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Un altro round quando pensi di non farcela. Ed ogni giorno…

Perché fare un altro round quando pensi di non farcela, è una cosa che può cambiare tutta la tua vita. Capisci quello che voglio dire?

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“Be’, ecco, a dire la verità, sai certe volte un po’ di paura ce l’ho è vero; quando sono sul ring e le prendo, e le braccia mi fanno tanto male che non riesco più ad alzarle. Sì allora penso: “Dio quanto vorrei che mi beccasse sul mento così non sentirei più niente!”

La voglia di farsi beccare sul mento

Anche se la maggior parte di noi non sono mai salite su un ring e di certo non lo avrebbero fatto per sfidare Drago, sappiamo bene di cosa sta parlando.

Ogni giorno anche noi lottiamo. Per fare andare le cose nel verso giusto, per riparare ciò che si è rotto, per la famiglia, per un ideale, per il nostro lavoro. Per pagare le bollette, per pagare la scuola dei figli, per avere l’attenzione necessaria su questo nuovo mondo digitale.

Ogni tanto, spesso, capita però qualcosa che ci finisce. Ci colpisce talmente forte da pensare che sia tutto vano. In questi momenti chi non ha pensato almeno una volta che non ne valga la pena? Che vada tutto in malora!

Chi non ha pensato insomma “speriamo che mi becchi sul mento”?

Un altro round nel web e sui social

Ma c’è un altro posto dove si va avanti round dopo round e si prendono tante botte; si tratta del web, dei social. Non sto dicendo che l’internet sia rotto e cattivo, mi riferisco al fatto che promuoversi, raccontarsi, farsi conoscere e riconoscere è un cammino difficile.

La maggior parte degli attori coinvolti, di chi sale sul ring non è preparato, non potrebbe essere altrimenti.

Non si tratta di nerd, storyteller, scrittori, persone che fanno il mio lavoro. Si tratta di professionisti dei settori più disparati: l’avvocato, il commercialista, il consulente, il formatore, lo psicologo, chiunque abbia a che fare con il mondo del business e non abbia un GARANTITO.

Chiunque debba trovare clienti ed abbia compreso che lo spam è finito, che la pubblicità non la guarda più nessuno, o quasi.

Content marketing, personal branding, social media, sembrano parole meravigliose. Pare ti stiano prospettando un mondo tutto nuovo e più bello, più facile, e più ricco di quello al quale eri abituato.

Forse è davvero così ma non è affatto facile; c’è da salire sul ring, c’è da prendere pugni e da fare sempre un altro round quando pensi che sia meglio darti per morto.

Non ho altri modi per spiegarti di cosa sto parlando, lo capisci solo se ci hai provato, se ci stai provando.

Sto parlando di quel paese chiamato “Fanculonia” dal quale tutti partiamo e nel quale alcuni sembrano non riuscire ad uscirne. Il paese dell’invisibilità, della mancanza di attenzione.

Scrivi l’articolo più bello del mondo, fai una super puntata del podcast, giri un video spettacolare, fai la qualsiasi e non succede niente. Poi ti giri e vedi un sacco di idiozie e banalità che riscuotono successo o così sembrerebbe.

E tu niente. Non un like, non una visualizzazione, non un feedback che ti dia morale.

Qui è dove la maggior parte si arrendono. Incolpano il web, dichiarano l’inutilità dei social, se la prendono con la sfortuna. Invocano la meritocrazia e gettano la spugna.

Come e dove trovare la forza di fare un altro round?

#1 pensare che si tratti di round

E’ bello il concetto di round e di un altro round. Ci porta a pensare in maniera progressiva, nel modo giusto quella che in fondo è una maratona non una gara di velocità.

Un round lo puoi perdere ma non hai ancora perso. Puoi ancora vincere.

#2 Sapere perché lo stai facendo

La forza di un altro round, di andare avanti, di superare le sfide, dipende da noi ma meno di come si crede. Abbiamo bisogno di qualcosa di più grande e che spesso viene dall’esterno.

Per cosa facciamo tutta questa fatica? Per chi accettiamo tutti questi pugni?

Il “perché” ci porta avanti, ci tiene in piedi.

#3 Accettare i propri limiti

Un altro aspetto eccezionale di questa scena, di quella di Rocky e della nostra, è la sua umanità. Basta professarsi invincibili, basta lezioni su come mangiare il mondo in un solo boccone. I nostri limiti sono la nostra forza.

Ed un’altra cosa che ci rende forti è proprio il fatto di sapere di non essere invincibili ed onnipotenti.

Ieri il mio amico M. mi ha detto “Non so se ti è capitato ma ogni tanto io mi chiedo cosa sto facendo e se ne valga la pena?”

“Si mi è capitato, mi capita continuamente” ho risposto.

#4 C’è sempre bisogno degli altri

La verità è che per andare avanti, adesso che sappiamo di essere umani, non hai solo bisogno di Te ma anche di chi sta intorno. Gli amici, i colleghi, la famiglia ma anche qualcuno un pizzico più distante.

Chi esprime un like o commenta un tuo post e non si rende conto di quanto sia importante. Una pacca sulle spalle, anche se virtuale e lontanissima. Ma vicina, forte. Potente.

Come in ogni film di Rocky c’è insomma sempre bisogna di qualcuno che ti dia forza, che ti ricordi che sei forte, perché lo stai facendo e che ce la puoi fare.

La verità è che insieme è più facile fare un altro round. Anche quando avresti solo voglia che ti beccasse sul mento.

Perché fare un altro round quando pensi di non farcela, è una cosa che può cambiare tutta la tua vita. Capisci quello che voglio dire?

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

Crescere

Io sono ciò che mi manca

Possiamo costruire e fare grandi cose da ciò che ci manca o dalle nostre debolezze. Non a casa il successo spesso nasce proprio dal fallimento.

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Io sono ciò che mi manca. Vivo la mia vita attorno ad un vuoto e la popolo di un pieno.
Così chi non può correre impara a volare, chi non può volare impara a nuotare.
Chi non può né correre, né volare, né nuotare impara a parlare.
E chi non può neppure parlare, impara a pensare.

A ognuno il suo talento

Ogni essere umano presto o tardi sviluppa un talento, una virtù. Impara a distinguersi per quello che sa fare, dire o pensare. E soprattutto impara a rendersi utile e a farsi apprezzare.

Ma cosa lo spinge a eccellere?

Alcuni ritengono che si tratti del fatto che presto o tardi si prende contatto con il proprio talento, naturale, genetico. Altri, invece, ritengono che il vero click avvenga nel momento in cui si incontra il proprio limite e si comincia a creare attorno ad esso. Nel primo caso alla base di un’eccellenza c’è un pieno, nel secondo caso c’è un vuoto con attorno un pieno.

Probabilmente tutte e due le ipotesi sono vere.
Tuttavia nella vita vissuta, nel lungo periodo, chi ha contattato, percepito, riconosciuto e accettato il vuoto che sta dentro il pieno si distingue per la costanza e la continuità con cui persiste nella sua piccola virtù.

Fallire per riuscire

I migliori atleti non sono quelli che non sono mai caduti, ma quelli che sono caduti e poi hanno saputo rialzarsi.
I più grandi musicisti non sono quelli che hanno sempre stregato il pubblico con le loro composizioni, ma sono quelli che hanno fatto fiasco e in mezzo allo sconforto hanno saputo ritrovare l’ispirazione.

Lo stesso vale per la gente comune. Per il piccolo imprenditore che ha saputo ripartire dopo un fallimento, per il libero professionista che ha imparato a vivere negli alti e bassi di richiesta del mercato.

Questo dettaglio purtroppo l’opinione pubblica fatica a comprenderlo.
È questo il motivo per cui la paura di cadere, di inciampare, di scendere al di sotto di una certa soglia è il più grande limite nella felicità degli esseri umani. Soprattutto in un mondo opulento e viziato come il nostro mondo occidentale.

Le garanzie ci abituano a vivere all’interno di un intervallo garantito. Per noi la parola rischiare non significa metterci in discussione e dubitare di noi stessi, significa solo giocare a fare qualcosa di diverso per vedere che effetto fa.

Chi oggi sarebbe in disposto a dire: “Toglietemi tutto!”. Molti sono disposti a rinunciare a molte certezze, ma non sanno andare oltre il “Toglietemi tutto, ma non … “, soprattutto dopo una certa età (leggi a questo proposito Cambiare vita a 40 anni).
Il grande limite è che neppure per gioco sono in grado di farlo, neppure nel tempo libero dal lavoro, dalla necessità di produrre. Nel “desport”!

Così accade che la vita scorre e se non abbiamo ancora toccato il fondo, non abbiamo ancora capito che il modo migliore per restare a galla è lasciarsi sostenere dall’acqua.
Investiamo ancora sulla nostra capacità acquisita di nuotare, piuttosto che sulla nostra naturale capacità di galleggiare.

Entrare in contatto con la propria debolezza

Una volta ebbi come paziente un pugile, dilettante.
Mi raccontò una cosa che mi colpì molto (è il caso di dirlo). Mi disse che il suo punto debole, come pugile, era che nessuno gli aveva mai rotto il naso. La mia prima reazione fu “Ma come? Questo non significa che sei bravo a difenderti?”.
Lui mi disse “Si! Sono troppo bravo a difendermi in uno sport in cui solo chi sa attaccare e fare punti, vince”.

Non sono esperto di boxe, tuttavia in quel momento ho capito che pur essendo bravo a boxare quell’uomo non poteva fare strada perché alla base del suo talento non aveva una ferita, un vuoto, una mancanza. Quelli bravi sono quelli che proprio perché sono stati colpiti nel loro punto debole hanno costruito attorno ad esso la loro forza.
Lui non era mai sceso abbastanza in basso da contattare la sua debolezza e per questo non era salito abbastanza in alto da contattare tutta la sua forza.  Solo chi ha fatto sentito la necessità, ha sviluppato la virtù.

Come scrive il grande filosofo Ortega y Gasset:
“Tutto ciò che siamo in positivo lo siamo grazie a una qualche limitazione. E questo essere limitati, questo essere monchi, è ciò che si chiama destino, vita. Ciò che ci manca e ci opprime è ciò che ci costituisce e ci sostiene. Pertanto, accettiamo il destino”.

Anche questo è #gowild

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Comunicare

Le parole per dirlo e per scegliere di includere

Le parole che scegliamo dicono qualcosa di noi, della nostra cultura e delle nostre convinzioni. Ad ogni momento possiamo scegliere di utilizzare parole più inclusive per tutt*.

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Scegliere le parole giuste per include tutti

La lingua italiana è composta di almeno 160mila parole, esclusi i dialetti locali.

Questo vuol dire che, al netto di vari livelli di analfabetismo, abbiamo un variegato campionario di termini per esprimere un pensiero, un concetto o un sentimento.

Perciò, sta a noi decidere se vogliamo includere o escludere qualcuno dei nostri ascoltatori o lettori, e trovare le parole per farlo, anche senza dichiararlo.

Non voglio tornare sulle declinazioni di genere dei titoli e degli appellativi (sul tema vi segnalo il bell’articolo di Valentina Maran che trovate qui).

C’è una discriminazione altrettanto tagliente che è legata alle espressioni evocative e a determinate frasi dedicata esclusivamente a una categoria di pubblico: le donne.

Il fenomeno è democraticamente distribuito in qualunque consesso sociale, incluse le scuole e le aziende.

E se in un’informale chiacchierata tra amici, una donna può decidere di soprassedere, in una riunione di lavoro il senso cambia.

Eh sì perché, salvi gravi deficit scolastici o analfabetismi di ritorno, si presume che chi tiene un discorso in una riunione, soprattutto se ricopre un ruolo apicale, quel discorso se lo sia preparato.

Si presume che se lo sia anche riletto, con quel minimo di cura per valutare se le parole e gli esempi scelti siano realmente efficaci per la platea; ovvero: chiari, convincenti e motivanti all’azione.

Qualche esempio dalla mia esperienza aziendale (non tutti subìti)

Mi scuso in anticipo per alcune volgarità, ma riporto le espressioni per come le ho ricevute o ascoltate.
Vabbè, comincio delicata: andiamo per gradi.

1. “Voglio più cameratismo tra voi”

Ora: la camerata richiama al collegio e, più frequentemente, alla caserma.

Le donne, in Italia, non hanno potuto svolgere regolarmente il servizio militare fino al 2000 e anche oggi sono una minoranza (più per disoccupazione che spirito di servizio, tra l’altro); perciò, chiunque sia nata prima del 1982 e cresciuta in casa, non ha esperienza di camerate.

Lo so, qualcuno starà pensando che la mia sia un’esagerazione, perché la parola è di uso comune e il senso è noto.

È vero; ma voglio sottolineare che qui non parliamo di un discorso a braccio, nel quale le idee sono a volte più veloci delle parole e si sceglie il primo termine che viene.

Parliamo di un intervento preparato.

In alternativa, si poteva scegliere: solidarietà, complicità, supporto, collaborazione, spirito di squadra, giusto per citare le prime che mi vengono in mente.

2. “Se fossi un uomo saresti perfetta”

Giuro: me lo sono sentito dire, e voleva pure essere un complimento.
Il senso era che ero preparata, efficiente, organizzata e determinata; quindi quasi perfetta nel ruolo, salvo per l’inconveniente di essere femmina.

3. “Oggi è isterica, c’avrà il ciclo”

Al di là della considerazione che il ciclo è una costante dalla pubertà alla menopausa, e che perciò ce l’avevo anche quando con me riuscivi a confrontarti serenamente, è vero: è governato da cambiamenti ormonali che nel 25% delle donne incidono significativamente sull’umore.

Ma gli sbalzi d’umore dipendono solo dal ciclo?
Non è che posso aver dormito male, discusso con qualcuno o ricevuto una notizia spiacevole?

Ho avuto un manager che, se la domenica la sua squadra del cuore perdeva, il lunedì non veniva in ufficio perché aveva la gastrite…

C’è una versione un po’ più triviale legata all’assenza di regolare attività sessuale, ma direi che si siamo capiti e ve la posso risparmiare.

“4. Dovete tirare fuori le palle”

Scusate: cioè?
No perché qui, con tutto l’impegno e la buona volontà, proprio non posso.

Mi volevi dire che devo essere tenace, determinata, coraggiosa e agguerrita?

Se proprio amiamo le metafore, possiamo dire che dobbiamo tirare fuori i denti o gli artigli?
Perché in molte specie mammifere il maschio caccia (a volte) ma è la femmina a difendere (sempre) i cuccioli e il territorio.

E siccome nell’universale linguaggio fisico animale mostrare le proprie “armi” serve a dichiarare che non si ha intenzione di fuggire e si è disposti a tutto…

Ce ne sarebbero altre (anzi, se vi va, scrivetele nei commenti) ma direi che il senso è chiaro.

I best performer

Per me poi l’apice viene raggiunto con i distinguo.

Caso 1

Parte automatica e incontrollata la frase sessista e, un attimo dopo, “escluse le presenti, naturalmente…”.

Naturalmente? Ne sei sicuro? Hai sperimentato? Hai raccolto prove a sostegno dell’esclusione?
Naturalmente, no.

È solo che, forse, hai parlato senza riflettere e ora cerchi, male, di rimediare.
Può anche darsi, invece, che da fine oratore, vuoi fermare la frase nelle menti dei presenti, sottolineandola proprio con quell’esclusione.

Come si dice: a pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina.

Caso  2

Esce la frase pesantemente volgare e l’autore si rivolge alla prima donna di cui incontra lo sguardo e dice “scusa eh!”
Come se tutti gli uomini fossero indifferenti alla volgarità e fosse solo un problema delle donne.

Davvero?

Guardate che non siamo così delicate.
Le conosciamo anche noi le parolacce, e le diciamo anche.
Siamo capacissime di sfilare le nostre belle coroncine e trasformarci magicamente nel migliore camallo di Marsiglia (con tutto il rispetto per la categoria).

Non dovete proteggerci.
Dovete imparare ad essere educati e rispettosi, anche nella scelta delle parole, verso tutti, altri uomini inclusi.

 

Lo so, può sembrare un’esagerazione e in effetti (un po’) ho volutamente esagerato.
Ma la comunicazione è uno strumento principe per includere o escludere persone.

Oggi ho parlato di donne ma potremmo parlare di disabilità o dell’uso perverso del “buona domenica” e del “buon natale”, come se fossimo tutti cristiani.

La cura con cui scegliamo le parole, le perifrasi, le metafore, gli stili ci racconta di convinzioni profonde e “culture” radicate.

Scegliere di adeguarle al contesto per includere tutti è una scelta.
Così come non farci caso.

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