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Smart Working: Ovunque, quando vuoi, e chi ha parlato di ufficio?

La cosa più facile da trovare su questo pianeta verde creato da Dio è qualcuno che ti dica tutto ciò che non puoi fare. Tipo come, quando e dove devi lavorare…

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La felicità è una cosa seria. Quando intrapresi quasi per gioco la ricerca della felicità non avrei mai immaginato dove mi avrebbe portato e neppure quanto di me avrei dovuto mettere in gioco per rendere l’avventura entusiasmante. Funziona in questo modo, per raggiungere la felicità la prima cosa da fare è scegliere di volerla e darti la grande libertà di essere una persona diversa da quella che sei ora. Non puoi pensare di rimanere lo stesso o di cambiare poche cose per diventare più felice. Dovrai per forza cercare di essere più autentico di quello che sei stato fino ad ora perché c’è un binomio imprescindibile, per essere felice devi essere autentico. L’autenticità è una chiave verso il miglior te di sempre.

É successo quindi che nel mio viaggio per diventare felice ho incontrato molte altre persone autentiche che a prima vista erano soltanto originali, per alcuni solo strane, ma che intimamente avevano trovato la loro felicità. Non spaventarti se quando sarai felice sarai anche molto diverso da oggi. E ricordati di avvertire le persone che stanno intorno a te di questa tua ricerca altrimenti si preoccuperanno della tua rinnovata autenticità. Personalmente ho scoperto una chiave di volta nella ricerca della felicità quando ho deciso di lavorare ovunque e in qualsiasi momento. L’avrai già letto in qualche articolo in lingua inglese il detto “work anytime, anywhere”. L’ho studiato e l’ho applicato.

C’era una volta l’ufficio anzi c’era il lavoro da casa

Il lavoro in ufficio è nato ai tempi della Galleria degli Uffizi a Firenze. Questo edificio era stato originariamente costruito come la centrale amministrativa dell’impero mercantile della famiglia dei Medici ed è stata la prima versione dei moderni uffici oltre che un segno di prestigio e di potere. Prima di allora la maggior parte delle persone lavorava da casa e non esistevano aziende, nel senso moderno del termine, per cui le persone dovevano prendere il proprio mezzo di trasporto e andare al lavoro. Il viaggio di andata e ritorno dal luogo di lavoro è diventato una necessità in tempi recenti.

Secondo recenti studi il tragitto casa-lavoro è una delle maggiori cause di infelicità nelle persone. Non ci vuole certo una ricerca accademica per capire che andare in ufficio nelle ore di punta a Milano o Roma è uno stress inutile. Il viaggio è ancora più inutile quando ti accorgi che durante la giornata in ufficio hai scambiato veramente poche parole con i tuoi colleghi perché la maggior parte del tuo lavoro è stata lavoro da scrivania.

Nonostante questa consapevolezza esistono tantissime persone che sono così abituate ad andare in ufficio che pensano sia l’unico modo per lavorare insieme. Eppure nella definizione di collaborare non c’è riferimento al fatto che le persone lavorino nello stesso luogo. La creazione di luoghi dove le persone lavoravano insieme ha creato una forte distinzione culturale tra l’ufficio, associato al lavoro, e la casa, associata alla comodità e all’intimità.

Nessun altro luogo è stato associato comunemente al lavoro da allora. Solo negli ultimi decenni ha cominciato a crescere l’idea di poter lavorare ovunque, grazie soprattutto al progresso tecnologico.

Quando prendi in considerazione la parola ovunque e la parola lavoro potresti domandarti se davvero puoi lavorare in qualsiasi luogo. La risposta è ovviamente si. Qualsiasi luogo con un collegamento alla rete internet va bene per lavorare.

Come Walter Mitty

Nel film “I sogni segreti di Walter Mitty” il fotografo che lavora per la rivista TIME non si è mai incontrato con Walter, il protagonista addetto allo sviluppo dei negativi, ma ha sempre spedito per posta tutto il materiale. Questa traccia potrebbe dimostrare che anche in assenza di un collegamento alla rete internet puoi lavorare ovunque, almeno per alcuni lavori. Certamente dipende dal lavoro che fai ma se il tuo lavoro è nel settore digitale allora la rete internet ti serve. Puoi quindi lavorare ovunque ma ovunque non ti dice dove. Sebbene la maggior parte delle persone che lavora ovunque lavora da casa sei sicuro che il miglior posto dove lavorare sia la tua casa? Qual è il luogo che ti renderebbe più felice per lavorare? Forse una spiaggia caraibica, forse una baita in montagna, forse quella città dove hai sempre sognato di vivere, forse l’umile paesino dove sei nato.

Il luogo è soggettivo, l’importante è scavare in profondità nel proprio io per trovare quel luogo autentico ripulito di tutte le convinzioni esterne di altre persone. Una spiaggia caraibica, ma sei matto? Una baita in montagna, ma come fai a vivere lì? Il mondo è pieno di chi ti dice cosa dovresti o non dovresti fare. Te l’ho detto che per essere felice devi essere il più autentico possibile ed essere autentico a volte comporta scelte fuori dagli schemi e impopolari. In queste scelte possono comunque essere incluse le persone più care in modo che nessuno venga reso infelice dalla ricerca della felicità.

Molte persone che lavorano da remoto e che ho conosciuto hanno fatto scelte sagge insieme alla loro famiglia e hanno quindi iniziato a lavorare ovunque in compagnia dei loro cari.

Un’altra caratteristica dell’ovunque è la dinamicità: ovunque non è per sempre.

Nel mondo lavorativo tradizionale quando decidi di cambiare lavoro e la nuova opportunità di lavoro si trova in un’altra città devi cambiare città. Spostarsi e traslocare le proprie cose è sempre molto stressante. Se lavorassi a ovunque traslocheresti solo quando sei tu a deciderlo perché il quel momento della tua vita senti il bisogno di cambiare luogo e cercare nuovi stimoli. A ovunque ci puoi stare quanto vuoi, così succede che potresti aver voglia di stare in montagna per qualche mese, da solo o con la tua famiglia. A ovunque potresti decidere di passare l’estate più lunga di sempre dai tempi della scuola nella tua località di mare preferita. A ovunque puoi lavorare come in qualsiasi altro posto senza alcuna limitazione. A ovunque potresti accorgerti di sentirti meglio perché quel luogo in verità ti è sempre piaciuto oppure potresti accorgerti di essere di buon umore ogni giorno che passa oppure potresti accorgerti di aver molto più tempo da dedicare a te stesso e agli altri. Com’è il detto, il tempo è denaro. Potresti accorgerti che il tempo è una variabile che influenza la tua felicità perché se non hai tempo per fare ciò che reputi importante ti senti ingabbiato, schiavo di chi o cosa ti sta rubando il tempo. Meditare sull’importanza del tempo potrebbe portarti alla consapevolezza raggiunta dal più furbo abitante di ovunque: il Sig. Quando Vuoi.

Working Holidays…

La cosa maggiormente apprezzata di ovunque è la possibilità di lavorare e di essere nel luogo ideale nello stesso momento. Gli anglosassoni hanno coniato il termine “working holidays” per tutti coloro che lavorano da remoto e di fatto lavorano e sono in vacanza nello stesso momento. Forse può sembrarti difficile da capire ma pensa per un attimo che ti piaccia stare al mare d’estate. Se non lavorassi a ovunque dovresti prendere la macchina non appena finito il lavoro per andare al mare oppure dovresti organizzare un viaggio per starci il fine settimana. Potresti anche scoprire che domenica prima del ritorno non hai proprio voglia di tornare in ufficio il lunedì mattina. Pensandoci bene potresti incontrare un traffico esagerato. Nonostante tu non voglia andare in ufficio hai una gran voglia di lavorare e iniziare la settimana con grinta, ma semplicemente vorresti farlo svegliandoti al mare e salutando il mare la mattina con una bella passeggiata. Subito dopo la passeggiata potresti voler fare un’abbondante colazione prima di iniziare a lavorare e partire rinvigorito dalla buona sveglia.

Forse adesso hai le idee più chiare sul concetto di essere sempre in vacanza e sempre al lavoro.  Ovviamente tutte le varianti possibili che ti rendono più felice sono accettate. Come ti ho raccontato una caratteristica della felicità è l’autenticità, essere quello che sei intimamente. Il lavoro potrebbe risultarti ora più leggero.

Alcune cose da sapere sul Signor Quando vuoi

Nel manifestare l’autenticità molte persone identificano l’ovunque come la propria casa. In questo non c’è niente di male ma è importante soffermarti un po’ più a lungo sulla scelta del luogo. La scelta deve essere autentica, fatta liberamente e non perché qualcuno ha detto che è meglio lavorare da casa. Il Sig. Quando Vuoi è un tipo strano, gli piace anche lavorare quando vuole. Alcuni lo considerano un scansafatiche perché invece di avere orari ben precisi si sveglia alle 9, magari fa delle pause lunghe e poi lavora quando gli altri colleghi non lavorano. Alcuni sostengono che faccia pure dei pisoli durante il giorno. A nulla importa se le ore che lavora sono le più produttive che siano mai state misurate.

In pratica il Sig. Quando Vuoi è flessibile ma essere flessibili non vuol dire lavorare sempre. Alcune persone sono spaventate dall’errata interpretazione di flessibilità come “lavorare in ogni momento”. Piuttosto essere flessibili significa avere un orario che può variare in base alle esigenze e con il quale poter gestire al meglio la propria vita durante il giorno. La vita diventa parte integrante della giornata lavorativa e non solo un contorno all’orario di lavoro.

Il tempo è diventata una variabile molto preziosa di cui tutti sono gelosi perché tutti sanno intimamente che è limitato.

Durante la rivoluzione industriale le aziende facevano lavorare le persone il maggior numero di ore possibili perché in quel periodo storico i datori di lavoro pensavano semplicemente che più si lavorava più si produceva. Tipicamente la giornata di lavoro era da quando sorge il sole a quando tramonta il sole. Le persone a quel tempo lavoravano molto, dalle 10 alle 16 ore al giorno. Chiaramente quei ritmi non erano sostenibili per lungo tempo e quel modo di lavorare fu fallimentare.

Un uomo di nome Robert Owen iniziò quindi una campagna per far lavorare le persone non più di 8 ore. Il motto era “8 ore di lavoro, 8 ore di svago, 8 ore di riposo”. Una delle prime aziende ad utilizzare questo sistema fu la Ford Motor Company nel 1914. Quando questa ottenne ottimi risultati anche altre aziende la seguirono, così questa modalità di lavoro divenne uno standard. La scelta di questa suddivisione non fu assolutamente scientifica ma basata sulla necessità di maggior efficienza e sul buon senso. Da allora nulla è cambiato nell’orario di lavoro e anzi in molti contesti lavorativi è ritornata l’idea che per aumentare la produttività sia necessario aumentare il numero di ore che le persone lavorano.

Il Sig. Quando Vuoi invece sa che il suo orario di lavoro flessibile non pregiudica la qualità del suo lavoro e neppure la sua capacità di collaborare con gli altri. Un tempo anche lui lavorava in ufficio e rispettava gli orari ufficiali, salvo poi accorgersi che a ovunque lavorava bene come in ufficio ed era pure molto felice. Il sig. Quando Vuoi era felice perché qualche mattina poteva ritardare l’inizio del lavoro per potersi godere una passeggiata in riva al mare, cosa che lo energizzava così tanto. Il suo buon umore era lampante anche ai suoi colleghi che spesso gli dicevano “ti vediamo così di buon umore da quando sei andato ad abitare a ovunque”.

Mi è successo in passato di lavorare così tanto da perdere il bilanciamento ottimale della mia vita. La sfida è capire davvero quali sono le cose importanti nella tua vita. Da quella consapevolezza nasce un automatismo interno che ti vieta di sbilanciarti nuovamente. Quello stesso automatismo ti spinge a cercare e alla fine raggiungere un tuo equilibrio. Siamo esseri intimamente divini e quindi siamo portati naturalmente verso la felicità. Paul Dolan definisce la felicità come un equilibrio tra momenti piacevoli e momenti con uno scopo. Sondando le proprie emozioni e in generale quello che succede dentro noi stessi puoi capire cosa è scopo e cosa è inutilità. Se ti fermi ad ascoltarti lo puoi sentire, se non lo senti fai pratica e imparerai a sentirlo, assicurato. Le emozioni legate a momenti con uno scopo sono significative, piene e meritevoli di essere vissute. L’inutilità porta momenti di noia e futilità. Tutti queste emozioni influiscono sulla tua felicità. Generalmente portiamo molta più attenzione a quello che pensiamo possa renderci felici piuttosto che a quello che ci rende veramente felici.

Da questo punto di vista la felicità diventa il più importante feedback che puoi avere dalle tue abitudini che determinano il tuo stile di vita. Possiamo quindi fidarci della nostra esperienza più di qualsiasi altra cosa nella vita, piuttosto che le credenze o le intuizioni. Se un’attività ti rende felice e ne sei consapevole sarai probabilmente spinto a farla. Questo vale tanto per la sfera personale quanto per la sfera professionale.

Un lavoro che senti inutile non ti potrà mai portare la felicità professionale e tenderà ad abbassare anche la felicità personale.

Il problema nasce quando cerchi di modellare la tua felicità sulla base di norme che provengono dall’esterno anche se queste non coincidono con quello che senti nel tuo cuore.

La felicità, per essere significativa, deve essere personale. Essa cambia da individuo a individuo e ha origine nella tua parte più profonda, dove risiede anche la tua autenticità. Spesso abbiamo bisogno di un raffinato lavoro di introspezione per scoprire la nostra originale idea di felicità. É molto più facile uniformare la tua professione a qualcuna di quelle già esistenti e fare in modo che il “business model canvas” sia simile a quello di qualcun altro che sta già funzionando nel mercato.

Sei sicuro che il tuo business sia pensato per renderti più felice? Oppure il tuo business è creato solo per essere economicamente di successo. E allora cos’è per te il successo?

Il successo può esistere solo dentro di te, è quindi assolutamente personale. Per alcune persone può essere andare in giro con la Ferrari, per altri può essere lavorare ovunque. Tutti sono nel giusto se sono autentici. Non denigrare chi ha un’idea di felicità diversa dalla tua ma piuttosto aiutalo a portarla avanti semplicemente accettandola. Il successo non è fatto di apparenze e dei sogni di qualcun altro, ma piuttosto di valori personali autentici che nascono nella tua parte più profonda. Lo scopo è la chiave di volta per scoprire veramente cosa significa essere vivi, eppure capire il proprio ruolo nel mondo non è facile, neppure dal solo punto di vista professionale. Esistono decine di rapide scorciatoie lì fuori, pronte all’uso. Eppure ognuno di noi ha sentito durante la sua vita un momento in cui era follemente appassionato per quello che faceva e sentiva di avere una direzione da seguire. Forse per qualcuno di noi questi momenti folli sono più indietro nel tempo e non sono legati al lavoro ma ad una passione. La rivoluzione sociale delle professioni che sta accadendo in questi anni è fortemente legata alla riscoperta delle passioni che molte persone traducono in un business di successo e felice.

Senti di aver trovato il tuo scopo quando sei disposto a fare quella cosa nonostante tutte le avversità del mondo e anche senza guadagnare denaro per molto tempo. Questo non vuol dire che tu debba vivere nella povertà. La maggior capacità che hai è di creare un progetto in grado di essere realizzato nel tempo, passo dopo passo, che ti permetta di vivere bene il viaggio che ti accingi a fare. Essere felice durante il viaggio è imprescindibile finché un giorno ti accorgerai di essere arrivato dove hai sempre voluto essere.

Non è d’altronde possibile arrivare a ovunque se prima non hai chiarito dov’è questo luogo. Ovunque può essere anche una metafora di un luogo dentro di te e non solo un luogo fisico. Ovunque può essere dietro l’angolo, nessuno te lo può dire.

Da dove partire?

Ho trovato molto utile prima di tutto andare in giro. Se non sai dove andare piuttosto che stare fermo è meglio muoversi e scoprire più luoghi possibile, fisici o metaforici dentro di te. Solo facendo i primi passi del tuo cammino è possibile fare esperienza di quello che ti piace, per poter poi decidere cosa tenere e cosa scartare. Col tempo diventi sempre più esperto di quello che ti rende felice, nella vita e nel lavoro. Alcune persone che ho conosciuto avevano già raggiunto questa consapevolezza dopo un lungo camminare ma ad un certo punto arriva il momento in cui è necessario fare una scelta. In quel momento di trasformazione prendi tutte le consapevolezze che hai acquisito nel cammino e decidi qual è la vita o il business che ti rende felice e lo realizzi. Per questa scelta serve coraggio, ma quanto più chiaro è lo scopo tanto più è inevitabile la scelta.

La vita è corta e molti capiscono cosa era veramente importante solo verso la fine. Una bella citazione di Wayne Dyer dice: “Non morire mentre hai la musica ancora in te”.

Come si fa ad arrivare al buon umore del Signor Quando Vuoi? Essere felici e lavorare ovunque è un binomio che procede di pari passo, vuol dire che non basta lavorare ovunque per essere felici e per essere felici non è necessario lavorare ovunque.

La risposta alla domanda è personale perché la responsabilità di essere felice dipende completamente da te. Quando inizi il viaggio per diventare più felice non sai da dove partire e neppure quali strumenti utilizzare. Le iconiche immagini di persone che partono per viaggi spirituali e tornano a casa illuminati sono un facile stereotipo da film. Gli stessi stereotipi allontanano le maggior parte delle persone dalla ricerca perché non sono praticabili in un contesto reale dove devi pagare le bollette. Per costruire la tua vita ideale e il business che ti rende felice è necessaria una saggia progettualità, proprio come quella che usi normalmente nella realizzazione di un buon lavoro.

Se la felicità è dentro di te non serve intraprendere un viaggio per scoprirla, anzi rischieresti di viaggiare con te stesso, la stessa persona che probabilmente ti ha impedito di raggiungerla finora. Tutto dipende da te. Il premio per le tue fatiche sarà la capacità di cambiare in meglio la tua vita portando maggior attenzione alle cose davvero importanti, in termini di pace, di soddisfazione e fiducia ma anche di denaro.

Tutto dipende da te, nessun altro può vivere al tuo posto, nessun altro può intraprende il viaggio di cambiamento verso una vita più felice.

note: questo articolo è apparso per la prima volta come capitolo di Pixel in crisi

Giovanni Pozza (partner Purple&People) è un imprenditore digitale, avventuriero, insegnante di yoga e meditazione. Cresciuto da nerd nell’epoca d’oro dei Commodore è diventato un entusiasta della tecnologia e dell'innovazione. Dall’eta di 17 anni coltiva la sua passione per le materie olistiche che l’hanno portato a considerare business e benessere come temi inseparabili. Dopo alcune start-up di successo ha fondato un’azienda che si occupa di felicità e di lavoro da remoto. E' considerato uno dei maggiori esperti al mondo di felicità al lavoro e con il suo aiuto professionisti, team e aziende collaborano da remoto come in ufficio e anche meglio. Lavorare da remoto per lui è uno stile di vita e una modalità per essere più felici.

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Dubito ergo sum: abbiamo troppe certezze che ci possono danneggiare

L’evoluzione che ha portato allo sviluppo del nostro cervello e ci ha reso più resilienti delle altre specie, potrebbe ora essere un ostacolo alla sopravvivenza della nostra specie?

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Ultimamente mi sono spesso trovato a ragionare sui benefici e sui rischi di una condivisione ampia delle informazioni, come quella oggi possibile grazie al Web.

L’accesso alle informazioni contenute nella rete ha un costo in costante calo, in sintonia con quella che era la visione di chi ha dato vita al Web: l’accesso libero e gratuito al Sapere come strumento di democrazia.

D’altro canto il web odierno è viziato da una fortissima asimmetria informativa:
chi ha più competenze specifiche ha più possibilità di produrre contenuti di qualità e di verificare l’attendibilità delle fonti;
chi è meno competente, tende a prendere per buono (e a far divenire virale) ogni contenuto che confermi le sue idee.

L’origine di questo comportamento è in parte fisiologica ed in parte psicologica:
– fisiologicamente paghiamo lo scotto di avere un cervello che si è evoluto per essere efficiente, non per essere preciso: per risparmiare energia, dà maggiore peso a tutto ciò che conferma la nostra immagine del mondo; integrare informazioni in contrasto con ciò che crediamo lo costringerebbe ad una pesante riorganizzazione, per costruire un nuovo insieme di credenze;
– psicologicamente siamo totalmente incapaci di valutare le nostre competenze: meno sappiamo e più crediamo di sapere (effetto Dunning-Kruger); più sappiamo e meno siamo sicuri delle nostre competenze (sindrome dell’impostore).

Dal punto di vista etico, credo che a prescindere dalle differenti condizioni di partenza, però, restiamo responsabili delle nostre scelte.
Per esempio, se ci occupiamo di ridurre le disuguaglianze di genere e non ci occupiamo di tematiche ambientali, gettando l’olio di frittura nello scarico del lavandino, potremmo danneggiare la qualità della vita delle prossime generazioni di donne più degli effetti della disparità retributiva tra generi: sapere o non sapere che ciò possa accadere è una nostra scelta ed una nostra responsabilità.

Anche facendo la scelta diametralmente opposta, occupandoci solo di tematiche ambientali e trascurando le tematiche di genere, potremmo favorire il permanere di una società patriarcale, poco incline ad occuparsi dell’ambiente, danneggiando la nostra missione: anche in questo caso, sapere o non sapere ciò che possa accadere è una nostra scelta ed una nostra responsabilità.

Se accettiamo la responsabilità delle nostre scelte, però, dobbiamo combattere i fenomeni fisiologici e psicologici di cui parlavamo poco fa:
uno degli effetti degli algoritmi che regolano il funzionamento dei social network è quello di avvicinare persone le cui “esternazioni” risultino simili, perché questo rafforza le interazioni;
la conseguenza è l’effetto bolla informativa: i social network progressivamente rafforzano i legami tra persone che la pensano allo stesso modo, basandosi sui contenuti condivisi, e questo ci porta ad avere un’immagine falsata del mondo, un mondo in cui predominano le nostre idee, i nostri contenuti, i nostri valori, la nostra maniera di esprimerci; il nostro cervello interpreta erroneamente il fatto che certi contenuti si ripetano come dimostrazione della loro affidabilità, viralizzando allo stesso modo informazioni corrette e fake news; e chi ha interesse a far emergere la propria visione e ha competenze sui social media, può sfruttare questo fenomeno, in buona fede o in cattiva fede.

Apparentemente l’unico modo per evitare errori grossolani è andare in direzione contraria: lasciare spazio all’incertezza, abilitando la capacità di imparare qualcosa che vada oltre l’orizzonte delle nostre “certezze” e “credenze” e confrontandoci con chi ha idee che si scostino almeno un poco dalle nostre.
Mentre la tendenza psicologica rilevata dall’effetto Dunning-Kruger è diffusa tra chi ha poche competenze specifiche, la tendenza fisiologica a preservare le nostre “certezze” cresce con la quantità di informazioni di cui disponiamo, e colpisce, perciò, anche chi è maggiormente competente.
E se quando ragioniamo di temi legati alle scienze naturali, possiamo quasi sempre ricorrere al metodo scientifico per tentare di validare le nostre idee [1], quando passiamo nel dominio delle scienze sociali, per ragioni pratiche ed etiche, non possiamo quasi mai dimostrare la loro correttezza [2].

Torniamo perciò alla possibile soluzione:
invece di attaccarci alle nostre teorie, concentrandoci solo sui temi che ci stanno a cuore, potremmo rimanere apert* al dubbio ed espost* ad una varietà di temi.

In questo modo potremmo affrontare insieme la complessità (di solito, invece, andiamo verso la semplificazione e questo ci allontana progressivamente da un modello attendibile del mondo, soprattutto del mondo umano, attorno a noi).

Passare da un sapere come insieme di competenze individuali (spesso legate ad un valore di mercato e protette dal diritto d’autore) ad un sapere visto come insieme di competenze condivise (e quindi prive di valore di mercato e non protette dal diritto d’autore) sarebbe una rivoluzione copernicana, difficilmente compatibile con il modello di società e di economia in cui siamo immers*, ma possiamo permetterci di resistere al cambiamento quando in gioco c’è la sopravvivenza della specie Homo Sapiens e dell’intero genere Homo?

Se guardiamo indietro all’origine del Web e a progetti comunitari, come Wikipedia, Linux e tutto il mondo del Free Software e dell’Open Source, l’idea aggregante è proprio questa: la ricchezza culturale nasce dal confronto e dalla condivisione e lo sforzo comune di una miriade di persone crea le condizioni per produrre ricchezza culturale a basso costo.

Questo paradigma oggi è minacciato dalla perdita di neutralità e dalle crescenti asimmetrie nel controllo della Rete;
si tratta di uno dei tanti temi forti aperti dalla globalizzazione e dalla digitalizzazione: la libertà è solo apparente quando le condizioni di partenza, le tutele, i diritti sono disuguali;
lo si percepisce negli accordi commerciali internazionali, mentre tendiamo a prendere posizione con più difficoltà davanti alla scelta tra avere servizi facilmente disponibili, apparentemente in maniera gratuita, e perdere progressivamente la capacità di preservare un accesso alla Rete e alle sue risorse che sia realmente democratico ed uguale per tutt*:
disponiamo di sempre più informazioni e sempre più servizi, ma siamo sempre meno capaci di verificarne l’attendibilità e di controllare l’uso che viene fatto dei nostri dati e delle nostre informazioni.

L’innovazione passa anche per l’analisi dei nostri comportamenti: chi rinuncerebbe oggi alla possibilità di disporre in tempo reale di informazioni sul traffico? chi intralcerebbe gli studi che permettono la diagnosi precoce ed accurata delle malattie?

Ma siamo dispost* ad accettare che questi dati, i dati sulle nostre preferenze ed i nostri comportamenti, siano incamerati da entità il cui interesse principale non è il Bene Comune, ma il profitto privato?

Sembra un paradosso, ma il futuro del genere Homo potrebbe dipendere dal superamento di quello che è stato uno degli elementi chiave del suo successo evolutivo:
mettere a freno il nostro cervello, che ottimizza il consumo di energia e la sopravvivenza individuale, a favore di un’Intelligenza collettiva, messa al riparo da proprietà e profitto ed orientata al Bene Comune.

Note
[1] in realtà Popper ci ha spiegato che è impossibile validare: si può solo invalidare una teoria, perché infiniti esperimenti a favore non possono escludere che esistano situazioni in cui la teoria non si applica; per esempio abbiamo vissuto allegramente con la teoria gravitazionale newtoniana, anche se Einstein ci ha dimostrato che non è sempre valida
[2] per sincerarcene basta osservare come vengano usate tranquillamente teorie psicologiche e teorie della mente incompatibili, senza che abbiamo finora trovato una risposta definitiva sulla loro validità

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Per capire il mondo che cambia, cammina lungo i bordi delle strade

La continua osservazione di come le cose interagiscono tra loro va a comporre un’immagine (e quindi la comprensione) del mondo che cambia. La sfida, come sempre, è essere costanti.

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Cammina lungo i bordi delle strade, è lì che ti farai la migliore idea sul mondo che cambia.
È lungo l’interfaccia tra uomo e macchina, uomo e uomo, uomo e natura che si gioca la partita.

Cammina, osserva, annota

Prenditi una mezz’ora di tempo, esci di casa e cammina lungo i bordi delle strade. Osserva. Poi estrai il tuo taccuino tascabile a pagine bianche e prendi nota. Racconta quello che vedi e quello che pensi. Disegni, fiumi di parole, schemi, domande. Vai oltre i dettagli, annota tutto.

Vai oltre

Vai oltre il pacchetto di sigarette che trovi nascosto tra le erbacce lungo la strada. Guardagli attorno. Che cosa succede? Ok, qualcuno ha fatto il cattivone e l’ha buttato a terra invece che nel bidone dell’immondizia. E dopo, cosa è successo? Come hanno reagito le erbacce?

Vai oltre quella lunga fila di automobili con una sola persona per vettura. Guardagli attorno. Cosa succede? È vero, molte persone per recarsi al lavoro ancora utilizzano l’auto privata. Sono proprio degli irresponsabili. Tuttavia, qualcosa sta accadendo attorno a loro. Te ne rendi conto? Osserva. Come si comportano le persone dentro e attorno a quelle auto? Cosa pensano? Cosa dicono? Dove vanno?

Torna alla tua vita

A quel punto torna alla tua vita di tutti i giorni.

La prossima volta che senti parlare di questioni importanti (cambiamento climatico, crisi economica, immigrazione, scuola, finanza), ripensa a quello che hai visto mentre camminavi lungo i bordi delle strade. Parti da lì. Guarda da lì. Pensa da lì. E sopratutto rispondi da lì.

Lo sai perfettamente che quando fai così sei molto più sul pezzo. Stai rispondendo a ritmo. Ci sei. Non devi più ancorarti a teorie, basate su quello che starebbe accadendo dall’altra parte del mondo (e che non potrai mai verificare). Puoi rispondere a tono, in base alla tua esperienza, dal momento che tutti i giorni ti preoccupi di arricchirla di osservazioni e riflessioni.

Il giorno dopo, fallo di nuovo

Il giorno dopo trova di nuovo quella mezz’ora e cammina lungo i bordi delle strade. Comincerai presto a capire tante cose. Tuttavia, sappi che quello che dovrai curare non è tanto iniziare a capire, ma continuare a farlo.

Appena smetterai di camminare, infatti, smetterai di vedere; e appena smetterai di vedere, smetterai di pensare e di nuovo faticherai a capire.

E quando senti qualcuno parlare di cose importanti, domandati: “Da dove parla?”

Quando ti capita di ascoltare qualcuno che parla di temi importanti, fatti questa domanda: “Da dove parla?”.
Parla dal punto di vista di uno che cammina lungo i bordi delle strade o di uno che cammina nel mezzo di una strada? Non dovrai fare ricerche bibliografiche. Lo capirai subito.

Nel primo caso parlerà a ritmo con l’evolversi della realtà. Nel secondo sarà sempre fuori tempo: troppo in anticipo o troppo in ritardo, un visionario o un nostalgico.

L’ignoranza non è ammessa

Come sai, nel nostra Paese l’ignoranza non è ammessa.
La cosa mi ha sempre dato un po’ fastidio. Pensavo che fosse onere di chi fa le regole renderle note agli altri. Tuttavia nel tempo ho capito che questa norma ha un senso.

Alzarsi e recarsi tutti i giorni lungo i bordi delle strade per capire quali sono le regole di interazione tra le parti, è importante tanto quanto respirare. E nessuno può andare là sui bordi della strada al posto tuo.

Te ne renderai conto presto. Prima leggevi gli articoli degli “inviati” per capire. Tra un po’ sarai tu l’inviato più affidabile e aggiornato. Saranno i tuoi gli articoli che leggerai.

Osservo i contadini attraversare i confini

Quando cammino lungo i bordi delle strade di campagna vedo i contadini che solcano il confine tra terra coltivata e terra non coltivata. Con i loro grandi trattori tagliano il confine e, una volta entrati nel loro podere, se ne stanno lì a lavorare.
Ho l’impressione che non si rendano conto che la qualità del loro raccolto dipende molto più da quello che accade lungo l’interfaccia tra campi ed erbacce, piuttosto che da quello che accade nel campo stesso.

Si limitano a tenere basse le erbe che non capiscono con il taglia erba oppure a contenerle con il diserbante. E poi si rituffano nel loro campo a fare quello che hanno sempre fatto e non si accorgono che è sul confine che tutto inizia.
È lì che dovrebbe essere concentrata la loro attenzione. Purtroppo, dal momento che loro si concentrano sul loro campo, non gli rimane altro che adattarsi al cambiamento a cui non hanno voluto partecipare.

Viviamo sospesi tra due opzioni, con un sentiero in mezzo

Viviamo come sospesi tra due mondi: selvaggio e civilizzato, erbe ed erbacce, macchina e uomo. In questa prospettiva sembra che ci siano solo due possibilità di scelta: scegliere per chi tifare. Capitan America o Iron Man? (Spero tu abbia letto Civil War? Non mi dire che ancora pensi che la questione della giustizia sia una cosa da capire sui libri?).

C’è una terza via

Chi cammina lungo i bordi delle strade taglia il dilemma in due e decide di scegliere di s-battersi per far funzionare le due sponde assieme. Così come le proprietà dell’acqua sono più della somma delle proprietà di ossigeno e idrogeno.

Allora? Ci vediamo per strada?

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