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Sharing Economy: il piacere di condividere Sharing Economy: il piacere di condividere

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Sharing Economy: il piacere della condivisione

Dal post su Instagram alla camera in affitto, la condivisione non è più solo un fenomeno sociale e neppure solo economico: è un nuovo modo di vivere e di liberarci dall’ossessione e dal peso di possedere troppe cose.

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Da quando c’è stato l’avvento di internet, il mondo ha visto aprirsi le porte dell’informazione veloce con la possibilità di reperire tutto, o quasi.

Un mio ex collega una volta disse: ciò che non esiste su internet, allora non esiste neanche nella realtà.

Non è propriamente vero, ma la frase continua a creare un “effetto wow” agli allievi dei miei corsi di informatica.

Abbiamo potuto constatare quotidianamente quanto è facile conversare, chattare o video chiamare una persona dall’altra parte del mondo grazie allo smartphone e alle app di messaggistica collegate, appunto, in rete.

Eppure, con tutti questi vantaggi, la vera rivoluzione del web, a mio avviso, è la condivisione.

Condivisione di cosa?

Di qualsiasi prodotto, o servizio, che mi permetta di coprire un bisogno specifico in un certo momento, senza optare per l’acquisto completo e definitivo.

Questo permette a me, consumatore, di risparmiare e, successivamente, questo bene può essere comodo ad altri utenti, vivendo così una vita che copra il 100% del suo vero potenziale.

Quanti oggetti abbiamo in casa che, come si dice a Ferrara, rimangono “a prendere la polvere”? Penso che tutti, più o meno, siamo circondati da cianfrusaglie, alcune di dubbia utilità. Quindi l’idea della condivisione fa bene a noi, al nostro portafoglio e anche all’ambiente.

Ci sono esempi di Sharing Economy?

Tanti, anzi tantissimi, più o meno famosi; vediamo qualche caso che possa essere utile a tutti noi:

1) Come possiamo non parlare della condivisione di dati personali, attraverso le piattaforme sociali che tanti di noi utilizzano ogni giorno?

Sto parlando del semplice saluto ai propri follower fino ad arrivare alle foto condivise in ogni momento della nostra giornata; lo sharing nei social regna sovrano da quando Facebook è entrato in campo nel lontano 2004, fino all’ampliamento con altri social network potendo così condividere anche altri fattori personali, ad esempio la propria professionalità tramite Linkedin.

2) Condivisione di informazioni delle testate giornalistiche che pubblicano, in tempo reale, tutto ciò che accade nel mondo e che, grazie agli stessi social, vengono condivisi. Una notizia, importante o futile che sia, può veramente fare il giro del mondo in pochi minuti, se non secondi, con qualche click.

3) Fino a qualche anno fa, sembrava impensabile poter condividere, a pagamento per di più, una stanza della nostra casa, un appartamento lasciato vuoto da anni, eppure con l’arrivo di una azienda come AirBnb, tutto questo è possibile, potendo affittare a qualsiasi persona al mondo.

Da poco, una piccola azienda, chiamata Recharge, permette di ricercare spazi, come una camera ad esempio, non per qualche notte, ma per qualche ora, giusto il tempo per “ricaricarmi”. Immaginate di essere in una città per vacanza e, dopo aver camminato per ore, avete bisogno di riposare con una buona doccia… ecco, Recharge potrebbe venirvi invontro segnalandovi qualche stanza nei paraggi per il vostro breve riposo.

4) La condivisione ha colpito sopratutto ciò che concerne l’oggettistica da usare tutti i giorni: borse, smartphone, tablet, pc, auto, per non parlare del mondo dei bambini come box, tiralatte, giochi e tanti altri prodotti di consumo che normalmente hanno un costo elevato e che verrebbero usati per un periodo molto limitato di tempo, pensate ai fasciatoi.

5) Arredamento, proprio così, è notizia recente che Ikea stia sperimentando, secondo il Financial Time, un servizio che permetterebbe di noleggiare i propri mobili in leasing, quindi per un periodo limitato di tempo in modo tale che sarà poi possibile, per il cliente, restituire il prodotto acquistandone un’altro più recente. Ikea, in questo caso, rimetterebbe a nuovo il mobile ricevuto pronto per essere affittato nuovamente o venduto definitivamente.

6) Ultimo esempio, ma non per importanza: la condivisione della conoscenza, da Wikipedia in poi, internet è un immenso (infinito?) bagaglio culturale che permette a chiunque, con un costo di connessione che diventa sempre più irrisorio, di accedere. Pensate agli studenti che devono preparare un esame, un giornalista che cerca la fonte in altre testate, o un articolo di un blog – magari proprio questo – che per essere composto richiede una profonda ricerca di informazioni per evitare di scrivere nozioni fasulle, o fake news come vengono comunemente chiamate oggi.

Liberarsi dall’idea di possedere

Questi esempi permettono di capire che il concetto degli anni precedenti, secondo cui possedere qualcosa, come ad esempio il classico binomio “casa + auto”, ci rende contenti, tranquilli sta lentamente sparendo a favore di uno “scaricamento” di responsabilità acquisendo un prodotto temporaneamente, il necessario per coprire il mio bisogno, per poi togliermi questo impegno, o peso, nel momento del completamento e dando la possibilità ad altri di usufruirne.

L’idea di condividere, esplosa anche, e soprattutto, grazie al potere del web, è un cambio non solo a livello finanziario, economico ma soprattutto a livello sociale, che comporta una prospettiva di vita nettamente diversa dall’abitudine che i nostri nonni o genitori, ci hanno insegnato e tramandato.

NowPlaying:
A Case For Shame, Moby

Padre di Violante e marito di Tania. Divido la mia vita tra l’insegnamento di informatica e lo studio universitario. Amo follemente la tecnologia di cui ne seguo quotidianamente le nuove uscite, le novità ma sopratutto l’impatto che questa ha nella società. Non mi parlate di motori e gioco del pallone, vi guarderei senza capire una virgola del vostro discorso. Infine mi piace fotografare il caffè, in tutte le sue versioni e situazioni, oltre che a berlo ovviamente.

Crescere

La ragione di vivere non sempre si trova (e neanche si deve cercare)

La vita è tutta una ricerca, nella speranza di trovare la nostra vera vocazione. Ma la ragione per alzarci al mattino, spesso, non la si trova: bisogna coltivarla.

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Ikigai: coltivare la propria ragione di vivere

“A parte la sveglia, che cos’è che ti fa alzare la mattina?”

Questa domanda di solito fa sorridere le persone.

Alcune, dopo aver sorriso, hanno uno sguardo un po’ preoccupato.

Alcune chiedono di specificare meglio la domanda.

Altre, invece, la domanda l’hanno compresa benissimo.

Adesso hanno solo il timore di non avere una risposta che sia la loro vera risposta.

Quello che ci fa alzare la mattina

Negli ultimi anni, si sono scritti diversi libri e articoli sul tema dell’Ikigai. La parola proviene dai vocaboli giapponesi “iki” (vivere) e “gai” (ragione, scopo). Pertanto, questo concetto può essere tradotto come “ragione di vita”.

In un unico termine, gli abitanti della terra del Sol Levante esprimono diversi significati che possono essere “indossati” a seconda delle nostre condizioni interpretative.

Possiamo sentire l’Ikigai come il motivo basilare per cui ci alziamo tutte le mattine (sveglia elettronica esclusa). Oppure quello che vogliamo realizzare con il nostro tempo (il tempo che definiamo “libero”). Magari è l’insieme delle nostre passioni più autentiche o è la nostra vocazione più vera. Per qualcuno potrebbe essere il modo con cui contribuisce a migliorare l’ambiente in cui vive.

Un territorio molto impegnativo

Personalmente, riguardo all’Ikigai, tendo a suddividere le persone in cinque categorie.

  1. Quelli che hanno compreso cosa sia (risposta personale, non “giusta”)
  2. Quelli che hanno compreso cosa sia e stanno cercando di farlo germogliare
  3. Quelli che non hanno compreso cosa sia
  4. Quelli che non hanno tempo per pensarci
  5. Quelli che non ne hanno mai sentito parlare

L’Ikigai è un “territorio” molto impegnativo per l’uomo e la donna occidentali (che siamo noi).

Lo è perché, se ci entriamo dentro, pone delle domande ostiche. Ci mette in contatto con quesiti personali che solitamente non sono né leggeri, né volatili, né banali. Sono solo terribilmente rari. Ci mette cioè sulla frequenza di quello che potremmo definire un nostro senso esistenziale.

Forse neanche ce ne accorgiamo, ma siamo abituati ogni giorno a stringere, produrre, correre, obbedire, fatturare, presenziare, non deludere, garantire, rimanere composti, rimanere fedeli, ammaliare, accondiscendere, sorvolare, cercare consenso, ecc. (verbi caratteristici di un certo modus vivendi).

Una ragione per vivere

Come direbbe un politico italiano (o un comico che lo imita), non possiamo mica star qui a “pettinar le bambole”. Cioè, in qualche modo, bisogna andare al punto.

E con una ricerca specifica sull’Ikigai, l’Università di Sendai (Giappone) è andata al punto. Lo ha fatto approfondendo le credenze sociali e gli stili di vita relativi a questo tema, oltre ai risvolti effettivi sulle persone che hanno compreso l’Ikigai nella loro vita.

Dai risultati emerge che le persone con un consapevole senso di Ikigai sentono la pienezza del presente: quella che rende ogni istante prezioso e che dà la sensazione di avere uno scopo (che è qualcosa di diverso di un semplice obiettivo da raggiungere).

I ricercatori hanno dedotto che questo senso non rifletta semplicemente fattori psicologici individuali (quali benessere, speranza, fiducia), ma anche la consapevolezza individuale delle motivazioni per cui si vive. Il suo significato ha a che vedere con l’avere uno scopo o una ragione per vivere.

Oltre questa benedetta felicità

Secondo questa filosofia, tutti possiedono un proprio Ikigai. Però non sempre si riesce a scoprirlo, perché è necessaria una ricerca profonda che implica un viaggio introspettivo.

E i viaggi introspettivi costano un sacco, giusto? Non denaro, forse, ma una fatica e un rischio di “pericoloso risveglio” capace di far tremare le gambe.

Nella dimensione dell’Ikigai non si tratta quindi di trovare “questa benedetta felicità” (parola che citiamo spesso, talvolta senza sapere di cosa stiamo parlando).

Si tratta più che altro di scoprire invece ciò che ci fa stare bene e che ci appassiona, soprattutto sul lungo periodo.

Volevamo trovare, ma c’è da coltivare

Fin da bambino, mi hanno raccontato le storie di pirati che trovano il tesoro, di principesse che trovano ranocchi (e a volte prìncipi), di uomini che trovano lampade speciali nelle grotte, di ragazzetti che trovano spade nelle rocce, di astronauti che trovano pianeti sconosciuti nell’Universo.

Nella mia infanzia, tutto quello che ancora non c’era… andava trovato. Perché era il fisiologico risultato della ricerca.

L’Ikigai invece no. La brutta notizia, a questo punto del post, è che non c’è uno scopo da trovare.

Ken Mogi, studioso giapponese che ha scritto Il piccolo libro dell’Ikigai, ritiene che non sia qualcosa da trovare, quanto piuttosto qualcosa che possa essere svelato. Da chi? Da chi decide di coltivare una pianta, che ha una ragione per vivere.

Come sempre, per “scrivere racconti nuovi”, potremmo cominciare con delle domande. In questo caso, tre semplici domande. A noi stessi.

  1. Quali sono le cose che hanno per me maggior valore?

  2. Come mi piace utilizzare le prime ore del mattino, dopo essermi svegliato?

  3. Da quali attività ricavo con naturalezza il massimo piacere?

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Crescere

Tra percezione e reazione: l’equilibrio della forza grande

Il Tai Ji Quan insegna che se vuoi spingere il tuo avversario lontano devi lasciare che il suo peso entri dentro di te. La forza grande nasce nell’equilibrio tra la percezione dell’altro e ciò che ci porta a reagire.

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La curiosità: la forza grande del Tao

Che cos’è la forza “grande”?

Il Tai Ji Quan insegna che se vuoi spingere il tuo avversario lontano devi lasciare che il suo peso entri dentro di te. E tanto più lascerai che questo accada, tanto più sentirai in te la forza aumentare.
Questa parabola crescerà fino al punto in cui ti sentirai in bilico: se tu lo facessi entrare un pizzico in più, non avresti più la forza di respingerlo. Ed è esattamente quello il momento di (re)agire: ti ritroverai a sviluppare una forza “grande” in quanto somma della sua forza dentro di te e della tua forza su di lui. Avrai realizzato il Tao: il bianco dentro il nero e il nero dentro il bianco.

Percepire e reagire: questa è la via della forza “grande”, del Tao supremo

Così, chi non si esercita nella capacità di percepire, non sviluppa la capacità di reagire; chi non si esercita nella capacità di reagire, non sviluppa la capacità di percepire.

Se lasci che l’altro avanzi troppo verso e dentro di te, non avrai più la forza di respingerlo; se non lo lasci entrare abbastanza, non avrai la forza di raggiungerlo.

La forza dunque nasce dalla capacità di lasciare entrare gli altri dentro di noi, piuttosto che da quella di entrare noi dentro gli altri.
Al tempo stesso la forza trova compimento nella capacità di reagire quando l’interazione con l’altro si sta per trasformare in prevaricazione. Chi vuole esercitare la sua forza sugli altri deve innanzitutto imparare a gestire il contatto con gli altri.

I grandi maestri di Tai ji Quan riescono talvolta ad esercitare la loro forza sugli altri anche senza avere con essi un contatto diretto. Come si spiega tutto questo, si domandano in molti? In loro infatti non sembra esserci alcun contatto con l’avversario. La forza sembra sorgere da loro e da loro soltanto!

Chi li osserva attentamente sa bene come sciogliere questo dilemma. Il contatto in realtà c’è! Semplicemente non avviene per il tramite del tatto, ma attraverso altri sensi, come l’udito, la vista e in qualche modo l’olfatto. Così l’ingresso dell’altro in noi stessi può avvenire anche in forma di informazioni sensoriali non tattili: una percezione a distanza.

Qual è dunque il più grande talento di un essere umano capace di una forza “grande”? La risposta è semplice, ma per nulla scontata.

È la curiosità, la virtù degli uomini e delle donne capaci di una forza “grande”

A questo punto allora la domanda diventa un’altra: qual è la qualità necessaria per essere curiosi e di conseguenza forti? Lao Tzu, nel suo mitico Tao Te Ching, dice:

Chi conosce gli altri è sapiente,
chi conosce se stesso è illuminato.
Chi vince gli altri è potente,
chi vince se stesso è forte.

Sapienza e illuminazione, come una costante oscillazione tra sé e gli altri, tra gli altri e sé, questa è la curiosità che rende potenti e forti. Chi esplora solo se stesso o solo gli altri sarà sempre debole. È l’interazione che sprigiona la forza “grande”!

Quando percorriamo la via della solitudine e dell’isolamento, siamo come un fiore che si rifiuta di fiorire: non emana nessun profumo, non sprigiona nessun colore. Se ci avviamo lungo le vie del mondo e ci concediamo di imbatterci in altri esseri viventi umani e non umani, allora, presto o tardi, gli urti e le carezze della vita ci faranno sbocciare e le nostre potenzialità diventeranno le nostre azioni, le nostre azioni ripetute nel tempo le nostre virtù.

Chi rifiuta gli schiaffi della vita, si rammollisce;
chi rifiuta le carezze, si irrigidisce 

Spesso si sente dire che il vuoto sarebbe la premessa del pieno, il disinteresse la premessa per la curiosità, il distacco la premessa del contatto. Solo chi è vuoto, infatti, può far entrare un pieno. Penso che questo sia vero, ma solo fino ad un certo punto.

Negli anni ho cercato il vuoto più e più volte, ma più l’ho cercato, meno l’ho trovato.
Ho incontrato decine di persone che dopo anni di dedizione al vuoto interiore, hanno perso l’equilibrio, frustrati da un pieno che non arriva mai.

Quello che fa la differenza tra la via del Tao e della forza “grande” e la via del vuoto è… la pratica.
La forza grande è il frutto della pratica e mai del sacrificio. La ripetizione quotidiana dell’esercizio della curiosità, questa è la strada sicura. Osservare, ascoltare, sentire: tutto.

Di nuovo Lao Tzu dice:

Per raggiungere la conoscenza
aggiungi qualcosa ogni giorno.
Per conquistare la saggezza
togli qualcosa ogni giorno.

Spesso si ritiene che conoscenza e saggezza siano due qualità che si escludono a vicenda: antitetiche, come il professore e il saggio della famosa storia Zen. Quello che ho potuto sperimentare e sperimento quotidianamente è diverso: conoscenza e saggezza si alimentano reciprocamente.

La via della forza “grande” è la via dell’integrazione.

 

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