Connect with us

In primo piano

Un talento vuole andarsene? Lascialo andare (o pensaci prima)

Se l’obiettivo è quello di fare sentire bene le persone per poter continuare a contare su di loro, c’è qualcosa di sbagliato. E quando qualcuno vorrà andarsene sarà troppo tardi.

Pubblicato

il

Maria aveva quasi 20 anni di esperienza nella stessa azienda e un curriculum tecnico e manageriale di tutto rispetto. Lavoravamo insieme da poco meno di un anno quando venne nel mio ufficio: “Il corso mi ha fatto riflettere”,  mi disse, “e ho deciso di dare le dimissioni”.

Un fulmine a ciel sereno. Durante il processo di selezione, Maria era stata una delle persone chiave che avevo incontrato. Me l’avevano venduta come se facesse parte dei mobili. Una delle piccole grandi certezze della ditta che mi apprestavo a raggiungere.

Ma dopo quel seminario sulla leadership particolarmente intenso (che tra di noi avevamo soprannominato “il corso del pianto”), aveva deciso di partire. E poi di separarsi dal suo compagno di una vita, ma questa è un’altra storia.

“Questa formazione doveva servire a farci sviluppare il senso di appartenenza e a trovare un obiettivo comune” le risposi, cercando di prendere tempo per elaborare qualcosa di convincente. Lei sembrò comprendere: “So che il tuo lavoro è quello di convincermi a restare. Ma non farlo: ho bisogno di cambiare.”

L’importanza (e il paradosso) della retention

La retention dei collaboratori è molto importante. Perdere un manager può costare all’organizzazione fino a 200% del suo salario annuale. Inoltre crea dei problemi a livello di organizzazione del lavoro e rischia di fragilizzare gli altri collaboratori. Lo sappiamo…

Quindi, bisogna agire! Giusto?
Eppure c’è qualcosa di profondamente sbagliato in queste motivazioni: partono dal presupposto che le dimissioni di un collaboratore provochino danno all’azienda.

Tuttavia se questo è il punto di partenza, ogni attività di retention sarà fine a se stessa: lo si fa per i soldi, non per le persone.

Non ho mai sentito dire a un collega HR o a un manager che volevano un ambiente di lavoro sereno per il bene delle persone: l’obiettivo è quello di farli sentire bene per poter continuare a contare sul loro contributo. Nella nostra mentalità socio-economica, questo ci sembra un argomento valido e legittimo.

Ma sarebbe come dire che in auto ti devi allacciare la cintura perché, in caso di incidente, l’assicurazione non copre i danni. Anche questo è vero. Ma non è forse il fatto di salvare una vita l’aspetto fondamentale, ciò che porta veramente a sostenere l’importanza di allacciarsi le cinture?

Chi sono le persone a rischio di partire?

Secondo una recente ricerca di Willis Tower Watson, più di un quarto dei collaboratori sono a rischio turnover. La maggior parte di questi sono o hanno il potenziale per essere top performers. Proprio come quel detto: se ne vanno sempre i migliori!

Le ragioni sono semplici: hanno più possibilità di trovare un nuovo impiego, sono più sensibili a certe dinamiche aziendali che possono demotivare e, sovente, per poter avanzare nella loro carriera, sono obbligati a cercare altrove.

Infatti il 47% di questa categoria di collaboratori ammette di aver dato un’occhiata alle opportunità di lavoro negli ultimi 30 giorni, contro il 13% a livello di tutte le persone impiegate in azienda.

Ricordo di averlo fatto anch’io durante una riunione quadri: eravamo 300 manager, riuniti una volta all’anno per… per cosa? Nella mia idea, per celebrare i successi, per sentirci parte di un qualcosa di più grande, per sentirci ispirati dai nostri superiori e uscire di lì con rinnovato slancio e voglia di fare. E invece il discorso del CEO era stato talmente distruttivo, i suoi ringraziamenti talmente poco convincenti (aveva letto anche quelli, come il resto del discorso, senza neppure rivolgere uno sguardo alla platea), che nel bel mezzo della riunione avevo cominciato a guardare le offerte di lavoro su LinkedIn.

Quando un collaboratore arriva a questo punto, a mio avviso è troppo tardi. Vuol dire che qualsiasi intervento di retention sarà nell’ottica del pompiere che interviene in urgenza per salvare una situazione. Invece la vera retention significa cominciare subito, dal primo giorno, grazie a comportamenti e strumenti che fanno dell’azienda un luogo in cui stare bene. E in cui è anche possibile parlare del proprio eventuale malessere.

Non aver paura fa bene a tutti

Raramente il collaboratore che decide di partire rischierà di avere una conversazione onesta con il proprio superiore. È più probabile che menta. E passerà un po’ del suo tempo lavorativo nella ricerca di una nuova opportunità, prendendo giorni liberi all’improvviso o fingendo visite dal medico per coprire eventuali colloqui in altre aziende.

Questa situazione è controproducente sia per il datore di lavoro che per il collaboratore, che non si starà dedicando come dovrebbe alla ricerca di lavoro. Il risultato è che passerà mesi in uno stato di bassa produttività e quando finalmente troverà un nuovo impiego darà la sua lettera di dimissioni l’ultimo giorno utile. Tra vacanze permessi e ore sparirà nel giro di poche settimane, lasciando il datore di lavoro con una posizione da riempire immediatamente.

Io sono il primo a considerare che chi ha deciso di partire debba uscire il prima possibile. L’ho provato sulla mia stessa pelle, dopo aver dato le dimissioni dal mio ultimo impiego: ogni giorno mi sembrava di puzzare un po’ di più di pesce andato a male. E infatti abbiamo trovato un accordo per ridurre i sei mesi di preavviso che avevo in “soli” tre.

Tuttavia c’è modo e modo di partire. E di far partire.
Per far le cose per bene, bisogna cominciare da una cosa semplice e molto difficile al tempo stesso: parlarsi. Andare dal proprio capo e parlarne apertamente: “Sono in un periodo in cui ho bisogno di nuovi stimoli, penso di cominciare a guardarmi intorno, volevo fartelo sapere, senza fretta e senza pressioni”.

Incoraggiare la retention, facilitando l’uscita

Questa trasparenza dà al datore di lavoro la possibilità di gestire in maniera realmente utile l’eventuale processo di retention: potrà analizzare le reali possibilità di carriera per quel collaboratore, potrà cominciare a riflettere su una eventuale sostituzione e, soprattutto, non dovrà aver paura che la persona in questione faccia sgambetti o metta in atto comportamenti scorretti dovuti alla frustrazione.

Lo step successivo, quello che fa veramente la differenza, è di sostenere il collaboratore nella sua scelta.
Ogni HR sa che le “exit interviews” sono delle potenziali miniere d’oro per prendere il polso del clima aziendale. Le persone che partono di loro spontanea volontà possono dare delle informazioni cruciali per migliorare i processi, per capire meglio le difficoltà e, di conseguenza, per migliorare le cose.

Il problema è che raramente chi parte dice veramente ciò che pensa: per una questione di sensibilità, per evitare colpi bassi dell’ultimo minuto, per una questione di referenze, o anche perché ritiene che non sia più un suo problema ciò che capita nell’azienda che sta lasciando.

Queste difficoltà possono essere stemperate da una cultura aziendale improntata al sostegno delle proprie risorse, anche quando stanno per partire: concretamente, penso che manager e HR dovrebbero lavorare insieme con il loro futuro ex-collaboratore per aiutarlo a vivere al meglio la partenza dall’azienda, fino al punto di sostenerlo nella ricerca di un nuovo lavoro.

Aiutare i propri collaboratori a effettuare la transizione verso una nuova opportunità è il modo migliore per diminuire le tensioni e per creare uno spazio in cui tutti, non solo chi parte, si senta a suo agio nel discutere i problemi dell’azienda.

Come riuscirci?

Per ogni aspetto importante, c’è un pre-requisito: il top management deve crederci e deve assicurarsi che tutti in azienda rispettino lo spazio di sicurezza nel quale questo tipo di discorso nasce e cresce.

In altre parole, il management dell’azienda deve essere composto da leader che hanno a cuore gli interessi dei collaboratori, e questo in modo genuino (in altre parole, non perché costerebbe troppo rimpiazzarli). A volte il bene del singolo non collima necessariamente con il bene dell’azienda, per lo meno a corto termine, e questa cosa va accettata.

A volte il bene del singolo non collima necessariamente con il bene dell’azienda, per lo meno a corto termine, e questa cosa va accettata.Click To Tweet

È stato il caso di Maria, di cui parlavo poco fa: nessuno di noi era contento che partisse. È stata una grossa perdita per l’azienda. Ma quando la rivedo oggi, a distanza di qualche anno, la vedo sbocciata, bellissima, in forma, felice, soddisfatta del suo nuovo lavoro e del suo nuovo compagno. E, soprattutto, senza amarezza.

Entrambi abbiamo deciso di lasciare il nostro datore di lavoro e le persone a cui volevamo bene, ma grazie al fatto che entrambi siamo stati in qualche modo accompagnati nella nostra partenza, con rispetto e benevolenza, siamo riusciti a conservare per l’azienda un senso di affetto e riconoscenza. Forse persino maggiore di quando eravamo impiegati.

È importante: sia per la reputazione dell’azienda, sia per il futuro… che non si sa mai. Ma soprattutto è importante per tutte le persone coinvolte: non solo noi, ma anche le nostre famiglie, i nostri amici, e i nostri ex-colleghi.

Questo risultato è possibile se il management si impegna su due aspetti fondamentali:

  1. Se hai l’impressione che uno dei tuoi collaboratori sia infelice, affronta la discussione in maniera proattiva, proponendogli un incontro faccia a faccia. E questo genere di iniziative non vanno proclamate sul sito internet o sulla carta dei valori dell’azienda: vanno agite quotidianamente. Solo così si creano i presupposti per una comunicazione aperta, onesta e efficace tra le parti.
  2. Una volta concordata l’effettiva decisione di partire, bisogna alleggerire il carico di lavoro della persona per permetterle di restare produttiva ma, nel contempo, di occuparsi anche delle sue ricerche di lavoro.
    Lo so, è contro intuitivo: di solito si tende a caricare di lavoro chi sta per partire, per poter chiudere progetti, approfittare delle sue competenze finché c’è e anche un po’ per ripicca, diciamoci la verità. Invece qui si tratta di fare il contrario: definire obiettivi precisi a corto termine, sfoltire ciò che non è essenziale, e informare tutte le persone che collaborano con lei o con lui di quanto si sta facendo (per evitare incomprensioni o invidie).

Un cambio di paradigma

È importante sottolineare che il punto di partenza deve essere completamente persona-centrico: non si tratta di trovare soluzioni a problemi dell’azienda, si tratta di prendere in carico in maniera disinteressata il migliore interesse di una persona che ha lavorato con noi.

Questo approccio permette di costruire una cultura che contamina in modo virtuoso tutte le operazioni e le persone dell’azienda. Al punto da diventare un elemento fondamentale di… retention.

Retention intesa come un ambiente di lavoro favorevole, piacevole, in cui le persone hanno voglia di restare, e non come contentini o esche appese all’amo, con l’intento di trattenere chi non si sente bene, a suon di promesse, mezze-promozioni e piccoli aumenti di salario.

È questo il cambiamento che ci dobbiamo aspettare dalle aziende. Oggi.

HR | Digital Transformation | Change Management | Co-Founder Purple&People. Negli ultimi 15 anni ha rivestito ruoli manageriali nell’ambito delle risorse umane, a 360°, lavorando in grandi aziende americane, in multinazionali francesi e in organizzazioni parastatali svizzere. Il suo focus personale si concentra soprattutto sulla digital transformation, la gestione del cambiamento, le relazioni con gli stakeholders e lo sviluppo dei talenti. Ha il pallino per le questioni di genere e il diversity management, con una fastidiosa tendenza a voler sperimentare in prima persona le innovazioni e i modelli organizzativi radicali.

In primo piano

Scioperare è un diritto ma in realtà c’è molto da lavorare

È tempo di creare nuove forme di partnership tra lavoratori, aziende e rispettivi rappresentanti. Nuove relazioni basate sulla fiducia reciproca, sulle responsabilità condivise. E meno scioperi, specie di venerdì…

Pubblicato

il

Il vestito della domenica, la pizza del giovedì sera, lo shopping del sabato e… lo sciopero del venerdì.

Nel calendario settimanale, l’abitudine più sgradevole è sicuramente quella di rassegnarsi a fare la sardina, tutti vicini vicini e compressi nei vagoni delle fasce protette, a recitare defissioni su almeno tre generazioni di madri dei tramvieri. 

In Italia, bus tram e metropolitane scioperano circa 120 giorni all’anno, vincendo facilmente la palma d’oro delle agitazioni sindacali. Nel 2017, su un totale di 1’488 scioperi realmente effettuati, il settore del trasporto pubblico locale ne ha svolti 318, cioè uno su cinque. E praticamente sempre di venerdì.

Un diritto: abusato?

Lo sciopero è l’astensione organizzata dal lavoro di un gruppo di lavoratori dipendenti, con l’obiettivo di fare pressione a tutela di comuni interessi o a difesa di diritti di carattere politico o sindacale. Non per niente viene solitamente proclamato dai sindacati.

Di fatto, però, le ragioni rimangono oscure ai più. Nonostante esistano degli obblighi ben precisi sia per chi proclama lo sciopero che per chi ne dà notizia, raramente gli organi di informazione forniscono informazioni sulle motivazioni delle agitazioni.

Eppure in Italia lo sciopero è un diritto riconosciuto dalla Costituzione all’articolo 40: “Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano»” Peccato che queste leggi siano state promulgate solo nel 1990 (la legge 146) e poi nel 2000 (legge 83).
Il quadro legale è comunque molto chiaro, nonostante le regole possano cambiare leggermente a dipendenza dell’ambito di lavoro: si definisce chi non ha il diritto di scioperare, quali sono i servizi che devono essere garantiti in ogni caso, entro quando va annunciato (almeno 10 giorni prima), con quali modalità e quali sono le procedure obbligatorie volte a cercare di evitare lo sciopero (per esempio la contrattazione tra le parti).

Da parte nostra – dei cittadini – prevale invece l’attitudine di sconforto di fronte a un fenomeno che, ormai, cataloghiamo come “venerdì nero” e che viene svuotato di ogni significato. La percezione è che lo sciopero sia una forma di dispetto da parte di statali fannulloni che vogliono solo farsi un week-end di tre giorni.

Di scioperi e paradossi

Il settore dei trasporti pubblici è emblematico in questo senso: per quasi un decennio non ha visto rinnovato il proprio contratto nazionale. A valle (o forse a monte) di questo dato di fatto c’è stata una proliferazione delle sigle sindacali, che ha portato alla proclamazione di molte agitazioni da parte di organizzazioni anche fortemente minoritarie.

A questo si aggiunge un effetto oserei dire perverso legato al sistema di distribuzione dei contributi pubblici alle aziende di trasporto: ogni volta che c’è uno sciopero, i lavoratori perdono lo stipendio mentre i vari consorzi ci guadagnano tre volte, risparmiando sui salari, economizzando gasolio e manutenzione dei mezzi che rimangono in deposito e percependo comunque i finanziamenti statali.

Infatti le vendite di biglietti e abbonamenti coprono soltanto il 30% circa dei costi di esercizio. Nessuna impresa pubblica o privata avrebbe interesse a fornire questo tipo di servizio se non ricevesse importanti contributi da parte dello Stato.
L
’associazione che rappresenta le aziende di trasporto, l’Asstra, nega che queste guadagnino con lo sciopero, e sostiene che i contributi sono legati ai chilometri effettivamente percorsi, che però in molti casi sono forfettari.

Resta il fatto comunque che i gestori del servizio sono poco interessati a chiudere le vertenze con i loro collaboratori perché, in caso di agitazione sindacale, le perdite che subiscono sono limitate. Non possiamo dire lo stesso dei cittadini, che si ritrovano in ostaggio di beghe di cui sanno poco o niente.

Il ruolo dei sindacati

Chi invece ne conosce bene i retroscena sono i sindacalisti, poco importa di che settore o credo politico. È un mestiere, a mio parere, in via di estinzione, vittima di anni di lotte sbagliate, fatte per conservare i privilegi di taluni e per opporsi a ogni cambiamento, e questo di principio.

L’Italia è stata per molti anni alla mercé di persone che, sebbene mosse da ideali nobili, hanno finito per guardare sempre e solo nello specchietto retrovisore. Persone per le quali il futuro è necessariamente minaccioso e peggiore del presente e che stanno vivendo il tramonto di un sistema basato sui grandi partiti politici e sulle opposizioni sinistra-destra, lavoratori-padroni, come se fosse la fine del mondo.

È un discorso delicato, questo.
C’è chi ritiene essenziale il ruolo dei sindacati in quanto danno voce ai lavoratori, in un mondo dominato dalle regole dell’economia, in cui ogni datore di lavoro è vassallo; i sindacati garantiscono salari migliori e trattamenti equi, in un particolare momento storico in cui all’orizzonte spunta lo spauracchio dei licenziamenti a causa della tecnologia.
In quest’ottica, dei salari più alti significano che più soldi possono essere iniettati nel commercio, e quindi questo sarebbe al servizio di un mondo migliore.

Poi ci sono quelli che invece danno la colpa ai sindacati di appestare l’economia: organizzazioni corrotte che utilizzano i fondi forniti dai loro membri per fini politici e che causano l’aumento del costo della vita, rendendo difficile le attività anche delle aziende oneste.

Altri ancora credono che i sindacati non siano più necessari perché le protezioni legali dei lavoratori sono molto migliorate. Ma il contro argomento è che molte di queste protezioni non esisterebbero oggi se i sindacati non avessero forzato la mano ai governi, per difendere i diritti dei lavoratori. Ma questo era nel passato.

Personalmente, credo che il sindacalista sia un ruolo ambiguo, perché è tenuto a fare gli interessi dei lavoratori ma è pagato per essere un sindacalista. Cosa vuol dire? Che è obbligato, in qualche modo, a fomentare le contrapposizioni di classe, anche quando non ci sono.
In realtà, il suo è un mestiere soggetto a un forte conflitto di interessi, perché non gli conviene che ci sia la pace tra datore di lavoro e lavoratori. O per lo meno deve fare in modo che questa pace sia costantemente sotto pressione e oggetto di negoziazioni, di cui il sindacalista stesso costituisce elemento essenziale.

Ordinamenti (e culture) a confronto

Ho sempre detto ai miei amici Italiani che in Svizzera lo sciopero è anticostituzionale. Non è completamente vero: l’articolo 28 della Costituzione federale è più restrittivo del suo corrispettivo italiano, ma non lo vieta: “Lo sciopero e la serrata sono leciti soltanto se si riferiscono ai rapporti di lavoro e non contrastano con impegni di preservare la pace del lavoro o di condurre trattative di conciliazione.”

ll motivo della relativa rarità degli scioperi in Svizzera è legato a una lunga tradizione, soprattutto nel settore industriale, di cercare di evitare il conflitto attraverso la negoziazione. Gran parte dei contratti collettivi, che fissano le condizioni di lavoro, contempla una clausola sulla cosiddetta “pace del lavoro”.

In un periodo in cui si parla molto di “pace fiscale” come sinonimo di “condono”, è facile intuire che dietro all’espressione “pace del lavoro” ci sia in realtà l’impegno sindacale a non indire scioperi. È vero che anche il datore di lavoro si impegna a trovare delle soluzioni condivise, ma perché la tradizione della negoziazione è fortemente ancorata nella società elvetica, e la si ritrova a tutti i livelli della società.

Questo non significa che la Svizzera sia esente da conflitti di lavoro.
All’inizio della mia carriera, lavoravo per l’operatore telefonico Orange: durante un periodo di riorganizzazione, alcuni collaboratori organizzarono uno sciopero. Ricordo che arrivarono autorità e televisioni, perché era qualcosa di estremamente inusuale, per la Svizzera.

L’ultimo sciopero dei trasporti pubblici risale al 2014, a Ginevra, quando i lavoratori hanno scioperato per opporsi ad alcuni tagli di bilancio e di posti di lavoro. Il precedente sciopero nei trasporti pubblici ginevrini risaliva al… 1982.

Cambiare e coinvolgere

Come per la maggior parte dei fenomeni legati al mondo del lavoro, sono fermamente convinto che sia giunto il momento di attuare un cambio di paradigma.

Si deve cominciare col comprendere che gli interessi dei lavoratori sono gli stessi del datore di lavoro, e viceversa. C’è molto lavoro da fare a livello di impresa per sviluppare una sensibilità alle proprie responsabilità civili e sociali. E non sto parlando di semplice social responsibility, che non è un’altra moda del marketing, per truccare un po’ il viso fatiscente di certe aziende.

Sto parlando di capire che siamo tutti sulla stessa barca.
E nella stessa maniera, i sindacati devono cominciare a smettere di rimpiangere i giorni delle barricate e delle lotte di classe. Certo, quando c’erano i muri, certe cose erano più certe. Oggi viviamo in una società liquida, dove tutto tende a mischiarsi a confondersi. Anche le ideologie.

Non possiamo più tendere imboscate chiamandole scioperi, portando la battaglia per i nostri interessi nel campo della liberà di altri lavoratori, che si trovano lesi dalle nostre rivendicazioni. Io blocco la metropolitana, e loro devono alzarsi un’ora prima per arrivare in tempo in ufficio. Un’ora sottratta al sonno e agli affetti per… cosa?

Per “chiedere di condividere con i lavoratori almeno una piccola parte degli enormi utili che l’azienda fa attraverso un premio di produttività (che non sia il bonus una tantum per il periodo natalizio proposto dall’azienda) e un livello di retribuzione che vada oltre il livello minimo previsto dal contratto nazionale”, come recitano ad esempio le motivazioni dello sciopero dei dipendenti Amazon Italia in pieno black-Friday (un altro venerdì, anche questo).
Come se il premio di produttività fosse la priorità rispetto alle condizioni di lavoro della multinazionale americana in questione…

Un mondo che non c’è più

In quest’ottica di confronto, quello che mi ha sempre stupito è vedere la forte presenza di manifestazioni sindacali e di relative agitazioni, come gli scioperi del venerdì, senza però scorgere nulla di concreto su alcuni temi fondamentali del mondo del lavoro: non è solo una questione di tutelare i diritti già acquisiti, ma anche di garantire che le condizioni di lavoro siano sane.

Onestamente, è così importante avere forme contrattuali che mi mettono al riparo dall’essere licenziato da un lavoro in cui mi sto mangiando il fegato tutti i giorni? È significativo poter contare su dei giorni di permesso per andare dal medico, quando il mio capo esercita delle pressioni su di me che mi portano a non volere andare al lavoro al mattino (e ad aver bisogno di quel medico dal quale ho il diritto di andare nel mio giorno di permesso)?

È sulla qualità e non solo sulla quantità che i sindacati dovrebbero concentrarsi. E non pensare solo a chi un lavoro già ce l’ha, ma anche ai milioni di Italiani che sono alla ricerca di un’occupazione, o di tutti quelli che vivono con contratti precari o di stage.

Ho l’impressione che lo sciopero sia uno strumento ormai antiquato al servizio di persone che vogliono difendere i lavoratori, difendendo invece una visione anacronistica del mondo del lavoro di un’Italia che ormai non esiste più.

Stiamo lì a discutere di un anno in più o in meno di pensione, mentre il vero problema sono i giovani che, molto probabilmente, quella pensione non la vedranno mai. Per loro, per questi giovani, non sono sicuro che il significato costituzionale di uno sciopero sia chiaro, o che significhi molto di più di un viaggio scomodo in metropolitana. Per loro, le attività dei sindacati non solo sono lontane, ma addirittura di intralcio a quello che può essere un tentativo di costruirsi il proprio futuro.

È tempo di creare nuove forme di partnership tra lavoratori, aziende e rispettivi rappresentanti.

Nuove relazioni basate sulla fiducia reciproca, sulle responsabilità condivise, non da ultimo nei confronti della cittadinanza, che potrà finalmente cominciare avere un rapporto positivo con chi, fino a ieri, litigava in modo sterile.

Continua a leggere

Crescere

Il problema non è bilanciare vita e lavoro. Il problema è il lavoro

Sino a quando non capiamo che cosa sia il lavoro non possiamo pensare di equilibrare vita e lavoro. Anche perché di vita, in migliaia di anni, bisogna ammettere non abbiamo capito così tanto.

Pubblicato

il

Pensare di dividere vita e lavoro come fosse la differenziata non è soltanto utopico ma porta a pensare in modo completamente sbagliato. Come ha osservato di recente John Coleman, coautore di Passion & Purpose, ci si ostina a consigliare come equilibrare l’una e l’altra cosa senza mai riuscire a definire cosa è un lavoro buono e cosa si intenda per una vita buona. L’assunto principale continua dunque a essere che le cose che contano davvero sono quella “della vita”, quelle “fuori dal lavoro”.

Con una narrazione di questo tipo risulta difficile orientarsi nel mondo del lavoro. Un mondo che è completamente stato rivoluzionato nei fatti e poco nelle idee. Tre su tutte: il lavoro è noioso, il lavoro noioso fa schifo, il massimo nella vita è fare il lavoro che ami

  • Il lavoro è noioso

Lo abbiamo imparato intorno ai 5 o 6 anni, passando dall’asilo, o da casa, alla scuola elementare. Lì ci hanno detto che non si trattava più di fare disegnini e oggetti con la plastilina ma ci toccava lavorare. Non credo di essere l’unico ad avere avuto maestre e maestri usare letteralmente “lavorare” parlando dello studiare storia o geografia. Anche i genitori contribuiscono a questa narrazione, raccomandando di metterti sotto con lo studio, che con lo studio non si scherza e che “adesso sei grande” – anche se non sei ancora entrato nell’età della pubertà. Il termine lavoro per indicare qualcosa di noioso o un dovere è talmente insito e radicato da non essere messo in discussione – come fai a metterlo in discussione a 6 anni? – ed è causa di intere generazioni di pseudo calvinisti veramente frustrati.

  • Il lavoro noioso fa schifo

L’altra caratteristica che ci insegnano sin da piccoli è che il lavoro noioso fa schifo. Nel senso che è normale sia così. Non c’è da trovare il lato buono o indorare la pillola come diceva Mary Poppins. C’è da saperlo, metterci una croce sopra, lavorare.

Farsi il letto, sistemare la stanzetta, fare i compiti. Fa schifo ma devi farlo. È il tuo dovere e spesso è l’indice per eccellenza che definisce il bravo e cattivo bambino – “è così bravo… fa sempre i compiti…” Di contro ogni qual volta un bambino è invece animato da passione per fare i compiti o sistemare la stanza viene esibito come strano e anormale. “Non ci crederai ma mio figlio/a…”

Nota: Mentre si parla di ridurre gli orari di lavoro, si fantastica su giornate di sole 6 ore lavorative, i bambini lavorano in media, tra aula e compiti, circa 9 ore al giorno!

  • Il massimo della vita è fare il lavoro che ami

E poi si racconta che alcuni invece abbiano il vergognoso culo di fare un lavoro che amano. Un’eccezione che conferma la regola. Un qualcosa non tanto al quale aspirare ma un’eventualità, un lusso, riservato a pochi.

L’effetto più probabile di un’idea del genere è:

– Rafforzare l’idea che il lavoro in generale fa schifo

– Tormentarsi perché non sei tra i superfortunati che fanno (per caso) il lavoro che amano

“Fai il lavoro che ami e non lavorerai un giorno in vita tua”. Ovvero: se sei fortunato nel fare il lavoro che ami, non lavorerai un giorno in vita tua… perché di norma il lavoro fa schifo.

La trappola del lavoro felice

Se pensi alla ricerca della felicità e ti viene in mente Will Smith è esattamente questo il problema. Un messaggio completamente sbagliato che ci stordisce come una modica dose di erba, ci fa sembrare di aver trovato la soluzione e ci culla invece nella mediocrità e nella tristezza.

Andiamo velocemente al film: come il protagonista trova la felicità?

I passaggi sono più o meno i seguenti: Lavoro da schifo > problemi di soldi > lavoro fantastico > un pacco di soldi > risoluzione problemi > felicità.

E come si avvia tutto questo? Qual è la leva? Il protagonista che passa davanti Wall Street e vede un’auto lussuosa parcheggiata. Chiede: “cosa bisogna fare per potersela comprare?” La risposta da quel punto in poi sarà lo scopo.

Il messaggio a guardare bene è che soldi= felicità; lavoro che ti da un sacco di soldi = lavoro felice

Il protagonista aveva uno splendido rapporto con il figlio già da povero, in mezzo si separa dalla moglie, alla fine lo ritroviamo con il figlio (già felice squattrinato) e ancora separato dalla moglie. Cos’è cambiato? I soldi. Potremmo anche dire la realizzazione professionale ma non sappiamo quanto sia vero dato che alla base, la motivazione, si parte da un fattore economico e da un calcolo economico.

Il nostro problema si chiama LAVORO

Tornando all’idea dalla quale eravamo partiti, dovrebbe essere chiaro che il problema non sia coniugare vita e lavoro ma capirci qualcosa in almeno uno dei due ambiti, ambiti che in fondo sono sempre strettamente legati. Per sognare bisogna partire da presupposti precisi, concreti, appunto reali. Seguendo lo schema di sopra, le bugie, eccone alcuni che potrebbero esserlo.

Il lavoro è faticoso non noioso

Ho scritto queste righe con una certa quantità di fatica ma non direi di essere annoiato, anzi. Tutto ciò che facciamo presenta un certo livello di difficoltà e presuppone un certo di livello di impegno, sudore fisico e intellettuale. Nello sport capita di pagare volontariamente per questo genere di fatica. In altri ambiti, anche in quello amatorio, ambiamo alla fatica:)

La variabile è chiaramente il significato che dai a ciò che fai e non meramente ciò che fai. Se siamo annoiati nel lavoro potrebbe essere un problema (si dice che sia il problema tipico dei millennial) ma la fatica no, non è un fattore sul quale esprimere un giudizio.

La maggior parte delle persone fa un lavoro da schifo

(occhio a questo punto perché ci ritorniamo tra poco)

Il lavoro fa schifo, ci crediamo, perché la maggior parte delle persone è cresciuta con quest’idea radicata dentro. Forse per un periodo ha resistito, ha provato a cercare un’alternativa ma poi non trovandola ha abbandonato, ci ha creduto, è diventata official ambassador del lavoro come punizione e senza troppa gioia. Sono diventati cioè insegnati di altri allievi che hanno fatto lo stesso percorso.

Se fai il lavoro che ami lavorerai più che tutti i giorni ma lo vivrai in maniera diversa (e a volte farà schifo)

Mi piace sempre citare Marco Aurelio quando si chiede come mai alcune persone lavorano ininterrottamente per ore e non sentano neanche il desiderio e la necessità di staccare, mangiare, dormire. Chiaramente sono persone che amano il proprio lavoro. Ciò che non è chiaro – se non lo sperimenti – è che questo significa lavorare duramente, altro che non lavorare un giorno in vita tua.

Il popolo di imprenditori, freelance, delle partite iva, degli artisti, del tipo “amo il lavoro che faccio”, hanno problemi diversi da chi deve sottostare a un capo stronzo ma sempre di problemi si tratta. Non stacchi quasi mai perché non te lo concedi, il che è un’aggravante micidiale, soprattutto se hai una famiglia. Non ti rallegri più per un soldo incassato ma vuoi fare sempre di più. Non tanto perché sei un avido bastardo ma perché sei/diventi un perfezionista schifoso. L’amore per ciò che fai diventa anche l’incapacità di staccare. Una droga legale e della quale nessuno parla. Con buona pace di Confucio.

Perché crediamo che con il lavoro non ci sia speranza?

Prendiamo i due ultimi punti (il lavoro fa schifo + l’idea che ci vendono della felicità) e abbiamo quasi la soluzione: siamo sulla strada sbagliata.

Mettiamoci di mezzo la “crisi”, l’incastrarsi del periodo che va dal 2008 (recessione) e il cambiamento (digitalizzazione, confini nuovi, problemi nuovi) e il quadro è completo.

In tale contesto diventa chiaramente difficile se non impossibile uscirne alla vecchia maniera. Se giriamo in città sperando di capire come riuscire a mantenerci una villa con piscina o una Ferrari, l’esito più probabile è rimanerci male e diventare ancora più frustrati e pessimisti.

L’alternativa ci sarebbe. Sarebbe sganciarsi da tutte le idee a proposito di lavoro e provare a dare definizioni quanto oneste quanto efficaci.

Lavoro come sostentamento

Ogni tanto è da intendersi così. Per una volta salviamo la narrativa cristiana. Chi non lavora, non mangi. Lavori e anche se non ti piace, anche se è noioso o faticoso, stai mantenendo te stesso e la tua famiglia. Non è che tutti debbano avere lo start with why fiammante del quale parla Simon Sinek. Nel mondo della realtà si gode anche del fatto che tuo figlio possa mangiare ogni giorno, fare sport, studiare e fare una vita diversa. Non dico sia il massimo ma succede e non penso sia da condannare.

È un lavoro, non il lavoro.

Ci sono fondamentalmente due modi per vivere con un lavoro che non ci piace. Paul Graham li chiama percorsi e ne individua principalmente di due tipi.

Il percorso organico: diventando più bravi, autorevoli, riconosciuti, crescendo insomma, nel nostro lavoro aumenteranno gli aspetti positivi. Ci saranno meno noiose e dure, e queste verranno affidate a chi sta invece iniziando. O, qui torna il concetto di soldi, potremo permetterci di scegliere e fuggire da ciò che è noioso, duro e ci fa stare male.

Oppure un percorso diverso, Paul lo chiama two-job route: fare un lavoro che non ti piace per farne uno che ti piace. Potresti fare un lavoro che non ti piace per permetterti di seguire le tue passioni, o avere abbastanza tempo per stare con i tuoi figli. O fare un lavoro che non ti piace inquadrandolo in un percorso a più ampio spettro, in un progetto futuro dove trovi significato.

L’accettazione del “temporaneo” ma anche del “necessario” ti fa andare avanti e ti dà la forza. Vista così, anche nelle situazioni non ideali, il lavoro non fa mai schifo. Non è mai privo di significato perché te lo stai creando.

(Può essere) slegato dai risultati

E qui veniamo al punto “nuovo”: il lavoro può e deve essere slegato dai risultati. Slegato cioè da quella produttività che sin ora ha sempre giustificato ingiustizie, noia, fatica, un lavoro da schifo.

Perché una persona non può dire di lavorare se scrive un blog? O se dipinge? O se cerca di rendere migliori, in qualunque legale modo, le vite degli altri? Perché insomma bisogna trovare sempre il codice ateco della storia?

Il fatto che il lavoro venga definito tale quando è riconosciuto dal mercato, è quel genere di cose sulle quali bisogna pensare in questo particolare momento. Una di quelle cose che abbiamo dato sempre per scontato ma in futuro potrebbe non essere così.

Si tratta, per dirla con Kacy Qua, di correggere il (nuovo/vecchio/vecchissimo) difetto del capitalismo moderno del quale parlavamo. Ne avevo parlato anche qui

Ciò è possibile chiaramente solo a patto di slegarsi dalle vecchie idee e da quell’auto fiammante parcheggiata all’angolo della strada. Raccontando e raccontandoci una storia nuova. Una storia che possibilmente includa almeno questi tre punti:

  1. Ciò che aggiunge valore alle persone, alla società, alla terra dovrebbe essere ritenuto lavoro. Sempre e comunque.
  2. Ciò che non aggiunge valore o che reca un danno alle persone, alla società, alla terra, dovrebbe essere compensato meno o addirittura penalizzato. E non considerato un lavoro plausibile.
  3. Chiunque svolga un ruolo prezioso per la società dovrebbe essere ricompensato e dovrebbe andare in giro orgoglioso del suo lavoro.

Raccontami ancora di come bilanci vita e lavoro

Più che di bilanciamento o integrazione, per dirla con Jeff Bezos , bisognerebbe invece sbilanciarsi. Sbilanciarsi nel senso di dare una rotta precisa alla propria esistenza, dunque al proprio lavoro, dunque alla propria Vita.

Perché il problema non è dividere le ore in maniera “buona” ma provare a vivere una vita buona. Il problema non è equilibrare vita e lavoro. Il problema è il Lavoro.

Continua a leggere


Su Purpletude ogni giorno nuove idee per fare e pensare qualcosa di diverso. Ottieni un riepilogo settimanale per non perderti nulla.

envelope

Libri “viola”

Trending

Purpletude è l'attitudine a pensare in modo diverso. E provare a fare qualcosa di diverso. Sei dei nostri?

Condividi
Tweet
Condividi