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Chi sono gli spietati giudici dei social media

Per esistere, dobbiamo apparire. Per questo ognuno di noi dedica moltissimo tempo alla propria immagine e a come comunicarla sui social. Togliendo tempo prezioso per altre attività importanti, come ad esempio migliorare i servizi che offriamo.

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È ormai noto che è la prima impressione ciò che conta, che in meno di 30 secondi siamo in grado di dare un giudizio su una persona e, inconsciamente, decidere se ci piace o no, se faremmo affari con lei, se potrebbe essere un buon partner e se potremmo fidarci di lui.

Sembra assurdo, ma oggi siamo talmente bombardati di informazioni, che il nostro cervello è costretto a decidere e selezionare le informazioni molto più in fretta.

In un’epoca in cui, se un sito internet ci mette più di 5 secondi a caricarsi, oltre il 50% degli utenti lo abbandonerà, anche il giudizio sulle persone è molto cambiato, e ci mettiamo sicuramente meno di 30 secondi.

C’è chi dice 2 secondi, chi 3, ma il punto non è questo.

Come gestiamo tutti gli input che riceviamo

Il nostro cervello, per sopravvivere al continuo sovraccarico di informazioni, è costretto a selezionare continuamente tutte le informazioni e gli input che riceve, decidendo in tempo reale, se quell’informazione è interessante per noi o no.

Hai mai notato come scorri il feed dei social network?

Con un dito scorriamo velocemente sullo schermo e, mentre molti post o immagini li lasciamo passare, solo pochi catturano la nostra attenzione e ci fermiamo per leggerli o guardarli meglio.

Tutto questo è normale se pensiamo che oggi riceviamo in un anno molte più informazioni di quante ne riceveva una persona nel XVI secolo, in un’intera vita.

Ti rendi conto?

Siamo talmente immersi in questa velocità che non ce ne rendiamo conto; anche se spesso ci segnali e sintomi che dovrebbero ricordarcelo:

  • siamo sempre stanchi mentalmente, come se non riuscissimo mai a fermare i pensieri
  • tendiamo a dimenticare molte più cose. E no, non è la demenza senile o l’età che avanza
  • quando entriamo nella trappola dei media, dalla tv ai social, perdiamo completamente la cognizione del tempo e, quando ci svegliamo da questa ipnosi, ci sembra impossibile essere stati “assenti” così a lungo.

Se tutti questi aspetti, che ci piacciano o no, fanno parte del progresso e della rapida evoluzione tecnologica del nostro millennio, c’è però un aspetto che mi fa riflettere.

Perché siamo giudici spietati; un dato che pochi sanno

Come dicevamo, tutti sappiamo quanto oggi conti la prima impressione, ma forse in pochi conoscono questo altro dato:

  • il 90% delle persone tende a trasformare in giudizio una prima impressione
  • solo 10% di questi è disposto a cambiare il proprio giudizio

Forse questo dato non lo conoscevi, e magari stai pensando che è impossibile che sia così o che sicuramente non riguarda te, invece mi dispiace dirti che siamo tutti così, che ci piaccia o meno.

Al di là del dato fine a se stesso, quello che mi ha fatto riflettere, è che se da un lato il nostro cervello è oggi obbligato a scegliere in fretta nel mare di informazioni e input in cui è continuamente immerso, c’è un’altra equazione che sta diventando preoccupante.

Mi spiego meglio…

Il mondo in cui oggi viviamo e l’importanza della comunicazione

Oggi i social network e la comunicazione sono una vetrina fondamentale, con cui tutti dobbiamo fare i conti.

Puoi essere un professionista o un artigiano eccezionale, ma se nessuno ti conosce, non potrai esprimere le tue capacità e difficilmente troverai clienti.

Se hai una tua attività e non racconti con parole e immagini quello che fai, nessuno saprà che esisti, a parte i tuoi conoscenti nella vita quotidiana e reale, che non saranno però sufficienti a tenere aperta la tua attività.

La stessa cosa vale se voglio offrire o cercare lavoro e non ho un profilo LinkedIn aggiornato e curato, se non sono attiva sulla piattaforma e non interagisco con nessuno. Semplicemente l’algoritmo, il sistema, e la piattaforma mi renderanno meno visibile.

Non è però questo quello che è strano, questa è la fotografia del mondo in cui viviamo.

Quello che è preoccupante è ciò che tutto questo sta cambiando. Vediamo come.

A cosa stai togliendo tempo oggi? Il buco nero dei contenuti

Per continuare ad essere presente e visibile devo produrre continuamente contenuti che siano belli, interessanti per il mio pubblico, di qualità, e diano valore concreto a chi potrebbe cercare ciò che io offro.

Tutto questo alla velocità della luce, e continuamente, perché tutto ciò che postiamo è già praticamente vecchio prima ancora di pubblicarlo, e sparirà pochi minuti dopo, inghiottito nel buco nero del feed che continua a sputare nuove notizie.

Questo, negli ultimi anni, ha significato due cose:

  • sviluppare nuove competenze che prima non erano per noi necessarie o così importanti (scrivere articoli e ebook, fare foto, usare internet e i social in modo professionale, fare belle fotografie, girare video,… e potremmo andare avanti a lungo)
  • tantissimo tempo da dedicare ogni giorno alla nostra comunicazione, all’immagine e ai contenuti.

Nelle grandi realtà e aziende questo potrebbe semplicemente aver portato a un cambiamento e adattamento con l’inserimento di nuovi ruoli e figure professionali, per cui niente di grave. Anzi, sono sicuramente nate nuove professioni e nuove opportunità lavorative.

Più andiamo su realtà piccole però, fino alla singola persona, più tutto questo tempo necessario a produrre contenuti e lavorare alla propria comunicazione, ha significato tempo prezioso tolto ad altre attività importanti.

Ed ecco dove sta il problema…

Non è un problema di tempo, ma di qualità e di idee che stiamo perdendo

Che tu abbia una tua attività o che tu sia solo presente online per rimanere aggiornato, il problema è che tutto il tempo che tu oggi ti trovi a dover dedicare alla comunicazione è tempo che togli allo studio, alla preparazione, alla progettazione, alla realizzazione dei prodotti o servizi che offri.

Questo significa che sei troppo impegnato a scrivere, fare foto bellissime e instagrammabili, taggarti agli eventi o nelle location più interessanti ed essere sempre connesso per rispondere a messaggi e commenti della tua community.

Forse ti sembrerà esagerato, ma non conosco persone che, seppur in percentuali diverse, non siano intrappolate in questo sistema.

Il problema più grande è che perdiamo di vista la nostra autenticità, il nostro io più vero, il coraggio di esprimere le nostre idee e le nostre visioni.

Così vedi su instagram foto perfette ma tutte uguali, vedi siti che sembrano uno la fotocopia dell’altro, vedi contenuti che sono solo pezzi di altri articoli presi qua e là senza un vero studio o approfondimento dell’argomento, anche se sono perfetti nella SEO e nelle parole chiave.

È difficile scendere da questa giostra, dove like e cuoricini riempiono il nostro ego, ma dobbiamo renderci conto che ci fanno pagare un prezzo molto alto per rimanere nel gioco.

È difficile non sentirsi sempre mancanti di qualcosa quando sui social vediamo continuamente vite da sogno che tutti vorrebbero, e noi ci sentiamo anche un po’ sfigati a stare sul divano a guardare le vite perfette di qualcun altro dal telefonino.

È difficile spostare lo sguardo e auto-osservare questo sistema e questi meccanismi che sono i veri vampiri di questa epoca, e scegliere davvero dove si vuole stare e cosa si vuole fare, e soprattutto essere.

È difficile, ma necessario, spegnere i telefoni, spegnere internet e tornare a fare ciò che è il nostro lavoro.

Chiederci ogni giorno come farlo nel modo migliore, studiare e approfondire per migliorare continuamente.

Dobbiamo evitare di farci condizionare da ciò che vediamo, smettere di copiare da chi ha successo o da quello che vediamo già fatto e lavorare invece sulle nostre idee. Abbiamo un potenziale infinito e ne usiamo così poco che non ci rendiamo nemmeno conto di quanto potremmo fare.

“Carino” non è più abbastanza

Vedo in giro tantissime idee mediocri, e pochissime idee belle e coraggiose, punti di vista differenti. Cerchiamo, un po’ inconsapevolmente, di copiare qualcosa di già visto, che già funziona, e crediamo che basti metterci qualcosa di nostro per aver creato qualcosa di nuovo.

Creiamo prodotti e servizi “carini”, ma oggi questo non è basta più.

In un mondo in cui scorriamo il feed dei social alla velocità della luce, siamo tutti giudici spietati; dobbiamo essere in grado di differenziarci dagli altri, di essere noi stessi e ogni giorno fare meglio di ieri per far sì che il dito si fermi nel feed e l’attenzione cada su di noi.

C’è sempre meno spazio per le persone mediocri, che non si esprimono, che non prendono una posizione e stanno solo ad osservare. So che non spariranno mai, ma se hai qualcosa da dire, devi fare di tutto per urlare al mondo la tua idea.

Mi guardo intorno e vedo quanta bellezza abbiamo costruito nei secoli, quella bellezza e quella capacità che tutto il mondo ci invidia. E ringrazio che nei secoli scorsi i più grandi artisti non avessero instagram, e nemmeno i cellulari. Altrimenti non avrebbero mai creato tutte quelle meravigliose opere che ancora oggi fotografiamo, magari come sfondo ai nostri selfie tutti uguali.

 

Coach certificata, Master PNL, Docente di Grafica e Creatività alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Ma soprattutto Generatrice di Passioni, perché credo siano proprio le Passioni l’ingrediente fondamentale dei nostri Sogni, che spesso ci dimentichiamo di usare.

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Cambiare vita a 40 anni (o a qualsiasi altra età)

Cambiare vita e cambiare lavoro è possibile. Non lasciate dire a nessuno che è impossibile. Mai.

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Cambiare vita a 40 anni e aprire la propria ditta

Ci sono diversi modi di cambiare vita a 40 anni.
Per alcune persone ci pensa il caso, travestito da malattia o da infortunio.
Per altre, interviene la fortuna: vincono una grossa somma di denaro, o trovano la persona giusta, o il lavoro giusto.
Per altre ancora, è il frutto di un bisogno, come ad esempio dedicare più tempo alla famiglia.

Per me, è stata una canzone.

Imparare ad ascoltarsi, come una canzone

Ero sulla collina che sovrasta Edimburgo, con le cuffie nelle orecchie e il vento nelle mani.
L’uragano Ophelia aveva appena toccato terra sull’Irlanda e stava mietendo le sue prime vittime. Era il 2017 e io passeggiavo a fatica e controvento tra i sentieri di Calton Hill.
Il vulcano spento alle mie spalle, il castello davanti agli occhi e, nella vallata in mezzo, tutto quel brulicare di vita che si agitava ostinatamente.

Il mondo assomigliava alla geografia della mia anima, in quel momento.
Finché non è passata quella canzone.

Inizia col piano e prende forza con gli archi e la voce di Morten Harket è sempre perfetta, in modo inversamente proporzionale all’uomo che è diventato: bigotto e conservatore.

Ho dovuto riascoltarla tre volte di seguito. 3 minuti e 47 secondi per tre volte. E a ogni passaggio qualcosa in me si depositava, si stancava di correre, si calmava.

Quando cominciai la discesa verso la città, ero diventato un altro.
O forse ero semplicemente tornato me stesso.

Avere il coraggio di cambiare vita

È in quei giorni che ho deciso di lasciare un lavoro a tempo indeterminato e ben pagato.
È in quei giorni che ho cominciato a sentire che la vita che conducevo non era in linea con ciò che ero.
È in quei giorni che ho saputo che entro fine anno avrei lasciato la persona che amavo.

Fu il mio corpo ad avere la prima reazione a questa consapevolezza: pochi minuti prima di arrivare all’aeroporto per rientrare a casa, la mia schiena si è bloccata. Un dolore indicibile – uno di quelli che ti fa sudare e ti spegne il viso in una smorfia che non puoi celare. E che si fissa lì.
Come se il sedimentare della mia inquietudine si fosse cristallizzato nelle vertebre, premendo sui nervi della gamba. Per sei mesi non ho più avuto sensibilità dal polpaccio in giù, solo un formicolio incessante e pungente.

Poi ci furono le reazioni della mia famiglia: non si lascia un lavoro sicuro. Mai. È l’undicesimo comandamento, quello che Dio non sentì il bisogno di scrivere perché talmente ovvio.
I colleghi: sei coraggioso, vorrei farlo anch’io, ma ho bambini e mutuo.
Gli amici: quindi torni a Ginevra? quindi vai a vivere in Scozia? quindi che programmi hai?

Io sapevo solo che entro la fine dell’anno avrei fatto qualcosa di diverso e che ero pronto a farlo.
Non sapevo bene come, ma ci stavo lavorando su. Come era già accaduto in precedenza nella mia vita, sapevo esattamente dove andare ma non sapevo ancora bene dove mi trovassi in quel momento preciso della mia vita.

Fondare la propria azienda: l’esempio di Purple&People

La direzione che cercavo prese la forma di un locale di sushi all you can eat di Milano, dove ognuno portava un contatto di LinkedIn che non conosceva nella vita reale e dove incontrai Davide Cardile.
All’inizio solo un riconoscersi in 3D, dopo le molte chiacchierate via Skype. Poi la voglia di trovare sinergie tra i nostri progetti. E dopo pochi mesi, la decisione di creare una società di consulenza insieme.

Purple&People è nata così, con un nome confuso e stratificato e difficile da capire, come la vita dei suoi fondatori.

Purple è un omaggio al viola della mucca di Seth Godin; è un’occhiolino alla musica di Prince; è un riferimento ai “colletti viola“, quelle persone che cercano di interfacciarsi tra business e aspetti tecnici; è un richiamo ad un colore nobile dell’antichità, prezioso e raro, ma anche a un colore di un’attualità fatta sempre più di diffidenza nei confronti della diversità.

People sono le persone che vanno rimesse al centro di… tutto.
Di una banalità sconcertante e di un’altrettanto sconcertante rarità.

Mi piaceva che il nome della società suonasse come quello di uno studio legale americano. Ho sempre avuto un gusto pronunciato per il paradosso e il deuxième degré, come diremmo in francese.

Purpletude, invece, è il nostro magazine dove proponiamo argomenti che sono vicini alla nostra sensibilità, che rimane comunque quella di fare le cose in modo diverso, nonostante i piccoli fraintendimenti che questo ci ha portato (vedi poche righe più sotto per i dettagli).

La giusta responsabilità sociale

All’inizio, il nostro bisogno di esprimere la diversità della nostra azienda era tale che puntammo quasi unicamente sui valori del rispetto, della generosità e del fare le cose in modo diverso. Che non era stata un’idea geniale lo capimmo tardi, intorno alla una di notte, quando un contatto mandò un messaggio a Davide e a me per farci i complimenti per la nostra “onlus”.

L’idea di trasformare una parte di Purple&People in non-profit era già nei piani. Ma nei nostri calcoli, l’avremmo fatto con un investimento successivo e in base alle eccedenze della società profit.
Il nostro posizionamento valoriale, invece, ci aveva messo in una situazione imbarazzante: non solo facevamo fatica a trovare dei clienti ma addirittura le persone si sentivano offese dal fatto che facevamo loro delle offerte commerciali.

Questa è sicuramente una lezione che ho imparato: forse a causa della mia formazione americana, per me business e responsabilità sociali possono andare a braccetto senza problemi.
Evidentemente, alle nostre latitudini, invece, o sei un’azienda che sfrutta o sei un’azienda che aiuta. È una visione molto manichea – e anche un po’ irrealista, diciamoci la verità. Certi progetti culturali esistono solo grazie all’aiuto finanziario delle fondazioni legate ai grandi gruppi profit, mentre dietro a molte associazioni del terzo settore ci sono interessi miliardari. Aiutare il prossimo è un grande business, pare.

Obiettivi di crescita professionale

Il fatto di essere un professionista riconosciuto nel proprio settore – e di avere delle solide competenze – non è sufficiente per creare un’azienda di successo. Ci vuole un po’ di faccia di tolla, come si dice dalle nostre parti.

Sia Davide che io detestiamo vendere. Ci viene proprio contro.
E concordare il prezzo di un servizio, ancora peggio. Se dipendesse da noi, faremmo sempre tutto gratuitamente.
Oggi, a distanza di un anno, il consiglio che potrei dare ai neo-imprenditori è di procurarsi subito un buon commerciale.

Io credo di avere questo pregiudizio che un buon venditore è sinonimo di filibustiere aggiratore.
E invece non è vero, proprio come non è vero che un’azienda profit non possa fare del bene. Ci sono moltissime persone che sono brave a promuovere un servizio o un prodotto, senza venire meno ai propri valori.

Ecco, l’investimento di soldi e di tempo più importante che possiate fare è questo: trovate la persona giusta per aiutarvi a far crescere il business, e retribuitela bene. Il resto, a mio avviso, è secondario, persino la vostra capacità di fare networking. 10’000 contatti che si convertono in zero vendite hanno un valore di zero. Punto.

Lasciare un lavoro che fa stare male

Fin dall’inizio ci è stato chiaro che volevamo lavorare sul cambiamento.
Tuttavia l’emergenza disoccupazione in Italia è tale che ci siamo concentrati soprattutto sulle persone che erano senza lavoro.
E questo anche perché le molte agenzie del lavoro e le agenzie di recruitment hanno tendenza a mostrarsi poco comprensive nei confronti di chi non riesce a trovare un impiego.

In questo ambito, quando non hai posizioni concrete da offrire alle persone, è meglio non creare aspettative.
Lo abbiamo capito e lo abbiamo accettato, anche se questo vuol dire non poter aiutare le persone che ne hanno più bisogno.

Per questo ci siamo concentrati su chi invece un lavoro ce l’ha ma lo vuole cambiare.
O lo deve cambiare, a dipendenza dei casi. Ci sono persone che soffrono perché sotto pressione. Altre che invece si sentono frustrate perché non riescono a migliorare la propria posizione (e la propria retribuzione). Altre ancora che temono che il fatto di restare troppo nella stessa azienda precluda loro nuove opportunità.

Senza voler generalizzare, possiamo identificare due tipologie di persone che fanno ricorso ai servizi di un’azienda come la nostra: uomini sui 35 anni che vogliono fare carriera e sentono che è il momento – ora o mai più – di fare un salto di qualità; donne sulla cinquantina con un buon bagaglio professionale alle spalle che, a un certo punto della loro vita, si rendono conto di aver voglia di fare qualcosa più in linea con i propri valori.

In entrambi i casi lavoriamo su due aspetti fondamentali: i valori personali (e non solo le competenze) e il proprio posizionamento personale (qualcosa di simile al personal branding, ma con meno bullshit, come direbbero gli americani).

Non si smette mai di imparare

Ho pensato che condividere la mia esperienza come imprenditore avrebbe potuto essere interessante per altre persone che sono in una situazione simile.

La cosa che mi sorprende di più, nel rileggere le mie stesse parole, è la quantità di cose che ho imparato in anno: a ogni riga avrei un aneddoto, un ricordo, un’esperienza da raccontare. Ho dovuto tagliare moltissimo per evitare che questo articolo diventasse un soliloquio autoreferenziale.

Ma mi rimane ancora una cosa che so che devo fare e questa volta la voglio fare: per tutti quelli che ci chiedono cosa facciamo “esattamente” in Purple&People, magari questo riassuntino può aiutare. E a me fa bene esercitarmi a farlo, perché, come dicevo, sono un pessimo venditore, ma cercare di promuovere i servizi dell’azienda a cui ci si dedica anima e corpo non è qualcosa di cui avere vergogna.

Anche questo è un insegnamento. L’ho appreso solo a metà. Al 30%, dai, per essere onesto. Ma ci sto lavorando 😉
Quindi…

Cosa fa una agenzia per il cambiamento?

Davide Cardile è un Thinking Partner

Davide ha una sensibilità pazzesca su tutto ciò che è trend di idee e di business. Legge moltissimo e ha tra i suoi clienti persone che incarnano il cambiamento e l’innovazione, ma le sue conoscenze non sono legate solo a questo: ha proprio un talento naturale. Soprattutto quando si occupa del business degli altri e non del nostro 😉
I suoi servizi sono quindi orientati alla parte editoriale e di public speaking di persone che hanno un certo livello di esposizione mediatica (o che hanno il potenziale per averlo). Per saperne di più potete visitare la sua pagina Davicardi.

Emanuela Fato è una Career Coach

Emanuela è un esempio di cambiamento di vita e di carriera: anche lei ha lasciato un lavoro sicuro (e statale!) per dedicarsi a ciò che l’appassiona e che sa fare bene: aiutare le persone a trovare la propria strada. È specializzata nel cambiamento di carriera e/o lavoro e non lascia le persone indifferenti: scopri uno dei percorsi interdisciplinari che offriamo.
Emanuela ha un’energia incredibile che motiverebbe anche uno zombie. È la mia fonte naturale di fluoxetina nei giorni in cui faccio fatica a impegnarmi al 100% nella nostra missione.

Simone Bigongiari è un Career Counselor

Simone ha una passione quasi imbarazzante per il suo lavoro: aiutare i giovani a orientarsi negli studi e nel mondo del lavoro.
Quando parliamo di questi temi si vede proprio che è animato da una vera e propria vocazione. Lo ammiro per questo suo fuoco sacro e per il lavoro costante che porta avanti da diversi anni nel quadro del suo blog La Divina Carriera e anche in alcune trasmissioni televisive dedicate a giovani e lavoro.

Andrea Trombin Valente è un Change Agent e Mentor

Io mi occupo soprattutto delle aziende, a livello di risorse umane e di comunicazione interna. Ho diversi progetti carini che si concretizzeranno nei prossimi mesi, tra cui un Podcast sull’innovazione sociale/aziendale e, soprattutto, uno strumento di gestione della comunicazione interna che avrei voluto avere io quando ero in azienda (e che abbiamo sviluppato con un partner di eccezione… stay tuned…).
Parallelamente, seguo alcune figure manageriali in un percorso di mentoring.
Lo faccio per due ragioni e mezza: 1. mi aiuta a capire cosa succede in azienda e non cadere nella trappola del consulente che vive sulla luna; 2. perché credo che sia un setting in cui posso veramente portare un valore aggiunto, utile per la persona (e qui c’è il 2.5 ovvero la soddisfazione dell’altro mi rende felice e quindi lo faccio volentieri).

Ma nel nostro team di Purple&People ci sono anche altre persone, tutte interessanti… continuate a leggerle su Purpletude per imparare a conoscerle meglio.

E per i curiosi melomani…

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Ma l’Università a cosa serve?

Nella scelta dei propri studi, si guarda spesso alle possibilità future e meno alle proprie aspirazioni e competenze. Questo spiega perché 2 studenti su 5 si pentono delle proprie scelte e cercano di cambiare facoltà.

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Come scegliere il proprio percorso di studi?

Ogni scelta si sa deve essere sempre accompagnata da una grande dose di coraggio.

Per esempio la decisione di quale corso universitario scegliere è motivo di grande ansia e preoccupazione per i diplomati e per le loro famiglie sempre più coinvolte nella scelta. E i dati del rapporto annuale di Almalaurea, uscito a fine gennaio, confermano che talvolta questa scelta si rivela sbagliata.

Il 44,9% di diplomati dichiara infatti che le aspettative del corso intrapreso sono ben al di sopra della realtà e per questo cambiano corso o ateneo; e i motivi sono tra i più disparati: organizzazione scadente, inadeguatezza delle strutture, limitate opportunità di stage ed esperienze all’estero. Ma tra gli insoddisfatti vi sono il 27,7% che dichiara di aver cambiato proprio per un ripensamento, per aver capito di non aver fatto la scelta migliore.

Quale facoltà scegliere?

Tutte queste situazioni ci impongono una riflessione nuova e obbligata di come effettuiamo la scelta e quali sono le variabili che riteniamo fondamentali per prendere questa decisione.

La più rilevante è senza alcun dubbio il lavoro: si tende a scegliere il corso universitario sulla base di quali sono gli sbocchi professionali previsti e sappiamo che è un approccio vecchio, non più attuale e soprattutto limitante rispetto alle reali possibilità che un corso universitario può offrire ai giovani, come studenti e come uomini.

È inutile continuare ad affermare che il mondo è cambiato, che i lavori per i quali studiamo oggi potrebbero non essere quelli di domani, che i giovani di oggi faranno un lavoro che ancora non esiste, e banalità simili.

Sì, il contesto sociale ci fa guardare esclusivamente oltre noi, nei luoghi in cui il lavoro è presente e si svolge, dove c’è richiesta e dove le opportunità affiorano. Ed è un approccio giusto legato allo spirito critico e di osservazione del protagonista della scelta. Però non pensiamo mai a rivolgere lo sguardo in direzione inversa, a noi stessi. A quello che siamo e a quello che vorremmo. Non è una logica infantile, anzi tutt’altro, è un approccio profondamente maturo cercare dentro di sé la risposta a quella fatidica domanda, su cosa voglio fare da grande.

Partire dalle proprie certezze

Se si parte dalle nostre certezze sappiamo scegliere coerentemente ciò che ci serve e ciò che ci è utile.

Credo però che l’Università sia utile a prescindere, non debba essere legata obbligatoriamente a una logica professionale. Certo, ci sono i percorsi “professionalizzanti”, per esempio se vuoi diventare medico segui medicina, ma è anche vero: studio medicina perché voglio diventare medico. Ovvero cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia. Sì, ma su questa base, non sceglierei mai quelle discipline che non mi aprono a un ordine professionale, che non mi danno un evidente status quo legato a una professione.

Quindi inutili le lauree nelle discipline letterarie perché non puoi rispondere alla domanda che certi benpensanti sono sempre pronti a fare:  sì, tutto bello, ma che diventi?!? Il letterato non fa appeal, ma nemmeno il comunicatore, pensiamo poi allo statistico, al matematico (ma poi che fa concretamente?!?), però anche l’economista o addirittura il filosofo il peggiore della specie perché viene visto come nullafacente e, anzi come uno che si complica la vita pensando troppo.

Fare la scelta “giusta”

Se invece provassimo a rivoluzionare il nostro pensiero e scegliere l’Università sulla base di reali competenze, interessi, passioni, valori, ovvero tutto ciò che ci appartiene, forse possiamo far valere l’esperienza universitaria come una delle più (per)formanti della nostra vita.

Perché ci allena alla curiosità, a porsi degli obiettivi, a destreggiarsi nella complessità. Questo fanno veramente gli anni universitari, oltre che rimanere indelebili nei cuori e nel vissuto di tutte le persone, hanno questa grande capacità: di farti crescere! Come in nessun’altra esperienza, perché oltre alla crescita anagrafica si forma una coscienza, un sapere e una formazione. Tutti valori che oggi vengono arginati, allontanati, rimossi per fare spazio al tutto e subito, al riconoscimento sociale, al lavoro che porta soldi e prestigio, all’impersonare uno stile di vita senza veramente vivere il tuo valore e la tua storia.

Ecco perché l’Università dovrebbe riscoprire il suo valore originario e tornare a essere un’occasione di trasferire conoscenze e un laboratorio di competenze, insieme. Poiché annullare una di queste anime significa non vivere appieno l’esperienza e non prendere dalla stessa tutto il valore e le potenzialità necessarie per costruire un solido futuro per noi stessi.

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