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Chi sono gli spietati giudici dei social media

Per esistere, dobbiamo apparire. Per questo ognuno di noi dedica moltissimo tempo alla propria immagine e a come comunicarla sui social. Togliendo tempo prezioso per altre attività importanti, come ad esempio migliorare i servizi che offriamo.

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È ormai noto che è la prima impressione ciò che conta, che in meno di 30 secondi siamo in grado di dare un giudizio su una persona e, inconsciamente, decidere se ci piace o no, se faremmo affari con lei, se potrebbe essere un buon partner e se potremmo fidarci di lui.

Sembra assurdo, ma oggi siamo talmente bombardati di informazioni, che il nostro cervello è costretto a decidere e selezionare le informazioni molto più in fretta.

In un’epoca in cui, se un sito internet ci mette più di 5 secondi a caricarsi, oltre il 50% degli utenti lo abbandonerà, anche il giudizio sulle persone è molto cambiato, e ci mettiamo sicuramente meno di 30 secondi.

C’è chi dice 2 secondi, chi 3, ma il punto non è questo.

Come gestiamo tutti gli input che riceviamo

Il nostro cervello, per sopravvivere al continuo sovraccarico di informazioni, è costretto a selezionare continuamente tutte le informazioni e gli input che riceve, decidendo in tempo reale, se quell’informazione è interessante per noi o no.

Hai mai notato come scorri il feed dei social network?

Con un dito scorriamo velocemente sullo schermo e, mentre molti post o immagini li lasciamo passare, solo pochi catturano la nostra attenzione e ci fermiamo per leggerli o guardarli meglio.

Tutto questo è normale se pensiamo che oggi riceviamo in un anno molte più informazioni di quante ne riceveva una persona nel XVI secolo, in un’intera vita.

Ti rendi conto?

Siamo talmente immersi in questa velocità che non ce ne rendiamo conto; anche se spesso ci segnali e sintomi che dovrebbero ricordarcelo:

  • siamo sempre stanchi mentalmente, come se non riuscissimo mai a fermare i pensieri
  • tendiamo a dimenticare molte più cose. E no, non è la demenza senile o l’età che avanza
  • quando entriamo nella trappola dei media, dalla tv ai social, perdiamo completamente la cognizione del tempo e, quando ci svegliamo da questa ipnosi, ci sembra impossibile essere stati “assenti” così a lungo.

Se tutti questi aspetti, che ci piacciano o no, fanno parte del progresso e della rapida evoluzione tecnologica del nostro millennio, c’è però un aspetto che mi fa riflettere.

Perché siamo giudici spietati; un dato che pochi sanno

Come dicevamo, tutti sappiamo quanto oggi conti la prima impressione, ma forse in pochi conoscono questo altro dato:

  • il 90% delle persone tende a trasformare in giudizio una prima impressione
  • solo 10% di questi è disposto a cambiare il proprio giudizio

Forse questo dato non lo conoscevi, e magari stai pensando che è impossibile che sia così o che sicuramente non riguarda te, invece mi dispiace dirti che siamo tutti così, che ci piaccia o meno.

Al di là del dato fine a se stesso, quello che mi ha fatto riflettere, è che se da un lato il nostro cervello è oggi obbligato a scegliere in fretta nel mare di informazioni e input in cui è continuamente immerso, c’è un’altra equazione che sta diventando preoccupante.

Mi spiego meglio…

Il mondo in cui oggi viviamo e l’importanza della comunicazione

Oggi i social network e la comunicazione sono una vetrina fondamentale, con cui tutti dobbiamo fare i conti.

Puoi essere un professionista o un artigiano eccezionale, ma se nessuno ti conosce, non potrai esprimere le tue capacità e difficilmente troverai clienti.

Se hai una tua attività e non racconti con parole e immagini quello che fai, nessuno saprà che esisti, a parte i tuoi conoscenti nella vita quotidiana e reale, che non saranno però sufficienti a tenere aperta la tua attività.

La stessa cosa vale se voglio offrire o cercare lavoro e non ho un profilo LinkedIn aggiornato e curato, se non sono attiva sulla piattaforma e non interagisco con nessuno. Semplicemente l’algoritmo, il sistema, e la piattaforma mi renderanno meno visibile.

Non è però questo quello che è strano, questa è la fotografia del mondo in cui viviamo.

Quello che è preoccupante è ciò che tutto questo sta cambiando. Vediamo come.

A cosa stai togliendo tempo oggi? Il buco nero dei contenuti

Per continuare ad essere presente e visibile devo produrre continuamente contenuti che siano belli, interessanti per il mio pubblico, di qualità, e diano valore concreto a chi potrebbe cercare ciò che io offro.

Tutto questo alla velocità della luce, e continuamente, perché tutto ciò che postiamo è già praticamente vecchio prima ancora di pubblicarlo, e sparirà pochi minuti dopo, inghiottito nel buco nero del feed che continua a sputare nuove notizie.

Questo, negli ultimi anni, ha significato due cose:

  • sviluppare nuove competenze che prima non erano per noi necessarie o così importanti (scrivere articoli e ebook, fare foto, usare internet e i social in modo professionale, fare belle fotografie, girare video,… e potremmo andare avanti a lungo)
  • tantissimo tempo da dedicare ogni giorno alla nostra comunicazione, all’immagine e ai contenuti.

Nelle grandi realtà e aziende questo potrebbe semplicemente aver portato a un cambiamento e adattamento con l’inserimento di nuovi ruoli e figure professionali, per cui niente di grave. Anzi, sono sicuramente nate nuove professioni e nuove opportunità lavorative.

Più andiamo su realtà piccole però, fino alla singola persona, più tutto questo tempo necessario a produrre contenuti e lavorare alla propria comunicazione, ha significato tempo prezioso tolto ad altre attività importanti.

Ed ecco dove sta il problema…

Non è un problema di tempo, ma di qualità e di idee che stiamo perdendo

Che tu abbia una tua attività o che tu sia solo presente online per rimanere aggiornato, il problema è che tutto il tempo che tu oggi ti trovi a dover dedicare alla comunicazione è tempo che togli allo studio, alla preparazione, alla progettazione, alla realizzazione dei prodotti o servizi che offri.

Questo significa che sei troppo impegnato a scrivere, fare foto bellissime e instagrammabili, taggarti agli eventi o nelle location più interessanti ed essere sempre connesso per rispondere a messaggi e commenti della tua community.

Forse ti sembrerà esagerato, ma non conosco persone che, seppur in percentuali diverse, non siano intrappolate in questo sistema.

Il problema più grande è che perdiamo di vista la nostra autenticità, il nostro io più vero, il coraggio di esprimere le nostre idee e le nostre visioni.

Così vedi su instagram foto perfette ma tutte uguali, vedi siti che sembrano uno la fotocopia dell’altro, vedi contenuti che sono solo pezzi di altri articoli presi qua e là senza un vero studio o approfondimento dell’argomento, anche se sono perfetti nella SEO e nelle parole chiave.

È difficile scendere da questa giostra, dove like e cuoricini riempiono il nostro ego, ma dobbiamo renderci conto che ci fanno pagare un prezzo molto alto per rimanere nel gioco.

È difficile non sentirsi sempre mancanti di qualcosa quando sui social vediamo continuamente vite da sogno che tutti vorrebbero, e noi ci sentiamo anche un po’ sfigati a stare sul divano a guardare le vite perfette di qualcun altro dal telefonino.

È difficile spostare lo sguardo e auto-osservare questo sistema e questi meccanismi che sono i veri vampiri di questa epoca, e scegliere davvero dove si vuole stare e cosa si vuole fare, e soprattutto essere.

È difficile, ma necessario, spegnere i telefoni, spegnere internet e tornare a fare ciò che è il nostro lavoro.

Chiederci ogni giorno come farlo nel modo migliore, studiare e approfondire per migliorare continuamente.

Dobbiamo evitare di farci condizionare da ciò che vediamo, smettere di copiare da chi ha successo o da quello che vediamo già fatto e lavorare invece sulle nostre idee. Abbiamo un potenziale infinito e ne usiamo così poco che non ci rendiamo nemmeno conto di quanto potremmo fare.

“Carino” non è più abbastanza

Vedo in giro tantissime idee mediocri, e pochissime idee belle e coraggiose, punti di vista differenti. Cerchiamo, un po’ inconsapevolmente, di copiare qualcosa di già visto, che già funziona, e crediamo che basti metterci qualcosa di nostro per aver creato qualcosa di nuovo.

Creiamo prodotti e servizi “carini”, ma oggi questo non è basta più.

In un mondo in cui scorriamo il feed dei social alla velocità della luce, siamo tutti giudici spietati; dobbiamo essere in grado di differenziarci dagli altri, di essere noi stessi e ogni giorno fare meglio di ieri per far sì che il dito si fermi nel feed e l’attenzione cada su di noi.

C’è sempre meno spazio per le persone mediocri, che non si esprimono, che non prendono una posizione e stanno solo ad osservare. So che non spariranno mai, ma se hai qualcosa da dire, devi fare di tutto per urlare al mondo la tua idea.

Mi guardo intorno e vedo quanta bellezza abbiamo costruito nei secoli, quella bellezza e quella capacità che tutto il mondo ci invidia. E ringrazio che nei secoli scorsi i più grandi artisti non avessero instagram, e nemmeno i cellulari. Altrimenti non avrebbero mai creato tutte quelle meravigliose opere che ancora oggi fotografiamo, magari come sfondo ai nostri selfie tutti uguali.

 

Coach certificata, Master PNL, Docente di Grafica e Creatività alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Ma soprattutto Generatrice di Passioni, perché credo siano proprio le Passioni l’ingrediente fondamentale dei nostri Sogni, che spesso ci dimentichiamo di usare.

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La ragione di vivere non sempre si trova (e neanche si deve cercare)

La vita è tutta una ricerca, nella speranza di trovare la nostra vera vocazione. Ma la ragione per alzarci al mattino, spesso, non la si trova: bisogna coltivarla.

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Ikigai: coltivare la propria ragione di vivere

“A parte la sveglia, che cos’è che ti fa alzare la mattina?”

Questa domanda di solito fa sorridere le persone.

Alcune, dopo aver sorriso, hanno uno sguardo un po’ preoccupato.

Alcune chiedono di specificare meglio la domanda.

Altre, invece, la domanda l’hanno compresa benissimo.

Adesso hanno solo il timore di non avere una risposta che sia la loro vera risposta.

Quello che ci fa alzare la mattina

Negli ultimi anni, si sono scritti diversi libri e articoli sul tema dell’Ikigai. La parola proviene dai vocaboli giapponesi “iki” (vivere) e “gai” (ragione, scopo). Pertanto, questo concetto può essere tradotto come “ragione di vita”.

In un unico termine, gli abitanti della terra del Sol Levante esprimono diversi significati che possono essere “indossati” a seconda delle nostre condizioni interpretative.

Possiamo sentire l’Ikigai come il motivo basilare per cui ci alziamo tutte le mattine (sveglia elettronica esclusa). Oppure quello che vogliamo realizzare con il nostro tempo (il tempo che definiamo “libero”). Magari è l’insieme delle nostre passioni più autentiche o è la nostra vocazione più vera. Per qualcuno potrebbe essere il modo con cui contribuisce a migliorare l’ambiente in cui vive.

Un territorio molto impegnativo

Personalmente, riguardo all’Ikigai, tendo a suddividere le persone in cinque categorie.

  1. Quelli che hanno compreso cosa sia (risposta personale, non “giusta”)
  2. Quelli che hanno compreso cosa sia e stanno cercando di farlo germogliare
  3. Quelli che non hanno compreso cosa sia
  4. Quelli che non hanno tempo per pensarci
  5. Quelli che non ne hanno mai sentito parlare

L’Ikigai è un “territorio” molto impegnativo per l’uomo e la donna occidentali (che siamo noi).

Lo è perché, se ci entriamo dentro, pone delle domande ostiche. Ci mette in contatto con quesiti personali che solitamente non sono né leggeri, né volatili, né banali. Sono solo terribilmente rari. Ci mette cioè sulla frequenza di quello che potremmo definire un nostro senso esistenziale.

Forse neanche ce ne accorgiamo, ma siamo abituati ogni giorno a stringere, produrre, correre, obbedire, fatturare, presenziare, non deludere, garantire, rimanere composti, rimanere fedeli, ammaliare, accondiscendere, sorvolare, cercare consenso, ecc. (verbi caratteristici di un certo modus vivendi).

Una ragione per vivere

Come direbbe un politico italiano (o un comico che lo imita), non possiamo mica star qui a “pettinar le bambole”. Cioè, in qualche modo, bisogna andare al punto.

E con una ricerca specifica sull’Ikigai, l’Università di Sendai (Giappone) è andata al punto. Lo ha fatto approfondendo le credenze sociali e gli stili di vita relativi a questo tema, oltre ai risvolti effettivi sulle persone che hanno compreso l’Ikigai nella loro vita.

Dai risultati emerge che le persone con un consapevole senso di Ikigai sentono la pienezza del presente: quella che rende ogni istante prezioso e che dà la sensazione di avere uno scopo (che è qualcosa di diverso di un semplice obiettivo da raggiungere).

I ricercatori hanno dedotto che questo senso non rifletta semplicemente fattori psicologici individuali (quali benessere, speranza, fiducia), ma anche la consapevolezza individuale delle motivazioni per cui si vive. Il suo significato ha a che vedere con l’avere uno scopo o una ragione per vivere.

Oltre questa benedetta felicità

Secondo questa filosofia, tutti possiedono un proprio Ikigai. Però non sempre si riesce a scoprirlo, perché è necessaria una ricerca profonda che implica un viaggio introspettivo.

E i viaggi introspettivi costano un sacco, giusto? Non denaro, forse, ma una fatica e un rischio di “pericoloso risveglio” capace di far tremare le gambe.

Nella dimensione dell’Ikigai non si tratta quindi di trovare “questa benedetta felicità” (parola che citiamo spesso, talvolta senza sapere di cosa stiamo parlando).

Si tratta più che altro di scoprire invece ciò che ci fa stare bene e che ci appassiona, soprattutto sul lungo periodo.

Volevamo trovare, ma c’è da coltivare

Fin da bambino, mi hanno raccontato le storie di pirati che trovano il tesoro, di principesse che trovano ranocchi (e a volte prìncipi), di uomini che trovano lampade speciali nelle grotte, di ragazzetti che trovano spade nelle rocce, di astronauti che trovano pianeti sconosciuti nell’Universo.

Nella mia infanzia, tutto quello che ancora non c’era… andava trovato. Perché era il fisiologico risultato della ricerca.

L’Ikigai invece no. La brutta notizia, a questo punto del post, è che non c’è uno scopo da trovare.

Ken Mogi, studioso giapponese che ha scritto Il piccolo libro dell’Ikigai, ritiene che non sia qualcosa da trovare, quanto piuttosto qualcosa che possa essere svelato. Da chi? Da chi decide di coltivare una pianta, che ha una ragione per vivere.

Come sempre, per “scrivere racconti nuovi”, potremmo cominciare con delle domande. In questo caso, tre semplici domande. A noi stessi.

  1. Quali sono le cose che hanno per me maggior valore?

  2. Come mi piace utilizzare le prime ore del mattino, dopo essermi svegliato?

  3. Da quali attività ricavo con naturalezza il massimo piacere?

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Tra percezione e reazione: l’equilibrio della forza grande

Il Tai Ji Quan insegna che se vuoi spingere il tuo avversario lontano devi lasciare che il suo peso entri dentro di te. La forza grande nasce nell’equilibrio tra la percezione dell’altro e ciò che ci porta a reagire.

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La curiosità: la forza grande del Tao

Che cos’è la forza “grande”?

Il Tai Ji Quan insegna che se vuoi spingere il tuo avversario lontano devi lasciare che il suo peso entri dentro di te. E tanto più lascerai che questo accada, tanto più sentirai in te la forza aumentare.
Questa parabola crescerà fino al punto in cui ti sentirai in bilico: se tu lo facessi entrare un pizzico in più, non avresti più la forza di respingerlo. Ed è esattamente quello il momento di (re)agire: ti ritroverai a sviluppare una forza “grande” in quanto somma della sua forza dentro di te e della tua forza su di lui. Avrai realizzato il Tao: il bianco dentro il nero e il nero dentro il bianco.

Percepire e reagire: questa è la via della forza “grande”, del Tao supremo

Così, chi non si esercita nella capacità di percepire, non sviluppa la capacità di reagire; chi non si esercita nella capacità di reagire, non sviluppa la capacità di percepire.

Se lasci che l’altro avanzi troppo verso e dentro di te, non avrai più la forza di respingerlo; se non lo lasci entrare abbastanza, non avrai la forza di raggiungerlo.

La forza dunque nasce dalla capacità di lasciare entrare gli altri dentro di noi, piuttosto che da quella di entrare noi dentro gli altri.
Al tempo stesso la forza trova compimento nella capacità di reagire quando l’interazione con l’altro si sta per trasformare in prevaricazione. Chi vuole esercitare la sua forza sugli altri deve innanzitutto imparare a gestire il contatto con gli altri.

I grandi maestri di Tai ji Quan riescono talvolta ad esercitare la loro forza sugli altri anche senza avere con essi un contatto diretto. Come si spiega tutto questo, si domandano in molti? In loro infatti non sembra esserci alcun contatto con l’avversario. La forza sembra sorgere da loro e da loro soltanto!

Chi li osserva attentamente sa bene come sciogliere questo dilemma. Il contatto in realtà c’è! Semplicemente non avviene per il tramite del tatto, ma attraverso altri sensi, come l’udito, la vista e in qualche modo l’olfatto. Così l’ingresso dell’altro in noi stessi può avvenire anche in forma di informazioni sensoriali non tattili: una percezione a distanza.

Qual è dunque il più grande talento di un essere umano capace di una forza “grande”? La risposta è semplice, ma per nulla scontata.

È la curiosità, la virtù degli uomini e delle donne capaci di una forza “grande”

A questo punto allora la domanda diventa un’altra: qual è la qualità necessaria per essere curiosi e di conseguenza forti? Lao Tzu, nel suo mitico Tao Te Ching, dice:

Chi conosce gli altri è sapiente,
chi conosce se stesso è illuminato.
Chi vince gli altri è potente,
chi vince se stesso è forte.

Sapienza e illuminazione, come una costante oscillazione tra sé e gli altri, tra gli altri e sé, questa è la curiosità che rende potenti e forti. Chi esplora solo se stesso o solo gli altri sarà sempre debole. È l’interazione che sprigiona la forza “grande”!

Quando percorriamo la via della solitudine e dell’isolamento, siamo come un fiore che si rifiuta di fiorire: non emana nessun profumo, non sprigiona nessun colore. Se ci avviamo lungo le vie del mondo e ci concediamo di imbatterci in altri esseri viventi umani e non umani, allora, presto o tardi, gli urti e le carezze della vita ci faranno sbocciare e le nostre potenzialità diventeranno le nostre azioni, le nostre azioni ripetute nel tempo le nostre virtù.

Chi rifiuta gli schiaffi della vita, si rammollisce;
chi rifiuta le carezze, si irrigidisce 

Spesso si sente dire che il vuoto sarebbe la premessa del pieno, il disinteresse la premessa per la curiosità, il distacco la premessa del contatto. Solo chi è vuoto, infatti, può far entrare un pieno. Penso che questo sia vero, ma solo fino ad un certo punto.

Negli anni ho cercato il vuoto più e più volte, ma più l’ho cercato, meno l’ho trovato.
Ho incontrato decine di persone che dopo anni di dedizione al vuoto interiore, hanno perso l’equilibrio, frustrati da un pieno che non arriva mai.

Quello che fa la differenza tra la via del Tao e della forza “grande” e la via del vuoto è… la pratica.
La forza grande è il frutto della pratica e mai del sacrificio. La ripetizione quotidiana dell’esercizio della curiosità, questa è la strada sicura. Osservare, ascoltare, sentire: tutto.

Di nuovo Lao Tzu dice:

Per raggiungere la conoscenza
aggiungi qualcosa ogni giorno.
Per conquistare la saggezza
togli qualcosa ogni giorno.

Spesso si ritiene che conoscenza e saggezza siano due qualità che si escludono a vicenda: antitetiche, come il professore e il saggio della famosa storia Zen. Quello che ho potuto sperimentare e sperimento quotidianamente è diverso: conoscenza e saggezza si alimentano reciprocamente.

La via della forza “grande” è la via dell’integrazione.

 

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