un serio danno per i processi di welfare aziendale e, di conseguenza, per l’azienda stessa. In alcuni casi, inoltre, è il collaboratore stesso a non apprezzare l’erogazione di premi che, di fatto, diminuiscono i propri contributi pensionistici.

Un esempio

Si ipotizzi che un’azienda, sotto il periodo natalizio o durante l’approssimarsi di un trimestre positivo, decida di erogare dei premi aziendali. Ovviamente la percezione del dipendente sarà a vantaggio di un bonus economico. Tuttavia se, poniamo, il benefit sia di 1000 euro, una volta “sopravvissuto” alla tassazione il benefit sarà probabilmente della metà, o poco più(ci sono differenti fattori per il calcolo del benefit economico finale).
Se invece lo stesso benefit o premio viene dato in welfare, l’intera cifra verrà percepita senza nessuna deduzione.

Per far questo tuttavia è necessario che le due sfide sopra menzionate siano superate.
Cioè che l’azienda sappia veramente come funziona il welfare e le aree dove i vantaggi possano essere applicati e conosca egualmente i gusti e gli interessi dei suoi dipendenti. E dall’altro che i dipendenti abbiamo un ruolo partecipativo nell’azienda.

Sicuramente i nuovi bilanci dei prossimi anni porteranno ulteriori novità a questo settore. Tuttavia già ora per le aziende italiane, e come detto non si parla solo delle grandi aziende ma anche delle PMI, il welfare aziendale è una soluzione vincente. Basta coglierla.

Continua a leggere

Crescere

Non dire alle persone come ti guadagni da vivere

Le persone non interagiscono con i titoli e con le competenze. Le persone interagiscono con le persone.

Pubblicato

il

È successo più o meno 15 anni fa.
Ho detto che vendevo ottime sim aziendali.
Lui ha detto: “Interessante. Dicono sia un business in crescita.”
E non ha aggiunto altro.

Qualche anno dopo, ho detto che facevo siti web a buon prezzo.
“Anche questo è interessante. Sei un ragazzo in gamba e ti dai da fare”. Anche questa volta non è successo niente.
Poi ho lasciato perdere i contenitori e sono passato ai contenuti.
“Adesso scrivo cose che le persone vogliono sentire. Anche per aziende come la tua.”
E non è successo niente.

Allora insegna

Poi un giorno ho pensato di aver capito.
Un giorno tutti si sono svegliati dicendo che bisognava educare. Insegnare. Spiegare come fare.
E tutti hanno iniziato a farlo. Anche se avevano wikipedia da una parte e poca esperienza dall’altra.
Tutti sono saliti sul carrozzone.
L’ho fatto anche io.

Ho iniziato a scrivere come scrivere.
Ho iniziato a dire cosa dire.
Ho iniziato a dire cosa funzionasse nel web e in questo mondo digitale.
E solo allora ho capito. Non avevo la minima idea di come funzionasse.

È stato un momento terribile.
Sei lì che ti accorgi che vendi una cosa che avresti bisogno di comprare.

E non ti resta che fare due cose:
a) Continuare a mentire. Ma non puoi farlo a lungo se sei un pizzico sano di mente.
b) Ammetterlo.

E ho iniziato a parlare di quanto avessi paura. Di quanto fossi confuso.

Ho iniziato a dire cosa avevo voglia di fare. E che mi sarei messo in cammino anche se pieno di dubbi.
Mi sono guardato intorno e c’erano i miei bambini a tenermi compagnia. Mia mamma e qualche amico a leggermi per non farmi sentire molto solo.
E anche questo è stato terribile.

Ho scritto anche su questo. Potrei riempire un libro di tentativi e fallimenti. E di paure. Di paura di non arrivare mai.

Poi è successo

Un giorno mi ha scritto un tizio e mi ha detto “capisco come ti senti.”
Eravamo in due. E questo mi ha fatto sentire bene.

Ho raccontato anche questo. Di quanto sia bello sentire che qualcuno ti sente e sa come ti senti.
E mi ha scritto un altro tizio.
“È successo anche a me.” Mi ha detto. Anche se il contesto era completamente diverso.

Ho scritto anche di questo.
Di come a volte la tua storia non è soltanto tua. È una storia che ci si passa di mano, scambiandosi a volte anche il significato.

E poi ho iniziato a parlare di significato.
Di sfide e paure.

Ancora una volta. Ma in modo diverso.
Senza la pretesa di insegnare niente. Senza dare tante risposte ma facendo domande.
Ho messo da parte anche la pretesa che qualcuno rispondesse. Ho iniziato a parlare come se fossi da solo; anche perché a volte è vero.

Un tizio un giorno mi ha chiamato al telefono

“Mi piace ciò che dici. Avrei un lavoro per te”.
C’era da scrivere una guida su una località turistica.
C’era da fare una breve ricerca e infilare un paio di parole una dopo l’altra.
“Ti do 30 euro”.

Ho accettato.
E ho scritto anche di questo. L’ho detto in giro.
Ho detto che un tizio mi aveva chiamato e offerto un lavoro. Solo perché mi aveva visto simpatico. O forse perché gli facevo pena. Che importa.

Potrei continuare all’infinito

Ogni volta che è successo qualcosa intorno a me, o dentro di me, l’ho raccontato in giro.
Ho smesso di dire come mi guadagno da vivere.
Ho iniziato a dire dove stessi andando e come mi sentivo ogni volta.

Faccio ancora così.
A volte succede che qualcuno intraveda una destinazione comune o si senta vicino e vuole parlare con me. E poi qualcosa succede.

È più intrattenimento che educazione

Ho 34 anni, due figli, due cani. Ho scritto migliaia di articoli sul web e un libro. E quello che ho capito è che le persone non parlano con i titoli e con le competenze. Non interagiscono con quello che fai per guadagnarti da vivere. Le persone interagiscono con le persone.

Le persone non interagiscono con i titoli e con le competenze. Non interagiscono con quello che fai. Le persone interagiscono con le persone. Click To Tweet

Tornando al discorso di prima, riguardo a insegnare e contenuti utili, si tratta più di intrattenimento che di altro. È più arte che scienza. Più vita che strategia.

Le persone fanno affari con i loro amici. E con quelli che potrebbero diventare loro amici.
Di norma, ci si affida a qualcuno che sembra buono. O bello. O sensibile. Gli studiosi lo chiamano Halo Effect ma io preferisco dire che sia normale.

Ho un commercialista. Ho un avvocato. Un editor. Un insegnante di inglese.
Non so se siano i più bravi del settore o i più convenienti. Li ho chiamati, e poi assunti, perché mi piaceva il loro modo di dire le cose, fare le cose, pensare le cose.

La maggior parte di loro non hanno scritto guide definitive e non hanno un sito web da urlo. Mi sembravano brave persone e ad oggi sono convinto che sia davvero così.

Poi chiaramente risolvono anche i problemi. Ma questo è venuto dopo.
Altrimenti sarebbe tutto diverso.

Le informazioni non ci mancano, ne abbiamo in abbondanza.
Potremmo andare su Google e cercare sempre ciò di cui abbiamo bisogno. Ed è anche vero che a volte lo facciamo ma, quasi sempre, non per le cose che contano davvero.
Forse se scoppi una gomma e ti serve un gommista in quel momento e in quel luogo. Ma non per un dentista. Non per chi deve operare tuo figlio. Non per chi deve aiutarti con la tua impresa o curarti la schiena.

Per questo genere di cose, ci affidiamo alle emozioni e alle sensazioni. O ai consigli di altre persone.
Ma le persone alle quali chiediamo consiglio sono di norma persone con le quali abbiamo una storia in comune. Persone che un giorno ci sono sembrate vicine, con le quali condividevamo una qualche destinazione, e ci siamo avvicinati ancora di più.
Nessuno chiede al primo che passa di consigliare una baby sitter alla quale affidare i bambini.
Nessuno si fida di chi non conosce e di chi non gli piace.

Ho scritto anche di questo. Tante volte.

E un giorno mi ha scritto un tizio.
Una lunga mail dove si diceva d’accordo e che anche lui avrebbe voluto dire queste cose e scriverle nel web. Solo che non era capace.
E io gli ho detto “perfetto. Ti aiuto io. Sono un ghostwriter” (succedeva tanti anni fa).

Che poi è quasi tutto quello che ho capito di questo mondo digitale.

Non dire alle persone come ti guadagni da vivere.

Prima viene molto altro.
Viene capire chi sei, cosa vuoi, dove stai andando.
Prima viene fare capire alle persone chi (e non cosa) sei, cosa vuoi, dove stai andando.

Oriah l’ha detto meglio.

“Non mi interessa che cosa fai per guadagnarti da vivere. Voglio sapere che cosa desideri ardentemente e se osi sognare di soddisfare l’anelito del tuo cuore. Non mi interessa la tua età. Voglio sapere se rischierai di passare per pazzo nel nome dell’amore, per i tuoi sogni, per l’avventura di essere vivo.”

Continua a leggere

Trending

Condividi
Tweet
Condividi
Condividi
Tweet
Condividi