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Sei tra quelli che avranno successo?

A parole tutti vogliono avere successo, in pratica sono molti meno. La stessa fortuna e sfortuna che sembra incidere potrebbe chiamarsi benissimo in altri modi, ad esempio crearsi o non crearsi opportunità. Creare o non creare porte alle quali bussare.

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A parole tutti vogliono avere successo, in pratica sono molti meno. La stessa fortuna e sfortuna che sembra incidere potrebbe chiamarsi benissimo in altri modi, ad esempio crearsi o non crearsi opportunità. Creare o non creare porte alle quali bussare.

C’è una riflessione di Penny C. Sansevieri che mi ha fatto riflettere. Non è un’idea nuova, non è definitiva ma fa riflettere.

Ho una speciale abilità: posso entrare in una stanza di 300 autori e individuare quelli che avranno successo. Come posso dirlo? Vedo gli autori che distribuiscono biglietti da visita e segnalibri ad ogni evento. Vogliono imparare, si impegnano con altri autori, fanno un sacco di domande per scoprire su cosa si stia lavorando e su cosa no. E spendono ogni minuto libero per fare qualcosa che aumenti il loro successo, anche se è davvero qualcosa di piccolo.”

Siamo tutti autori indie

Penny è un’autrice Indie di livello internazionale e la fondatrice di Ame (Author Marketing Experts), una società che aiuta gli autori a promuoversi in questa nuova fase dell’editoria. Il suo pubblico sono dunque gli scrittori e gli aspiranti scrittori. La riflessione si riferisce a loro. Ma la verità è che oggi siamo tutti autori indie.

Non è solo il mondo dell’editoria ad essere cambiato ma è il mercato, il mondo ad essere cambiato. Molti di questi cambiamenti sono una grande notizia per chi è in cerca del successo.

1) Nessuno è nato famoso

I primi 5 uomini più ricchi al mondo non hanno ereditato la loro fortuna, non erano famosi, lo sono diventati. (Bill Gates, Warren Buffet, Jeff Bezos, Amancio Ortega, Mark Zucherberg)

Anche senza scomodare questi colossi, anche in Italia ci sono tantissime persone che hanno conquistato la scena, e per quanto molti possano essere inseriti alla voce “I nuovi mostri”, è una buona notizia.

In generale, proprio come nel mercato editoriale, è cambiato il modus ed il percorso: non c’è più alcun diritto di nascita, c’è un sistema molto più democratico per vedere riconosciuto il proprio lavoro.

2) Non servono titoli

I titoli non sono più garanzia di successo e non c’è ne è più di indispensabili. La maggior parte dei “pensatori” non sono laureati. Siamo a tutti gli effetti nell’economia del saper fare ed al mercato spetta l’ultima e sola parola.

3) Non avere bisogno del permesso

Se credi in un’idea hai mille più possibilità di provarci. E per quanto riuscire non è più facile, questa è ancora una grande notizia.

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4) Non dovere convincere più (solo) una persona – il target è morto

In generale, il grande cambiamento sta nel fatto che non c’è più una persona (editore, o X nel tuo caso) a dover decidere se puoi ambire al successo.

Sarà il pubblico a decretare se ne vale la pena. E PUBBLICO è la parola più impattante di questi tempi, qualunque sia il tuo lavoro.

Non esiste più un Target da colpire ma semplicemente persone da conquistare.

“Immaginiamo di coinvolgere un pubblico, invece di conquistare un target, e l’atteggiamento progettuale assumerà tutt’altri connotati. Al pubblico chiediamo un applauso, l’applauso significa consenso, il consenso nel nostro gergo è reputazione. La reputazione genera fiducia. La fiducia muove gli acquisti…” (Paolo Iabichino – Scripta Volant)

5) La nuova definizione di IMPEGNO

Ecco dove inizia a cambiare il percorso verso il successo. Anche oggi si tratta per lo più di dedizione, di fiducia nel proprio lavoro, di persistenza. Di impegno ma anche e soprattutto di un nuovo tipo di impegno.

Tornando alle parole iniziali di Penny, la differenza è data da quanto ti impegni con le altre persone. Non solo in ciò che concerne il tuo lavoro, non solo in quanto può essere strettamente correlato alla vendita.

Si tratta di un impegno fatto di conversazioni e relazioni, di dare e ricevere, di raccontarsi personalmente (senza intermediari) ad ogni persona che incontri. Perché anche se una persona potrebbe sembrare insignificante, se un tempo avresti potuto dire che non è “un decisore”, oggi non è più così.

[clickToTweet tweet=”Ogni persona ha la sua influenza su un piccolo gruppo, piccoli gruppi influenzano il mercato. ” quote=”Ogni persona ha la sua influenza su un piccolo gruppo, piccoli gruppi fanno un Pubblico ed il Pubblico influenza il mercato. ” theme=”style2″]

 È tutto un gioco di distribuzione

Il successo oggi è causato per lo più dalla distribuzione. L’altro giorno ho riascoltato una puntata di Content Marketing Italia di Alessio Beltrami, con ospite Marco De Veglia, massimo esperto di brand positioning ed autore di “Zero concorrenti”. Un video molto interessante e che inserisco perché fornisce davvero tanti spunti.

Uno su tutti: l’importanza della distribuzione.

A differenza di tanti “guru”, Marco è spietatamente lucido ed obiettivo; forse anche il positioning potrebbe non bastare o avere senso.

Tra un prodotto perfettamente differenziato (ad esempio un detersivo in fusti) ed un altro poco curato ma distribuito in modo capillare, vince il secondo.

n.b. è una mia personale deduzione (!)

È esattamente ciò che succede nel mercato dell’editoria: i bestseller non sono I libri più belli del mondo, non necessariamente, alcuni fanno davvero pena, ma hanno una grande distribuzione. Lo stesso funziona con i contenuti. Lo stesso per quanto riguarda il tuo lavoro, la tua professione.

Essere bravi non è più sufficiente, bisogna che la gente sappia, che la gente veda.

A qualcuno potrebbe non piacere. Che dire? È il mercato, bellezza!

Vivere e morire per il ROI

[clickToTweet tweet=”“Il Roi è uno splendido indicatore ma un cattivo maestro”” quote=”“Il Roi è uno splendido indicatore ma un cattivo maestro””]

Altro cambiamento rivoluzionario che si collega ed è causato dal punto precedente.

In un altro articolo di Penny dice “Il Roi è uno splendido indicatore ma un cattivo maestro”.

Può sembrare una cosa poco intuitiva, farà storcere il naso ma oggi non c’è niente di così vero.

L’aumento delle vendite può significare che hai lavorato bene ma non garantisce che accadrà in futuro. C’è bisogno continuamente di pensare e ripensare, anticipare I tempi, ascoltare il tuo mercato (il Pubblico, le persone).

O, un’altra chiave di lettura, non sempre è giusto lavorare per il Roi, non nel breve termine.

Abbiamo tantissimi esempi che dimostrano come sia necessario investire, dare prima di ricevere. Facebook l’ha fatto, Google l’ha fatto, coloro che oggi riempiono le arene, che vendono un sacco di libri, che hanno la fila alla porta, l’hanno fatto.

Sei tra quelli che avranno successo?

Ci impegniamo ogni giorno per riuscirci ma sappiamo benissimo che è difficile. Ci sono tanti fattori che hanno un ruolo in questa storia. Eppure c’è una costante, in qualche modo oggi è possibile prevedere se avremo successo o no.

Penso si tratti ancora una volta di “Lavorare duro, rimanere concentrati e sposare una Kennedy” sostituendo però un nuovo fattore al terzo punto.

Sposare una Kennedy è ancora valido ma non è più necessario un matrimonio. Oggi il più grande sponsor, il lasciapassare che apre le porte e le costruisce, sei semplicemente tu.

Tu ed il pubblico. Tu e le persone. Tu ed ogni persona che incontri.

Il tuo impegno in questa direzione. La voglia di perdere un minuto a parlare, a raccontare la tua storia, a comprare attenzione ascoltando quella degli altri.

Sei tra quelli che avranno successo? Come saperlo? L’unico modo potrebbe essere questo: guardarsi quando sei nella stanza e vedere se e quanto sei impegnato con le persone.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

Crescere

Io sono ciò che mi manca

Possiamo costruire e fare grandi cose da ciò che ci manca o dalle nostre debolezze. Non a casa il successo spesso nasce proprio dal fallimento.

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Io sono ciò che mi manca. Vivo la mia vita attorno ad un vuoto e la popolo di un pieno.
Così chi non può correre impara a volare, chi non può volare impara a nuotare.
Chi non può né correre, né volare, né nuotare impara a parlare.
E chi non può neppure parlare, impara a pensare.

A ognuno il suo talento

Ogni essere umano presto o tardi sviluppa un talento, una virtù. Impara a distinguersi per quello che sa fare, dire o pensare. E soprattutto impara a rendersi utile e a farsi apprezzare.

Ma cosa lo spinge a eccellere?

Alcuni ritengono che si tratti del fatto che presto o tardi si prende contatto con il proprio talento, naturale, genetico. Altri, invece, ritengono che il vero click avvenga nel momento in cui si incontra il proprio limite e si comincia a creare attorno ad esso. Nel primo caso alla base di un’eccellenza c’è un pieno, nel secondo caso c’è un vuoto con attorno un pieno.

Probabilmente tutte e due le ipotesi sono vere.
Tuttavia nella vita vissuta, nel lungo periodo, chi ha contattato, percepito, riconosciuto e accettato il vuoto che sta dentro il pieno si distingue per la costanza e la continuità con cui persiste nella sua piccola virtù.

Fallire per riuscire

I migliori atleti non sono quelli che non sono mai caduti, ma quelli che sono caduti e poi hanno saputo rialzarsi.
I più grandi musicisti non sono quelli che hanno sempre stregato il pubblico con le loro composizioni, ma sono quelli che hanno fatto fiasco e in mezzo allo sconforto hanno saputo ritrovare l’ispirazione.

Lo stesso vale per la gente comune. Per il piccolo imprenditore che ha saputo ripartire dopo un fallimento, per il libero professionista che ha imparato a vivere negli alti e bassi di richiesta del mercato.

Questo dettaglio purtroppo l’opinione pubblica fatica a comprenderlo.
È questo il motivo per cui la paura di cadere, di inciampare, di scendere al di sotto di una certa soglia è il più grande limite nella felicità degli esseri umani. Soprattutto in un mondo opulento e viziato come il nostro mondo occidentale.

Le garanzie ci abituano a vivere all’interno di un intervallo garantito. Per noi la parola rischiare non significa metterci in discussione e dubitare di noi stessi, significa solo giocare a fare qualcosa di diverso per vedere che effetto fa.

Chi oggi sarebbe in disposto a dire: “Toglietemi tutto!”. Molti sono disposti a rinunciare a molte certezze, ma non sanno andare oltre il “Toglietemi tutto, ma non … “, soprattutto dopo una certa età (leggi a questo proposito Cambiare vita a 40 anni).
Il grande limite è che neppure per gioco sono in grado di farlo, neppure nel tempo libero dal lavoro, dalla necessità di produrre. Nel “desport”!

Così accade che la vita scorre e se non abbiamo ancora toccato il fondo, non abbiamo ancora capito che il modo migliore per restare a galla è lasciarsi sostenere dall’acqua.
Investiamo ancora sulla nostra capacità acquisita di nuotare, piuttosto che sulla nostra naturale capacità di galleggiare.

Entrare in contatto con la propria debolezza

Una volta ebbi come paziente un pugile, dilettante.
Mi raccontò una cosa che mi colpì molto (è il caso di dirlo). Mi disse che il suo punto debole, come pugile, era che nessuno gli aveva mai rotto il naso. La mia prima reazione fu “Ma come? Questo non significa che sei bravo a difenderti?”.
Lui mi disse “Si! Sono troppo bravo a difendermi in uno sport in cui solo chi sa attaccare e fare punti, vince”.

Non sono esperto di boxe, tuttavia in quel momento ho capito che pur essendo bravo a boxare quell’uomo non poteva fare strada perché alla base del suo talento non aveva una ferita, un vuoto, una mancanza. Quelli bravi sono quelli che proprio perché sono stati colpiti nel loro punto debole hanno costruito attorno ad esso la loro forza.
Lui non era mai sceso abbastanza in basso da contattare la sua debolezza e per questo non era salito abbastanza in alto da contattare tutta la sua forza.  Solo chi ha fatto sentito la necessità, ha sviluppato la virtù.

Come scrive il grande filosofo Ortega y Gasset:
“Tutto ciò che siamo in positivo lo siamo grazie a una qualche limitazione. E questo essere limitati, questo essere monchi, è ciò che si chiama destino, vita. Ciò che ci manca e ci opprime è ciò che ci costituisce e ci sostiene. Pertanto, accettiamo il destino”.

Anche questo è #gowild

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Comunicare

Le parole per dirlo e per scegliere di includere

Le parole che scegliamo dicono qualcosa di noi, della nostra cultura e delle nostre convinzioni. Ad ogni momento possiamo scegliere di utilizzare parole più inclusive per tutt*.

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Scegliere le parole giuste per include tutti

La lingua italiana è composta di almeno 160mila parole, esclusi i dialetti locali.

Questo vuol dire che, al netto di vari livelli di analfabetismo, abbiamo un variegato campionario di termini per esprimere un pensiero, un concetto o un sentimento.

Perciò, sta a noi decidere se vogliamo includere o escludere qualcuno dei nostri ascoltatori o lettori, e trovare le parole per farlo, anche senza dichiararlo.

Non voglio tornare sulle declinazioni di genere dei titoli e degli appellativi (sul tema vi segnalo il bell’articolo di Valentina Maran che trovate qui).

C’è una discriminazione altrettanto tagliente che è legata alle espressioni evocative e a determinate frasi dedicata esclusivamente a una categoria di pubblico: le donne.

Il fenomeno è democraticamente distribuito in qualunque consesso sociale, incluse le scuole e le aziende.

E se in un’informale chiacchierata tra amici, una donna può decidere di soprassedere, in una riunione di lavoro il senso cambia.

Eh sì perché, salvi gravi deficit scolastici o analfabetismi di ritorno, si presume che chi tiene un discorso in una riunione, soprattutto se ricopre un ruolo apicale, quel discorso se lo sia preparato.

Si presume che se lo sia anche riletto, con quel minimo di cura per valutare se le parole e gli esempi scelti siano realmente efficaci per la platea; ovvero: chiari, convincenti e motivanti all’azione.

Qualche esempio dalla mia esperienza aziendale (non tutti subìti)

Mi scuso in anticipo per alcune volgarità, ma riporto le espressioni per come le ho ricevute o ascoltate.
Vabbè, comincio delicata: andiamo per gradi.

1. “Voglio più cameratismo tra voi”

Ora: la camerata richiama al collegio e, più frequentemente, alla caserma.

Le donne, in Italia, non hanno potuto svolgere regolarmente il servizio militare fino al 2000 e anche oggi sono una minoranza (più per disoccupazione che spirito di servizio, tra l’altro); perciò, chiunque sia nata prima del 1982 e cresciuta in casa, non ha esperienza di camerate.

Lo so, qualcuno starà pensando che la mia sia un’esagerazione, perché la parola è di uso comune e il senso è noto.

È vero; ma voglio sottolineare che qui non parliamo di un discorso a braccio, nel quale le idee sono a volte più veloci delle parole e si sceglie il primo termine che viene.

Parliamo di un intervento preparato.

In alternativa, si poteva scegliere: solidarietà, complicità, supporto, collaborazione, spirito di squadra, giusto per citare le prime che mi vengono in mente.

2. “Se fossi un uomo saresti perfetta”

Giuro: me lo sono sentito dire, e voleva pure essere un complimento.
Il senso era che ero preparata, efficiente, organizzata e determinata; quindi quasi perfetta nel ruolo, salvo per l’inconveniente di essere femmina.

3. “Oggi è isterica, c’avrà il ciclo”

Al di là della considerazione che il ciclo è una costante dalla pubertà alla menopausa, e che perciò ce l’avevo anche quando con me riuscivi a confrontarti serenamente, è vero: è governato da cambiamenti ormonali che nel 25% delle donne incidono significativamente sull’umore.

Ma gli sbalzi d’umore dipendono solo dal ciclo?
Non è che posso aver dormito male, discusso con qualcuno o ricevuto una notizia spiacevole?

Ho avuto un manager che, se la domenica la sua squadra del cuore perdeva, il lunedì non veniva in ufficio perché aveva la gastrite…

C’è una versione un po’ più triviale legata all’assenza di regolare attività sessuale, ma direi che si siamo capiti e ve la posso risparmiare.

“4. Dovete tirare fuori le palle”

Scusate: cioè?
No perché qui, con tutto l’impegno e la buona volontà, proprio non posso.

Mi volevi dire che devo essere tenace, determinata, coraggiosa e agguerrita?

Se proprio amiamo le metafore, possiamo dire che dobbiamo tirare fuori i denti o gli artigli?
Perché in molte specie mammifere il maschio caccia (a volte) ma è la femmina a difendere (sempre) i cuccioli e il territorio.

E siccome nell’universale linguaggio fisico animale mostrare le proprie “armi” serve a dichiarare che non si ha intenzione di fuggire e si è disposti a tutto…

Ce ne sarebbero altre (anzi, se vi va, scrivetele nei commenti) ma direi che il senso è chiaro.

I best performer

Per me poi l’apice viene raggiunto con i distinguo.

Caso 1

Parte automatica e incontrollata la frase sessista e, un attimo dopo, “escluse le presenti, naturalmente…”.

Naturalmente? Ne sei sicuro? Hai sperimentato? Hai raccolto prove a sostegno dell’esclusione?
Naturalmente, no.

È solo che, forse, hai parlato senza riflettere e ora cerchi, male, di rimediare.
Può anche darsi, invece, che da fine oratore, vuoi fermare la frase nelle menti dei presenti, sottolineandola proprio con quell’esclusione.

Come si dice: a pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina.

Caso  2

Esce la frase pesantemente volgare e l’autore si rivolge alla prima donna di cui incontra lo sguardo e dice “scusa eh!”
Come se tutti gli uomini fossero indifferenti alla volgarità e fosse solo un problema delle donne.

Davvero?

Guardate che non siamo così delicate.
Le conosciamo anche noi le parolacce, e le diciamo anche.
Siamo capacissime di sfilare le nostre belle coroncine e trasformarci magicamente nel migliore camallo di Marsiglia (con tutto il rispetto per la categoria).

Non dovete proteggerci.
Dovete imparare ad essere educati e rispettosi, anche nella scelta delle parole, verso tutti, altri uomini inclusi.

 

Lo so, può sembrare un’esagerazione e in effetti (un po’) ho volutamente esagerato.
Ma la comunicazione è uno strumento principe per includere o escludere persone.

Oggi ho parlato di donne ma potremmo parlare di disabilità o dell’uso perverso del “buona domenica” e del “buon natale”, come se fossimo tutti cristiani.

La cura con cui scegliamo le parole, le perifrasi, le metafore, gli stili ci racconta di convinzioni profonde e “culture” radicate.

Scegliere di adeguarle al contesto per includere tutti è una scelta.
Così come non farci caso.

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