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Smart Working: Ovunque, quando vuoi, e chi ha parlato di ufficio?

La cosa più facile da trovare su questo pianeta verde creato da Dio è qualcuno che ti dica tutto ciò che non puoi fare. Tipo come, quando e dove devi lavorare…

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La felicità è una cosa seria. Quando intrapresi quasi per gioco la ricerca della felicità non avrei mai immaginato dove mi avrebbe portato e neppure quanto di me avrei dovuto mettere in gioco per rendere l’avventura entusiasmante. Funziona in questo modo, per raggiungere la felicità la prima cosa da fare è scegliere di volerla e darti la grande libertà di essere una persona diversa da quella che sei ora. Non puoi pensare di rimanere lo stesso o di cambiare poche cose per diventare più felice. Dovrai per forza cercare di essere più autentico di quello che sei stato fino ad ora perché c’è un binomio imprescindibile, per essere felice devi essere autentico. L’autenticità è una chiave verso il miglior te di sempre.

É successo quindi che nel mio viaggio per diventare felice ho incontrato molte altre persone autentiche che a prima vista erano soltanto originali, per alcuni solo strane, ma che intimamente avevano trovato la loro felicità. Non spaventarti se quando sarai felice sarai anche molto diverso da oggi. E ricordati di avvertire le persone che stanno intorno a te di questa tua ricerca altrimenti si preoccuperanno della tua rinnovata autenticità. Personalmente ho scoperto una chiave di volta nella ricerca della felicità quando ho deciso di lavorare ovunque e in qualsiasi momento. L’avrai già letto in qualche articolo in lingua inglese il detto “work anytime, anywhere”. L’ho studiato e l’ho applicato.

C’era una volta l’ufficio anzi c’era il lavoro da casa

Il lavoro in ufficio è nato ai tempi della Galleria degli Uffizi a Firenze. Questo edificio era stato originariamente costruito come la centrale amministrativa dell’impero mercantile della famiglia dei Medici ed è stata la prima versione dei moderni uffici oltre che un segno di prestigio e di potere. Prima di allora la maggior parte delle persone lavorava da casa e non esistevano aziende, nel senso moderno del termine, per cui le persone dovevano prendere il proprio mezzo di trasporto e andare al lavoro. Il viaggio di andata e ritorno dal luogo di lavoro è diventato una necessità in tempi recenti.

Secondo recenti studi il tragitto casa-lavoro è una delle maggiori cause di infelicità nelle persone. Non ci vuole certo una ricerca accademica per capire che andare in ufficio nelle ore di punta a Milano o Roma è uno stress inutile. Il viaggio è ancora più inutile quando ti accorgi che durante la giornata in ufficio hai scambiato veramente poche parole con i tuoi colleghi perché la maggior parte del tuo lavoro è stata lavoro da scrivania.

Nonostante questa consapevolezza esistono tantissime persone che sono così abituate ad andare in ufficio che pensano sia l’unico modo per lavorare insieme. Eppure nella definizione di collaborare non c’è riferimento al fatto che le persone lavorino nello stesso luogo. La creazione di luoghi dove le persone lavoravano insieme ha creato una forte distinzione culturale tra l’ufficio, associato al lavoro, e la casa, associata alla comodità e all’intimità.

Nessun altro luogo è stato associato comunemente al lavoro da allora. Solo negli ultimi decenni ha cominciato a crescere l’idea di poter lavorare ovunque, grazie soprattutto al progresso tecnologico.

Quando prendi in considerazione la parola ovunque e la parola lavoro potresti domandarti se davvero puoi lavorare in qualsiasi luogo. La risposta è ovviamente si. Qualsiasi luogo con un collegamento alla rete internet va bene per lavorare.

Come Walter Mitty

Nel film “I sogni segreti di Walter Mitty” il fotografo che lavora per la rivista TIME non si è mai incontrato con Walter, il protagonista addetto allo sviluppo dei negativi, ma ha sempre spedito per posta tutto il materiale. Questa traccia potrebbe dimostrare che anche in assenza di un collegamento alla rete internet puoi lavorare ovunque, almeno per alcuni lavori. Certamente dipende dal lavoro che fai ma se il tuo lavoro è nel settore digitale allora la rete internet ti serve. Puoi quindi lavorare ovunque ma ovunque non ti dice dove. Sebbene la maggior parte delle persone che lavora ovunque lavora da casa sei sicuro che il miglior posto dove lavorare sia la tua casa? Qual è il luogo che ti renderebbe più felice per lavorare? Forse una spiaggia caraibica, forse una baita in montagna, forse quella città dove hai sempre sognato di vivere, forse l’umile paesino dove sei nato.

Il luogo è soggettivo, l’importante è scavare in profondità nel proprio io per trovare quel luogo autentico ripulito di tutte le convinzioni esterne di altre persone. Una spiaggia caraibica, ma sei matto? Una baita in montagna, ma come fai a vivere lì? Il mondo è pieno di chi ti dice cosa dovresti o non dovresti fare. Te l’ho detto che per essere felice devi essere il più autentico possibile ed essere autentico a volte comporta scelte fuori dagli schemi e impopolari. In queste scelte possono comunque essere incluse le persone più care in modo che nessuno venga reso infelice dalla ricerca della felicità.

Molte persone che lavorano da remoto e che ho conosciuto hanno fatto scelte sagge insieme alla loro famiglia e hanno quindi iniziato a lavorare ovunque in compagnia dei loro cari.

Un’altra caratteristica dell’ovunque è la dinamicità: ovunque non è per sempre.

Nel mondo lavorativo tradizionale quando decidi di cambiare lavoro e la nuova opportunità di lavoro si trova in un’altra città devi cambiare città. Spostarsi e traslocare le proprie cose è sempre molto stressante. Se lavorassi a ovunque traslocheresti solo quando sei tu a deciderlo perché il quel momento della tua vita senti il bisogno di cambiare luogo e cercare nuovi stimoli. A ovunque ci puoi stare quanto vuoi, così succede che potresti aver voglia di stare in montagna per qualche mese, da solo o con la tua famiglia. A ovunque potresti decidere di passare l’estate più lunga di sempre dai tempi della scuola nella tua località di mare preferita. A ovunque puoi lavorare come in qualsiasi altro posto senza alcuna limitazione. A ovunque potresti accorgerti di sentirti meglio perché quel luogo in verità ti è sempre piaciuto oppure potresti accorgerti di essere di buon umore ogni giorno che passa oppure potresti accorgerti di aver molto più tempo da dedicare a te stesso e agli altri. Com’è il detto, il tempo è denaro. Potresti accorgerti che il tempo è una variabile che influenza la tua felicità perché se non hai tempo per fare ciò che reputi importante ti senti ingabbiato, schiavo di chi o cosa ti sta rubando il tempo. Meditare sull’importanza del tempo potrebbe portarti alla consapevolezza raggiunta dal più furbo abitante di ovunque: il Sig. Quando Vuoi.

Working Holidays…

La cosa maggiormente apprezzata di ovunque è la possibilità di lavorare e di essere nel luogo ideale nello stesso momento. Gli anglosassoni hanno coniato il termine “working holidays” per tutti coloro che lavorano da remoto e di fatto lavorano e sono in vacanza nello stesso momento. Forse può sembrarti difficile da capire ma pensa per un attimo che ti piaccia stare al mare d’estate. Se non lavorassi a ovunque dovresti prendere la macchina non appena finito il lavoro per andare al mare oppure dovresti organizzare un viaggio per starci il fine settimana. Potresti anche scoprire che domenica prima del ritorno non hai proprio voglia di tornare in ufficio il lunedì mattina. Pensandoci bene potresti incontrare un traffico esagerato. Nonostante tu non voglia andare in ufficio hai una gran voglia di lavorare e iniziare la settimana con grinta, ma semplicemente vorresti farlo svegliandoti al mare e salutando il mare la mattina con una bella passeggiata. Subito dopo la passeggiata potresti voler fare un’abbondante colazione prima di iniziare a lavorare e partire rinvigorito dalla buona sveglia.

Forse adesso hai le idee più chiare sul concetto di essere sempre in vacanza e sempre al lavoro.  Ovviamente tutte le varianti possibili che ti rendono più felice sono accettate. Come ti ho raccontato una caratteristica della felicità è l’autenticità, essere quello che sei intimamente. Il lavoro potrebbe risultarti ora più leggero.

Alcune cose da sapere sul Signor Quando vuoi

Nel manifestare l’autenticità molte persone identificano l’ovunque come la propria casa. In questo non c’è niente di male ma è importante soffermarti un po’ più a lungo sulla scelta del luogo. La scelta deve essere autentica, fatta liberamente e non perché qualcuno ha detto che è meglio lavorare da casa. Il Sig. Quando Vuoi è un tipo strano, gli piace anche lavorare quando vuole. Alcuni lo considerano un scansafatiche perché invece di avere orari ben precisi si sveglia alle 9, magari fa delle pause lunghe e poi lavora quando gli altri colleghi non lavorano. Alcuni sostengono che faccia pure dei pisoli durante il giorno. A nulla importa se le ore che lavora sono le più produttive che siano mai state misurate.

In pratica il Sig. Quando Vuoi è flessibile ma essere flessibili non vuol dire lavorare sempre. Alcune persone sono spaventate dall’errata interpretazione di flessibilità come “lavorare in ogni momento”. Piuttosto essere flessibili significa avere un orario che può variare in base alle esigenze e con il quale poter gestire al meglio la propria vita durante il giorno. La vita diventa parte integrante della giornata lavorativa e non solo un contorno all’orario di lavoro.

Il tempo è diventata una variabile molto preziosa di cui tutti sono gelosi perché tutti sanno intimamente che è limitato.

Durante la rivoluzione industriale le aziende facevano lavorare le persone il maggior numero di ore possibili perché in quel periodo storico i datori di lavoro pensavano semplicemente che più si lavorava più si produceva. Tipicamente la giornata di lavoro era da quando sorge il sole a quando tramonta il sole. Le persone a quel tempo lavoravano molto, dalle 10 alle 16 ore al giorno. Chiaramente quei ritmi non erano sostenibili per lungo tempo e quel modo di lavorare fu fallimentare.

Un uomo di nome Robert Owen iniziò quindi una campagna per far lavorare le persone non più di 8 ore. Il motto era “8 ore di lavoro, 8 ore di svago, 8 ore di riposo”. Una delle prime aziende ad utilizzare questo sistema fu la Ford Motor Company nel 1914. Quando questa ottenne ottimi risultati anche altre aziende la seguirono, così questa modalità di lavoro divenne uno standard. La scelta di questa suddivisione non fu assolutamente scientifica ma basata sulla necessità di maggior efficienza e sul buon senso. Da allora nulla è cambiato nell’orario di lavoro e anzi in molti contesti lavorativi è ritornata l’idea che per aumentare la produttività sia necessario aumentare il numero di ore che le persone lavorano.

Il Sig. Quando Vuoi invece sa che il suo orario di lavoro flessibile non pregiudica la qualità del suo lavoro e neppure la sua capacità di collaborare con gli altri. Un tempo anche lui lavorava in ufficio e rispettava gli orari ufficiali, salvo poi accorgersi che a ovunque lavorava bene come in ufficio ed era pure molto felice. Il sig. Quando Vuoi era felice perché qualche mattina poteva ritardare l’inizio del lavoro per potersi godere una passeggiata in riva al mare, cosa che lo energizzava così tanto. Il suo buon umore era lampante anche ai suoi colleghi che spesso gli dicevano “ti vediamo così di buon umore da quando sei andato ad abitare a ovunque”.

Mi è successo in passato di lavorare così tanto da perdere il bilanciamento ottimale della mia vita. La sfida è capire davvero quali sono le cose importanti nella tua vita. Da quella consapevolezza nasce un automatismo interno che ti vieta di sbilanciarti nuovamente. Quello stesso automatismo ti spinge a cercare e alla fine raggiungere un tuo equilibrio. Siamo esseri intimamente divini e quindi siamo portati naturalmente verso la felicità. Paul Dolan definisce la felicità come un equilibrio tra momenti piacevoli e momenti con uno scopo. Sondando le proprie emozioni e in generale quello che succede dentro noi stessi puoi capire cosa è scopo e cosa è inutilità. Se ti fermi ad ascoltarti lo puoi sentire, se non lo senti fai pratica e imparerai a sentirlo, assicurato. Le emozioni legate a momenti con uno scopo sono significative, piene e meritevoli di essere vissute. L’inutilità porta momenti di noia e futilità. Tutti queste emozioni influiscono sulla tua felicità. Generalmente portiamo molta più attenzione a quello che pensiamo possa renderci felici piuttosto che a quello che ci rende veramente felici.

Da questo punto di vista la felicità diventa il più importante feedback che puoi avere dalle tue abitudini che determinano il tuo stile di vita. Possiamo quindi fidarci della nostra esperienza più di qualsiasi altra cosa nella vita, piuttosto che le credenze o le intuizioni. Se un’attività ti rende felice e ne sei consapevole sarai probabilmente spinto a farla. Questo vale tanto per la sfera personale quanto per la sfera professionale.

Un lavoro che senti inutile non ti potrà mai portare la felicità professionale e tenderà ad abbassare anche la felicità personale.

Il problema nasce quando cerchi di modellare la tua felicità sulla base di norme che provengono dall’esterno anche se queste non coincidono con quello che senti nel tuo cuore.

La felicità, per essere significativa, deve essere personale. Essa cambia da individuo a individuo e ha origine nella tua parte più profonda, dove risiede anche la tua autenticità. Spesso abbiamo bisogno di un raffinato lavoro di introspezione per scoprire la nostra originale idea di felicità. É molto più facile uniformare la tua professione a qualcuna di quelle già esistenti e fare in modo che il “business model canvas” sia simile a quello di qualcun altro che sta già funzionando nel mercato.

Sei sicuro che il tuo business sia pensato per renderti più felice? Oppure il tuo business è creato solo per essere economicamente di successo. E allora cos’è per te il successo?

Il successo può esistere solo dentro di te, è quindi assolutamente personale. Per alcune persone può essere andare in giro con la Ferrari, per altri può essere lavorare ovunque. Tutti sono nel giusto se sono autentici. Non denigrare chi ha un’idea di felicità diversa dalla tua ma piuttosto aiutalo a portarla avanti semplicemente accettandola. Il successo non è fatto di apparenze e dei sogni di qualcun altro, ma piuttosto di valori personali autentici che nascono nella tua parte più profonda. Lo scopo è la chiave di volta per scoprire veramente cosa significa essere vivi, eppure capire il proprio ruolo nel mondo non è facile, neppure dal solo punto di vista professionale. Esistono decine di rapide scorciatoie lì fuori, pronte all’uso. Eppure ognuno di noi ha sentito durante la sua vita un momento in cui era follemente appassionato per quello che faceva e sentiva di avere una direzione da seguire. Forse per qualcuno di noi questi momenti folli sono più indietro nel tempo e non sono legati al lavoro ma ad una passione. La rivoluzione sociale delle professioni che sta accadendo in questi anni è fortemente legata alla riscoperta delle passioni che molte persone traducono in un business di successo e felice.

Senti di aver trovato il tuo scopo quando sei disposto a fare quella cosa nonostante tutte le avversità del mondo e anche senza guadagnare denaro per molto tempo. Questo non vuol dire che tu debba vivere nella povertà. La maggior capacità che hai è di creare un progetto in grado di essere realizzato nel tempo, passo dopo passo, che ti permetta di vivere bene il viaggio che ti accingi a fare. Essere felice durante il viaggio è imprescindibile finché un giorno ti accorgerai di essere arrivato dove hai sempre voluto essere.

Non è d’altronde possibile arrivare a ovunque se prima non hai chiarito dov’è questo luogo. Ovunque può essere anche una metafora di un luogo dentro di te e non solo un luogo fisico. Ovunque può essere dietro l’angolo, nessuno te lo può dire.

Da dove partire?

Ho trovato molto utile prima di tutto andare in giro. Se non sai dove andare piuttosto che stare fermo è meglio muoversi e scoprire più luoghi possibile, fisici o metaforici dentro di te. Solo facendo i primi passi del tuo cammino è possibile fare esperienza di quello che ti piace, per poter poi decidere cosa tenere e cosa scartare. Col tempo diventi sempre più esperto di quello che ti rende felice, nella vita e nel lavoro. Alcune persone che ho conosciuto avevano già raggiunto questa consapevolezza dopo un lungo camminare ma ad un certo punto arriva il momento in cui è necessario fare una scelta. In quel momento di trasformazione prendi tutte le consapevolezze che hai acquisito nel cammino e decidi qual è la vita o il business che ti rende felice e lo realizzi. Per questa scelta serve coraggio, ma quanto più chiaro è lo scopo tanto più è inevitabile la scelta.

La vita è corta e molti capiscono cosa era veramente importante solo verso la fine. Una bella citazione di Wayne Dyer dice: “Non morire mentre hai la musica ancora in te”.

Come si fa ad arrivare al buon umore del Signor Quando Vuoi? Essere felici e lavorare ovunque è un binomio che procede di pari passo, vuol dire che non basta lavorare ovunque per essere felici e per essere felici non è necessario lavorare ovunque.

La risposta alla domanda è personale perché la responsabilità di essere felice dipende completamente da te. Quando inizi il viaggio per diventare più felice non sai da dove partire e neppure quali strumenti utilizzare. Le iconiche immagini di persone che partono per viaggi spirituali e tornano a casa illuminati sono un facile stereotipo da film. Gli stessi stereotipi allontanano le maggior parte delle persone dalla ricerca perché non sono praticabili in un contesto reale dove devi pagare le bollette. Per costruire la tua vita ideale e il business che ti rende felice è necessaria una saggia progettualità, proprio come quella che usi normalmente nella realizzazione di un buon lavoro.

Se la felicità è dentro di te non serve intraprendere un viaggio per scoprirla, anzi rischieresti di viaggiare con te stesso, la stessa persona che probabilmente ti ha impedito di raggiungerla finora. Tutto dipende da te. Il premio per le tue fatiche sarà la capacità di cambiare in meglio la tua vita portando maggior attenzione alle cose davvero importanti, in termini di pace, di soddisfazione e fiducia ma anche di denaro.

Tutto dipende da te, nessun altro può vivere al tuo posto, nessun altro può intraprende il viaggio di cambiamento verso una vita più felice.

note: questo articolo è apparso per la prima volta come capitolo di Pixel in crisi

Giovanni Pozza (partner Purple&People) è un imprenditore digitale, avventuriero, insegnante di yoga e meditazione. Cresciuto da nerd nell’epoca d’oro dei Commodore è diventato un entusiasta della tecnologia e dell'innovazione. Dall’eta di 17 anni coltiva la sua passione per le materie olistiche che l’hanno portato a considerare business e benessere come temi inseparabili. Dopo alcune start-up di successo ha fondato un’azienda che si occupa di felicità e di lavoro da remoto. E' considerato uno dei maggiori esperti al mondo di felicità al lavoro e con il suo aiuto professionisti, team e aziende collaborano da remoto come in ufficio e anche meglio. Lavorare da remoto per lui è uno stile di vita e una modalità per essere più felici.

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Ipocrisia, verità e potenza del “c’è chi sta peggio”

Quando penso a come ce ne sbattiamo di tutto ciò che conta, chi vive e chi muore, chi annega e chi annaspa, chi ha le gambe e chi no… penso che siamo semplicemente fatti così.
E penso che in fondo non serve a niente farcene una colpa. Penso che già essere sinceri possa bastare per migliorare le cose. Fare qualcosa, davvero.

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Mi è passata davanti la foto di un vecchietto, avrà avuto un centinaio di anni o anche più. E invece non è vero: è un ragazzino di ventitré anni. Si chiama Sammy e si è appena laureato in Fisica, 110 con lode. Soffre di una malattia nota come sindrome da invecchiamento precoce.

Il termine scientifico pare sia Progeria. Uno di quei termini che per il mondo non significa niente. Una di quelle parole che non incontriamo per strada, non fa parte della nostra strada, e non ci serve mica.

Però se vedi una foto di un vecchietto e scopri che è un ragazzo… salti dalla sedia. E vorresti applaudire.
Quasi sempre lo fai. L’appeal di storie del genere è scontato.

Siamo buoni? No.
Fossimo buoni non avremmo bisogno di un post su Twitter per conoscere Sammy, la Progeria ed un’altra sfilza di parole e persone “più sfortunate di noi”.
Forse siamo davvero buonisti. O forse siamo semplicemente umani. Non fatti male o bene, fatti così.

Quando penso a come ce ne sbattiamo di tutto ciò che conta, chi vive e chi muore, chi annega e chi annaspa, chi ha le gambe e chi no… penso che siamo semplicemente fatti così.
E penso che in fondo non serve a niente farcene una colpa. Penso che già essere sinceri possa bastare per migliorare le cose.

Dire ad alta voce “Sinceramente non ne sapevo un cazzo, non me ne fotte un cazzo e la mia vita continua…” sia un atto di coraggio e grande rispetto. Per noi e loro.

Il punto di partenza per fare qualcosa. Per noi e loro, per NOI.
Quando scopri certe storie, e ce ne sono tante e di ogni genere, puoi fare solo un paio di cose:
Essere sincero.
Fare qualcosa.
Fare qualcosa.

Dell’essere sincero ne ho già parlato. Del fare qualcosa (a) significa aprire il portafogli e sostenere una ricerca o un progetto umanitario, o aiutare in qualche modo se lo puoi fare.
(Anche questo potrebbe però essere lavarsi la coscienza per sentirsi meglio noi!)

E poi c’è il fare qualcosa, variante b. Schifosamente egoistica come soluzione ma forse anche giusta.

Smettere di lamentarsi per niente. Smettere di mettersi nella cerchia degli sfortunati quando non lo siamo.
Ok ti fa male la schiena, devi seguire una dieta, non hai le curve giuste. Ok, il tuo lavoro fa schifo. Ok, hai scelto una svolta e sei fermo al palo…
Ok. Ok tutto.
Dunque?
C’è chi sta peggio di noi. Davvero. E non si lamenta. E va avanti.
Ecco, un segno di umanità è anche rispettare ciò che abbiamo e non abbiamo. Essere schifosamente sinceri da godersi la fortuna sfacciata che quasi sempre abbiamo.
Ok il tuo lavoro fa schifo…
E allora?
Cambia. Vai avanti. Non ti accontentare. Quasi sempre puoi, puoi scegliere, puoi scrivere la tua storia.

E se poi succede che qualcosa non va nel senso desiderato?
Fa niente. Anzi, metti già in conto che succederà, che andrà così.
Poi riparti e si ricomincia, la chiamano vita.
E noi fortunati e privilegiati abbiamo non solo il diritto ma soprattutto il dovere di viverla, pienamente. Rischiando e raschiando ogni emozione possibile.

Perché quando vedi un ragazzino come Sammy puoi fare solo questo. Ringraziarlo. E ringraziare Dio o chiunque tu voglia considerare responsabile di trovarti qui e così.

Quando vedi un vecchietto di soli 23 anni pieno di entusiasmo, puoi fare solo questo.
Sentirti schifosamente in colpa di tutte le tue paure e le tue seghe mentali.
Ad essere sinceri penso dovrebbe andare così.

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Perché scrivere può farti ottenere un lavoro migliore e fare carriera (ma in modo diverso da quanto si dice in giro)

Scrivere ogni giorno ti mette davanti a te stesso in cerca di diventare una versione migliore di te stesso.

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Sono le 6 del mattino e sono qui alla mia scrivania. Una tazza di caffè (una tazzina non basta), una sigaretta ancora da accendere (ma un giorno smetto), le mani proiettate verso la tastiera del pc. Uno sguardo al foglio bianco, uno al mare, uno a me stesso. Sono qui per scrivere.

Ancora una volta.

Sono ormai tre anni che è il mio appuntamento quotidiano, quelli bravi direbbero la mia morning routine. Uno dei pochi esempi di disciplina della mia vita. Ferrea. Da tre anni avrò saltato una ventina di appuntamenti.

Mi trovo qui anche a Natale e il primo dell’anno o quando c’è così caldo che anche il pc vorrebbe essere lasciato in pace.

Ciò che viene fuori finisce on line: su questo blog, su riviste on line, da altre parti. O rimane su una cartella che non guarderà nessuno, “bozze Davi”.

Ma non è questo il punto: ogni giorno sono qui, scrivo.

Ho iniziato per il motivo sbagliato

Quando ho iniziato a scrivere l’ho fatto per il motivo sbagliato. Uscivo da uno dei momenti più complicati di sempre. E avevo bisogno di soldi. Di vendere. E in giro, nel web, si diceva che scrivere poteva portare soldi.

Al grido di content marketing ho iniziato a scrivere per farmi vedere, conoscere e comprare.

La verità? Ha funzionato pochissimo.

Ho passato mesi scrivendo cose noiose scritte per persone tutto sommato noiose, persone che poi non leggevano mai ciò che avevo da dire.

Ho iniziato con la grinta di chi vuole ottenere qualcosa, ha bisogno di ottenere qualcosa, e mi sono ritrovato con l’incazzatura di chi qualcosa non l’ha ottenuta seppur altri dicevano avrebbe funzionato.

Mi sono fermato. Poi ho ripreso.

Ho iniziato a scrivere per come faccio adesso. Di quel che mi passa per la testa, di sfide, le mie e le tue, di progressi e insuccessi. Di vita.

Ha funzionato? Si ma diversamente da come si possa pensare.

Negli ultimi anni ho acquisito centinaia di clienti, sbloccato opportunità come bonus dei videogames degli anni ’90, incontrato e parlato con persone che parevano giocare a un livello diverso e superiore.

Chi vede la storia da fuori potrebbe dire che scrivere allora porta davvero clienti e soldi ma è il giudizio di chi non ne sa niente, legge la storia solo in teoria e sconosce la pratica.

La verità è che a funzionare è stato più scrivere per me che per gli altri. Più l’arte di comprarsi, scegliersi, ogni giorno, che quella di vendersi come fossimo al supermercato.

Scrivere per ritrovarsi

Perché scrivere ogni giorno ti mette davanti a te stesso in cerca di diventare una versione migliore di te stesso.

Ogni giorno sei il tizio che non vuole fare gli errori del giorno prima e vuole fare qualcosa di più. Il tizio che ricorda, perché sono lì su un foglio, i suoi obiettivi, i suoi valori, dove sta andando.

Scrivere funziona perché ti obbliga a diventare una persona migliore, non perché aiuta gli altri a pensare che tu sia migliore.

Occhio alla differenza.

Per chi frequenta con regolarità il mondo digitale ed avrà sentito parlare di inbound marketing o personal branding, è una differenza fondamentale.

Viene sempre detto che scrivere (o postare qualcosa, o fare un video, insomma creare e diffondere contenuti) ti faccia trovare ma è un messaggio sbagliato.

Parte dal presupposto che tu vada già bene così ma non è vero. Siamo tutti destinati a migliorare, provarci. Sfidarci e crescere ogni giorno. Se non lo facciamo cos’altro siamo impegnati a fare?

Quale altro potrebbe essere il gioco?

E quale potrebbe essere lo scopo?

Ecco, scopo, parola per me preziosa che ha molto a che fare con la scrittura. Scrivere è innanzitutto cercare il tuo scopo.

Te lo chiede il foglio bianco.

Non esiste il blocco dello scrittore, non in questo caso. Esiste il blocco della vita.

Quando non ti escono le parole non è un problema tecnico, la pratica c’entra pochissimo. È più probabile che tu sia semplicemente confuso.

Non sai dove stai andando e dove andare, non cosa scrivere.

E quel foglio ti obbliga ad alcune decisioni:

  • Ammetterlo
  • Cercare di capire e trovare una strada
  • Seguire una strada
  • Fermarsi (un altro giorno nel quale non sai cosa scrivere) e ragionare se la strada era quella giusta o vada ancora bene
  • Trovarne una nuova
  • Seguire la strada

Un giochino che non finisce mai e va bene così. La vita è cercare significato più che trovarlo.

Il Roi della Scrittura

La cosa che vorrei aver capito prima è che scrivere ha un roi di tipo particolare, poco lineare e anche poco inquadrabile per come siamo abituati a pensare.

È come chiedere “Qual è il Roi di tuo figlio? O di tua madre? O di essere una brava persona, provare ad essere una brava persona?”

Se penso ai miei due figli vedo un sacco di spese e sacrifici. Però posso giurare che mi abbiano fatto guadagnare un sacco di soldi che non avrei guadagnato diversamente.

Perché? Perché negli occhi di tuo figlio vedi il desiderio, l’obbligo, di essere una persona migliore.

Come vuoi quantificare un Roi di questo tipo?

Tutto ciò che vuoi raggiungere passa dalla crescita, non dalle tattiche

Quasi ogni giorno mi scrivono persone chiedendomi consigli su come iniziare a scrivere o lamentandosi per la mancanza di risultati: “Non mi legge nessuno!”, “Non mi chiama nessuno!”.

Spiazzati dal silenzio, sommersi dalle aspettative di raccogliere visualizzazioni e consensi.

Questo lungo pezzo serve come risposta: non riguarda gli altri, riguarda innanzitutto te.

Tutto ciò che si può immaginare, desiderare, del quale si ha bisogno (un lavoro, clienti, carriera) passa dal miglioramento di noi e non da quanto ci facciamo vedere in giro o da quanto ci facciamo vedere interessanti.

So che sembra una bestemmia in questo mondo digitale ma è quello in cui credo e che ho sperimentato. E quello che penso puoi sperimentare anche tu iniziando a scrivere.

Come diventare una persona migliore con la scrittura

Ci sono ampi studi che dimostrano l’impatto della scrittura sulle nostre vite, qui alcuni vantaggi che posso dire di aver sperimentato in prima persona.

Unire i puntini

Torniamo al foglio bianco e al blocco dello scrittore… può essere che non sai bene cosa vuoi?

Per trovare qualcosa devi sapere innanzitutto cosa. Vale per trovare un lavoro così come per trovare clienti o partire con un progetto imprenditoriale.

Superare il foglio bianco significa iniziare a comprendersi. E tutto si avvicina. Non nel senso che all’improvviso accade ma sarai comunque più vicino.

Mi piace parlare spesso di “unire i puntini”, cercare di trovare un senso al momento e ciò che stiamo facendo per uno nuovo, futuro e più buono.

Fare carriera

Penso che fare carriera significhi fare un salto di qualità e che un salto di qualità sia fattibile solo se c’è crescita e se questa crescita è lungo una strada sostenibile, dove sarai ancora stimolato ad andare avanti e crescere.

E come si può crescere se non fermandosi a riflettere, sperimentando, pensando. E leggendo.

Perché la prima regola è che per scrivere devi essere un lettore avido e attento.

O, ancora più importante, devi essere pronto ad addentrarti anche fuori da quello che pare sia il tuo territorio. La scrittura, scrivere, così come la vita, è innanzitutto contaminazione.

Relazioni

Trovare lavoro, clienti, fare carriera, riguardano sempre le relazioni. E scrivere è innanzitutto una crescita in questa direzione.

Quando ho iniziato a scrivere ero una persona rancorosa che ce l’aveva con il mondo e con quanto non mi era stato dato. Oggi mi piace pensare di esserlo un po’ meno.

Perché un foglio bianco ti mette davanti ai tuoi limiti e ti chiede di guardare un po’ più in là. Sapere che devi crescere significa anche che forse non lo devi avere ma lo potrai avere.

Un ottimismo razionale per il quale inizi ad accettare i tuoi limiti e abbandonarli allo stesso tempo, trattare gli altri senza mettere in mezzo le tue frustrazioni e il peso delle tue sfide. In altre parole: non è davvero sempre colpa degli altri!

Il potere principale dello scrivere è ascoltare la rabbia e dargli nuova forma, trasformarla in qualcosa di positivo anziché scaraventarla sul primo che passa.

Il potere principale dello scrivere è ascoltare la rabbia e dargli nuova forma, trasformarla in qualcosa di positivo anziché scaraventarla sul primo che passa.Click To Tweet

Ti ricorda la cosa più importante

Ogni giorno quel foglio bianco mi ricorda una cosa che per anni avevo sottovalutato: è sempre un giorno nuovo. Non importa che tu abbia scritto cazzate il giorno prima, che non sia riuscito ad andare oltre due righe per tutta la settimana. Quel foglio bianco è uguale a quando hai fatto bene.

Quel foglio bianco non ti chiede conto di ciò che hai fatto di sbagliato o di ciò che non sei riuscito a fare. Quel foglio bianco ti chiede di parlare di cosa stai cercando di fare.

Quel foglio bianco non ti chiede conto di ciò che hai fatto di sbagliato o di ciò che non sei riuscito a fare. Quel foglio bianco ti chiede di parlare di cosa stai cercando di fare.Click To Tweet

Tornando dunque al titolo di questo pezzo: credi che una persona che si faccia domande, provi a crescere ogni giorno, trasformi la rabbia e le frustrazioni in qualcosa di positivo anziché scaraventarla sul primo che passa, abbia o no più possibilità di trovare un lavoro o fare carriera?

 

Tra un anno ti auguro di aver iniziato oggi.

p.s. Se hai bisogno di un incoraggiamento, un consiglio o vuoi raccontarmi la tua esperienza, scrivimi su LinkedIn

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Career

È quel periodo dell’anno in cui tutto va più piano. E tu prendi la tua vita e decidi cosa vuoi

Estate. Caldo. Zanzare. Ombrelloni e sdraio sotto l’ombrellone. Bagni. Tuffi. Dubbi e pensieri. Ma anche tempo di svolte. Rinascita. Rivincita. Diventare chi sei.
È soprattutto quel periodo lì. È il momento.

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È quel periodo dell’anno. In cui tutto va generalmente più piano. In cui ogni decisione è rimandata a Settembre. In cui sei in ferie, stai per andare in ferie. Oppure in cui gli altri vanno in ferie e tu non puoi neanche pensare di farlo.
È quel periodo dell’anno in cui hai bisogno di riposare. Ma anche di ripartire, pensare di ripartire. Progettare un nuovo inizio.
Se gli ultimi giorni di Dicembre sono quelli della lista degli obiettivi, questi giorni anche ma con qualcosa in più: la lista di tutto ciò che non ha funzionato.
Perché mentre tutti vanno più piano, o si riposano, o si godono frutti meritati o meno, viene naturale riflettere.

Dove sono? Che ho fatto? Che sto facendo con questa vita?
Carriera. Piano. Obiettivi. Svolta. Rinascita. Rivincita.
Ognuno usa e usi le parole che sente più sue ma è quel periodo lì.

Sfruttare il momento in cui tutti sono fermi o vanno piano

Se le cose non girano, se le domande portano ancora domande, se le risposte appaiono insoddisfacenti o troppo dure… c’è una buona notizia: è quel periodo lì.
Quel periodo in cui quasi tutto va più piano e potresti avere il tempo per cambiare le cose.
Se Settembre è il vero Capodanno, è qui, adesso, che si possono progettare le svolte e i sorpassi.
Qui che si può guardare la mappa e ignorarla, crearne di nuove.

Paradossalmente il fatto di non poter immediatamente agire – quasi tutto è fermo! – ti offre la grande possibilità di prepararti per bene.
Un mio amico mi diceva che soffro della sindrome del “Non sono pronto”. Che sono una di quelle persone che vorrebbe fermare tutto per prepararsi, riallinearsi, colmare gli svantaggi e poi dare il via. Beh penso di non essere il solo ma so che in Estate mi è sempre venuto facile provare a farlo.
Quando tutti vanno piano, quando tutto è fermo puoi lavorare su te stesso. E non c’è niente di altrettanto potente, e prezioso.

Mettersi a tavolino con tre parole

Fermarsi. Per partire.
Iniziare a farsi domande. Provare a darsi qualche risposta, sincera.
Ci sono tre parole con le quali bisogna discutere da uomo a uomo: volontà, potenzialità, perché.

Innanzitutto cosa vuoi davvero, la volontà.
Il fatto che sai fare una cosa non significa che ti piaccia farlo, che sia divertente farlo o che sia davvero il tuo destino.
Cosa vuoi fare davvero?

Potenzialità
Cosa puoi fare, cosa sai fare.
Le potenzialità sono sopravvalutate. A parte tua mamma, interessa poco al resto del mondo.
Che piaccia o no, non conta cosa sei/saresti in grado di fare ma cosa riesci a fare. O anche cosa stai cercando davvero, con tutte le forze, di fare.

Un grande perché
Perché vince sul come.
Perché te ne serve uno forte per andare avanti.
Perché anche se pianifichi e ti prepari, è probabile o quasi sicuro che le cose andranno diversamente.
Anche gli obiettivi non sono sufficienti. Perché potrebbero cambiare, potrebbero cambiarteli, potrebbero allontanarsi a un tempo in cui non saresti in grado di arrivare.
Il “perché” è un altro tipo di obiettivo.
Contiene dentro un risultato più grande, meno definito ma più forte. Contiene la forza necessaria per andare avanti. Sempre, sempre un po’ più in là.

È quel periodo lì

Estate. Caldo. Zanzare. Ombrelloni e sdraio sotto l’ombrellone. Bagni. Tuffi. Dubbi e pensieri.
Ma anche tempo di svolte. Rinascita. Rivincita. Diventare chi sei.
È soprattutto quel periodo lì.
È il momento.

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