Connect with us

In primo piano

Stage: ti insegno e poi ti assumo (ma non è vero, capita solo 12 volte su 100)

Il 44% degli stagisti ha tra i 25 e i 34 anni, quasi il 15% supera i 40. Per loro, il futuro non si chiama lavoro ma stage. Cioè incerto e sottopagato.

Pubblicato

il

Quando ho capito che in Italia si assumono solo stagisti e apprendisti era tardi, circa l’una di notte. Ero appena rientrato da Milano, dove ormai da tre anni vivevo una storia d’amore che non si accontentava più dei fine settimana.

Deciso a trovare una soluzione alle esigenze di cuore, avevo aperto LinkedIn e mi ero messo a cercare qualche opportunità di lavoro in Lombardia; naturalmente, avevo già fatto il lutto del mio super salario svizzero, sicuro che non avrei mai potuto averne uno comparabile, nel Bel Pease. Ma non mi ero preparato allo shock di scoprire che la maggior parte delle posizioni disponibili era a livello di “entry level”. O apparentemente tali.

L’aspetto formativo

Ho sentito molte persone lamentarsi della qualità delle prestazioni di chi si affaccia sul mondo del lavoro. E qui va fatto subito un distinguo: ci sono gli stage curricolari, quelli cioè che fanno parte di un percorso di studi, e poi ci sono quelli extracurricolari, spesso proposti come anticamera dell’assunzione (in teoria).

Nel primo caso, siamo in una dimensione di apprendimento, tra l’altro ancora non consolidato: per molti studenti è la prima volta che si ritrovano in un contesto lavorativo e, sinceramente, ci sta che siano un po’ imbranati.

Il secondo caso, invece, è dove avvengono la maggior parte degli abusi.
La narrativa del “ti insegno il lavoro e poi ti assumo” è smentita dai dati: solo il 12% degli stagisti è assunto a seguito dello svolgimento di un periodo di stage nella stessa azienda con cui ha firmato il contratto.

Verrebbe da dire che solo i migliori vengono assunti, vero? Ma se la qualità è così scadente, perché solo lo 0,7% dei tirocini viene cessato su iniziativa del datore di lavoro? Il 70% abbondante arriva alla fine del periodo di orientamento (o “formazione”), mentre di solito è lo stagista che lascia, speriamo perché nel frattempo ha trovato un lavoro “vero”.

L’ampiezza del fenomeno

Considerando tutte le categorie di stagisti arriviamo a circa 1’000’000 di persone all’anno. Ma come fa notare la ricercatrice Rossana Cillo nel suo libro Nuove frontiere della precarietà del lavoro, mancano all’appello alcune decine di migliaia di stagisti, poiché non ci sono fonti e dati su alcune categorie di stage numericamente rilevanti, come “quelli curricolari attivati da studenti che frequentano master di I e II livello e corsi di formazione professionale, e i praticantati richiesti per poter sostenere l’esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio di alcune professioni”.

È inoltre diffusa la pratica, soprattutto nella Pubblica Amministrazione e nel terzo settore, di proporre tirocini volontari non retribuiti, senza un ente promotore e senza la stesura di un progetto formativo.

Il dato che ci interessa, tuttavia, è quello dei tirocini puramente extracurriculari, ovvero quelli più a rischi di sfruttamento e che rappresentano circa un terzo di quel milione di stagisti.

Nel 2012 erano 63’000, mentre il numero dei tirocini attivati nel 2017 è pari a circa 368’000.

Una progressione del 500% in cinque anni senza sostanziali cambiamenti nella normativa legale deve pur significare qualcosa. Non è un dato che possiamo trovare casuale. È lì, è grosso e grasso, e a mio avviso è la punta dell’iceberg di una cultura del lavoro che si sta avvelenando rapidamente e questo a svantaggio di tutti, lavoratori e datori di lavoro.

Più danni che vantaggi

Se all’inizio l’HR che c’è in me non ci vedeva nulla di male, col tempo, incontrando molte persone occupate in stage e leggendo sempre più annunci a loro dedicati, sono arrivato a una conclusione semplice: gli stagisti fanno male all’economia. Anzi, mi correggo: le aziende che assumono sistematicamente forza lavoro con contratti di tirocinio stanno distruggendo l’economia del Paese.

Ho parlato con diversi piccoli imprenditori che mi assicurano che non potrebbero fare altrimenti: lo stagista costa meno, macina lavoro e, soprattutto, contribuisce ad alleggerire il cuneo fiscale sull’azienda, grazie alle varie agevolazioni concesse.

È sicuramente vero.
Come è vero che incrementare l’impoverimento dei lavoratori, abbassando di conseguenza il loro potere di acquisto, non contribuisce a migliorare la salute dell’economia.

Non dovrebbe essere compito degli imprenditori trovare soluzioni al ribasso per far quadrare i conti: è una responsabilità dello Stato.

Manodopera a basso costo

Non nascondiamoci dietro a un dito: quando cade il movente formativo, lo stagista è semplicemente una risorsa che costa poco.
La politica, anche in questo caso, ha le sue responsabilità: con l’introduzione dell’equo compenso, il tirocinio è diventata la migliore scusa per erogare ai giovani un mini-salario senza investire un centesimo sulla parte degli obblighi formativi.

Addirittura, alcuni stage proposti dalle aziende sono doppioni di quelli curricolari, soprattutto nelle professioni sanitarie. Non c’è nessuna ragione empirica, a parte quella economica, per cui un datore di lavoro debba assumere come stagista un operatore socio-sanitario diplomato, oppure che ci siano farmacisti abilitati e qualificati all’esercizio della professione, addirittura già iscritti all’albo, a cui vengono proposti contratti di tirocinio.

Ho lavorato molti anni come HR di un ospedale svizzero: diverse persone disoccupate in Italia chiedevano di fare degli stage in ambiti qualificati; per regolamento interno, non accettavamo nessuno che avesse già una qualifica in quell’ambito. Ma legalmente avremmo potuto assumerli (anche se, nel caso dell’assunzione di stranieri, c’era un ulteriore filtro da passare rispetto al controllo statale contro il dumping salariale).

Ecco: dumping salariale. Alle nostre latitudini è un’espressione corrente ma si applica perfettamente anche alla realtà degli stage in Italia: si tratta di quel fenomeno che tende ad abbassare i salari generali, assumendo persone che sono disposte a lavorare per cifre molto inferiori rispetto al valore di mercato di quella professione.

E attenzione: è un circolo vizioso, perché più il fenomeno del dumping salariale si consolida, e più forte sarà nel tempo l’erosione del salario medio. Un RAL annuale di 30’000 Euro, dopo 10 anni di stagisti a rimborso spese, sarà proposto senza vergogna a 23’000.

Un caso tipicamente italiano

L’Italia è al primo posto in Europa nella classifica dei cosiddetti NEET, l’acronimo inglese che indica i giovani tra i 20 e i 34 anni che non studiano E non lavorano (quelli che vedete in giro col cinquantino a gironzolare intorno al bar del villaggio a ogni ora del giorno, per intenderci). Erano il 26% nel 2016. Un ragazzo su quattro.

Per trovare una soluzione a questo fenomeno, sono stati iniettati diversi miliardi nel progetto Garanzia Giovani, il programma europeo di inserimento nel mondo del lavoro per i giovani che non sono impegnati in un’attività lavorativa, né inseriti in un percorso scolastico o formativo (i NEET, appunto).
Il programma comprende politiche attive di orientamento, istruzione e formazione, nonché l’inserimento al lavoro.

Il 54% dei ragazzi italiani che beneficiano di questo percorso approda a un tirocinio, contro una media europea del 13%. Vedete che quando affermo che gli stage sono una prerogativa (leggi: un problema) italiano non vado a naso.

Meglio uno stage che un calcio nelle gengive, verrebbe da dire? No, perché lo scarpone che colpisce i denti dell’economia (e del futuro di questi ragazzi) è proprio lo strumento del tirocinio. Infatti nel biennio 2014-15, la media europea di chi ha trovato lavoro grazie a Garanzia Giovani è dell’80%, con picchi del 90% in Francia. L’Italia rimane fanalino di coda con il 31%, lontanissima dalla penultima Irlanda, che riesce comunque a fare due volte meglio, con il 64% di proposte contrattuali.

A occhio e croce, 40% delle assunzioni potenziali sono quindi cannibalizzate da percorsi di tirocinio a bassa retribuzione e a zero garanzie.

Una soluzione alla burocrazia?

Una campana interessante che ho sentito rispetto a problematiche di questo genere è che lo stage rappresenta un’alternativa conveniente al regime dei contratti a tempo determinato. La ragione è semplice: la normativa legale è troppo restrittiva e lo è diventata ancor di più dalla ratifica del Decreto Dignità del ministro Di Maio. Come a dire che la strada per l’inferno è spesso lastricata di buone intenzioni.

A parte il fatto che, di nuovo, i lavoratori pagano lo scotto di qualcosa che non funziona a causa del sistema, mi sento tranquillo nel ribadire che anche questa è solo una scusa. Infatti, il contratto a tempo determinato rimane la forma contrattuale prevalente in Italia e si attesta al 70% del totale delle attivazioni del 2017.

A titolo indicativo, in Svizzera la percentuale dei contratti a durata determinata è dell’8%. E la cosa che mi fa sorridere è che altri indicatori di “stabilità”, come ad esempio il fatto di essere proprietari di una casa, sono invertiti: in Italia, 30% delle persone sono in affitto, contro il 70% in Svizzera. Eppure in Italia, se crediamo alle statistiche, abbiamo un numero molto maggiore di precari, che in teoria la casa non dovrebbero proprio pensarci a comprarsela.

Qualche esempio pratico

La ragione principale per cui ho deciso di trattare questo argomento è che, a mio avviso, bisogna prendere coscienza che c’è qualcosa che non va.
Quando viviamo in un mondo disfunzionale, ragioniamo in modo altrettanto disfunzionale. È quindi necessario fermarsi, fare un passo indietro, o fuori dalla situazione, e guardarla con distacco. Le statistiche servono a questo, ma sappiamo che anche ai dati si può far dire quello che si vuole.

Il modo migliore per fare un “reality check” è quello di confrontarsi con annunci veri, che ho raccolto nella prima settimana di ottobre 2018 su LinkedIn. Non si tratta di mettere alla berlina nessuno, ma semplicemente di constatare il fenomeno.

(Nota: Gli annunci erano presenti sulla piattaforma LinkedIn, nella sezione Jobs, e consultabili liberamente. sulla base della ricerca “stagista” in località “Milano, Italia”, in data 7 ottobre 2018. Rimane naturalmente riservato l’eventuale diritto di replica dei diretti interessati.)

Case study 1: Studio Odontoiatrico di Milano

Iniziamo con uno Studio Odontoiatrico di Milano, di cui non è citato il nome, che cerca un(a) stagista assistente alla poltrona. Nell’annuncio si sottolinea che la posizione è aperta ad ambo i sessi e questo è ben indicato anche nella scelta dell’articolo declinato sia al femminile e al maschile. Possiamo quindi presupporre che ci sia attenzione al quadro legale.

Al mio occhio di HR navigato questo mi sembra il mansionario di un’assistente alla poltrona diplomato (soprattutto per gli aspetti legati all’igiene, come la sterilizzazione dello stumentario). Non si fa riferimento a un quadro formativo, a un accompagnamento, a un eventuale sbocco professionale futuro. Qui si cerca semplicemente manodopera a basso costo. Punto.

Case study 2: Generali

Un grosso gruppo, sicuramente, con le risorse e la struttura adeguata per accogliere persone in formazione.
La ricerca riguarda uno/a stagista da inserire all’interno della Direzione Pianificazione e Controllo, con riporto diretto al responsabile del servizio. Si presuppone che questo manager si occuperà anche della formazione del tirocinante? Non viene precisato.

Le mansioni sono tipicamente impiegatizie, ma certo che in Italia gli stagisti, molto probabilmente al primo impiego, ne sanno fare di cose. Vediamo qual è il profilo ricercato: una laurea in materie economiche, le solite ottime conoscenze di Office e in particolare conoscenza avanzata di Excel, team working, problem solving e… ecco che casca l’asino: “costituiranno titolo preferenziale per i candidati eventuali pregresse esperienze lavorative in ambito Pianificazione e Controllo e/o Contabilità”.

Non so voi, ma io la sola differenza che vedo tra un collaboratore e un stagista, in questo caso, è il salario. Non è inoltre fatta menzione di nessun programma formativo e/o di inserimento.

Case study 3: Protiviti

Da un “gruppo multinazionale di consulenza direzionale, specializzato nel creare valore attraverso la capacità di analizzare e gestire il rischio e la nostra visione della Governance Aziendale” mi aspetto assunzioni di specialisti di alto livello.

Vediamo un po’… interessanti due cose: la parola “potenziamento”, che lascia intendere che la persona è ad organico, quindi una risorsa supplementare, non un inserimento formativo; e poi il titolo “HR Generalist”, perché, diciamocelo, è quello il vero titolo della posizione, non “stagista”. La lista delle mansioni, inoltre, è in tutto e per tutto quella di una persona che si occupa di amministrazione del personale.

Case Study 4: Orienta

Andiamo a lavare i panni sporchi in casa HR.
Orienta di Arcore per un suo cliente cerca:

E qui risparmio ogni commento, a parte indicare che si tratta di uno screenshot dell’annuncio originale e quindi gli errori di battitura non sono miei…

Case Study 5: Adecco

Dai, andiamo dai leader di mercato.
Adecco è una multinazionale svizzera, da cui mi aspetto comportamenti al di sopra degli standard etici, anche perché è la “più importante piattaforma multibrand di consulenza e soluzioni HR per il mondo del lavoro che comprende servizi di ricerca e selezione, formazione, consulenza organizzativa, head hunting, somministrazione di lavoro a tempo determinato e indeterminato, soluzioni in outsourcing e outplacement”. Non sono gli ultimi arrivati.

Bene, la filiale di Binasco sta cercando una persona che si occuperà di “attività di reclutamento e selezione del personale”.

A parte la laurea e delle buone doti relazionali si specifica che non è richiesta nessuna esperienza pregressa. Bene, mi sembra un buon inizio. Inoltre non si parla di “Stagista” nel titolo.

Vediamo le mansioni: la maggior parte sono attività tipiche di segretariato. La parte di screening di CV e quella dei colloqui, invece, mi inquieta a priori: non le farei fare a cuor leggero neanche a una specialista HR con due anni di esperienza figuriamoci a… uno stagista, sì, perché l’ultimo paragrafo è dedicato alle condizioni contrattuali, su cui Adecco, devo dire, mostra la massima trasparenza.
Ma vogliamo commentare quel rimborso spese? Per una persona che verosimilmente avrà in mano il destino di altre persone in cerca di lavoro?

Case study 6: My Taxi

MyTaxi a Milano se la gioca internazionale e pubblica in inglese l’annuncio per un “Driver Services Intern”, della durata di 6 mesi.

I paradossi cominciano già alla seconda riga: “You will be responsible for the acquisition, training and motivation of the mytaxi taxi fleet in Milan”. Quindi stanno cercando uno stagista (“intern”) che sarà responsabile dell’acquisizione, della formazione e della motivazione dei taxisti? Wow. Dici niente.

Tra le varie responsabilità, annoveriamo: “Gestione del processo di CRM per i taxisti; il consolidamento di una forte rete locale per facilitare le cooperazioni e rappresentare MyTaxi agli influencer autoctoni per creare un buona reputazione al marchio su Milano; contribuire in modo significativo al coordinamento, alla ricerca, all’organizzazione e all’esecuzione delle attività o delle promozioni del dipartimento; dare forma e migliorare i processi di vendita sulla base degli input del mercato. Mi ripeto, posso? Wow, dici niente!

Una questione di classe

Questi erano alcuni annunci che ho trovato nel giro di pochi minuti con una ricerca semplice su LinkedIn.

A onor del vero, ho letto anche qualche caso virtuoso, o per lo meno espresso in maniera più consona, come ad esempio Bershka, che cita anche l’accompagnamento di personale esperto: “L’obiettivo dello stage è trasmettere al tirocinante le tecniche espositive specifiche del fashion retail, sviluppando le sue competenze in materia di visual merchandising e le sue capacità creative.”

Pure Manpower mette l’accento sulla presenza di personale con esperienza che affiancherà gli stagisti.
Che sia vero o no, per lo meno è la prova di una sensibilità all’argomento, che invece i casi citati sembrano non avere.

E perché questo? Perché siamo assuefatti a questo modo di ragionare.
Lo stage è diventato il punto di entrata obbligato nel mondo del lavoro per cui ci rassegniamo e non ce la prendiamo neppure più.

Nel medio termine, questa “abitudine” potrebbe avere in risvolto inatteso: ristabilire le differenze di classe. Se lo stage è un pre-requisito necessario per entrare nel mondo del lavoro, e sembra moltiplicarsi al punto che il primo contratto arriva solo dopo 2-3 cicli di stage, questo significa che si viene a creare una barriera tra chi può permettersi di aspettare e chi invece deve lavorare subito.

Quindi i giovani provenienti da famiglie più modeste tenderanno a cercare lavori più “umili” in cui la soglia di entrata è meno dispendiosa. L’implicazione è che i salari elevati e i profili di carriera che portano a questo tipo di profilo saranno riservati a chi ha possibilità di sostentamento che vanno ben al di là del rimborso spese da stagista, magari in una grande città in cui la persona ha dovuto emigrare alla ricerca di uno stage.

A questo punto è forse utile precisare che sono stato stagista anch’io. Ho fatto sia stage retribuiti che non. Ma questo a inizio carriera, in un momento della mia vita in cui effettivamente dovevo imparare un mestiere. E l’ho fatto con grande entusiasmo e sono ancora riconoscente alle persone che mi hanno dato quell’occasione.

Non intendo demonizzare lo stage in sé.
Ma sono convinto che vada stigmatizzato, una volta per tutte, l’utilizzo eccessivo che se ne fa in Italia.

È ora di dirlo forte e chiaro, sia alle aziende che alla classe politica: basta esagerare.

Una generazione di vecchi stagisti

Nonostante la quantità di denaro investita dallo Stato per sostenere le assunzioni, la probabilità di essere assunti dopo uno stage extracurriculare non è cambiata negli ultimi tre anni. Ciononostante, La Repubblica degli Stagisti, fa notare che si può dire però che è migliorata la qualità dei contratti che vengono offerti agli ex stagisti.

Gli incentivi economici hanno fatto aumentare le assunzioni

“Il combinato disposto della nuova disciplina dei contratti a tempo indeterminato, gli incentivi economici previsti dalla Finanziaria 2015 e dal programma Garanzia Giovani”, scrive la sua fondatrice Eleonora Voltolina, “hanno fatto aumentare le assunzioni post stage a tempo indeterminato e ridotto la quota di contratti precari.

È pur vero che Le grandi aziende attive nelle telecomunicazioni, nei servizi informatici, nella consulenza, così come la farmaceutica e l’industria petrol-chimica utilizzano spesso lo stage come mezzo di pre-selezione, come se fosse un periodo di prova.

Ma altri settori dell’economia, in particolare quelli stanno sperimentando le maggiori pressioni a livello di mercato del lavoro, tipicamente la sanità, l’assistenza sociale, l’istruzione e i servizi formativi privati, hanno la tendenza a supplire alle carenze di personale con stagisti a costo zero (o quasi).

Questo sistema che a primo acchito fa risparmiare soldi alle aziende, sia sotto forma di salari bassi che di agevolazioni fiscali, sta minando alla base l’intera società: il 44% degli stagisti ha tra i 25 e i 34 anni.

[click_to_tweet tweet=”Il 44% degli stagisti ha tra i 25 e i 34 anni.” quote=”Il 44% degli stagisti ha tra i 25 e i 34 anni.” theme=”style1″]

Ma di cosa stiamo parlando? Quella è l’età in cui la carriera dovrebbe essere già avviata. Questo dato è sintomo che c’è un collo di bottiglia economico, una gabbia professionale, insomma: è sintomo di qualcosa che non va.

A questo si aggiungono il 14,4% degli stagisti che ha più di 45 anni. Le disabilità, le esperienze di recupero sociale o di ri-orientamento professionale non giustificano un dato tanto elevato.

Insomma, siamo arrivati al punto che quando chiederai “Ciao bella bimba, dimmi: cosa vuoi fare da grande?” questa ti risponderà “La stagista, come il papà”.


Nota: Ove non citati, i dati sono da attribuirsi al Rapporto Annuale 2018 del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali

All’età di tre anni ho deciso di diventare vegetariano; in seconda elementare, la maestra ha convocato i miei genitori perché “non era normale” che un bambino conoscesse tutti i nomi dei funghi in latino; a 13 anni ho amato per la prima volta senza sapere che non era amore; a 15 ho smesso di fare decathlon perché odiavo la competizione; ancora minorenne, sono stato processato da una corte marziale. A 20 anni mi sono sposato e a 23 ho divorziato; a 25 anni dirigevo una start-up che ho fatto fallire; a 29 ho avuto la meningite, sono morto ma non ho saputo restarlo. A 35 anni ho vissuto una relazione poliamorista e sono diventato padre di figli di altri. A 42 mi sono licenziato da un posto fisso, statale e ben pagato per fondare l’Agenzia per il Cambiamento Purple&People e la sua rivista Purpletude. A parte questo, ho 20 anni di esperienza nelle risorse umane, ho studiato a Ginevra, Singapore e Los Angeles, ho un master in comunicazione e uno in digital transformation e ho tenuto ruoli manageriali in varie aziende e in quattro lingue diverse: l’ONG svizzera, la multinazionale francese, le società americane quotate in borsa, la non-profit parastatale. Mi occupo soprattutto di comunicazione del cambiamento, di organizzazioni aziendali alternative e di gestione della diversità – e scrivo solo di cose che conosco, che ho implementato o che ho vissuto.

In primo piano

Le donne non fanno squadra (o sì, ma a modo loro)

L’ambiente di lavoro è spesso determinante nel definire le relazioni tra le persone; in aziende molto “maschili”, le donne tendono a farsi la guerra. Ma non deve per forza essere sempre così.

Pubblicato

il

Donne che fanno squadra

Si dice che le donne non siano solidali tra di loro e non sappiano fare squadra.
Per lungo tempo l’ho pensato – e sofferto anch’io, sulla base di esperienze personali piuttosto negative.

Allora, però, lavoravo in aziende a impronta fortemente maschile e in seguito ho scoperto che questo elemento faceva un’enorme differenza.
Niente a che fare con il maschilismo; solo una questione di modelli.
Uscendo da quei contesti, infatti, ho trovato situazioni completamente differenti.
Ma facciamo un passo indietro.

La competizione fra donne

Questa storia che le donne siano istintivamente in competizione tra loro mi è sempre suonata un po’ strana.
A tutte le latitudini del mondo, nell’antichità, esistevano comunità femminili, società matriarcali. La mitologia greca (che non era storia ma nemmeno teatro dell’assurdo) narrava di popolazioni interamente femminili – si pensi alle amazzoni o alle sirene talmente forti e potenti da intimorire gli uomini

Quand’è che le donne hanno smesso di fare insieme?
Quando hanno insegnato loro che non potevano fare da sole.

Da bambine, siamo equamente solidali con maschi e femmine; ma – al passaggio dall’infanzia alla pubertà – smettiamo di esserlo tra noi. E il motivo è la lotta per la conquista del maschio alpha.

Poiché per secoli le donne – per uscire di casa – dovevano sposarsi (o farsi monache) e poiché, per onorare la famiglia, dovevano anche farsi scegliere dal miglior partito sulla piazza, la competizione tra loro diventava inevitabile.
E le dinamiche – inconsapevolmente – sono ancora queste. A poco sembrano serviti decenni di lotte per l’emancipazione.

I messaggi che le ragazzine ricevono costantemente le spronano a essere sempre più carine; delle donne in miniatura, delle “signorine”, che è da sempre l’appellativo per le ragazze da marito.
E a poco servono lauree STEM o dichiarazioni di indipendenza economica e sociale.

A questo si aggiunge un oggettivo principio di scarsità.
Poiché le donne hanno difficoltà a ricoprire ruoli apicali, anche nelle società cosiddette “evolute”, la competizione è indotta da questa scarsità e dai modelli organizzativi.

Questo è esattamente ciò che vedevo nelle aziende: donne che si facevano la guerra per emergere.

Le donne sono maschiliste

Non tutte – ovviamente – ma alcune sì. Più di quante ci piaccia ammettere.
Anche qui, la questione è culturale: il modello di base è che certi ruoli sociali siano esclusivamente maschili.

Se una donna ricopre ruoli di responsabilità, ci sono due possibilità:

  1. va a letto con qualcuno che l’ha messa lì a fare la testa di legno;
  2. non è una vera donna: in tutte le possibili declinazioni, da lesbica (quindi è un uomo) a frigida (quindi non le interessano gli uomini).

Di nuovo, torna il tema della seduzione, della sessualità da usare come un’arma.
Perché?
Perché è più facile.

Chi mai vorrebbe sentirsi dare della puttana o della frigida? (sulla presunta antitesi tra omosessualità e femminilità mi astengo perché – davvero – non la concepisco).

Quindi: io che nella vita professionale non ho mai fatto niente di significativo, che non mi sono mai messa in gioco, che mi sono accontentata di ruoli marginali, senza mai provare a scalarli, sono una donna rispettabile e desiderabile.
Vuoi mettere dover confessare che non avevo voglia di rischiare?

Le organizzazioni sono maschili

Queste dinamiche funzionano perché – oggettivamente – le organizzazioni sono maschili.I modelli e le prassi organizzative della maggior parte delle aziende e delle professioni sono maschili.
Non necessariamente maschilisti, ma maschili sì.

Mediamente, se vuoi fare carriera devi accettare condizioni insostenibili per chi debba accudire bambin* o anzian*:

  • riunioni strategiche fuori orario (anche se alcune aziende stanno vietando riunioni che inizino dopo le 18.00 per consentire alle donne di partecipare)
  • assenze frequenti e prolungate per viaggi di lavoro che si potrebbero tranquillamente risolvere con video call a distanza
  • appuntamenti sociali e di networking a cadenza settimanale (preferibilmente alle 7.00 o alle 20.00).

Non che una donna non possa farlo, ma – se non può permettersi un aiuto a tempo pieno – deve fare una scelta tra famiglia e carriera.
Non sempre la scelta è libera e – comunque – è sempre dolorosa, perché richiede una rinuncia.

Più di questo, il modello è diverso nel concetto di squadra.
Se mi si concede la generalizzazione, il modello maschile di squadra è il calcio, quello femminile è il corpo di ballo.

Nel calcio, ognuno ha il suo ruolo definito e assegnato, da cui non può deviare. Tendenzialmente, un difensore non fa goal.
Non c’è rischio di sovrapposizione, tutti sono nelle posizioni assegnate dal mister. C’è un solo capitano e il titolo – conquistato sul campo – non si discute.

Il corpo di ballo è – appunto – un corpo unico. Non ci sono ruoli nel chorus: tutte gli stessi passi, la stessa visibilità, assoli distribuiti.
Non c’è una capitana. Ci può essere l’etoile, come no: il lavoro del chorus non cambia.
Le regole sono armonia e responsabilità. Tutto il corpo si deve muovere all’unisono, con la stessa ampiezza e lo stesso tempo. Se il corpo funziona, tu non le distingui una dall’altra: vedi un’onda armoniosa ma non le singole gocce.

La sorellanza

Sorellanza deriva da sorella e sta a indicare comunanza di origini.

Essere sorelle è più che essere compagne di squadra.
È un legame più forte e impegnativo: io posso cambiare squadra, non famiglia.

Forse è per questo che, per incontrare vera collaborazione e solidarietà femminile, ho dovuto lasciare certe aziende.
Per un caso (o forse no) da quando sono freelance mi trovo quasi sempre a collaborare in gruppi di lavoro femminili.

Confesso che in una prima fase, memore delle esperienze negative del passato, avevo un po’ di resistenze.
Invece, ho trovato un ambiente costruttivo, collaborativo e non competitivo (verso l’interno). Dove le competenze si mescolano e si mettono reciprocamente a servizio.

Non è l’eden, intendiamoci.
Continuo a incontrare donne che vogliono primeggiare, che hanno bisogno di tutti i riflettori su di sé, che cercano di rubarti energie e risorse.
Generalmente, sono donne che avrebbero voluto essere uomini, per poter gestire potere.
Altre volte, sono donne talmente insicure che hanno bisogno di essere scorrette per trovare un proprio ruolo nel mondo.
Queste donne, alla fine, si autoescludono.
Il gruppo va avanti, senza cacciarle, ma – proprio perché va avanti – le lascia indietro.

Nel gruppo, le vite personali e professionali hanno lo stesso spazio, lo stesso valore, lo stesso riconoscimento.
Forse è per questo che sono più armoniose e produttive.
Agguerritissime all’esterno e solidali all’interno.

Chissà se piacerebbe a un uomo lavorare in un posto così…

Continua a leggere

In primo piano

Gli uomini di successo preferiscono le donne più giovani

L’identikit è impietoso e sembra uno stereotipo: uomini di successo, sulla cinquantina, lasciano la moglie per una giovane donna dell’est. È inevitabile?

Pubblicato

il

Uomini di successo maturi sposano giovani donne

Senza scadere nelle generalizzazioni, è un dato di realtà innegabile: molti uomini sono sessualmente attratti da ragazze giovanissime e il successo sociale e professionale sembra far cadere ogni inibizione. Così riprendono statisticamente quota i matrimoni intergenerazionali, con lui uomo di successo maturo e lei giovanissima. Ma tutto questo è etico? E, soprattutto, come le donne over 40 possono risorgere dopo un progetto di vita andato in frantumi e “vendicarsi fiorendo”?

La differenza di età fa… la differenza

Che l’uomo ami, da sempre, le più giovani è una verità dura da mandare giù per tutte, soprattutto se non più giovanissime. È come se, con il passare del tempo, il nostro valore sul mercato delle relazioni scendesse, per poi capitolare con l’arrivo dei temuti “-anta”.

Angosciante, a dir poco, l’idea che nostro marito o il nostro compagno possa eccitarsi sessualmente vedendo camminare delle liceali dirette a scuola, eppure i mariti e i compagni delle altre donne li vediamo tutti i giorni mentre mangiano con gli occhi ragazzine che potrebbero essere le nostre (e soprattutto le loro) figlie. Per non parlare dell’idea che, un giorno, il compagno di una vita ci potrebbe abbandonare per una di loro, che poi si scoprirà essere straniera. Abbiamo tutte un’amica, una sorella, una conoscente a cui questo è successo.

Insomma, essere donne eterosessuali oggigiorno può essere una vera via crucis. Ma è molto meglio non negare la realtà dei fatti e decidere dove e come situarci rispetto ad essa. Per farlo, ci serve ironia e scanzonata capacità di analisi.

Ad esempio: l’abbandono del tetto coniugale di solito arriva non appena un uomo fa un po’ di soldi. Migliora il fatturato annuo e, senza annunciarsi, giunge la fatidica mattina in cui molti uomini si svegliano con il tipico “vuoto di senso” e confessano alla moglie di amare una donna giovanissima e dell’Est Europa.
Per questo la mia migliore amica mi ha sempre ribadito la sua regola aurea: stai alla larga dagli uomini di successo! ama un povero, dai retta a me, almeno nessuno se lo piglia! Come se il pensiero di un uomo che ti sta accanto per tutta la vita per limiti reddituali potesse risultare in qualche modo consolante.

Le donne tradite dagli uomini di successo

Negli anni ’90 furoreggiava l’indimenticabile Il club delle prime mogli, film che ha avuto il merito di portare nell’immaginario collettivo l’abbandono delle prime mogli come fenomeno sociale. Unica pecca: era una commedia e tutto finiva in risata, quando invece vedere frantumarsi un matrimonio o un progetto di vita importante, ritrovandosi in ambasce è un vero e proprio dramma con gravi ripercussioni (anche se le labbra e la verve comica dell’inossidabile Goldie Hawn avranno sempre un posto nel nostro cuore).

C’è chi dà la colpa al femminismo e all’emancipazione della donna nella società occidentale e costoro andrebbero immediatamente mandati a stendere. Ci viene raccontato che veniamo abbandonate da un uomo perché non siamo abbastanza accondiscendenti, dolci, comprensive. Ree accampatrici di assurde pretese, ci siamo spinte addirittura a chiedere reciprocità nei rapporti di coppia, peccato imperdonabile in un’Italia dalla matrice padronale e patriarcale.
Ci viene detto che abbiamo smesso di accontentarci e di fare sacrifici come le nostre nonne – “loro sì che erano Donne!” e ovviamente ci viene rinfacciato che ci trascuriamo e che non siamo abbastanza sexy, sorridenti e arrapanti, magari dovendo anche conciliare lavori impegnativi e figli a cui badare. La colpa sarebbe tutta dell’emancipazione femminile, a sentire questi sapienti.

Mogli al ribasso?

Tempo fa, nel corso del coffee break di un convegno per aziende e professionisti in Nord Italia, ho sentito con le mie orecchie un uomo sulla cinquantina – l’immancabile imprenditore brianzolo tutto tronfio di self made confidence – dire che sposare una donna straniera, come lui aveva fatto, è giusto perché le italiane sarebbero “sempre incazzate”. A suo modo di vedere, la sua nuova moglie moldava sarebbe stata decisamente più “gestibile” della prima moglie che, peraltro, nella sua azienda aveva ricoperto un ruolo apicale per ben vent’anni.

Così ho pensato, assaporando il mio caffè troppo amaro, che forse le donne dell’Est Europa – nel mercato italiano delle relazioni sentimentali – stiano diventando una sorta di esercito di riserva espressione che il buon Marx ne Il Capitale utilizzava per descrivere le masse di inoccupati che facevano scendere i salari perché disposti a lavorare senza essere pagati il giusto e spesso a condizioni disumane. Da uomini di successo, o meno.

Marx asseriva che le condizioni di vita materiale incidono inevitabilmente sugli altri aspetti della vita sociale e aveva ragione, perché se sei tanto buona e servizievole con un brianzolo di quel tipo che soltanto a vederlo ti viene voglia di passare alle maniere forti è perché ti manca il potere contrattuale. Ti manca una casa, un diritto di cittadinanza, ti manca il tuo paese, la tua lingua. So pochissimo di queste migranti, ma so per certo che, se lasci il tuo paese, è perché la tua terra non ti offre una vita dignitosa. Sei quindi più fragile, manipolabile e disposta a chiudere un occhio sulle mancanze di un uomo che, quasi inevitabilmente, ne approfitterà.

Aggiustare le cose

Quel femminismo che viene descritto come la causa del problema sarebbe invece la cura di un male del nostro tempo: le donne, giovani e non, italiane e non italiane, dovrebbero unire le forze e prendere questi cinquantenni/bambinoni a calci in culo, insieme a chiunque altro si permetta di trattarle come qualcosa da “gestire”.

Non ci sono diritti civili (diritti delle donne, in questo caso) senza diritti sociali. E non sarebbe ardito pensare che una società più etica genererebbe famiglie più felici dove, ad esempio, le ragazze giovanissime stessero dove è giusto: accanto ai loro coetanei, dei baldi giovanotti, e non a questi vecchi e patetici uomini davvero convinti che una ragazzina perda la testa per loro. Forse si dovrebbe ricominciare a pensare che i problemi si aggiustano e le famiglie pure, al posto di scappare dove le cose appaiono più facili.

Vendicarsi fiorendo

Questo in un mondo utopico che da qui possiamo soltanto immaginare e sognare, certamente.
Nel frattempo, in questo mondo di relazioni dove tutto pare sempre più precario e capovolto, quali consapevolezze possono aiutare noi donne over 40?

Una per tutte: invecchiare ci rende molto fighe, come si diceva ai nostri tempi.
Perché? Perché, con lo scorrere del tempo, cambia il nostro modo di guardare, muoverci e occupare lo spazio; cambia il rapporto con il nostro corpo perché ne diventiamo più consapevoli; cambia il nostro modo di vestire, abbigliarci e truccarci; ma, soprattutto, cambia la nostra prospettiva sulla vita. Ad un certo punto, capiamo che piacere agli altri non è più una priorità, perché sempre più cogliamo il senso anche trascendente delle cose. Capiamo quanto possa essere meraviglioso non essere più le protagoniste, ma vivere finalmente nelle retrovie al riparo dagli altrui sguardi e con il nostro sguardo finalmente protagonista ben puntato su chi amiamo e su coloro di cui ci prendiamo cura.

Foucault la chiamò tecnologia del sé ed è il modo in cui il nostro sé costituisce se stesso in soggetto. Roba fighissima insomma, per donne adulte e fiere di esserlo, che gli uomini troppo presi dalle loro crisi di mezz’età si perderanno. Peggio per loro, e meglio per tutti quegli uomini capaci di vederci.

Continua a leggere

Treding