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Veleggiare nell’incertezza: le strategie di uno skipper del cambiamento

Si possono rincorrere le galline per l’aia stabilendo KPI che misurano quante ne catturiamo al minuto, oppure possiamo occuparci del vero problema: il buco che c’è nella rete del pollaio.

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Non so voi, ma, nonostante un lavoro molto dinamico e una forma mentis abbastanza predisposta al cambiamento, io fatico a stare al passo di questo mondo sempre più frenetico; e questo, a volte, mi dà una sensazione di smarrimento e inadeguatezza.

Da un lato credo sia un po’ l’età: la natura si serve delle generazioni proprio perché quelle nuove siano via via facilitate nello sviluppare da zero schemi mentali più adatti a un contesto in cambiamento, ma l’aumento della velocità a cui questo cambiamento procede oggi ti fa percepire di aver 300 anni d’età invece che 47 .

Mi sono chiesto il perché di questa sensazione e, dopo riflessioni e letture, sono giunto alla conclusione che ci si sente così perché il nostro cervello si è evoluto per pensare linearmente e non esponenzialmente: il tipo di sfide che lo hanno portato, 300’000 anni fa, a fare un notevole salto di performance rispetto a quello del resto degli ominidi era lineare. Non guidavamo jet e non producevamo microprocessori che diventano 10 volte più potenti ogni 5 anni a parità di costo e volume: eravamo immersi in una natura che avanzava linearmente. “Gli animali che cacciavamo per sopravvivere viaggiavano a velocità costante, nessuna gazzella accelerava esponenzialmente nella savana”, per citare il futurologo Ray Kurzweil.

Per contro l’impatto generato dai cambiamenti a cui abbiamo assistito negli ultimi 40 anni è di un’entità che non ha precedenti: recentemente abbiamo assistito ad una serie di inversioni che troppo spesso diamo per scontate (e, detto per inciso, quello del dare per scontate le novità, sia belle che brutte, è anch’esso un nostro meccanismo d’adattamento):

  • La durata della vita media di un’azienda è diventata inferiore a quella della vita attiva media del lavoratore tipo.
  • La velocità di circolazione delle informazioni e la loro accessibilità sono diventate talmente elevate che scegliere su quali focalizzarsi, comprenderle e decidere che farne, è diventato ancora più importante che reperirle.
  • Spostarsi da un capo all’altro del mondo, sia virtualmente che fisicamente, è diventato facilissimo e molto meno costoso.
  • La durata media della vita delle persone nel mondo industrializzato sta superando ampiamente quella della loro capacità di contribuire attivamente alla società e ai meccanismi produttivi, creando squilibri importanti.

In un contesto cosi turbolento, caratterizzato da un’automazione quasi totale dei processi produttivi, e con l’intelligenza artificiale che rosicchia sempre più spazio persino all’indipendenza e al talento del knowledge worker moderno, se vogliamo sopravvivere come umani attivi (leggi: lavoratori) nella nostra società dobbiamo sicuramente spezzare la catena delle vecchie àncore e sviluppare nuove capacità di navigazione.

Il web è zeppo di articoli che esordiscono con titoli tipo “I 10 skill che saranno determinanti nel prossimo decennio”… sono anni che li leggo e mi paiono sempre riflettere trend momentanei o aver la pretesa d’essere troppo anticipatori. Ciò su cui vorrei porre l’attenzione sono invece alcune strategie per affrontare il futuro, alcune euristiche con cui mi confronto quotidianamente e che ho sviluppato collateralmente alla intensa frequentazione del mondo delle aziende che più innovano dal punto di vista organizzativo.

Userò l’espressione “anche più che” per indicare una preferenza tra due alternative opposte ma che considero entrambe positive, quindi non mi aspetto che si smetta di fare ciò che leggiamo sul lato destro dell’espressione ma che semplicemente gli si dia minore importanza relativa. Proverò ad aggiungere a queste euristiche delle “Breakthrough questions” ossia domande fondamentali che possano scatenare un cambio di passo in quella specifica area.

Saper ri-prioritizzare anche più che pianificare l’impiego del nostro tempo

Non è più possibile pianificare con largo anticipo l’utilizzo del nostro tempo: troppe interruzioni, troppe nuove opzioni emergono in ogni momento. Per carità, un appuntamento e una scadenza rimangono tali ma nelle pieghe tra essi spesso ci perdiamo.
Ciò che serve oggi è attrezzarsi per saper rispondere in qualunque momento a domande molto semplici ed immediate del tipo: “Se avessi, qui ed ora, 5, 10 o 30 o 60 minuti di tempo a disposizione, cosa avrebbe più senso che facessi”?

Per attrezzarsi intendo ridurre il tempo di risposta alla domanda e diventare attivi, senza dover ogni volta ricostruire l’intero insieme delle cose da fare e soprattutto senza dover sostenere l’intero carico mentale del volume di cose da fare. Tocca sostanzialmente organizzare correttamente la lista delle opzioni d’azione e la loro attribuzione di priorità relativa.
Senza un sistema per fare questo che non sia limitato alla sola vita lavorativa ma che abbracci olisticamente l’intero ambito dei nostri impegni, non si va da nessuna parte (tra l’altro esistono numerose tecniche di produttività personale di comprovata efficacia fatte per gestire questi livelli di carico, ma ne parleremo in un’altra occasione).

Esporsi ad occasioni di cambiamento più che anticipare il nostro futuro

Il livello di consapevolezza al quale prendiamo decisioni per il futuro non è in grado di anticipare le reali condizioni a contorno che caratterizzeranno la natura di quel futuro; in un mondo cosi dinamico e comunicativo basta l’incontro giusto, che può essere assolutamente casuale, a dare più benefici di qualsiasi percorso studiato a tavolino.

Per questo è necessario creare continuamente per sé esperienze nuove ed entrare in contatto con nuove persone e nuove cerchie d’interesse. Oggi più che mai, infatti, ognuno di noi appartiene contemporaneamente a più reti di contatto ed è in grado di aiutare gli altri e se stesso ad accendere i legami giusti. Ma questo va fatto con genuinità e senza fini diretti.

Come posso creare occasioni di incontro e scambio con persone da cui potrei ricevere consigli e offerte, e cosa posso mettere sul piatto di mio per renderla un’esperienza sincera?

Ri-esplorare continuamente i nostri talenti e capire come possono essere ricombinati anche più che disegnare percorsi di crescita personale

La scuola ci ha insegnato (e ahimè continua a farlo) ad incasellarci in percorsi precostituiti per creare una professionalità, ma queste condizioni sono sempre meno vere nella maggior parte dei campi. Oggi è più che mai importante adottare un approccio speculare a quello tradizionale, chiedendosi:

Quali sono le nuove esigenze che il mondo sta lentamente capendo di avere e come potrei partecipare nel soddisfarle col mio talento e professionalità?.

Per farlo tuttavia bisogna esplorare continuamente ciò che ci rende unici, il tipo di cambiamento positivo che col nostro talento possiamo portare solo noi nel mondo, in modo da rispondere a quelle esigenze che fanno appello alle nostre passioni personali.

Alcuni di questi talenti sono latenti, non sappiamo di averli finché non ci mettiamo in condizione di testarli.
Nuovi profili professionali nascono dall‘esplorazione continua della ricombinazione di bisogni che il mondo ci fa capire d’avere, questo sentiero va quindi preferito a quello dell’incasellamento in professionalità precostituite.

Abbracciare il paradigma dell’abbondanza anche più che rifugiarsi in quello della scarsità

Il possesso e la protezione delle informazioni sono sempre meno strategici: la nuova professionalità non è costruita su ciò che sappiamo, ma su ciò che noi sappiamo già fare e gli altri no o non ancora, e non tanto perché basti conoscere le informazioni che ci servono per farlo, quanto per il fatto che le cose che sappiamo fare sono figlie di un’esperienza unica e irripetibile che semplicemente non è clonabile da un giorno all’altro, magari semplicemente raccontandola.

Solo chi comprende questo comprende anche che le informazioni utili vanno condivise col mondo. Anzi un content-marketing personale di qualità, che faccia leva sulle infinite possibilità di esporre al mondo le proprie idee ed esperienze, è oggi il vero magnete per attirare interesse verso di noi, e anche per imparare più cose su noi stessi, ricevendo continui feedback.

Se noi non condividiamo, qualcun altro lo farà, e otterrà i vantaggi che avremmo potuto ottenere noi dalla condivisione. Quali tra le cose che so, se condivise potrebbero generare maggiore utilità alle altre persone?

Fermarsi a riflettere su come lavoriamo anche più che cercare di lavorare di più

L’operatività, il senso dell’essere costantemente occupati sono una droga a basso prezzo, di cui cadono schiave persone, famiglie e organizzazioni intere. Il mondo del business è pieno di “allevatori” che invece di chiudere il buco nella rete del pollaio inseguono galline per l’aia rincorrendo assurdi KPI che misurano quante ne catturano al minuto, tralasciando continuamente il vero problema: la rete bucata.

Cosa posso migliorare nel mio approccio, quali errori sto ripetendo a causa della mia incapacità di fermarmi e riflettere?

Imparare ad imparare anche più che migliorare il modo in cui già facciamo le cose

Sviluppare le doti necessarie ad apprendere velocemente cose nuove sta diventando sempre più importante, e questo non lo si ottiene limitandosi ad approfondire in modo verticale una ricerca di nicchia. È fondamentale ritornare spesso principianti in discipline sempre nuove, per applicare ad una nuova disciplina i meccanismi d’apprendimento che si sono applicati in quella precedente e rifinirli ulteriormente.

Se voglio impadronirmi di una nuova disciplina, pratica, teoria, sport, quali passi devo fare, in quale ordine? Quale successione mi garantirà maggiore efficacia rispetto al tempo a mia disposizione per approfondire? Quale tra gli approcci sperimentati in passato in discipline differenti potrebbe rivelarsi utile in questa.

Change coreographer e primo Holacracy Certified Coach italiano, Andrea si occupa di trasformazione organizzativa orientata al self management, ossia al progressivo superamento dei rapporti di subordinazione diretta tra persone in azienda tramite l’adozione di pratiche e modelli decisionali inclusivi volti a produrre miglioramento collettivo e continuo. Con Leapfrog, azienda fondata insieme a Demetrio Labate, intende contribuire ad un mondo in cui le organizzazioni diventino luoghi di senso e realizzazione personale, organismi viventi, con un proposito evolutivo che gli individui possano fare proprio per non sentirsi più eternamente divisi tra work & life.

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Non c’è nulla di male a non avere ambizione

Il fatto di non essere ambiziosi è spesso interpretato come una mancanza di qualcosa o come sintomo di pigrizia. Ma può essere una scelta rispettabile.

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Non essere ambiziosi

Personalmente, ho sempre avuto delle ambizioni, anche se tra i miei obiettivi non c’è l’arricchirmi, o l’avere “potere”. Non che guadagni e responsabilità mi dispiacciano, anzi. Ma ho degli obiettivi ben chiari in testa, ho dei progetti, dei sogni, se vogliamo chiamarli così. Altrettanto chiara non è la strada per arrivarci, ma so dove girare lo sguardo.

I miei sogni sono legati al mio lavoro. Con questo non mi riferisco a quello che faccio attualmente (che comunque amo); è più corretto dire che i miei sogni e le mie ambizioni sono di tipo lavorativo, si riferiscono al lavoro, più che la vita, che voglio fare. La vita che farò ne sarà conseguenza.

Per questo motivo, non riesco ad immaginarmi a fare un lavoro che non mi appassioni, che non mi faccia concludere la settimana con la stanchezza fisica di chi ha lavorato dodici ore al giorno, ma con la soddisfazione di qualcuno che ha vinto una maratona.
E per lo stesso motivo, ho sempre fatto molta fatica a immedesimarmi in chi non si cura del lavoro che fa e che è interessato solo dal guadagnarsi uno stipendio che permetta di vivere (e non solo sopravvivere).

Sia chiaro, non voglio aprire un discorso su “lavori umili vs lavori prestigiosi”, o su “lavori operativi vs lavori di responsabilità”. E non ho intenzione di denigrare alcun tipo di occupazione, ruolo o mansione. E non sto nemmeno di parlando di chi accetta qualunque impiego per necessità economiche, rinunciando ad un investimento sul futuro per fare fronte a necessità nell’immediato.
Sto parlando di chi, nel modo più genuino e sereno possibile, ammette semplicemente di non avere ambizioni lavorative.

A cosa ambisce chi non ha “un’ambizione”?

Già qui si può fare una prima constatazione: non avere ambizioni lavorative non significa non avere ambizione alcuna. Si possono avere ambizioni che con il lavoro non hanno nulla di fare. Sebbene trasformare la propria passione per l’arte in un lavoro è un’ambizione lavorativa alla pari del trasformare la passione per lo spazio in una carriera nell’astrofisica.

Quella di cui parlo io è la mancanza di interesse nel lavoro in sé: un “se potessi evitare di lavorare, lo farei”. Un modo di ragionare che molti di noi (io in primis, fino a non molto tempo fa) avrebbero definito pigro. Svogliato. Magari persino egoista (“togli lavoro a qualcuno che a differenza di te lo farebbe con passione”), o comunque una strada che può portare anche ad un vero e proprio “parassitismo”. E sicuramente qualcuno punterebbe il dito su “questi dannati millennial”.

Ma la mancanza di ambizioni lavorative è davvero assimilabile ad una mancanza di voglia di lavorare?
O magari è semplicemente un’ottica diversa con cui alcuni di noi guardano al lavoro?

Partiamo da qui: vedere il lavoro con occhi diversi.

Io personalmente vedo il lavoro come una componente centrale della mia vita. Un perno attorno al quale muoverò (e muovo tuttora) gran parte delle mie decisioni. Ma per qualcuno può non essere così. Ed ecco che la frase “se potessi evitare di lavorare, lo farei” può essere riformulata come segue: “non voglio che il lavoro sia una componente centrale della mia vita”.
Messa in questi termini viene molto meno spontaneo attaccarla o definirla subito falsa, vero?

È importante anche notare che nessuna di queste due formulazioni implica un rifiuto di lavorare: molte persone, per esempio, non vorrebbero farsi mantenere. Rinunciare alla propria indipendenza economica può non essere un prezzo accettabile, per molti. Il dilemma “Se potessi evitare, ma non posso perché comunque mi servono i soldi” può essere risolto col farsi mantenere. “Se potessi evitare, ma non posso perché comunque voglio un’indipendenza economica”, invece, no.

Facciamo un’altra riformulazione. Vediamola come un “voglio lavorare per vivere, non vivere per lavorare”. Ancora più “socialmente accettabile”, sicuramente molti tra noi sono perfettamente d’accordo con quest’ultima frase. Perché comunque contiene l’espressione “voglio lavorare”.
Chiunque ci si immedesimerebbe facilmente, avendo in mente l’immagine (quasi stereotipata) del mega-dirigente che passa le notti in ufficio e a causa del suo lavoro si perde i primi passi del figlio più piccolo, il diploma della figlia grande, e così via.

“Potessi evitare di lavorare, lo farei”

Abbiamo fatto un bel giro, quindi ricapitoliamo: questa frase può essere interpretata come

  1. “Voglio lavorare per vivere, non vivere per lavorare”;
  2. “Non voglio che il lavoro sia una componente centrale della mia vita”, che a differenza della precedente non esplicita l’intenzione di lavorare;
  3. “Non voglio lavorare”, che comunque è un’interpretazione legittima della frase.

Quello che noto è che la terza interpretazione è forse la più gettonata. Quella, cioè, che viene più spesso letta tra le righe della frase originale e che si propone come traduzione di “non avere ambizione”. Ed il problema è che sembra esserci un automatismo interpretativo in questo senso.

Se ci riflettiamo, è anche normale che sia così. In fondo, siamo figli e figlie di una società che fin dalla tenera età ci educa a pensare ad un lavoro. Che ci insegna a scegliere questa scuola e non quest’altra in nome del “trovare lavoro”. Ad avere già a 13 anni (anno in cui si sceglie la scuola superiore) un’idea abbastanza chiara di “cosa vuoi fare da grande”. E persino, in modo più o meno esplicito e diretto, a valutare una persona sulla base del suo lavoro.

L’ambizione: un percorso o un traguardo?

La verità è che, semplicemente, esistono persone che vedono il lavoro solo come un mezzo, e non uno scopo. E non c’è nulla di male in tutto ciò.

Ma in una società educata a vedere il lavoro come uno scopo, come un punto d’arrivo o al massimo di partenza, chi viaggia così “in direzione ostinata e contraria” è difficile da comprendere. Finiamo quindi con l’attribuire loro una “mancanza di…”; se manca l’ambizione, deve necessariamente mancare qualcos’altro, come motivazione, energia, voglia, idee, interessi, obiettivi, e così via. E questo porta rinforzare un senso di inadeguatezza non indifferente. Dopotutto, quando un’intera società (partendo dalla famiglia) dice che ti manca qualcosa, ad un certo punto questa mancanza la percepisci anche tu.

Chi non è ambizioso è pigro?
Non è detto; una persona non ambiziosa può comunque essere rispettosa del suo lavoro, portandolo avanti al meglio delle proprie energie e possibilità.

Chi non è ambizioso è qualcuno che vuole evitare responsabilità?
Di nuovo, non voler responsabilità lavorative non significa non volerne affatto.

Chi non è ambizioso è semplicemente qualcuno che non ha ancora trovato la sua strada?
Nemmeno. Semplicemente, la sua strada è diversa da quella che abbiamo in mente noi. Ritornando alla distinzione scopo/mezzo, nella sua strada il lavoro è parte del percorso, non il traguardo.

Un percorso, direi, non meno valido di quello di persone molto più “ambiziose”. Persone che i Social Media ci hanno portato ad ammirare. Nel bene e nel male.

Nel bene, perché comunque offrono spunti, ispirazione, anche suggerimenti.
Nel male, perché alcuni “guru” della professionalità-24/7, dell’essere sempre competitivi, del puntare tutto sul lavoro e sulla carriera, del persino utilizzare chi semplicemente vuole guadagnarsi di che campare come esempio negativo (magari per vendere “corsi di leadership” di dubbia efficacia e ancor più dubbia utilità), ci hanno portato a questo.

Ad accusare di pigrizia qualcuno a cui, di fare carriera e guadagnare soldi e responsabilità, poco gli interessa.

Lasciamo in pace i non ambiziosi. Anzi, teniamoceli stretti; farà sempre bene avere qualcuno di caro a noi, che ogni tanto ci ricordi che, nella vita, non c’è gloria ad “ammalarsi di lavoro”.

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La vita è fatta di cicli: dalla semina al raccolto del grano passano 9 mesi; la Luna compie una rivoluzione attorno alla Terra in 27 giorni, 7 ore, 43 minuti e 11 secondi; un pitone digerisce un topo in 132 ore; un sabato ogni sei, i racconti Zen di Fabio Martinez diventano interludi, sempre gustosi e ugualmente graffianti.

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Abbiamo case di cemento armato, macchine elettriche e poi, per arrivare a fine mese, devi chiedere aiuto a mamma e papà. Il venerdì più bello dell’anno è anche quello più nero. La Chiesa non vuole che lavoriamo di Domenica ma si compiace di quando i seguaci di Cristo raccoglievano spighe di grano di Sabato. Il giovedì c’è X-Factor, Cattelan mette le Jordan col vestito e l’occupazione femminile Italiana è la più bassa d’Europa. A me piacciono un mare, le Jordan e anch’io le metterei col vestito e di uscire la sera con chi ha capito tutto della vita non ne ho voglia. Io della vita non so nulla se non che voglio un figlio e potergli dire che va tutto bene. Riesco ad andare a mangiarmi la pizza da Clara, ascoltando Celine Dion e a ritorno Marilyn Manson senza alcun cd, ma tutti dicono che ormai siamo grandi e che non possiamo fare il lavoro dei nostri sogni, che è lavoro e quindi deve essere brutto. Il mio amico fa il medico, perché lo ha voluto sua madre, per un’autopsia prende quasi quanto me in un mese, se lavoro, e io sorrido e lui si lamenta. Guardo le mie mani, sono nude, come quando mi sentivo solo un povero ma stavo scrivendo un romanzo. Guardo le mie mani e guardo il tuo petto, ti manca un seno, perché hai avuto un tumore a 30 anni ma non trovi un lavoro. E io mi sento ricco. Ho sempre le mani nude e mi sento ricco, perché guardo il tuo petto, il tuo sorriso e sorrido anch’io, anche se sto piangendo.

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