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Stage: ti insegno e poi ti assumo (ma non è vero, capita solo 12 volte su 100)

Il 44% degli stagisti ha tra i 25 e i 34 anni, quasi il 15% supera i 40. Per loro, il futuro non si chiama lavoro ma stage. Cioè incerto e sottopagato.

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Quando ho capito che in Italia si assumono solo stagisti e apprendisti era tardi, circa l’una di notte. Ero appena rientrato da Milano, dove ormai da tre anni vivevo una storia d’amore che non si accontentava più dei fine settimana.

Deciso a trovare una soluzione alle esigenze di cuore, avevo aperto LinkedIn e mi ero messo a cercare qualche opportunità di lavoro in Lombardia; naturalmente, avevo già fatto il lutto del mio super salario svizzero, sicuro che non avrei mai potuto averne uno comparabile, nel Bel Pease. Ma non mi ero preparato allo shock di scoprire che la maggior parte delle posizioni disponibili era a livello di “entry level”. O apparentemente tali.

L’aspetto formativo

Ho sentito molte persone lamentarsi della qualità delle prestazioni di chi si affaccia sul mondo del lavoro. E qui va fatto subito un distinguo: ci sono gli stage curricolari, quelli cioè che fanno parte di un percorso di studi, e poi ci sono quelli extracurricolari, spesso proposti come anticamera dell’assunzione (in teoria).

Nel primo caso, siamo in una dimensione di apprendimento, tra l’altro ancora non consolidato: per molti studenti è la prima volta che si ritrovano in un contesto lavorativo e, sinceramente, ci sta che siano un po’ imbranati.

Il secondo caso, invece, è dove avvengono la maggior parte degli abusi.
La narrativa del “ti insegno il lavoro e poi ti assumo” è smentita dai dati: solo il 12% degli stagisti è assunto a seguito dello svolgimento di un periodo di stage nella stessa azienda con cui ha firmato il contratto.

Verrebbe da dire che solo i migliori vengono assunti, vero? Ma se la qualità è così scadente, perché solo lo 0,7% dei tirocini viene cessato su iniziativa del datore di lavoro? Il 70% abbondante arriva alla fine del periodo di orientamento (o “formazione”), mentre di solito è lo stagista che lascia, speriamo perché nel frattempo ha trovato un lavoro “vero”.

L’ampiezza del fenomeno

Considerando tutte le categorie di stagisti arriviamo a circa 1’000’000 di persone all’anno. Ma come fa notare la ricercatrice Rossana Cillo nel suo libro Nuove frontiere della precarietà del lavoro, mancano all’appello alcune decine di migliaia di stagisti, poiché non ci sono fonti e dati su alcune categorie di stage numericamente rilevanti, come “quelli curricolari attivati da studenti che frequentano master di I e II livello e corsi di formazione professionale, e i praticantati richiesti per poter sostenere l’esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio di alcune professioni”.

È inoltre diffusa la pratica, soprattutto nella Pubblica Amministrazione e nel terzo settore, di proporre tirocini volontari non retribuiti, senza un ente promotore e senza la stesura di un progetto formativo.

Il dato che ci interessa, tuttavia, è quello dei tirocini puramente extracurriculari, ovvero quelli più a rischi di sfruttamento e che rappresentano circa un terzo di quel milione di stagisti.

Nel 2012 erano 63’000, mentre il numero dei tirocini attivati nel 2017 è pari a circa 368’000.

Una progressione del 500% in cinque anni senza sostanziali cambiamenti nella normativa legale deve pur significare qualcosa. Non è un dato che possiamo trovare casuale. È lì, è grosso e grasso, e a mio avviso è la punta dell’iceberg di una cultura del lavoro che si sta avvelenando rapidamente e questo a svantaggio di tutti, lavoratori e datori di lavoro.

Più danni che vantaggi

Se all’inizio l’HR che c’è in me non ci vedeva nulla di male, col tempo, incontrando molte persone occupate in stage e leggendo sempre più annunci a loro dedicati, sono arrivato a una conclusione semplice: gli stagisti fanno male all’economia. Anzi, mi correggo: le aziende che assumono sistematicamente forza lavoro con contratti di tirocinio stanno distruggendo l’economia del Paese.

Ho parlato con diversi piccoli imprenditori che mi assicurano che non potrebbero fare altrimenti: lo stagista costa meno, macina lavoro e, soprattutto, contribuisce ad alleggerire il cuneo fiscale sull’azienda, grazie alle varie agevolazioni concesse.

È sicuramente vero.
Come è vero che incrementare l’impoverimento dei lavoratori, abbassando di conseguenza il loro potere di acquisto, non contribuisce a migliorare la salute dell’economia.

Non dovrebbe essere compito degli imprenditori trovare soluzioni al ribasso per far quadrare i conti: è una responsabilità dello Stato.

Manodopera a basso costo

Non nascondiamoci dietro a un dito: quando cade il movente formativo, lo stagista è semplicemente una risorsa che costa poco.
La politica, anche in questo caso, ha le sue responsabilità: con l’introduzione dell’equo compenso, il tirocinio è diventata la migliore scusa per erogare ai giovani un mini-salario senza investire un centesimo sulla parte degli obblighi formativi.

Addirittura, alcuni stage proposti dalle aziende sono doppioni di quelli curricolari, soprattutto nelle professioni sanitarie. Non c’è nessuna ragione empirica, a parte quella economica, per cui un datore di lavoro debba assumere come stagista un operatore socio-sanitario diplomato, oppure che ci siano farmacisti abilitati e qualificati all’esercizio della professione, addirittura già iscritti all’albo, a cui vengono proposti contratti di tirocinio.

Ho lavorato molti anni come HR di un ospedale svizzero: diverse persone disoccupate in Italia chiedevano di fare degli stage in ambiti qualificati; per regolamento interno, non accettavamo nessuno che avesse già una qualifica in quell’ambito. Ma legalmente avremmo potuto assumerli (anche se, nel caso dell’assunzione di stranieri, c’era un ulteriore filtro da passare rispetto al controllo statale contro il dumping salariale).

Ecco: dumping salariale. Alle nostre latitudini è un’espressione corrente ma si applica perfettamente anche alla realtà degli stage in Italia: si tratta di quel fenomeno che tende ad abbassare i salari generali, assumendo persone che sono disposte a lavorare per cifre molto inferiori rispetto al valore di mercato di quella professione.

E attenzione: è un circolo vizioso, perché più il fenomeno del dumping salariale si consolida, e più forte sarà nel tempo l’erosione del salario medio. Un RAL annuale di 30’000 Euro, dopo 10 anni di stagisti a rimborso spese, sarà proposto senza vergogna a 23’000.

Un caso tipicamente italiano

L’Italia è al primo posto in Europa nella classifica dei cosiddetti NEET, l’acronimo inglese che indica i giovani tra i 20 e i 34 anni che non studiano E non lavorano (quelli che vedete in giro col cinquantino a gironzolare intorno al bar del villaggio a ogni ora del giorno, per intenderci). Erano il 26% nel 2016. Un ragazzo su quattro.

Per trovare una soluzione a questo fenomeno, sono stati iniettati diversi miliardi nel progetto Garanzia Giovani, il programma europeo di inserimento nel mondo del lavoro per i giovani che non sono impegnati in un’attività lavorativa, né inseriti in un percorso scolastico o formativo (i NEET, appunto).
Il programma comprende politiche attive di orientamento, istruzione e formazione, nonché l’inserimento al lavoro.

Il 54% dei ragazzi italiani che beneficiano di questo percorso approda a un tirocinio, contro una media europea del 13%. Vedete che quando affermo che gli stage sono una prerogativa (leggi: un problema) italiano non vado a naso.

Meglio uno stage che un calcio nelle gengive, verrebbe da dire? No, perché lo scarpone che colpisce i denti dell’economia (e del futuro di questi ragazzi) è proprio lo strumento del tirocinio. Infatti nel biennio 2014-15, la media europea di chi ha trovato lavoro grazie a Garanzia Giovani è dell’80%, con picchi del 90% in Francia. L’Italia rimane fanalino di coda con il 31%, lontanissima dalla penultima Irlanda, che riesce comunque a fare due volte meglio, con il 64% di proposte contrattuali.

A occhio e croce, 40% delle assunzioni potenziali sono quindi cannibalizzate da percorsi di tirocinio a bassa retribuzione e a zero garanzie.

Una soluzione alla burocrazia?

Una campana interessante che ho sentito rispetto a problematiche di questo genere è che lo stage rappresenta un’alternativa conveniente al regime dei contratti a tempo determinato. La ragione è semplice: la normativa legale è troppo restrittiva e lo è diventata ancor di più dalla ratifica del Decreto Dignità del ministro Di Maio. Come a dire che la strada per l’inferno è spesso lastricata di buone intenzioni.

A parte il fatto che, di nuovo, i lavoratori pagano lo scotto di qualcosa che non funziona a causa del sistema, mi sento tranquillo nel ribadire che anche questa è solo una scusa. Infatti, il contratto a tempo determinato rimane la forma contrattuale prevalente in Italia e si attesta al 70% del totale delle attivazioni del 2017.

A titolo indicativo, in Svizzera la percentuale dei contratti a durata determinata è dell’8%. E la cosa che mi fa sorridere è che altri indicatori di “stabilità”, come ad esempio il fatto di essere proprietari di una casa, sono invertiti: in Italia, 30% delle persone sono in affitto, contro il 70% in Svizzera. Eppure in Italia, se crediamo alle statistiche, abbiamo un numero molto maggiore di precari, che in teoria la casa non dovrebbero proprio pensarci a comprarsela.

Qualche esempio pratico

La ragione principale per cui ho deciso di trattare questo argomento è che, a mio avviso, bisogna prendere coscienza che c’è qualcosa che non va.
Quando viviamo in un mondo disfunzionale, ragioniamo in modo altrettanto disfunzionale. È quindi necessario fermarsi, fare un passo indietro, o fuori dalla situazione, e guardarla con distacco. Le statistiche servono a questo, ma sappiamo che anche ai dati si può far dire quello che si vuole.

Il modo migliore per fare un “reality check” è quello di confrontarsi con annunci veri, che ho raccolto nella prima settimana di ottobre 2018 su LinkedIn. Non si tratta di mettere alla berlina nessuno, ma semplicemente di constatare il fenomeno.

(Nota: Gli annunci erano presenti sulla piattaforma LinkedIn, nella sezione Jobs, e consultabili liberamente. sulla base della ricerca “stagista” in località “Milano, Italia”, in data 7 ottobre 2018. Rimane naturalmente riservato l’eventuale diritto di replica dei diretti interessati.)

Case study 1: Studio Odontoiatrico di Milano

Iniziamo con uno Studio Odontoiatrico di Milano, di cui non è citato il nome, che cerca un(a) stagista assistente alla poltrona. Nell’annuncio si sottolinea che la posizione è aperta ad ambo i sessi e questo è ben indicato anche nella scelta dell’articolo declinato sia al femminile e al maschile. Possiamo quindi presupporre che ci sia attenzione al quadro legale.

Al mio occhio di HR navigato questo mi sembra il mansionario di un’assistente alla poltrona diplomato (soprattutto per gli aspetti legati all’igiene, come la sterilizzazione dello stumentario). Non si fa riferimento a un quadro formativo, a un accompagnamento, a un eventuale sbocco professionale futuro. Qui si cerca semplicemente manodopera a basso costo. Punto.

Case study 2: Generali

Un grosso gruppo, sicuramente, con le risorse e la struttura adeguata per accogliere persone in formazione.
La ricerca riguarda uno/a stagista da inserire all’interno della Direzione Pianificazione e Controllo, con riporto diretto al responsabile del servizio. Si presuppone che questo manager si occuperà anche della formazione del tirocinante? Non viene precisato.

Le mansioni sono tipicamente impiegatizie, ma certo che in Italia gli stagisti, molto probabilmente al primo impiego, ne sanno fare di cose. Vediamo qual è il profilo ricercato: una laurea in materie economiche, le solite ottime conoscenze di Office e in particolare conoscenza avanzata di Excel, team working, problem solving e… ecco che casca l’asino: “costituiranno titolo preferenziale per i candidati eventuali pregresse esperienze lavorative in ambito Pianificazione e Controllo e/o Contabilità”.

Non so voi, ma io la sola differenza che vedo tra un collaboratore e un stagista, in questo caso, è il salario. Non è inoltre fatta menzione di nessun programma formativo e/o di inserimento.

Case study 3: Protiviti

Da un “gruppo multinazionale di consulenza direzionale, specializzato nel creare valore attraverso la capacità di analizzare e gestire il rischio e la nostra visione della Governance Aziendale” mi aspetto assunzioni di specialisti di alto livello.

Vediamo un po’… interessanti due cose: la parola “potenziamento”, che lascia intendere che la persona è ad organico, quindi una risorsa supplementare, non un inserimento formativo; e poi il titolo “HR Generalist”, perché, diciamocelo, è quello il vero titolo della posizione, non “stagista”. La lista delle mansioni, inoltre, è in tutto e per tutto quella di una persona che si occupa di amministrazione del personale.

Case Study 4: Orienta

Andiamo a lavare i panni sporchi in casa HR.
Orienta di Arcore per un suo cliente cerca:

E qui risparmio ogni commento, a parte indicare che si tratta di uno screenshot dell’annuncio originale e quindi gli errori di battitura non sono miei…

Case Study 5: Adecco

Dai, andiamo dai leader di mercato.
Adecco è una multinazionale svizzera, da cui mi aspetto comportamenti al di sopra degli standard etici, anche perché è la “più importante piattaforma multibrand di consulenza e soluzioni HR per il mondo del lavoro che comprende servizi di ricerca e selezione, formazione, consulenza organizzativa, head hunting, somministrazione di lavoro a tempo determinato e indeterminato, soluzioni in outsourcing e outplacement”. Non sono gli ultimi arrivati.

Bene, la filiale di Binasco sta cercando una persona che si occuperà di “attività di reclutamento e selezione del personale”.

A parte la laurea e delle buone doti relazionali si specifica che non è richiesta nessuna esperienza pregressa. Bene, mi sembra un buon inizio. Inoltre non si parla di “Stagista” nel titolo.

Vediamo le mansioni: la maggior parte sono attività tipiche di segretariato. La parte di screening di CV e quella dei colloqui, invece, mi inquieta a priori: non le farei fare a cuor leggero neanche a una specialista HR con due anni di esperienza figuriamoci a… uno stagista, sì, perché l’ultimo paragrafo è dedicato alle condizioni contrattuali, su cui Adecco, devo dire, mostra la massima trasparenza.
Ma vogliamo commentare quel rimborso spese? Per una persona che verosimilmente avrà in mano il destino di altre persone in cerca di lavoro?

Case study 6: My Taxi

MyTaxi a Milano se la gioca internazionale e pubblica in inglese l’annuncio per un “Driver Services Intern”, della durata di 6 mesi.

I paradossi cominciano già alla seconda riga: “You will be responsible for the acquisition, training and motivation of the mytaxi taxi fleet in Milan”. Quindi stanno cercando uno stagista (“intern”) che sarà responsabile dell’acquisizione, della formazione e della motivazione dei taxisti? Wow. Dici niente.

Tra le varie responsabilità, annoveriamo: “Gestione del processo di CRM per i taxisti; il consolidamento di una forte rete locale per facilitare le cooperazioni e rappresentare MyTaxi agli influencer autoctoni per creare un buona reputazione al marchio su Milano; contribuire in modo significativo al coordinamento, alla ricerca, all’organizzazione e all’esecuzione delle attività o delle promozioni del dipartimento; dare forma e migliorare i processi di vendita sulla base degli input del mercato. Mi ripeto, posso? Wow, dici niente!

Una questione di classe

Questi erano alcuni annunci che ho trovato nel giro di pochi minuti con una ricerca semplice su LinkedIn.

A onor del vero, ho letto anche qualche caso virtuoso, o per lo meno espresso in maniera più consona, come ad esempio Bershka, che cita anche l’accompagnamento di personale esperto: “L’obiettivo dello stage è trasmettere al tirocinante le tecniche espositive specifiche del fashion retail, sviluppando le sue competenze in materia di visual merchandising e le sue capacità creative.”

Pure Manpower mette l’accento sulla presenza di personale con esperienza che affiancherà gli stagisti.
Che sia vero o no, per lo meno è la prova di una sensibilità all’argomento, che invece i casi citati sembrano non avere.

E perché questo? Perché siamo assuefatti a questo modo di ragionare.
Lo stage è diventato il punto di entrata obbligato nel mondo del lavoro per cui ci rassegniamo e non ce la prendiamo neppure più.

Nel medio termine, questa “abitudine” potrebbe avere in risvolto inatteso: ristabilire le differenze di classe. Se lo stage è un pre-requisito necessario per entrare nel mondo del lavoro, e sembra moltiplicarsi al punto che il primo contratto arriva solo dopo 2-3 cicli di stage, questo significa che si viene a creare una barriera tra chi può permettersi di aspettare e chi invece deve lavorare subito.

Quindi i giovani provenienti da famiglie più modeste tenderanno a cercare lavori più “umili” in cui la soglia di entrata è meno dispendiosa. L’implicazione è che i salari elevati e i profili di carriera che portano a questo tipo di profilo saranno riservati a chi ha possibilità di sostentamento che vanno ben al di là del rimborso spese da stagista, magari in una grande città in cui la persona ha dovuto emigrare alla ricerca di uno stage.

A questo punto è forse utile precisare che sono stato stagista anch’io. Ho fatto sia stage retribuiti che non. Ma questo a inizio carriera, in un momento della mia vita in cui effettivamente dovevo imparare un mestiere. E l’ho fatto con grande entusiasmo e sono ancora riconoscente alle persone che mi hanno dato quell’occasione.

Non intendo demonizzare lo stage in sé.
Ma sono convinto che vada stigmatizzato, una volta per tutte, l’utilizzo eccessivo che se ne fa in Italia.

È ora di dirlo forte e chiaro, sia alle aziende che alla classe politica: basta esagerare.

Una generazione di vecchi stagisti

Nonostante la quantità di denaro investita dallo Stato per sostenere le assunzioni, la probabilità di essere assunti dopo uno stage extracurriculare non è cambiata negli ultimi tre anni. Ciononostante, La Repubblica degli Stagisti, fa notare che si può dire però che è migliorata la qualità dei contratti che vengono offerti agli ex stagisti.

Gli incentivi economici hanno fatto aumentare le assunzioni

“Il combinato disposto della nuova disciplina dei contratti a tempo indeterminato, gli incentivi economici previsti dalla Finanziaria 2015 e dal programma Garanzia Giovani”, scrive la sua fondatrice Eleonora Voltolina, “hanno fatto aumentare le assunzioni post stage a tempo indeterminato e ridotto la quota di contratti precari.

È pur vero che Le grandi aziende attive nelle telecomunicazioni, nei servizi informatici, nella consulenza, così come la farmaceutica e l’industria petrol-chimica utilizzano spesso lo stage come mezzo di pre-selezione, come se fosse un periodo di prova.

Ma altri settori dell’economia, in particolare quelli stanno sperimentando le maggiori pressioni a livello di mercato del lavoro, tipicamente la sanità, l’assistenza sociale, l’istruzione e i servizi formativi privati, hanno la tendenza a supplire alle carenze di personale con stagisti a costo zero (o quasi).

Questo sistema che a primo acchito fa risparmiare soldi alle aziende, sia sotto forma di salari bassi che di agevolazioni fiscali, sta minando alla base l’intera società: il 44% degli stagisti ha tra i 25 e i 34 anni.

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Ma di cosa stiamo parlando? Quella è l’età in cui la carriera dovrebbe essere già avviata. Questo dato è sintomo che c’è un collo di bottiglia economico, una gabbia professionale, insomma: è sintomo di qualcosa che non va.

A questo si aggiungono il 14,4% degli stagisti che ha più di 45 anni. Le disabilità, le esperienze di recupero sociale o di ri-orientamento professionale non giustificano un dato tanto elevato.

Insomma, siamo arrivati al punto che quando chiederai “Ciao bella bimba, dimmi: cosa vuoi fare da grande?” questa ti risponderà “La stagista, come il papà”.


Nota: Ove non citati, i dati sono da attribuirsi al Rapporto Annuale 2018 del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali

HR | Digital Transformation | Change Management | Co-Founder Purple&People. Negli ultimi 15 anni ha rivestito ruoli manageriali nell’ambito delle risorse umane, a 360°, lavorando in grandi aziende americane, in multinazionali francesi e in organizzazioni parastatali svizzere. Il suo focus personale si concentra soprattutto sulla digital transformation, la gestione del cambiamento, le relazioni con gli stakeholders e lo sviluppo dei talenti. Ha il pallino per le questioni di genere e il diversity management, con una fastidiosa tendenza a voler sperimentare in prima persona le innovazioni e i modelli organizzativi radicali.

Crescere

La ragione di vivere non sempre si trova (e neanche si deve cercare)

La vita è tutta una ricerca, nella speranza di trovare la nostra vera vocazione. Ma la ragione per alzarci al mattino, spesso, non la si trova: bisogna coltivarla.

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Ikigai: coltivare la propria ragione di vivere

“A parte la sveglia, che cos’è che ti fa alzare la mattina?”

Questa domanda di solito fa sorridere le persone.

Alcune, dopo aver sorriso, hanno uno sguardo un po’ preoccupato.

Alcune chiedono di specificare meglio la domanda.

Altre, invece, la domanda l’hanno compresa benissimo.

Adesso hanno solo il timore di non avere una risposta che sia la loro vera risposta.

Quello che ci fa alzare la mattina

Negli ultimi anni, si sono scritti diversi libri e articoli sul tema dell’Ikigai. La parola proviene dai vocaboli giapponesi “iki” (vivere) e “gai” (ragione, scopo). Pertanto, questo concetto può essere tradotto come “ragione di vita”.

In un unico termine, gli abitanti della terra del Sol Levante esprimono diversi significati che possono essere “indossati” a seconda delle nostre condizioni interpretative.

Possiamo sentire l’Ikigai come il motivo basilare per cui ci alziamo tutte le mattine (sveglia elettronica esclusa). Oppure quello che vogliamo realizzare con il nostro tempo (il tempo che definiamo “libero”). Magari è l’insieme delle nostre passioni più autentiche o è la nostra vocazione più vera. Per qualcuno potrebbe essere il modo con cui contribuisce a migliorare l’ambiente in cui vive.

Un territorio molto impegnativo

Personalmente, riguardo all’Ikigai, tendo a suddividere le persone in cinque categorie.

  1. Quelli che hanno compreso cosa sia (risposta personale, non “giusta”)
  2. Quelli che hanno compreso cosa sia e stanno cercando di farlo germogliare
  3. Quelli che non hanno compreso cosa sia
  4. Quelli che non hanno tempo per pensarci
  5. Quelli che non ne hanno mai sentito parlare

L’Ikigai è un “territorio” molto impegnativo per l’uomo e la donna occidentali (che siamo noi).

Lo è perché, se ci entriamo dentro, pone delle domande ostiche. Ci mette in contatto con quesiti personali che solitamente non sono né leggeri, né volatili, né banali. Sono solo terribilmente rari. Ci mette cioè sulla frequenza di quello che potremmo definire un nostro senso esistenziale.

Forse neanche ce ne accorgiamo, ma siamo abituati ogni giorno a stringere, produrre, correre, obbedire, fatturare, presenziare, non deludere, garantire, rimanere composti, rimanere fedeli, ammaliare, accondiscendere, sorvolare, cercare consenso, ecc. (verbi caratteristici di un certo modus vivendi).

Una ragione per vivere

Come direbbe un politico italiano (o un comico che lo imita), non possiamo mica star qui a “pettinar le bambole”. Cioè, in qualche modo, bisogna andare al punto.

E con una ricerca specifica sull’Ikigai, l’Università di Sendai (Giappone) è andata al punto. Lo ha fatto approfondendo le credenze sociali e gli stili di vita relativi a questo tema, oltre ai risvolti effettivi sulle persone che hanno compreso l’Ikigai nella loro vita.

Dai risultati emerge che le persone con un consapevole senso di Ikigai sentono la pienezza del presente: quella che rende ogni istante prezioso e che dà la sensazione di avere uno scopo (che è qualcosa di diverso di un semplice obiettivo da raggiungere).

I ricercatori hanno dedotto che questo senso non rifletta semplicemente fattori psicologici individuali (quali benessere, speranza, fiducia), ma anche la consapevolezza individuale delle motivazioni per cui si vive. Il suo significato ha a che vedere con l’avere uno scopo o una ragione per vivere.

Oltre questa benedetta felicità

Secondo questa filosofia, tutti possiedono un proprio Ikigai. Però non sempre si riesce a scoprirlo, perché è necessaria una ricerca profonda che implica un viaggio introspettivo.

E i viaggi introspettivi costano un sacco, giusto? Non denaro, forse, ma una fatica e un rischio di “pericoloso risveglio” capace di far tremare le gambe.

Nella dimensione dell’Ikigai non si tratta quindi di trovare “questa benedetta felicità” (parola che citiamo spesso, talvolta senza sapere di cosa stiamo parlando).

Si tratta più che altro di scoprire invece ciò che ci fa stare bene e che ci appassiona, soprattutto sul lungo periodo.

Volevamo trovare, ma c’è da coltivare

Fin da bambino, mi hanno raccontato le storie di pirati che trovano il tesoro, di principesse che trovano ranocchi (e a volte prìncipi), di uomini che trovano lampade speciali nelle grotte, di ragazzetti che trovano spade nelle rocce, di astronauti che trovano pianeti sconosciuti nell’Universo.

Nella mia infanzia, tutto quello che ancora non c’era… andava trovato. Perché era il fisiologico risultato della ricerca.

L’Ikigai invece no. La brutta notizia, a questo punto del post, è che non c’è uno scopo da trovare.

Ken Mogi, studioso giapponese che ha scritto Il piccolo libro dell’Ikigai, ritiene che non sia qualcosa da trovare, quanto piuttosto qualcosa che possa essere svelato. Da chi? Da chi decide di coltivare una pianta, che ha una ragione per vivere.

Come sempre, per “scrivere racconti nuovi”, potremmo cominciare con delle domande. In questo caso, tre semplici domande. A noi stessi.

  1. Quali sono le cose che hanno per me maggior valore?

  2. Come mi piace utilizzare le prime ore del mattino, dopo essermi svegliato?

  3. Da quali attività ricavo con naturalezza il massimo piacere?

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Crescere

Tra percezione e reazione: l’equilibrio della forza grande

Il Tai Ji Quan insegna che se vuoi spingere il tuo avversario lontano devi lasciare che il suo peso entri dentro di te. La forza grande nasce nell’equilibrio tra la percezione dell’altro e ciò che ci porta a reagire.

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La curiosità: la forza grande del Tao

Che cos’è la forza “grande”?

Il Tai Ji Quan insegna che se vuoi spingere il tuo avversario lontano devi lasciare che il suo peso entri dentro di te. E tanto più lascerai che questo accada, tanto più sentirai in te la forza aumentare.
Questa parabola crescerà fino al punto in cui ti sentirai in bilico: se tu lo facessi entrare un pizzico in più, non avresti più la forza di respingerlo. Ed è esattamente quello il momento di (re)agire: ti ritroverai a sviluppare una forza “grande” in quanto somma della sua forza dentro di te e della tua forza su di lui. Avrai realizzato il Tao: il bianco dentro il nero e il nero dentro il bianco.

Percepire e reagire: questa è la via della forza “grande”, del Tao supremo

Così, chi non si esercita nella capacità di percepire, non sviluppa la capacità di reagire; chi non si esercita nella capacità di reagire, non sviluppa la capacità di percepire.

Se lasci che l’altro avanzi troppo verso e dentro di te, non avrai più la forza di respingerlo; se non lo lasci entrare abbastanza, non avrai la forza di raggiungerlo.

La forza dunque nasce dalla capacità di lasciare entrare gli altri dentro di noi, piuttosto che da quella di entrare noi dentro gli altri.
Al tempo stesso la forza trova compimento nella capacità di reagire quando l’interazione con l’altro si sta per trasformare in prevaricazione. Chi vuole esercitare la sua forza sugli altri deve innanzitutto imparare a gestire il contatto con gli altri.

I grandi maestri di Tai ji Quan riescono talvolta ad esercitare la loro forza sugli altri anche senza avere con essi un contatto diretto. Come si spiega tutto questo, si domandano in molti? In loro infatti non sembra esserci alcun contatto con l’avversario. La forza sembra sorgere da loro e da loro soltanto!

Chi li osserva attentamente sa bene come sciogliere questo dilemma. Il contatto in realtà c’è! Semplicemente non avviene per il tramite del tatto, ma attraverso altri sensi, come l’udito, la vista e in qualche modo l’olfatto. Così l’ingresso dell’altro in noi stessi può avvenire anche in forma di informazioni sensoriali non tattili: una percezione a distanza.

Qual è dunque il più grande talento di un essere umano capace di una forza “grande”? La risposta è semplice, ma per nulla scontata.

È la curiosità, la virtù degli uomini e delle donne capaci di una forza “grande”

A questo punto allora la domanda diventa un’altra: qual è la qualità necessaria per essere curiosi e di conseguenza forti? Lao Tzu, nel suo mitico Tao Te Ching, dice:

Chi conosce gli altri è sapiente,
chi conosce se stesso è illuminato.
Chi vince gli altri è potente,
chi vince se stesso è forte.

Sapienza e illuminazione, come una costante oscillazione tra sé e gli altri, tra gli altri e sé, questa è la curiosità che rende potenti e forti. Chi esplora solo se stesso o solo gli altri sarà sempre debole. È l’interazione che sprigiona la forza “grande”!

Quando percorriamo la via della solitudine e dell’isolamento, siamo come un fiore che si rifiuta di fiorire: non emana nessun profumo, non sprigiona nessun colore. Se ci avviamo lungo le vie del mondo e ci concediamo di imbatterci in altri esseri viventi umani e non umani, allora, presto o tardi, gli urti e le carezze della vita ci faranno sbocciare e le nostre potenzialità diventeranno le nostre azioni, le nostre azioni ripetute nel tempo le nostre virtù.

Chi rifiuta gli schiaffi della vita, si rammollisce;
chi rifiuta le carezze, si irrigidisce 

Spesso si sente dire che il vuoto sarebbe la premessa del pieno, il disinteresse la premessa per la curiosità, il distacco la premessa del contatto. Solo chi è vuoto, infatti, può far entrare un pieno. Penso che questo sia vero, ma solo fino ad un certo punto.

Negli anni ho cercato il vuoto più e più volte, ma più l’ho cercato, meno l’ho trovato.
Ho incontrato decine di persone che dopo anni di dedizione al vuoto interiore, hanno perso l’equilibrio, frustrati da un pieno che non arriva mai.

Quello che fa la differenza tra la via del Tao e della forza “grande” e la via del vuoto è… la pratica.
La forza grande è il frutto della pratica e mai del sacrificio. La ripetizione quotidiana dell’esercizio della curiosità, questa è la strada sicura. Osservare, ascoltare, sentire: tutto.

Di nuovo Lao Tzu dice:

Per raggiungere la conoscenza
aggiungi qualcosa ogni giorno.
Per conquistare la saggezza
togli qualcosa ogni giorno.

Spesso si ritiene che conoscenza e saggezza siano due qualità che si escludono a vicenda: antitetiche, come il professore e il saggio della famosa storia Zen. Quello che ho potuto sperimentare e sperimento quotidianamente è diverso: conoscenza e saggezza si alimentano reciprocamente.

La via della forza “grande” è la via dell’integrazione.

 

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