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Smart Working: Ovunque, quando vuoi, e chi ha parlato di ufficio?

La cosa più facile da trovare su questo pianeta verde creato da Dio è qualcuno che ti dica tutto ciò che non puoi fare. Tipo come, quando e dove devi lavorare…

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La felicità è una cosa seria. Quando intrapresi quasi per gioco la ricerca della felicità non avrei mai immaginato dove mi avrebbe portato e neppure quanto di me avrei dovuto mettere in gioco per rendere l’avventura entusiasmante. Funziona in questo modo, per raggiungere la felicità la prima cosa da fare è scegliere di volerla e darti la grande libertà di essere una persona diversa da quella che sei ora. Non puoi pensare di rimanere lo stesso o di cambiare poche cose per diventare più felice. Dovrai per forza cercare di essere più autentico di quello che sei stato fino ad ora perché c’è un binomio imprescindibile, per essere felice devi essere autentico. L’autenticità è una chiave verso il miglior te di sempre.

É successo quindi che nel mio viaggio per diventare felice ho incontrato molte altre persone autentiche che a prima vista erano soltanto originali, per alcuni solo strane, ma che intimamente avevano trovato la loro felicità. Non spaventarti se quando sarai felice sarai anche molto diverso da oggi. E ricordati di avvertire le persone che stanno intorno a te di questa tua ricerca altrimenti si preoccuperanno della tua rinnovata autenticità. Personalmente ho scoperto una chiave di volta nella ricerca della felicità quando ho deciso di lavorare ovunque e in qualsiasi momento. L’avrai già letto in qualche articolo in lingua inglese il detto “work anytime, anywhere”. L’ho studiato e l’ho applicato.

C’era una volta l’ufficio anzi c’era il lavoro da casa

Il lavoro in ufficio è nato ai tempi della Galleria degli Uffizi a Firenze. Questo edificio era stato originariamente costruito come la centrale amministrativa dell’impero mercantile della famiglia dei Medici ed è stata la prima versione dei moderni uffici oltre che un segno di prestigio e di potere. Prima di allora la maggior parte delle persone lavorava da casa e non esistevano aziende, nel senso moderno del termine, per cui le persone dovevano prendere il proprio mezzo di trasporto e andare al lavoro. Il viaggio di andata e ritorno dal luogo di lavoro è diventato una necessità in tempi recenti.

Secondo recenti studi il tragitto casa-lavoro è una delle maggiori cause di infelicità nelle persone. Non ci vuole certo una ricerca accademica per capire che andare in ufficio nelle ore di punta a Milano o Roma è uno stress inutile. Il viaggio è ancora più inutile quando ti accorgi che durante la giornata in ufficio hai scambiato veramente poche parole con i tuoi colleghi perché la maggior parte del tuo lavoro è stata lavoro da scrivania.

Nonostante questa consapevolezza esistono tantissime persone che sono così abituate ad andare in ufficio che pensano sia l’unico modo per lavorare insieme. Eppure nella definizione di collaborare non c’è riferimento al fatto che le persone lavorino nello stesso luogo. La creazione di luoghi dove le persone lavoravano insieme ha creato una forte distinzione culturale tra l’ufficio, associato al lavoro, e la casa, associata alla comodità e all’intimità.

Nessun altro luogo è stato associato comunemente al lavoro da allora. Solo negli ultimi decenni ha cominciato a crescere l’idea di poter lavorare ovunque, grazie soprattutto al progresso tecnologico.

Quando prendi in considerazione la parola ovunque e la parola lavoro potresti domandarti se davvero puoi lavorare in qualsiasi luogo. La risposta è ovviamente si. Qualsiasi luogo con un collegamento alla rete internet va bene per lavorare.

Come Walter Mitty

Nel film “I sogni segreti di Walter Mitty” il fotografo che lavora per la rivista TIME non si è mai incontrato con Walter, il protagonista addetto allo sviluppo dei negativi, ma ha sempre spedito per posta tutto il materiale. Questa traccia potrebbe dimostrare che anche in assenza di un collegamento alla rete internet puoi lavorare ovunque, almeno per alcuni lavori. Certamente dipende dal lavoro che fai ma se il tuo lavoro è nel settore digitale allora la rete internet ti serve. Puoi quindi lavorare ovunque ma ovunque non ti dice dove. Sebbene la maggior parte delle persone che lavora ovunque lavora da casa sei sicuro che il miglior posto dove lavorare sia la tua casa? Qual è il luogo che ti renderebbe più felice per lavorare? Forse una spiaggia caraibica, forse una baita in montagna, forse quella città dove hai sempre sognato di vivere, forse l’umile paesino dove sei nato.

Il luogo è soggettivo, l’importante è scavare in profondità nel proprio io per trovare quel luogo autentico ripulito di tutte le convinzioni esterne di altre persone. Una spiaggia caraibica, ma sei matto? Una baita in montagna, ma come fai a vivere lì? Il mondo è pieno di chi ti dice cosa dovresti o non dovresti fare. Te l’ho detto che per essere felice devi essere il più autentico possibile ed essere autentico a volte comporta scelte fuori dagli schemi e impopolari. In queste scelte possono comunque essere incluse le persone più care in modo che nessuno venga reso infelice dalla ricerca della felicità.

Molte persone che lavorano da remoto e che ho conosciuto hanno fatto scelte sagge insieme alla loro famiglia e hanno quindi iniziato a lavorare ovunque in compagnia dei loro cari.

Un’altra caratteristica dell’ovunque è la dinamicità: ovunque non è per sempre.

Nel mondo lavorativo tradizionale quando decidi di cambiare lavoro e la nuova opportunità di lavoro si trova in un’altra città devi cambiare città. Spostarsi e traslocare le proprie cose è sempre molto stressante. Se lavorassi a ovunque traslocheresti solo quando sei tu a deciderlo perché il quel momento della tua vita senti il bisogno di cambiare luogo e cercare nuovi stimoli. A ovunque ci puoi stare quanto vuoi, così succede che potresti aver voglia di stare in montagna per qualche mese, da solo o con la tua famiglia. A ovunque potresti decidere di passare l’estate più lunga di sempre dai tempi della scuola nella tua località di mare preferita. A ovunque puoi lavorare come in qualsiasi altro posto senza alcuna limitazione. A ovunque potresti accorgerti di sentirti meglio perché quel luogo in verità ti è sempre piaciuto oppure potresti accorgerti di essere di buon umore ogni giorno che passa oppure potresti accorgerti di aver molto più tempo da dedicare a te stesso e agli altri. Com’è il detto, il tempo è denaro. Potresti accorgerti che il tempo è una variabile che influenza la tua felicità perché se non hai tempo per fare ciò che reputi importante ti senti ingabbiato, schiavo di chi o cosa ti sta rubando il tempo. Meditare sull’importanza del tempo potrebbe portarti alla consapevolezza raggiunta dal più furbo abitante di ovunque: il Sig. Quando Vuoi.

Working Holidays…

La cosa maggiormente apprezzata di ovunque è la possibilità di lavorare e di essere nel luogo ideale nello stesso momento. Gli anglosassoni hanno coniato il termine “working holidays” per tutti coloro che lavorano da remoto e di fatto lavorano e sono in vacanza nello stesso momento. Forse può sembrarti difficile da capire ma pensa per un attimo che ti piaccia stare al mare d’estate. Se non lavorassi a ovunque dovresti prendere la macchina non appena finito il lavoro per andare al mare oppure dovresti organizzare un viaggio per starci il fine settimana. Potresti anche scoprire che domenica prima del ritorno non hai proprio voglia di tornare in ufficio il lunedì mattina. Pensandoci bene potresti incontrare un traffico esagerato. Nonostante tu non voglia andare in ufficio hai una gran voglia di lavorare e iniziare la settimana con grinta, ma semplicemente vorresti farlo svegliandoti al mare e salutando il mare la mattina con una bella passeggiata. Subito dopo la passeggiata potresti voler fare un’abbondante colazione prima di iniziare a lavorare e partire rinvigorito dalla buona sveglia.

Forse adesso hai le idee più chiare sul concetto di essere sempre in vacanza e sempre al lavoro.  Ovviamente tutte le varianti possibili che ti rendono più felice sono accettate. Come ti ho raccontato una caratteristica della felicità è l’autenticità, essere quello che sei intimamente. Il lavoro potrebbe risultarti ora più leggero.

Alcune cose da sapere sul Signor Quando vuoi

Nel manifestare l’autenticità molte persone identificano l’ovunque come la propria casa. In questo non c’è niente di male ma è importante soffermarti un po’ più a lungo sulla scelta del luogo. La scelta deve essere autentica, fatta liberamente e non perché qualcuno ha detto che è meglio lavorare da casa. Il Sig. Quando Vuoi è un tipo strano, gli piace anche lavorare quando vuole. Alcuni lo considerano un scansafatiche perché invece di avere orari ben precisi si sveglia alle 9, magari fa delle pause lunghe e poi lavora quando gli altri colleghi non lavorano. Alcuni sostengono che faccia pure dei pisoli durante il giorno. A nulla importa se le ore che lavora sono le più produttive che siano mai state misurate.

In pratica il Sig. Quando Vuoi è flessibile ma essere flessibili non vuol dire lavorare sempre. Alcune persone sono spaventate dall’errata interpretazione di flessibilità come “lavorare in ogni momento”. Piuttosto essere flessibili significa avere un orario che può variare in base alle esigenze e con il quale poter gestire al meglio la propria vita durante il giorno. La vita diventa parte integrante della giornata lavorativa e non solo un contorno all’orario di lavoro.

Il tempo è diventata una variabile molto preziosa di cui tutti sono gelosi perché tutti sanno intimamente che è limitato.

Durante la rivoluzione industriale le aziende facevano lavorare le persone il maggior numero di ore possibili perché in quel periodo storico i datori di lavoro pensavano semplicemente che più si lavorava più si produceva. Tipicamente la giornata di lavoro era da quando sorge il sole a quando tramonta il sole. Le persone a quel tempo lavoravano molto, dalle 10 alle 16 ore al giorno. Chiaramente quei ritmi non erano sostenibili per lungo tempo e quel modo di lavorare fu fallimentare.

Un uomo di nome Robert Owen iniziò quindi una campagna per far lavorare le persone non più di 8 ore. Il motto era “8 ore di lavoro, 8 ore di svago, 8 ore di riposo”. Una delle prime aziende ad utilizzare questo sistema fu la Ford Motor Company nel 1914. Quando questa ottenne ottimi risultati anche altre aziende la seguirono, così questa modalità di lavoro divenne uno standard. La scelta di questa suddivisione non fu assolutamente scientifica ma basata sulla necessità di maggior efficienza e sul buon senso. Da allora nulla è cambiato nell’orario di lavoro e anzi in molti contesti lavorativi è ritornata l’idea che per aumentare la produttività sia necessario aumentare il numero di ore che le persone lavorano.

Il Sig. Quando Vuoi invece sa che il suo orario di lavoro flessibile non pregiudica la qualità del suo lavoro e neppure la sua capacità di collaborare con gli altri. Un tempo anche lui lavorava in ufficio e rispettava gli orari ufficiali, salvo poi accorgersi che a ovunque lavorava bene come in ufficio ed era pure molto felice. Il sig. Quando Vuoi era felice perché qualche mattina poteva ritardare l’inizio del lavoro per potersi godere una passeggiata in riva al mare, cosa che lo energizzava così tanto. Il suo buon umore era lampante anche ai suoi colleghi che spesso gli dicevano “ti vediamo così di buon umore da quando sei andato ad abitare a ovunque”.

Mi è successo in passato di lavorare così tanto da perdere il bilanciamento ottimale della mia vita. La sfida è capire davvero quali sono le cose importanti nella tua vita. Da quella consapevolezza nasce un automatismo interno che ti vieta di sbilanciarti nuovamente. Quello stesso automatismo ti spinge a cercare e alla fine raggiungere un tuo equilibrio. Siamo esseri intimamente divini e quindi siamo portati naturalmente verso la felicità. Paul Dolan definisce la felicità come un equilibrio tra momenti piacevoli e momenti con uno scopo. Sondando le proprie emozioni e in generale quello che succede dentro noi stessi puoi capire cosa è scopo e cosa è inutilità. Se ti fermi ad ascoltarti lo puoi sentire, se non lo senti fai pratica e imparerai a sentirlo, assicurato. Le emozioni legate a momenti con uno scopo sono significative, piene e meritevoli di essere vissute. L’inutilità porta momenti di noia e futilità. Tutti queste emozioni influiscono sulla tua felicità. Generalmente portiamo molta più attenzione a quello che pensiamo possa renderci felici piuttosto che a quello che ci rende veramente felici.

Da questo punto di vista la felicità diventa il più importante feedback che puoi avere dalle tue abitudini che determinano il tuo stile di vita. Possiamo quindi fidarci della nostra esperienza più di qualsiasi altra cosa nella vita, piuttosto che le credenze o le intuizioni. Se un’attività ti rende felice e ne sei consapevole sarai probabilmente spinto a farla. Questo vale tanto per la sfera personale quanto per la sfera professionale.

Un lavoro che senti inutile non ti potrà mai portare la felicità professionale e tenderà ad abbassare anche la felicità personale.

Il problema nasce quando cerchi di modellare la tua felicità sulla base di norme che provengono dall’esterno anche se queste non coincidono con quello che senti nel tuo cuore.

La felicità, per essere significativa, deve essere personale. Essa cambia da individuo a individuo e ha origine nella tua parte più profonda, dove risiede anche la tua autenticità. Spesso abbiamo bisogno di un raffinato lavoro di introspezione per scoprire la nostra originale idea di felicità. É molto più facile uniformare la tua professione a qualcuna di quelle già esistenti e fare in modo che il “business model canvas” sia simile a quello di qualcun altro che sta già funzionando nel mercato.

Sei sicuro che il tuo business sia pensato per renderti più felice? Oppure il tuo business è creato solo per essere economicamente di successo. E allora cos’è per te il successo?

Il successo può esistere solo dentro di te, è quindi assolutamente personale. Per alcune persone può essere andare in giro con la Ferrari, per altri può essere lavorare ovunque. Tutti sono nel giusto se sono autentici. Non denigrare chi ha un’idea di felicità diversa dalla tua ma piuttosto aiutalo a portarla avanti semplicemente accettandola. Il successo non è fatto di apparenze e dei sogni di qualcun altro, ma piuttosto di valori personali autentici che nascono nella tua parte più profonda. Lo scopo è la chiave di volta per scoprire veramente cosa significa essere vivi, eppure capire il proprio ruolo nel mondo non è facile, neppure dal solo punto di vista professionale. Esistono decine di rapide scorciatoie lì fuori, pronte all’uso. Eppure ognuno di noi ha sentito durante la sua vita un momento in cui era follemente appassionato per quello che faceva e sentiva di avere una direzione da seguire. Forse per qualcuno di noi questi momenti folli sono più indietro nel tempo e non sono legati al lavoro ma ad una passione. La rivoluzione sociale delle professioni che sta accadendo in questi anni è fortemente legata alla riscoperta delle passioni che molte persone traducono in un business di successo e felice.

Senti di aver trovato il tuo scopo quando sei disposto a fare quella cosa nonostante tutte le avversità del mondo e anche senza guadagnare denaro per molto tempo. Questo non vuol dire che tu debba vivere nella povertà. La maggior capacità che hai è di creare un progetto in grado di essere realizzato nel tempo, passo dopo passo, che ti permetta di vivere bene il viaggio che ti accingi a fare. Essere felice durante il viaggio è imprescindibile finché un giorno ti accorgerai di essere arrivato dove hai sempre voluto essere.

Non è d’altronde possibile arrivare a ovunque se prima non hai chiarito dov’è questo luogo. Ovunque può essere anche una metafora di un luogo dentro di te e non solo un luogo fisico. Ovunque può essere dietro l’angolo, nessuno te lo può dire.

Da dove partire?

Ho trovato molto utile prima di tutto andare in giro. Se non sai dove andare piuttosto che stare fermo è meglio muoversi e scoprire più luoghi possibile, fisici o metaforici dentro di te. Solo facendo i primi passi del tuo cammino è possibile fare esperienza di quello che ti piace, per poter poi decidere cosa tenere e cosa scartare. Col tempo diventi sempre più esperto di quello che ti rende felice, nella vita e nel lavoro. Alcune persone che ho conosciuto avevano già raggiunto questa consapevolezza dopo un lungo camminare ma ad un certo punto arriva il momento in cui è necessario fare una scelta. In quel momento di trasformazione prendi tutte le consapevolezze che hai acquisito nel cammino e decidi qual è la vita o il business che ti rende felice e lo realizzi. Per questa scelta serve coraggio, ma quanto più chiaro è lo scopo tanto più è inevitabile la scelta.

La vita è corta e molti capiscono cosa era veramente importante solo verso la fine. Una bella citazione di Wayne Dyer dice: “Non morire mentre hai la musica ancora in te”.

Come si fa ad arrivare al buon umore del Signor Quando Vuoi? Essere felici e lavorare ovunque è un binomio che procede di pari passo, vuol dire che non basta lavorare ovunque per essere felici e per essere felici non è necessario lavorare ovunque.

La risposta alla domanda è personale perché la responsabilità di essere felice dipende completamente da te. Quando inizi il viaggio per diventare più felice non sai da dove partire e neppure quali strumenti utilizzare. Le iconiche immagini di persone che partono per viaggi spirituali e tornano a casa illuminati sono un facile stereotipo da film. Gli stessi stereotipi allontanano le maggior parte delle persone dalla ricerca perché non sono praticabili in un contesto reale dove devi pagare le bollette. Per costruire la tua vita ideale e il business che ti rende felice è necessaria una saggia progettualità, proprio come quella che usi normalmente nella realizzazione di un buon lavoro.

Se la felicità è dentro di te non serve intraprendere un viaggio per scoprirla, anzi rischieresti di viaggiare con te stesso, la stessa persona che probabilmente ti ha impedito di raggiungerla finora. Tutto dipende da te. Il premio per le tue fatiche sarà la capacità di cambiare in meglio la tua vita portando maggior attenzione alle cose davvero importanti, in termini di pace, di soddisfazione e fiducia ma anche di denaro.

Tutto dipende da te, nessun altro può vivere al tuo posto, nessun altro può intraprende il viaggio di cambiamento verso una vita più felice.

note: questo articolo è apparso per la prima volta come capitolo di Pixel in crisi

Giovanni Pozza (partner Purple&People) è un imprenditore digitale, avventuriero, insegnante di yoga e meditazione. Cresciuto da nerd nell’epoca d’oro dei Commodore è diventato un entusiasta della tecnologia e dell'innovazione. Dall’eta di 17 anni coltiva la sua passione per le materie olistiche che l’hanno portato a considerare business e benessere come temi inseparabili. Dopo alcune start-up di successo ha fondato un’azienda che si occupa di felicità e di lavoro da remoto. E' considerato uno dei maggiori esperti al mondo di felicità al lavoro e con il suo aiuto professionisti, team e aziende collaborano da remoto come in ufficio e anche meglio. Lavorare da remoto per lui è uno stile di vita e una modalità per essere più felici.

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Lo sport: uno sforzo di lusso

Non si dovrebbe fare sport per vincere. Fare sport è mettere il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela.

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“L’importante nella vita non è solo vincere, ma aver dato il massimo. Vincere senza combattere non è vincere”. Così disse il vescovo Ethelbert Talbot durante le Olimpiadi del 1908. Dare il massimo ha a che fare con lo sport, vincere con il lavoro. Sport e lavoro andrebbero presi seriamente entrambi. Tuttavia è più semplice a dirsi che a farsi, dal momento che hanno due etiche e due estetiche decisamente diverse.

Il lavoro ha la sua etica nella necessità dello sforzo, lo sport nella concessione del lusso dello sforzo. Lavorare è produrre un effetto e se si ottiene l’effetto senza dare il massimo tanto meglio. Lo sport è dare il massimo e se si vince tanto meglio.

L’estetica del lavoro è legata al produrre: il lavoro è bello se produce il massimo con il minimo sforzo. L’estetica dello sport invece è legata alla performance massimale: lo sport è bello se ci si spinge al massimo delle possibilità e oltre.

Ma oggi è di sport che vorrei che parlare, perché di lavoro pensiamo tutti di essere abbastanza ferrati.

Sport. Dal francese antico “desport” ossia tempo libero, ozio. comodità. Per questo motivo sono annoverate tra gli sport una lunga lista di attività tra loro molto diverse, ma accomunate da un elemento ricorrente: si fanno nel tempo libero. Libero da cosa? Libero dal lavoro ossia dalla necessità di produrre.

Stando all’etimologia dunque, una persona sta facendo sport quando si ritaglia un po’ di tempo libero dal lavoro e si concede il lusso di sforzarsi al massimo. Il tipo di attività che farà è secondario. Potrebbe giocare a bridge, ballare, correre, cantare. Fino a prova contraria tutto questo è sport se viene fatto nel tempo libero con l’intento di sperperare tempo ed energie.

Secondo questa definizione non è sport quello che più spesso chiamiamo sport. Ossia non è sport giocare a calcio come professionista, perché quello è lavoro, non è sport ballare come professionista, perché anche quello è lavoro.

Seguendo questo spunto etimologico dunque non è sport neppure ammazzarsi di palestra e cardiofitness per perdere peso. In questa attività infatti non c’è lusso, ma necessità di produrre un risultato: il calo di peso. Lo sport, quello vero, non ha altro obiettivo se non se stesso.

Mi ricordo quando giocavo a pallacanestro e un giorno ad un campetto ebbi modo di giocare contro un ragazzo che giocava nelle giovanili di una grossa squadra bolognese. Mi sembrò di giocare contro un marziano: lui era là e io ero ancora qua. La differenza tra me e lui era nel modo in cui affrontava il gioco. Io facevo sport, lui, per quanto giovane, lavorava. E se io volevo quel tipo di prestazione dovevo trovare del tempo e riempirlo con la pallacanestro. Quel tempo non sarebbe più stato libero. Non sarebbe più stato sport, ma lavoro. Mi sarebbe piaciuto, ma avevo già più di un lavoro in agenda e non presi quella strada. Tuttavia, quel giorno imparai qualcosa di molto importante.

Oggi da medico mi domando: alle persone per stare meglio, serve fare sport? Il lavoro da solo non basta e soprattutto non basterà in quel futuro tutto performante in cui ci apprestiamo a immergerci.

Quando si fa sport si mettono il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela. Vincere a bridge, portare a termine una maratona, passeggiare per i boschi in cerca di funghi, fare cruciverba, frequentare un corso di teatro, suonare uno strumento musicale: fare una di questa cose al massimo senza avere la necessità di farle. Questo è fare sport.

E le reazioni del corpo e della mente alla sfida dello sport sono molto interessanti. Entrambi, sorpresi, si danno da fare per trovare un modo di portare a termine la sfida, pur sapendo che possono ritirarsi quando vogliono. E che il fatto di continuare è puro esercizio di un lusso.

Pochi hanno espresso questo concetto in modo tanto evocativo ed elegante come Ortega y Gasset quando dice: “Al lavoro si contrappone un altro tipo di sforzo che non nasce da un’imposizione, ma da un impulso veramente libero e generoso della potenza vitale: lo sport […]. Si tratta di uno sforzo lussuoso che si dà a mani piene senza speranza di ricompensa, come il traboccare di un’intima energia. Perciò la qualità dello sforzo sportivo è sempre egregia, squisita”

 

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Donne che odiano le donne e altri miti femminili

Molte donne dicono che è più difficile avere buone relazioni con altre donne. Alcune considerazioni.

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Tra donne le relazioni sono spesso complicate

Riprendendo gli argomenti del mio ultimo articolo sul Purpletude, è emerso un sotto-argomento: i rapporti fra Donne.

Lungi da me volervi dire di chi essere amiche o chi frequentare.
Ci sono comunque delle riflessioni importanti da fare per creare quella situazione ideale in cui le donne lavorano per il proprio benessere anche curandosi del benessere delle altre (e non a discapito di).

I rapporti personali o lavorativi sono tutte quelle frequentazioni che ci capita di avere nella vita quotidiana. Sono quindi in teoria interazioni che scegliamo e pensiamo per sostenere e migliorare il nostro universo di progetti, idee e aspirazioni.

La mia miglior nemica

Dopo il mio ultimo articolo, fra i commenti che mi sono arrivati (grazie, qualsiasi tipo di commento è una grande vittoria per me!) ce ne sono stati alcuni di donne che hanno rinunciato a frequentare delle loro simili da diversi anni, dopo varie scottature e tradimenti che gli amici maschi non le hanno mai riservato.

Da qui il denominatore comune che l’amicizia con un uomo crea meno drammi, meno gelosie e meno rompimenti di scatole. Ci sta.
Io mi sono fatta l’opinione, assolutamente contestabile, che questa tendenza derivi anche dal voler essere “uomini con le tette”, inclinazione della quale ho già parlato e sulla quale non mi dilungherò oltre.

Ora, io già vi sento.

“Ma Giulia, questo è un magazine serio non la posta di Sora Lella, chi se ne frega di chi frequenta chi? Che fai la prossima volta, ci insegni a fare le pesche sciroppate?” [E perché no? Nota del Direttore di redazione]

Dubbi legittimi, ed io rispondo con una domanda: cosa crea la storia?
“Eh va là, spara basso”

No, veramente.
La storia la creano le interazioni fra persone, che diventano interazioni fra gruppi, che si riflettono nelle tendenze poi riprese e utilizzate dai pochi che prendono le decisioni che “si vedono”.

Per questo motivo non mi pare più che tanto sparata nel vuoto l’ipotesi che consultarci di più con persone simili a noi e con problemi simili ai nostri possa fare bene alla storia di tutte. Perché spesso pare che essere donna ci dia accesso a tutti i misteri del genere femminile. Come se portassimo dentro il passato ed il futuro di tutte.

Prima di tutto, che fatica.
E poi, ancora più importante, non è possibile che sia cosi. Dove moltissime cose ci legano, altre ci separano: il vissuto, la storia familiare e lavorativa, anche la semplice personalità che ci fa vivere le stesse vicende in modi diversi.

Capisco comunque che tutto ciò debba essere preso per gradi, quindi ecco alcune cose che ho imparato negli ultimi anni  e che mi hanno consentito di frequentare delle compagnie femminili che mi hanno fatto bene, hanno accresciuto il mio potenziali e mi hanno fatto (e mi fanno tuttora) sentire parte di una comunità che può cambiare il mondo.

È questione di livelli

Capita spesso di passare, nella vita, attraverso lunghi periodi di apprendimento. Certe volte ce li andiamo a cercare, altre volte ci vengono imposti (ma credo comunque che non arrivino mai per caso). Alla fine di questi percorsi, soprattutto se affrontati con metodo, ci si ritrova “cresciute”.

Questo vuol dire che si sono acquisiti degli strumenti di vita che non si riescono ad ignorare e che ci fanno accedere ad una sorta di livello superiore della nostra esistenza.

A questo punto capita (soprattutto a chi il cambiamento lo cerca e lo nutre) che diventi frustrante stare a contatto con delle persone che non ricercano la propria crescita – o non nello stesso modo.

Se queste persone sono uomini, lo scontro si nota un po’ meno, perché l’amicizia fra uomo e donna, se vuole rimanere tale, ha bisogno di limiti più marcati per non cedere all’istinto e alla chimica.

Fra donne questi limiti non ci sono, e succede che si prendano strade diverse.
In alcuni casi, quando questo non è possibile perché si lavora o si vive nello stesso ambiente; questo dà luogo a dinamiche poco sane.

Degli esempi positivi

È dunque importante ricordare che:

  • Come dice il grande Tony Robbins “non ci arrabbiamo con una persona, ma con le sue regole”, e quindi si può voler bene a qualcuno pur non condividendo niente se non quel bene.
  • Per la nostra evoluzione personale è importante potersi circondare di donne che sono al nostro livello o, meglio ancora, a livello superiore nelle cose di cui ci importa, e diventare abbastanza umili da imparare da loro quello che sanno fare meglio.

Dove sono queste donne? Ovunque, ma anche loro non si fidano molto.

Un approccio che potrei consigliare in base alle esperienze è di essere sincere, sia dentro che fuori dai social, su quello che sappiamo e quello che non sappiamo; di imparare a fare un complimento sincero; e infine di chiede due consigli per ognuno che diamo. Che a sentirsi arrivate c’è sempre tempo.

Non aver paura di essere vulnerabili

Ed infatti la seconda questione è proprio la sincerità. O vulnerabilità, scegliete voi quale termine vi piace di più.

In ogni caso, si parla del fatto che – ci piaccia o no – abbiamo tutte dei momenti di sconforto. E non importa quanto bene riusciamo a nasconderli, trovano il modo di farsi sentire.

E fin qui ci siamo.

Il problema, e qui mi metto in prima linea perché è ancora molto un mio problema questo, è che si passa un messaggio negativo alle altre donne che ci leggono e ci ascoltano. Si passa il messaggio che “se vuoi avere i miei risultati, non devi piangere, devi essere inaccessibile e l’unica debolezza che puoi far vedere è quella di mangiare una scatola intera di biscotti perché quello lo fanno tutte”.

Ah. Che spasso. Peccato che stiamo passando, specialmente alle giovani donne, il messaggio di non essere se stesse mentre ricercano la propria versione migliore.

Concludo dicendo che sono grata a tutte le persone alle quali mi sono potuta ispirare per giungere a queste conclusioni, ed ancor di più a quelle che fanno parte della mia rete oggi. Fra queste, moltissime donne meravigliose che mi hanno insegnato e mi insegnano a non cedere sul terreno della mia femminilità, per quanto possa essere fuori moda.

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