Connect with us

Innovare

Vi racconto perché fotografare il cibo non è poi una cosa così brutta

Una questione di moda. Un’abitudine. Ma anche un’opportunità: ridare al pane quotidiano il valore che ha veramente.

Pubblicato

il

Il social network più utilizzato in Italia (e nel mondo) resta Facebook, che si è però mostrato lungimirante già nel 2012, quando ha deciso di comprarsi Instagram, l’applicazione preferita dalle persone che amano esprimersi con le fotografie.

Il mantra è ormai chiaro anche per le aziende: bisogna essere su Insta!
E quelle che hanno deciso di gettarsi nella mischia sono proprio tante, da Nespresso a Ferrero, andando a ingrossare la fila di chi utilizza Instagram per il marketing: su 19 milioni di utilizzatori italiani, infatti, ben 2 milioni pubblicano regolarmente inserzioni pubblicitarie.

Cosa pubblichiamo?

Il selfie è senza ombra di dubbio il re di Instagram: anche i meno giovani ormai hanno preso l’abitudine di fotografarsi dappertutto e con ogni faccia, a volte con risultati catastrofici, e non solo se si dimentica il filtro bellezza della telecamera.
Una rivista di medicina indiana, infatti, ha recensito tutte le “morti da selfie” negli ultimi anni di cui si è parlato nei giornali di lingua inglese nel mondo, scoprendo che circa un centinaio di persone perde la vita ogni anno facendosi un autoscatto. In pratica, il selfie è più letale degli attacchi di squalo.

Ma è soprattutto la quotidianità, ad interessare le persone che pubblicano la loro vita su Instagram: una categoria a parte, infatti, è rappresentata dal cibo: ogni tipo di prelibatezza ci capiti sotto mano è fonte di scatti dei migliori, e peggiori, fotografi.

Se cercate, all’interno della piattaforma Instagram, gli hashtag #food e #foodporn scoprirete quante volte sono stati usati: il tag #food ha superato abbondantemente i 299 milioni di scatti, mentre #foodporn “solamente” 175 milioni di foto, e questi numeri sono destinati a crescere vertiginosamente.

Il signore desidera altro, o ha fotografato abbastanza?

Insieme a questa scia culinaria è emersa anche una corrente che critica questa abitudine, perché si ha l’impressione di buttare via tempo per fotografare le pietanze, ma anche, soprattutto, a causa del significato effettivo che può avere fotografare un hamburger o pizza.
Vicino a chi fotografa la cena, c’è sempre quello che critica chi scatta la foto.

Nonostante tutto, mi trovo favorevole a questa moda e vi spiego anche il motivo che mi spinge a digitare tutto ciò: valorizzazione del cibo.

Ebbene sì, quando fotografo il mio pasto, rendo importante sia ciò che mangio ma anche chi lo ha cucinato, il ristorante o trattoria che mi ha portato il pranzo o la cena.

In un mondo dove metà delle persone muore di obesità e l’altra di fame, dovute alla scarsità di cibo (qui il report completo della FAO) ritengo questa tecnica utile per far capire il valore di ciò che abbiamo sotto gli occhi e che, successivamente, mettiamo su Instagram.

Il piatto è il protagonista della mia foto, dando importanza alla forma, al gusto, ai colori, rendendolo gradevole e degno di nota.

Allo stesso tempo far conoscere chi ha creato questo piatto, come, ad esempio, la pizzeria sotto casa, è un ottimo modo per creare della pura e semplice pubblicità gratuita a chi se lo merita.

Moda o sostanza?

Certamente è una questione di moda, ma è anche un certo giro di affari, importante a tal punto che cibo e followers sono diventati fondamentali al punto da riuscire a trasformare i “seguaci” in pasti gratis, o quasi.
Non ci credete?

Uno dei locali della catena This is not a Sushi Bar applica a Milano quella che sembra la trama di un episodio di Black Mirror: una persona posta sul social la propria foto di ciò che sta mangiando, taggando ovviamente il ristorante e, in base a quanti followers ha, otterrà uno o più piatti gratuiti.

In particolare: da mille a 5mila follower si ottiene un piatto gratuito, da 5mila a 10 mila due, da 10 mila a 50mila quattro, che diventano otto se il cliente ha tra i 50 e i 100mila fan, mentre oltre i 100 mila viene offerta l’intera cena. Sicuramente un modo di far parlare del ristorante, questo è poco ma sicuro!

Ma tutto questo è semplice meteora basata sulla moda del momento o iniziativa destinata a durare nel tempo?
A questo non saprei rispondere. L’importante, come dicevo poco fa, e ci tengo a sottolinearlo nuovamente, è che il piatto, ciò che mangiamo, riceva la giusta considerazione in quest’epoca di grossi sprechi.

Padre di Violante e marito di Tania. Divido la mia vita tra l’insegnamento di informatica e lo studio universitario. Amo follemente la tecnologia di cui ne seguo quotidianamente le nuove uscite, le novità ma sopratutto l’impatto che questa ha nella società. Non mi parlate di motori e gioco del pallone, vi guarderei senza capire una virgola del vostro discorso. Infine mi piace fotografare il caffè, in tutte le sue versioni e situazioni, oltre che a berlo ovviamente.

Comunicare

Come WhatsApp può ancora emozionare

Si parla molto di come la tecnologia allontani le persone che sono vicine, ma si dimentica a volte che essa crea anche ponti tra persone lontane.

Pubblicato

il

Whatsappa può creare ponti e emozionare

Abbiamo parlato spesso di come la tecnologia debba essere utilizzata in maniera più consapevole, per evitare ad esempio la condivisione pazza ed esagerata di contenuti anche molto personali, e/o rischiando di cadere, come ci racconta anche l’attualità, in casi gravi come il Revenge Porn.

Siamo nell’epoca della disinformazione, nonostante le informazioni siano reperibili in maniera più veloce e capillare possibile. Ma per evitare di buttare via il bambino con l’acqua sporca, come si suol dire, vale la pena ricordare anche i momenti in cui tecnologia può addirittura commuovere.

Mi piacerebbe condividere con voi una storia di vita personale e di come, in questa situazione, la tecnologia, WhatsApp nello specifico, abbia reso un momento migliore di quanto uno potesse immaginare.

Partiamo dal principio: mia suocera, abruzzese, ha diversi fratelli ed alcuni di questi si trovano da altre parti del mondo, in particolare in Argentina e in Canada.

Per mantenere quel velo di privacy a cui tanto teniamo (e per evitare di predicare bene ma razzolare male, per restare in tema di proverbi), una delle sorelle la chiameremo Paola, anche se non è il suo nome. Parola è immigrata in Argentina negli anni 60 del ‘900 e, dopo decenni si matrimonio, ha perso suo marito.

Come fare in questo caso per far recepire il nostro messaggio di condoglianze?

Un messaggio ai parenti più vicini al defunto è una scelta rapida ma fredda, priva di tatto che sarebbe arrivata alla vedova in un secondo momento; una chiamata classica costa ancora troppi soldi e non rende bene l’idea di vicinanza anche se la voce può dare conforto, così internet ci è venuto in soccorso.

Grazie alla collaborazione della nuora di Paola, già perfettamente collaudata con questo mondo digital e che ha permesso questo collegamento, siamo riusciti ad effettuare una video chiamata.

Il contatto è stato particolarmente emozionante; immaginate voi stessi: due sorelle che non si vedono da più di un ventennio, si guardano “digitalmente” da uno schermo del telefono. Possono interagire e conversare come se fossero in due condomini vicini eppure ci sono migliaia di chilometri di distanza. Certo, manca il contatto fisico, ma purtroppo la situazione non ha permesso un nostro spostamento nel continente sud-americano in tempi brevi.

Quanto è bastato per fare un passo del genere?

Per noi di questa generazione poco o nulla: uno scambio di numeri telefonici tra persone iscritte al servizio WhatsApp, due tocchi in uno schermo che abbia una ricezione decente e si parte con la magia.

Per la generazione precedente?

Un insieme di funzioni strane fatte da noi “giovani” che hanno permesso ai due interlocutori di parlare e di emozionarsi contemporaneamente in due continenti diversi.

Ecco, questo è un metodo della tecnologia che amo e considero importantissima.

Non dobbiamo considerarla come uno strumento che allontana chi in realtà si trova vicino, come purtroppo succede spesso, ma come un qualcosa che avvicina chi è lontano.

Perché proprio WhatsApp quando, in un precedente articolo ho tessuto le lodi Signal, oppure quando esiste Facebook, Telegram e tante altre piattaforme?

Vi rispondo a questa domanda con un’altra domanda: quante persone conoscete che possiedono uno smartphone senza avere, prima o poi, installato l’applicazione di messaggistica più famosa al mondo?

A febbraio 2018, la piattaforma contava qualcosa come un miliardo e mezzo di utenti.

È inutile negarlo, chi ha uno smartphone, possiede anche WhatsApp e in quel momento molto delicato, iniziare a parlare di come cambiare app, scaricare quell’alternativa, poca privacy nell’altra, non aveva molto senso, così abbiamo optato semplicemente per la scelta più facile, immediata e, tutto sommato, quella che si è rivelata la più efficace.

In questo caso debbo dire che la punta di diamante per le chat della casa di Zuckerberg ha svolto pienamente la sua funzione di “ponte” tra l’Italia e l’Argentina, con una videochiamata fluida senza nessun tipo di intoppo, tranne qualche piccolo ritardo nei secondi subito dopo la connessione tra i due numeri.

Il mio è uno dei tanti e tantissimi casi quotidiani di uso di questa app, sicuramente ci saranno situazioni più importanti della mia, ma alla fine della conversazione, seppur impossibile cancellare dal volto delle due interlocutrici il dolore del lutto, la loro giornata e il loro umore è migliorato con una piccola soddisfazione, lasciatemelo dire, anche nel mio cuore.

 

NowPlaying:
The End, The Doors

Continua a leggere

In primo piano

In arrivo Goodify: la rete marketing che sostiene il sociale

A Bolzano nasce una start-up che vuole migliorare la vita degli altri attraverso gli acquisti.

Pubblicato

il

La parola “marketing” viene automaticamente associata, nell’immaginario comune, a qualcosa tendente al negativo. Una persona che vi propone un progetto o una collaborazione in ambito marketing, infatti, viene percepita, alla stregua di un rappresentante commerciale, come qualcuno che ha come obiettivo primario quello di fare soldi per se stesso, magari promettendovi guadagni concreti quando in realtà la probabilità di successo è bassa. In sostanza, una mezza truffa.

Fortunatamente però c’è anche chi al marketing sceglie di associare obiettivi sociali. È il caso di Goodify, detta anche “la community degli angeli”: si tratta di una rete che permette di far del bene ad un’associazione a noi cara senza spendere un solo euro, il tutto grazie esclusivamente ai nostri acquisti. Come funziona? Attraverso tre “attori” in gioco: le aziende/negozi, i clienti e le associazioni che scelgono di aderire. Facciamo un esempio più concreto per capire meglio…

La mia cartoleria sotto casa decide di aderire al circuito Goodify, così si iscrive alla piattaforma e attacca alla propria vetrina l’apposito segnalino “con l’aureola”. Ogni volta che io andrò ad acquistare dei prodotti in quella precisa cartoleria (o in qualunque altro negozio che ha scelto di iscriversi alla piattaforma), potrò fare una foto allo scontrino della spesa appena effettuata per poi caricarla sulla piattaforma Goodify: l’1% dell’importo speso verrà trasferito, sotto forma di donazione, ad un’associazione scelta da me (purché si sia anch’essa iscritta al circuito Goodify).

Al motto di “fai del bene, ti conviene”, questa iniziativa solidale permette, oltre a poter fare beneficenza senza spendere un solo euro (e a non costare niente nemmeno alle associazioni iscritte), di essere baciati dalla fortuna! I clienti che effettuano la spesa nei negozi del circuito Goodify, infatti, ogni volta che caricano uno scontrino sulla piattaforma (e che quindi effettuano una donazione ad un’associazione) hanno la possibilità di vincere premi istantanei (meglio: buoni regalo instantanei).

Entrare a far parte della community è semplice e gratuito: basta registrarsi sul loro sito, sulla web app o attraverso l’app per smartphone (disponibile sia per Android che per iOS). Una volta iscritti si diventa “angeli” e saremo già pronti per effettuare i primi acquisti presso attività anch’esse con l’aureola, perciò potremo fotografare lo scontrino e giocarlo tramite il sito o l’app, donando così automaticamente l’1% di quanto speso ad un’associazione del cuore (e potremo vincere subito buoni regalo da spendere presso l’attività commerciale che ha emesso lo scontrino vincente). E non finita qui, perché anche Goodify, che è una Società Benefit, devolverà ogni anno l’1% del suo fatturato ad organizzazioni benefiche o cause urgenti!

Sono accettate nella community solo le Organizzazioni di Volontariato (OdV), le Associazioni di Promozione Sociale (APS) e le ONLUS efficienti e trasparenti. Le associazioni possono iscriversi liberamente oppure possono essere segnalate dagli “angeli”, diventando così parte della rete benefica. Lo stesso vale per gli esercizi commerciali, che possono richiedere autonomamente la partecipazione oppure possono essere suggeriti dagli utenti: sarà compito di Goodify contattarli e verificare il loro interesse. L’1% della donazione viene prelevato proprio dai negozi, che però trattandosi di donazione possono detrarre attraverso la dichiarazione dei redditi.

Perché un negozio dovrebbe quindi iscriversi a Goodify? Semplice: questo circuito promette di essere un’opportunità per aumentare il fatturato, fidelizzando la clientela ma soprattutto acquisendone di nuova. Insomma, un mezzo per fare business in modo responsabile, dato che è statisticamente provato che fare del bene ripaga sempre le imprese!

Sia chiaro, questo non è un articolo promozionale: a proposito di marketing, Goodify non ha pagato né me né Purpletude per raccontare il loro servizio. Quel che ci premeva dimostrare, è che anche il mondo dell’imprenditoria può sostenere il sociale quando diventa smart. Una scelta che, bene o male, possiamo fare tutti, basta solo rendere le nostre scelte più consapevoli.

Goodify verrà lanciato ufficialmente a Giugno!

Continua a leggere

treding