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Crescita

Il tempo sarà anche galantuomo ma ha un carattere di m.

Il tempo galantuomo o tiranno? Di sicuro ha un bel caratterino…

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Ci sono due casi in cui si ama ripetere “il tempo è galantuomo”. Quando ce l’hai fatta e ti vedi ripagato ogni sforzo. Quando più ti impegni e più fai un buco, quando insomma il successo o qualunque cosa tu voglia raggiungere sembra si allontani. Nel secondo caso è possibile che, più che dirlo, te lo sentirai ripetere.

Fa un sacco di differenza ma in entrambi i casi è un’affermazione vera, forse l’ultima delle cose in cui credere da quando ci hanno detto che “no, Babbo Natale non esiste!”

Il problema però, in entrambi i casi, specie nel secondo, è che la frase è vera ma incompleta. La frase dovrebbe essere più chiara, esplicita ed onesta. Dovrebbe dire qualcosa come:

“Il tempo alla lunga è galantuomo…ma sino ad allora è un fottuto bastardo. A volte lunatico, quasi schizofrenico”.

Pressione

E ti mette una pressione incredibile. Una maratona che sembra non finisca mai. Tu corri, corri. Sei sfinito, vorresti mollare, hai le braccia che vanno da sole, le gambe che non ti ascoltano più, sudi come il peggiore Benny Hill del mondo.

Fa male. Fa schifo. È uno schifo.
Ma è così. Non ci sono due modi per fare il lavoro, non ci sono due modi per avere successo, qualunque cosa tu intenda, qualunque cosa contenga il tuo cassetto.

Avanti. Si va avanti. Si deve andare avanti.
C’è pressione. Lo so. Fa male.

Non è facile come dice chi vende consigli in promozione speciale con 3 guide incluse ed un bonus membership al gruppo facebook delle meraviglie. (Si, deve essere letto tuttodunfiato)

Ma è l’unico modo in cui un giorno il tempo ti paga. Sveste i panni da mascalzone e si trasforma in un affabile amico, in galantuomo. Il tempo è così. Meglio saperlo.

(dunque) Bisogna soffrire?

Non proprio, non credo, spero di no. Che vita sarebbe?
Ci sono due o tre cose per non soffrire da matti.

1) Amare la sofferenza
Non parliamo di torturatori che ti infliggono ogni male. Parliamo in fondo di “piccole cose” tipo cercare un lavoro, cercare quello giusto, fare qualche salto olimpionico talvolta per pagare le bollette. O per raggiungere qualcosa di più.

Amare la sofferenza, meglio dire la fatica e la pressione, è il più grande trucco che esiste.

2) Sapere che la prova consiste in questo
Qualche giorno fa ero alle prese con il completamento del mio libro. Le parole non si incastravano come volevo. Più leggevo e più mi sembrava tutto assurdo e complicato. Ho chiamato il mio amico e mentore Sebastiano. (Zanolli)

“Seba fa schifo…”
“È la pressione che ti rende credibile, non tanto ciò che fai” mi sembra mi abbia detto, o così ho capito.

Ed è vero. Facciamo più o meno tutti la stessa corsa ma a vincere è chi gestisce la pressione, e riesce a farlo non solo avendo un risultato ma soprattutto non riducendosi ad essere un tizio misero ed infelice.

3) Perché?
Che poi, continuando il discorso, si torna sempre alla grande domanda: “Perché lo fai?”
Vai avanti e riuscirai a vedere che il tempo è galantuomo solo se hai un grande “Perché”, uno scopo, qualcosa di davvero significativo.

Quale? Non lo so. Ognuno ha il suo.
È una scintilla, una fiammella nell’anima che o c’è o non c’è. Solitamente c’è.

Se c’è il tempo se ne accorge, sarà galantuomo e vi vorrete un sacco di bene.

Scrittore semplice | Autore di "Pixel in crisi" | Co-Founder Purple&People. Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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Crescita

Che noia apparire interessanti…

I veri amici spesso sono noiosi, le serate che ami sono noiose. L’asta al fantacalcio è una cosa noiosa, e così anche parlare con le amiche. Se lo sei anche tu… non cambiare!

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Sabato sera si mangia tutti da me. Siamo in 6 più 3 bambini. Più spesso ci ritroviamo in 4, più i miei due bambini.
Va così da oltre 7 anni. E prima era ancora peggio: venerdì e sabato stessa storia, in estate…tutti I giorni la stessa storia.

“Che facciamo?” Calata nella mia vita è diventata una domanda retorica. E non c’è nulla che possa far presagire un cambiamento di tema.
Negli ultimi 10 anni il massimo dell’adrenalina è stato correre in ospedale quando la pasta era ancora nei piatti.

Una volta mio figlio, che camminava da poco, si è infranto contro la penisola in muratura. Tanto spavento.
Fortunatamente neanche un punto di sutura e spaghetti buttati nell’acqua a mezzanotte, per la seconda volta.

L’altro episodio è stata una folle corsa all’ospedale per un parto. Dicevano che ancora ci voleva ed invece la natura è difficile da interpretare.
Quella volta ci hanno rimesso le cozze, ed un paio di orate.

Il resto della settimana invece lo passiamo in 4, altrettanto allegramente. Si pranza, si cena. Si guarda la televisione. Si scherza.
L’unica variante, quel pizzico di follia lo portano I miei figli. Un cuscino che vola, un dito che finisce nell’occhio mentre si gioca a fare l’aereo, un vaso che si rompe per una pallonata.
Poi cartoni, chiacchiere su draghi di komodo e principesse, prese in giro e gare genitoriali a chi mi vuole più bene. Una noia.

Ci pensavo ieri e se c’è una cosa della vita che mi piace, consiste proprio in questo: una folle noia.

Cercare di apparire interessanti

Problemi miei, sono d’accordo.
Però è quanto succede in giro, specie al tempo dei social in cui bisogna essere social.
Quel tempo in cui anche la vendita pare essere diventata una questione di apparire ed apparire interessanti.
Come sempre, chiaro, ma con alcune caratteristiche nuove e forse preoccupanti.

Una su tutte riguarda proprio la paura di essere noiosi ed il tentativo di rendersi speciali a furia extra, colpi di cosa, frasi ad effetto, ed effetti speciali.

Nell’era del Personal Branding, tutto ciò si traduce pericolosamente nel rendersi buffi. Caricature poco realistiche, menzognere verso noi prim’ancora che verso gli altri.

E per “apparire speciali” si tenta il tutto, il tutto per tutto ed ogni strada.
Presentandosi si elenca ogni genere di caratteristica, di strabiliante plus, di bizzarra differenza.
Ma sicuri che questo faccia la differenza?

Tornando alla vita normale mi viene in mente che ogni tanto qualcuno mi chiama, mi invita a cena, ad un evento, ad una serata straordinaria.

E le telefonate sono sempre uguali:
Per convincermi cerca di elencare 10 o 11 cose strabilianti. E punta sul fatto che la somma faccia il totale e la differenza.
Musica + cena a base di pesce + escursione nel paesino + prezzo bassissimo + un sacco di gente figa + torta a 4 piani + animazione per bambini + bagno in piscina + ed in più c’è il fatto che non ci vediamo mai…

Non accetto mai ed il fatto che io sia un tipo noioso è solo parte della storia.
Il vero motivo è che se non ho piacere a stare con te, se non amo stare lì quando non abbiamo niente da dirci…non saranno 5,6 o 10 benefit a convincermi.
E soprattutto stare bene insieme è ciò che viene prima, e l’unica cosa che conta.

Apparire interessanti ad ogni costo è una cosa pericolosa

Tornando a questo socialmono, si parla continuamente di diventare speciali per non essere una commodity.
Ma rendersi speciali o interessanti elencando 10 o più plus (spesso sconnessi) è proprio ciò che fanno le commodity.

I veri amici spesso sono noiosi, le serate che ami sono noiose. L’asta al fantacalcio è una cosa noiosa, e così anche parlare con le amiche.
Ed un libro, specie certi libri di pagine e pagine…sono noiosi.
Assistere ad un evento, pagare perché un anziano signore ti dica cose sulla vita è noioso.

E non ci sono motivi apparentemente divertenti perché tu ci voglia andare, o sei disposto a pagare, o a rinunciare ad altro.
C’è solo una cosa chiamata CONTENUTO che non si può spiegare, o scimmiottare.
O c’è o non c’è.

Così, in un mondo in cui tutti cercando di essere fighi, divertenti ed apparire interessanti…beh credo che a vincere saranno quelli più noiosi.

O che la vera noia sia altro. Perché alla fine, parafrasando una noiosa citazione di Voltaire:

Il modo migliore per diventare noiosi è cercare a tutti i costi di apparire divertenti.

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Crescita

Resistere non serve a niente (probabilmente è vero)

Resistere o non resistere? Resistere all’idea che si può o che non si può? Accettare che resistere non serve a niente o ricamarci una storia diversa con un lieto fine?

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Il 28 Luglio di 6 o7 anni fa, il mio amico ebbe la splendida idea di regalarmi un libro. Un libro che penso di non aver letto mai completamente ma ricordo bene come se ce l’avessi ancora oggi sul comodino.

Il libro che pensò di regalarmi si intitolava: “Resistere non serve a niente”.

E chi se lo scorda?

Un libro del genere per il compleanno. Un compleanno parecchio complicato in un momento che sembrava senza uscita. Io però andavo ugualmente avanti, resistevo.

Mi chiedo ancora se il suo gesto sia da etichettare alla voce “grandi consigli” o “grandi cattiverie”.

Tu se lì che cerchi di non farti schiacciare dagli eventi e ti vedi recapitare un tomo che ti dice che no, resistere non serve a niente.

Gli anni che seguirono furono sempre all’insegna di questa resistenza. Resistere o non resistere? Resistere all’idea che si può o che non si può? Accettare che resistere non serve a niente o ricamarci una storia diversa con un lieto fine?

Per lungo tempo ho visualizzato la copertina di quel libro per qualsiasi avvenimento. Sbattevo l’alluce scalzo in un mobiletto ed era naturale guardare in alto e ripetermi la fatidica frase: resistere non serve a niente.

Come un Bart qualunque, potrei descrivermi come quello alla lavagna che deve scrivere 100, 1000 volte la stessa frase: resistere non serve a niente.

Il che è esattamente un gioco di resistenza.

Anche le persone più rassegnate non si rassegnano.

Anche quelli che vorrebbero finisse tutto non si rassegnano quando sta davvero finendo. Anche chi pare non si voglia bene non si rassegna mai completamente, resiste.

In alcuni casi no ma è un tasto troppo delicato per parlarne e va bene come eccezione che conferma la regola.

La maggior parte delle persone, di norma, è del tipo “resisto”. Anche se non serve a niente.

Il Karma, il “siamo fatti così”, l’inevitabile

L’idea che resistere non serve a niente ha una sua logica. Un fondo di verità non scientifica ma abbastanza pratica, empirica potremmo dire.

Ciò al quale resisti persiste non è soltanto filosofia.

Di norma se una cosa ti sta venendo incontro e opponi resistenza prima o poi ti arriva in faccia con ancora più veemenza. Come fosse un tiro alla fune: o ti lasci trascinare o, anche vincendo, quando l’avversario lascia la corda, finisci comunque a terra.

Così, specie nei momenti in cui le cose girano pochino, diciamo nei momenti in cui le cose vanno male, non puoi fare altro che prenderne atto: resistere non serve a niente.

Che poi è ciò che ho sperimentato all’indomani di quel regalo tanto cortese. Negli anni in cui ne ho sperimentato di tante, troppe, per resistere. E no, non è servito a niente.

Perché resistere a volte significa trovare alternative sbagliate più che adeguate contromosse. Metterci forza ma per scappare più che per resistere davvero.

Uno strano karma, un inevitabile “è inevitabile”. Perché sì, ci sono cose che davvero sono inevitabili. O così pare.

Resistere non serve a niente (visione positiva)

6 o 7 anni dopo, è ancora il 28 Luglio. Il mio compleanno. Torno a ragionare sul titolo di quel libro che mi ha fatto compagnia negli anni. Provo a ragionarci in modo diverso. Ci sono alcune idee che penso possano essere interessanti e utili, e buone.

Resistere non serve a niente > ok, non resistiamo

Forse allora potremmo fare altro? Trovare soluzioni, scansarsi, spostarsi un po’ più in là. Nella mia storia la maggior parte delle volte che ho provato a resistere l’ho fatto per quel perverso principio di coerenza. Non dovevo abbandonare, non dovevo contraddirmi, non dovevo darla vinta.

L’idea di essere sempre troppo esposto, troppo chiamato in causa, committed come dicono gli americani. E come si dice anche in certi giochi.

Però se il piatto non è abbastanza ricco, se le conseguenze sono troppo gravi, se il beneficio non è il tuo… lascia.

Resistere non serve a niente se in gioco c’è qualcosa di negativo: “non succede che” al posto di “succede che”.

Nel primo caso non ha quasi mai senso resistere e spesso non ne vale la pena. Come nella frase di Buddha: “Perdona gli altri, non perché essi meritano il perdono, ma perché tu meriti la pace.”

Ecco, allo stesso modo, con lo stesso senso, ogni tanto evita di resistere per il tuo bene. Non perché non saresti all’altezza ma semplicemente perché non è così importante.

Certo ci sono le eccezioni ma penso che quelle sappiamo riconoscerle.

Quando ne vale la pena, non resistere

Da anni evito di utilizzare termini militari ma anche qui trattasi di eccezione. Quando le cose sono davvero importanti, quando in gioco c’è la tua vita, in questo caso evita di resistere. Guardatene bene.

In questi casi combatti. Petto in fuori e carica.

Con tutta la forza che hai. Non tenendo lo scudo per parare i colpi ma dandone di belli e buoni, nei punti giusti.

Chiaro che non parlo di violenza o risse. Ma quando le cose ne valgono davvero la pena bisogna attaccare.

Lì resistere non serve più. Non bisogna neanche pensare di provare a farlo. E se proprio ci sono momenti in cui pare che vada così, intendiamoli come una tattica premeditata.

Come il caro catenaccio all’italiana. Non perché scarsi ma perché soprattutto furbi.

Resistere non serve a niente > è vero, è buono.

Infine c’è un’interpretazione che potrebbe essere vera quanto buona. Non possiamo resistere a ciò che siamo, nessuno può farlo.

Un messaggio che mi sento di ripetere quasi ogni giorno, parlando con persone che seguono strade disegnate da altri. Per giorni, per anni, per una vita. Resistono.

Ma resistono a cosa?  A ciò che sono, alla propria natura, alla propria integrità.

“Sono fatto così” a volte è una banale scusa, altre volte è una sacra verità. Abbiamo un destino. Abbiamo una strada anche quando non sappiamo qual è.

Però anche i confusi hanno sempre segnali. Sentono che qualcosa li porterebbe in una direzione e altri che indicano di scappare da altre.

Per anni ho resistito all’idea di essere un tizio strano. Uno confusionario che pare non essere nato per lavorare. Uno che ogni giorno vuole farne una nuova e raccontarne una nuova.

Ho resistito all’idea che avevo da bambino… scrivere.

Ho resistito pensando fosse giusto. Pensando che resistere non servisse a niente.

Appunto, resistere non serve a niente.

Non puoi resistere a ciò che sei.

A volte è una banale scusa, a volta una sacra verità.

 

Auguri

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Crescita

Non devi cambiare, se non vuoi

Il punto è lì, non devi cambiare se non vuoi veramente farlo. Se non ci sei arrivato con le tue gambe a quel bivio, a quell’esigenza di fare una scelta, di piazzare un “basta” al posto giusto. No davvero, non devi.

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“Così non va bene”. Può essere una flebile vocina interiore o un urlo disperato che ormai non riesci più ad ignorare. Può essere solo dentro di te oppure può arrivare dagli altri. Famigliari, amici, colleghi. Non si tratta di una semplice affermazione, ma di una richiesta, e a volte parecchio insistente. “Fai qualcosa per favore. Cambia!”.

Può essere da parecchio tempo che ti dici e che ti senti dire che devi cambiare. Che così non va bene, che così non stai bene. L’hai sentito talmente tante volte che ormai il concetto ti è chiaro, quello che non ti è chiaro è cosa, esattamente, devi cambiare. E diventa frustrante. Maledettamente frustrante e scoraggiante, ti senti un criceto che corre sulla ruota sapendo che tutta quella fatica ha una buona probabilità di essere inutile.

Il punto è in quelle quattro lettere, in quel “devi”.

Hai presente quando eri adolescente, i tuoi genitori ti dicevano che dovevi fare una cosa e a te saliva una tremenda voglia di farne una completamente diversa? È lo stesso meccanismo. Funziona anche da adulti, ebbene sì. Agli esseri umani non piace essere forzati a fare qualcosa, anche se sanno che potrebbe essere la cosa giusta. Non importa. Quando abbiamo l’impressione che qualcuno, chiunque, minacci la nostra libertà e si arroghi il diritto di dirci quello che dobbiamo fare la reazione è talmente immediata da sembrare inconscia.

Vogliamo decidere noi per noi stessi, preferiamo farci del male piuttosto che rinunciare alla nostra capacità di autodeterminarci così faticosamente conquistata.

È meglio continuare a correre disperati su quella ruota ma poter affermare con forza che sono io e solo io a scegliere di farlo. “Il bisogno di credere che siamo i migliori giudici di noi stessi supera il bisogno di stare bene con noi stessi”, per citare Allan Zuckoff, psicologo motivazionale statunitense. Tendiamo a proteggerci, a qualunque costo.

Il punto è lì, non devi cambiare se non vuoi veramente farlo. Se non ci sei arrivato con le tue gambe a quel bivio, a quell’esigenza di fare una scelta, di piazzare un “basta” al posto giusto. La pressione esterna può solo renderti più resistente e aumentare il tuo senso di godimento nel ribellarti ai diktat altrui. È una reazione umana e anche tu sei umano, non puoi farci niente.

Però c’è qualcosa che puoi fare. Smettere di ascoltare fuori e iniziare ad ascoltare dentro. Iniziare a porre domande a te stesso anziché agli altri. Continuare a correre su quella ruota, ma con la consapevolezza di ogni passo.

Solo tu puoi decidere che è il momento di cambiare e solo tu puoi volerlo davvero.

A volte sono le cose più semplici a fare la differenza. Ci sono tre semplici azioni che possono aiutarti a fare il punto della situazione. Banali, mi dirai. Ma scommetto che sono proprio quelle a cui dedichi meno tempo nella tua giornata. Vediamo se ho ragione:

  • Ascolta: ascolta quello che provi mentre fai le cose, mentre lavori, mentre parli con certe persone. Ascolta le vocine interiori, le reazioni del tuo corpo, il battito del tuo cuore. Ascolta i tuoi pensieri, prendine nota. Ascolta il tuo respiro. No, non è una fissazione new age. Non sai quante persone passano minuti interi in apnea o in affanno quando fanno qualcosa che non amano.
  • Descrivi: fai la tua diagnosi, descrivi tutto nella maniera più precisa possibile. Usa le metafore, descrivi di che colore sono le sensazioni che provi, che ritmo hanno, a che ambientazione somigliano. Descrivi la tua situazione presente e descrivi ciò che vuoi per te stesso. Cosa provi oggi e cosa invece vuoi provare da domani. Sii preciso, autentico e soprattutto onesto.
  • Rifletti: rifletti su tutto questo, prenditi il tempo per farlo, sceglilo come priorità. Come fosse un trattamento medico imprescindibile per la tua salute. Rifletti davvero, non darti subito risposte, non censurarti. Riflettere significa letteralmente “rimandare indietro”, è l’azione della superficie che restituisce la luce, è quello che fa l’anima quando rispecchia la vita intorno.

E infine accetta. Questo farà tutta la differenza.

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