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Se non devi, vuoi.

Se non devi vuoi. E checché se ne dica, non è ciò che fai ma ciò che fai non DOVENDO fare che ti contraddistingue.

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Abbiamo un concetto molto strano con il “dovere”. Ciò che dobbiamo, imposto da consuetudini, leggi, imposizioni e suggestioni, lo dobbiamo fare dunque lo facciamo. Ciò che potremmo invece anche chiamare “giusto”, ciò che ci farebbe stare bene, che ci fa stare bene…dovremmo. Al condizionale ovvero libero di essere trascurato e disatteso.

Due capi

Quando sei padrone del tuo tempo succede spesso una cosa strana: pensi di poter decidere ma lo fai raramente. Anche se non hai un capo è come se ne avessi sempre due e di due tipi.

Il primo è il cliente di turno. O la tua società e dunque collaboratori, soci, le persone con le quali lavori. Il lavoro insomma. Questo capo è tiranno. O capita che tu lo immagini così anche se non dice nulla. Tutto ciò che si aspetta, o che pensi che si aspetta, devi. E lo fai.

Il secondo capo è un tipo accondiscendente, troppo. Sei tu, la tua famiglia, i tuoi amici. Ti fa richieste quotidianamente, o non le fa ma le leggi ugualmente e le comprendi. Vorresti però. Non devi. Dunque passano sempre in secondo piano.

• Andare a correre per stare meglio con il proprio corpo • Passare la domenica davvero in famiglia • Fare un’alimentazione sana • Giocare con i propri figli • Leggersi un bel libro • Dedicarsi del tempo • Andare al cinema • Altre cose che vorremmo…

Tutte cose che ci vengono chieste quasi quotidianamente. O che ci chiediamo. O che pensiamo sarebbe giusto fare. O sappiamo sia giusto fare. E tutte cose che vorremmo. Lo vorremmo con tutto il cuore. Ma volere, non dovere, dunque non facciamo quasi mai. Non con precisione e puntualità.

Se ci fermiamo a riflettere siamo come quei bambini che non puoi lasciare che si organizzino perché altrimenti passeranno tutto il tempo a giocare e i compiti non li faranno mai. Perché non devono. Solo che in questo caso in gioco c’è molto di più.

Perché la Passione è così importante nel lavoro?

Prendiamo una piccola pausa da ciò del quale stavamo parlando ma in fondo è lo stesso discorso. Perché si parla tanto della potenza della passione nel proprio lavoro? Perché la passione forse è un altro tipo ancora di capo. Uno di quelli che amiamo ma anche uno di quelli del primo tipo. O meglio è un ibrido speciale.

È CIÒ CHE VUOI A TAL PUNTO DA TROVARE IL TEMPO E LA FORZA.

È CIÒ CHE VUOI A TAL PUNTO DA NON DIRTI E DARTI SCUSE.

È CIÒ CHE VUOI A TAL PUNTO DA DOVERE.

Torniamo a noi e le nostre cose

Da quando lavoro nel web, intorno la comunicazione, mi sono fermato poche, pochissime volte. Sono sempre andato avanti. Contro pronostici, stanchezza e difficoltà. Ho scritto milioni di parole. Anche il sabato, la domenica. Quest’anno ho pubblicato sul mio blog per quasi 120 giorni, tutti i giorni. Anche a Natale. E la Domenica è per me quasi un rito farlo. Devo? Niente affatto. Voglio. Chi vuole, non chi deve, fa. Ecco tutto.

Ma se ci si ferma a riflettere c’è un lato oscuro della storia. Se anche tu hai una passione di questo genere, se nel tuo lavoro hai non solo un “devo” ma anche un “voglio”, potresti essere in difetto con il capo buono. Ci sono altre cose che sicuramente dici di volere ma non fai. La lista di prima. Te stesso oltre il lavoro, la tua famiglia, gli amici, ecc.

I capi contro

Ieri era una mattina come un’altra. Alle 6:00 ero fuori con il mio cane, alle 6:20 ero al pc per scrivere ancora qualcosa. Alle 10:00 avevo già sentito collaboratori e qualche cliente per controllare fosse tutto in ordine. Alle 12:00 ero già stanco. E mi è venuto in mente che mio figlio è un mese buono che mi chiede di andare al parco a giocare a pallone insieme. E pensavo: oh come vorrei…

Ma in realtà, pensandoci bene, non volevo. Il punto, se mi segui, è che sapevo che accontentarlo, specie in un’attività del genere, era una buona cosa. Che avrei dovuto. Che sarebbe stato bello e giusto per entrambi. Ma è uno di quei pensieri dove usi il condizionale. Dove non dici mai DEVI. O se lo dici sai che ha la stessa flessibilità di una giornata di sole a Londra. Può cambiare.

Devi sino a impegno nuovo e contrario. Devi sino a quando l’altro capo, quello rigido, non ti chiede qualcosa o ti inventi che ti chieda qualcosa.

Ci ho pensato tanto da essermi sentito male. Poi sono uscito ho comprato un pallone, quelli di cuoio, quelli che da piccolo compravo una volta a settimana.

Quando mio figlio è tornato da scuola gli ho detto che saremmo andati a giocare.Finalmente.

“A che ora?” “Alle 18:00”

Alle 17:59 però mi è arrivata una telefonata. Lavoro. Il capo, l’alto capo, quello burbero e intransigente. Quello al quale non puoi dire di no e non dici mai di no.

Ed in quel momento si è verificato ciò che si verifica sempre. Vorrei ma…qualcosa.

Alle 18:02 ero a colloquio coi miei capi. Quello che se dici no ti vuole bene uguale, ti pagherà ancora. L’altro intransigente e che non accetta mai un no, o almeno tu pensi sia così.

Chi scontento? Chi accontento? Cosa devo? Cosa voglio?

Prima il dovere poi il piacere suggeriva di tornare al pc e sbrigare i miei affari. Ma è ciò che non DEVI che vuoi e che a volte è più importante. Ok la faccio breve…ha vinto lui. 10 a 7.

Se non devi vuoi. E checché se ne dica, non è ciò che fai ma ciò che fai non DOVENDO fare che ti contraddistingue.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

Crescere

Io sono ciò che mi manca

Possiamo costruire e fare grandi cose da ciò che ci manca o dalle nostre debolezze. Non a casa il successo spesso nasce proprio dal fallimento.

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Io sono ciò che mi manca. Vivo la mia vita attorno ad un vuoto e la popolo di un pieno.
Così chi non può correre impara a volare, chi non può volare impara a nuotare.
Chi non può né correre, né volare, né nuotare impara a parlare.
E chi non può neppure parlare, impara a pensare.

A ognuno il suo talento

Ogni essere umano presto o tardi sviluppa un talento, una virtù. Impara a distinguersi per quello che sa fare, dire o pensare. E soprattutto impara a rendersi utile e a farsi apprezzare.

Ma cosa lo spinge a eccellere?

Alcuni ritengono che si tratti del fatto che presto o tardi si prende contatto con il proprio talento, naturale, genetico. Altri, invece, ritengono che il vero click avvenga nel momento in cui si incontra il proprio limite e si comincia a creare attorno ad esso. Nel primo caso alla base di un’eccellenza c’è un pieno, nel secondo caso c’è un vuoto con attorno un pieno.

Probabilmente tutte e due le ipotesi sono vere.
Tuttavia nella vita vissuta, nel lungo periodo, chi ha contattato, percepito, riconosciuto e accettato il vuoto che sta dentro il pieno si distingue per la costanza e la continuità con cui persiste nella sua piccola virtù.

Fallire per riuscire

I migliori atleti non sono quelli che non sono mai caduti, ma quelli che sono caduti e poi hanno saputo rialzarsi.
I più grandi musicisti non sono quelli che hanno sempre stregato il pubblico con le loro composizioni, ma sono quelli che hanno fatto fiasco e in mezzo allo sconforto hanno saputo ritrovare l’ispirazione.

Lo stesso vale per la gente comune. Per il piccolo imprenditore che ha saputo ripartire dopo un fallimento, per il libero professionista che ha imparato a vivere negli alti e bassi di richiesta del mercato.

Questo dettaglio purtroppo l’opinione pubblica fatica a comprenderlo.
È questo il motivo per cui la paura di cadere, di inciampare, di scendere al di sotto di una certa soglia è il più grande limite nella felicità degli esseri umani. Soprattutto in un mondo opulento e viziato come il nostro mondo occidentale.

Le garanzie ci abituano a vivere all’interno di un intervallo garantito. Per noi la parola rischiare non significa metterci in discussione e dubitare di noi stessi, significa solo giocare a fare qualcosa di diverso per vedere che effetto fa.

Chi oggi sarebbe in disposto a dire: “Toglietemi tutto!”. Molti sono disposti a rinunciare a molte certezze, ma non sanno andare oltre il “Toglietemi tutto, ma non … “, soprattutto dopo una certa età (leggi a questo proposito Cambiare vita a 40 anni).
Il grande limite è che neppure per gioco sono in grado di farlo, neppure nel tempo libero dal lavoro, dalla necessità di produrre. Nel “desport”!

Così accade che la vita scorre e se non abbiamo ancora toccato il fondo, non abbiamo ancora capito che il modo migliore per restare a galla è lasciarsi sostenere dall’acqua.
Investiamo ancora sulla nostra capacità acquisita di nuotare, piuttosto che sulla nostra naturale capacità di galleggiare.

Entrare in contatto con la propria debolezza

Una volta ebbi come paziente un pugile, dilettante.
Mi raccontò una cosa che mi colpì molto (è il caso di dirlo). Mi disse che il suo punto debole, come pugile, era che nessuno gli aveva mai rotto il naso. La mia prima reazione fu “Ma come? Questo non significa che sei bravo a difenderti?”.
Lui mi disse “Si! Sono troppo bravo a difendermi in uno sport in cui solo chi sa attaccare e fare punti, vince”.

Non sono esperto di boxe, tuttavia in quel momento ho capito che pur essendo bravo a boxare quell’uomo non poteva fare strada perché alla base del suo talento non aveva una ferita, un vuoto, una mancanza. Quelli bravi sono quelli che proprio perché sono stati colpiti nel loro punto debole hanno costruito attorno ad esso la loro forza.
Lui non era mai sceso abbastanza in basso da contattare la sua debolezza e per questo non era salito abbastanza in alto da contattare tutta la sua forza.  Solo chi ha fatto sentito la necessità, ha sviluppato la virtù.

Come scrive il grande filosofo Ortega y Gasset:
“Tutto ciò che siamo in positivo lo siamo grazie a una qualche limitazione. E questo essere limitati, questo essere monchi, è ciò che si chiama destino, vita. Ciò che ci manca e ci opprime è ciò che ci costituisce e ci sostiene. Pertanto, accettiamo il destino”.

Anche questo è #gowild

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Comunicare

Le parole per dirlo e per scegliere di includere

Le parole che scegliamo dicono qualcosa di noi, della nostra cultura e delle nostre convinzioni. Ad ogni momento possiamo scegliere di utilizzare parole più inclusive per tutt*.

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Scegliere le parole giuste per include tutti

La lingua italiana è composta di almeno 160mila parole, esclusi i dialetti locali.

Questo vuol dire che, al netto di vari livelli di analfabetismo, abbiamo un variegato campionario di termini per esprimere un pensiero, un concetto o un sentimento.

Perciò, sta a noi decidere se vogliamo includere o escludere qualcuno dei nostri ascoltatori o lettori, e trovare le parole per farlo, anche senza dichiararlo.

Non voglio tornare sulle declinazioni di genere dei titoli e degli appellativi (sul tema vi segnalo il bell’articolo di Valentina Maran che trovate qui).

C’è una discriminazione altrettanto tagliente che è legata alle espressioni evocative e a determinate frasi dedicata esclusivamente a una categoria di pubblico: le donne.

Il fenomeno è democraticamente distribuito in qualunque consesso sociale, incluse le scuole e le aziende.

E se in un’informale chiacchierata tra amici, una donna può decidere di soprassedere, in una riunione di lavoro il senso cambia.

Eh sì perché, salvi gravi deficit scolastici o analfabetismi di ritorno, si presume che chi tiene un discorso in una riunione, soprattutto se ricopre un ruolo apicale, quel discorso se lo sia preparato.

Si presume che se lo sia anche riletto, con quel minimo di cura per valutare se le parole e gli esempi scelti siano realmente efficaci per la platea; ovvero: chiari, convincenti e motivanti all’azione.

Qualche esempio dalla mia esperienza aziendale (non tutti subìti)

Mi scuso in anticipo per alcune volgarità, ma riporto le espressioni per come le ho ricevute o ascoltate.
Vabbè, comincio delicata: andiamo per gradi.

1. “Voglio più cameratismo tra voi”

Ora: la camerata richiama al collegio e, più frequentemente, alla caserma.

Le donne, in Italia, non hanno potuto svolgere regolarmente il servizio militare fino al 2000 e anche oggi sono una minoranza (più per disoccupazione che spirito di servizio, tra l’altro); perciò, chiunque sia nata prima del 1982 e cresciuta in casa, non ha esperienza di camerate.

Lo so, qualcuno starà pensando che la mia sia un’esagerazione, perché la parola è di uso comune e il senso è noto.

È vero; ma voglio sottolineare che qui non parliamo di un discorso a braccio, nel quale le idee sono a volte più veloci delle parole e si sceglie il primo termine che viene.

Parliamo di un intervento preparato.

In alternativa, si poteva scegliere: solidarietà, complicità, supporto, collaborazione, spirito di squadra, giusto per citare le prime che mi vengono in mente.

2. “Se fossi un uomo saresti perfetta”

Giuro: me lo sono sentito dire, e voleva pure essere un complimento.
Il senso era che ero preparata, efficiente, organizzata e determinata; quindi quasi perfetta nel ruolo, salvo per l’inconveniente di essere femmina.

3. “Oggi è isterica, c’avrà il ciclo”

Al di là della considerazione che il ciclo è una costante dalla pubertà alla menopausa, e che perciò ce l’avevo anche quando con me riuscivi a confrontarti serenamente, è vero: è governato da cambiamenti ormonali che nel 25% delle donne incidono significativamente sull’umore.

Ma gli sbalzi d’umore dipendono solo dal ciclo?
Non è che posso aver dormito male, discusso con qualcuno o ricevuto una notizia spiacevole?

Ho avuto un manager che, se la domenica la sua squadra del cuore perdeva, il lunedì non veniva in ufficio perché aveva la gastrite…

C’è una versione un po’ più triviale legata all’assenza di regolare attività sessuale, ma direi che si siamo capiti e ve la posso risparmiare.

“4. Dovete tirare fuori le palle”

Scusate: cioè?
No perché qui, con tutto l’impegno e la buona volontà, proprio non posso.

Mi volevi dire che devo essere tenace, determinata, coraggiosa e agguerrita?

Se proprio amiamo le metafore, possiamo dire che dobbiamo tirare fuori i denti o gli artigli?
Perché in molte specie mammifere il maschio caccia (a volte) ma è la femmina a difendere (sempre) i cuccioli e il territorio.

E siccome nell’universale linguaggio fisico animale mostrare le proprie “armi” serve a dichiarare che non si ha intenzione di fuggire e si è disposti a tutto…

Ce ne sarebbero altre (anzi, se vi va, scrivetele nei commenti) ma direi che il senso è chiaro.

I best performer

Per me poi l’apice viene raggiunto con i distinguo.

Caso 1

Parte automatica e incontrollata la frase sessista e, un attimo dopo, “escluse le presenti, naturalmente…”.

Naturalmente? Ne sei sicuro? Hai sperimentato? Hai raccolto prove a sostegno dell’esclusione?
Naturalmente, no.

È solo che, forse, hai parlato senza riflettere e ora cerchi, male, di rimediare.
Può anche darsi, invece, che da fine oratore, vuoi fermare la frase nelle menti dei presenti, sottolineandola proprio con quell’esclusione.

Come si dice: a pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina.

Caso  2

Esce la frase pesantemente volgare e l’autore si rivolge alla prima donna di cui incontra lo sguardo e dice “scusa eh!”
Come se tutti gli uomini fossero indifferenti alla volgarità e fosse solo un problema delle donne.

Davvero?

Guardate che non siamo così delicate.
Le conosciamo anche noi le parolacce, e le diciamo anche.
Siamo capacissime di sfilare le nostre belle coroncine e trasformarci magicamente nel migliore camallo di Marsiglia (con tutto il rispetto per la categoria).

Non dovete proteggerci.
Dovete imparare ad essere educati e rispettosi, anche nella scelta delle parole, verso tutti, altri uomini inclusi.

 

Lo so, può sembrare un’esagerazione e in effetti (un po’) ho volutamente esagerato.
Ma la comunicazione è uno strumento principe per includere o escludere persone.

Oggi ho parlato di donne ma potremmo parlare di disabilità o dell’uso perverso del “buona domenica” e del “buon natale”, come se fossimo tutti cristiani.

La cura con cui scegliamo le parole, le perifrasi, le metafore, gli stili ci racconta di convinzioni profonde e “culture” radicate.

Scegliere di adeguarle al contesto per includere tutti è una scelta.
Così come non farci caso.

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