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Vita e morte di un bel Paese (ed è tutta colpa degli Italiani)

La responsabilità di ciò che sta succedendo all’Italia è di tutti noi. Così come siamo noi, singoli cittadini, ad avere nelle nostre mani gli strumenti per salvare un Paese unico e dal grande potenziale. Ma dobbiamo volerlo.

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L’Italia sta sprofondando in una crisi socio-economica alla quale, probabilmente, non sopravvivrà.
Per lo meno, non come la conosciamo oggi.

Non è colpa della coppia Di Maio&Salvini. E non è colpa di Renzi. Neppure di Monti. E neanche di Berlusconi.

Quello che sta succedendo è colpa nostra.
E prima di noi, è colpa dei nostri genitori. E dei nostri nonni.
È colpa di almeno tre generazioni di Italiani. Tutti.

Le colpe dei padri ricadranno sui figli

È colpa delle persone di buona volontà che sono emigrati all’estero, facendo la fortuna di altri Paesi.
È colpa di quelli che in buona fede sono rimasti per ricostruire le case e le famiglie distrutte dalla guerra, senza sapere come fare.
È colpa delle donne e degli uomini di malafede che hanno trovato negli spazi vuoti del potere il terreno fertile per far crescere le loro attività criminali.
È colpa dei mafiosi, ma non per aver ammazzato, gambizzato o sfruttato, ma per aver preferito la via più semplice, quella meno impegnativa della violenza, invece di avere il coraggio di mettere al servizio del Paese le loro risorse e le loro capacità imprenditoriali.
È colpa delle classi politiche che si sono alternate al governo, certo, così come è colpa di noi che li abbiamo votati, sempre, con le stesse maggioranze che si spostavano a destra e a sinistra, come vasi comunicanti.

Per poi arrivare alla situazione attuale, dove, stufi e delusi da decenni di politici e tecnocrati, abbiamo consegnato il Paese a due persone che, paradossalmente, nella loro vita hanno fatto solo questo: essere politici. Salvini percepisce un salario da politico da sempre, nei vari ruoli che ha ricoperto. Di Maio ha fatto qualche lavoretto precario e, se non fosse salito sul carro(ccio) dei 5 Stelle, oggi o sarebbe disoccupato o sarebbe ancora nella ditta di papà (pagato in nero, direbbero i maligni).

Significa che questi signori non sono in grado di guidare il Paese? Non ho detto questo. Avere una laurea non è sinonimo di qualità e l’esperienza necessaria se la sono fatta nei loro ruoli politici. È questo che fa un po’ sorridere, no? Sono politici navigati, hanno fatto solo questo, di significativo, nella vita: essere un politico. Ma sono stati eletti in contrapposizione ai “veri” politici.

A ognuno la classe dirigente che merita

Quello che stiamo vedendo in questi mesi, è il migliore esempio di quello che siamo: un popolo di persone convinte che si possano trovare soluzioni ai grandi problemi con poco sforzo e senza sacrifici. Un reddito di cittadinanza qui, un decretuccio contro i migranti di qua, un taglietto alle spese della politica e due o tre passi indietro sulle grandi opere.

Così facendo i nuovi politici, schiavi dei like di Facebook, raccolgono i consensi anche di quella parte della popolazione, marginale ma in aumento, che si riconosce in valori così lontani dalla nostra realtà da risplendere dell’alone tipico di cui gode il passato.
Idealizzano gli anni del fascismo, ricordano Mussolini come un grande statista, e ne celebrano il nome, in barba alla Costituzione. Paradossalmente, molte di queste persone, se Mussolini fosse oggi al potere, sarebbero i primi a essere deportati in Germania: perché al fascismo non piace chi si lamenta, chi non lavora, o chi passa tutto il giorno su Facebook a pubblicare meme del Duce.

E dall’altra parte dello scacchiere politico, eccoli lì, gli intellettuali di sinistra, talmente stupiti dalla stupidità degli altri che finiscono per crederci veramente, di essere migliori, e allora peccano di superbia: noi siamo intelligenti, loro sono populisti e vengono manipolati, quindi noi abbiamo ragione e la ragione, prima o poi, trionferà.

Col cazzo, come direbbero in francese i gilet gialli che stanno facendo tribolare Macron in questi giorni.

La grandeur dell’Italia

Non è l’ideologia che ci tirerà fuori da questo pantano.
E qui sento già le prime voci che si levano a difendere le grandi conquiste dell’Italia: siamo una grande nazione industrializzata, esportiamo più del Regno Unito, abbiamo il 70% del patrimonio culturale mondiale (tranquilli, l’altro 30% è al sicuro, Siria a parte), abbiamo Leonardo.

È vero, abbiamo avuto Leonardo. E Raffaello. E Giuseppe Verdi. E Dante. E tantissimi, tantissimi altri.
Non è un caso, a mio avviso, che siamo una terra di artisti. Essi raramente nascono da condizioni di comfort: l’arte è spesso reazione a una situazione di disagio. Non è espressione di serenità. È tentativo di fuggire dalla realtà, di creare qualcosa di migliore rispetto al proprio presente.

Quanti artisti svizzeri vi vengono in mente?
Danesi?
Di Singapore?

Tre Paesi che hanno una cosa in comune: stabilità e ricchezza. Quando le persone stanno bene, non hanno bisogno di sublimare. E quindi l’arte gioca un ruolo meno importante in quelle società.

Piccoli passi ma grandi significati

Vogliamo continuare il gioco da stadio e da tifoseria? Meglio l’Italia, l’Italia fa schifo, è colpa del PD, viva i grillini, leghisti fascisti, Boldrini baldracca (che poi, boh, mai capito perché ce l’avevano così tanto con sta poveraccia, e la tirano fuori ancora oggi, come se fosse colpa sua la crisi che stiamo vivendo).

Come dici?
No, allora non ci siamo capiti: è colpa nostra.
NOSTRA. Di tutti noi.

E se veramente vogliamo smettere di criticare l’Italia, non nascondiamoci dietro a un dito: cominciamo a lavorare su ciò che va veramente cambiato. E da dove comincia il cambiamento? Dalla TAV, o dagli stipendi dei parlamentari? Magari, anche. Ma noi poveri cittadini cosa possiamo farci?

Allora cominciamo dalle cose sulle quali abbiamo veramente la possibilità di fare qualcosa.
Ho fatto una lista di avvenimenti spiacevoli che ho vissuto a Milano negli ultimi 7 giorni (e non è esaustiva). Avrei potuto fare anche la lista delle cose piacevoli, ma il mio obiettivo qui è di trovare spunti concreti su cui lavorare. Vediamola insieme:

  • ogni volta che mi avvicino a un passaggio pedonale, o addirittura già lo sto attraversando, le auto accelerano e mi passano davanti o dietro;
  • ho fatto un contratto per internet con fibra a casa, dove l’operatore mi ha palesemente mentito su costi e prestazioni (bugia confermata in seguito dal personale dello shop, che fa spallucce dicendo che col call center succede spesso);
  • ho cercato di pagare delle fatture online solo per scoprire che la mia banca voleva un update a pagamento per processare… i pagamenti;
  • mi è stato proposto di saldare un lavoro in nero, senza fattura e senza IVA;
  • ho visto un tipo aprire il finestrino dell’auto e gettare un pacchetto di sigarette vuoto in mezzo alla strada;
  • ho parlato con un impiegato che fa circa 100 ore di straordinario non retribuito al mese;
  • ho scoperto che la casa in cui vive un mio amico è abusiva ma lui paga comunque un affitto al proprietario (da anni, e nessuno dice niente);
  • ho dovuto trattenere il respiro per entrare in metropolitana perché sulle scale c’è stato il vomito degli ubriachi del sabato sera che è rimasto lì tre giorni prima che lo pulissero.

Per salvare l’Italia, dobbiamo essere meno Italiani

Questi comportamenti non sono folclore. Sono il male.
E so già che moltissime persone faranno commenti scandalizzati, dicendo che queste cose non devono succedere, ma dove viviamo, eccetera eccetera.

A queste persone pongo una semplice domanda: la filippina che viene a farvi le pulizie, l’avete dichiarata e assicurata? L’auto, la posteggiate sempre e solo dove è permesso? Nella vostra casa di proprietà, tutti i lavori sono stati pagati con regolare fattura? Avete strombazzato dietro al veicolo che ha accennato a rallentare davanti a voi o avete educatamente aspettato che trovasse la strada in cui girare? Se siete imprenditori: pagate adeguatamente i vostri dipendenti? Siete mai saliti su un bus o un tram senza pagare il biglietto?

E allora di cosa vi lamentate?
Siete come loro. Siamo come loro. Noi siamo loro. Per questo è colpa nostra.

È ora che le persone di questo Paese comincino a prendersi le proprie responsabilità. A ridare significato a quella parola, dignità del lavoro, che non ha a che vedere con i soldi, ma con il fatto di essere utili alla società. La società che non è una cosa astratta: è il luogo in cui viviamo e in cui facciamo crescere i nostri figli.

Sono finiti i tempi in cui il parente falso-invalido prendeva la pensione che non gli spettava (e noi a fargli pure i complimenti per la sua furbizia).

Basta a quelle persone che percepiscono un salario ma non fanno nulla tutto il giorno. Se sei pagato, lavori, non ti imboschi. E noi che siamo i tuoi amici o la tua famiglia, dobbiamo vergognarci per quel comportamento. Dobbiamo chiederti di cambiare. E se non lo fai, dobbiamo denunciarti. E qui: dovremmo trovare delle forze dell’ordine che prendono sul serio anche queste cose.

Soprattutto dobbiamo capire che la furbizia come l’abbiamo intesa per secoli in questo Paese non è una cosa positiva: la furbizia toglie risorse allo Stato, la furbizia ha le mani sporche di sangue, la furbizia fa scappare le persone oneste e di talento all’estero, la furbizia è un investimento ottuso, a corto, cortissimo termine.

Parola d’ordine: Semplificare

Quindi dobbiamo cominciare da noi, dai nostri comportamenti quotidiani.
Il semaforo per i pedoni è rosso? Ti fermi e aspetti. Perché? Perché viviamo in una società fatta di persone, dove ci sono regole, anche arbitrarie e magari poco comprensibili, che però sono state create per semplificare e regolare la vita di tutti i giorni.

Vi siete mai domandati perché l’Italia è il Paese con il codice penale più corposo e complesso del mondo?
O perché il detto “Fatta la legge, trovato l’inganno” esista solo nella nostra lingua?

Per due ragioni: da una parte, perché se vivi nella perenne paura che le persone cerchino di fregarti, metterai in piedi sistemi per evitarlo. Sempre più arzigogolati e sempre più complessi (e quindi burocraticamente pesanti). Dall’altra, perché per esercitare potere sulle persone, le devi mettere in uno stato di inferiorità.

Era la ragione per cui le messe si facevano in latino, o la ragione per cui in certi Paesi non si mandano le donne a scuola: l’ignoranza ti rende vulnerabile e quindi controllabile.

In Svizzera, mio padre 80enne, che non ha neppure la terza media, riempie la dichiarazione delle tasse da solo e in 20 minuti.
In Italia, nel corso degli anni, abbiamo creato dei sistemi e delle sovrastrutture che obbligano le persone a ricorrere a degli intermediari per esercitare le azioni più semplici del proprio essere cittadino. E questa è una forma di schiavitù che dobbiamo combattere, non una forma di arte di cui andare fieri, come se complicato fosse sinonimo di bello, o di migliore.

Una Italia sempre più fragile

Rifletto da anni a questi aspetti, soprattutto in chiave aziendale.
Perché a essere onesti ho conosciuto molte persone brillanti qui in Italia. Professionisti preparati, pronti a spendersi e a dare molto di più di quello che veniva richiesto loro. Che si trovano a lottare contro i mulini a vento.

L’argomento che l’Italia è comunque un Paese economicamente importante è una spina nel fianco: perché lo è, nonostante i suoi problemi. Non sono sicuro che potrà esserlo ancora a lungo, e questo anche a causa di una spirale perversa che ha cominciato a fare degli apprendistati e dei lavori sottopagati una forma naturale di impiego. E figuriamoci cosa potrebbe essere, il nostro Paese, se le cose funzionassero a dovere: sarebbe la locomotiva d’Europa, si riprenderebbe il ruolo di leader che ha avuto per secoli nel mondo.

Invece stiamo rendendo fragile tutta una fascia sempre più ampia della popolazione, per tutta una serie di problemi e di situazioni che sembrano un chewing-gum incollato nei capelli. Non possiamo risolvere tutte le questioni ma non possiamo neppure illuderci di non dover agire in maniera decisa.

I capelli impastati di gomma da masticare, a volte, vanno tagliati.
Ma è possibile farlo solo se tutti gli attori (ma proprio tutti: i datori di lavoro, gli studenti, gli operai, gli impiegati, gli statali, i politici, i sindacati, le associazioni di categoria) si mettano d’accordo su una cosa semplice: sospendere il giudizio che li porta ad azzuffarsi con un solo obiettivo, vale a dire quello di conservare i propri privilegi e il proprio potere (nuova generazione di politici compresi).

Solo il rispetto ci salverà

Non si prende in giro la ragazzina a cui abbiamo dovuto rapare la testa a zero per liberarla dal chewing-gum.
Lei deve sentirsi sicura di quello che è stato fatto e noi tutti dobbiamo impegnarci ad aiutarla a ritrovare la voglia di giocare ancora. Magari dovremo accettare anche che la bimba adori i suoi nuovi capelli corti e che non voglia farli ricrescere. Chissà.

In altre parole…
dovremo rispettare le scelte degli altri
e dovremo rispettare il lavoro degli altri.

Rispettare veramente. Non come rispettiamo i giardini pubblici, lasciando i rifiuti in giro per il parco; o come rispettiamo il diverso, negandogli la dignità di essere parte della società; o come rispettiamo le leggi, à la carte, come se fosse un menu dal quale scegliere: questa mi piace, la prendo, questa mi piace meno, la infrango.

Perché alla fine la nostra colpa, a mio avviso, è solo una: aver mancato di rispetto.
Agli altri, allo Stato (e lo Stato, fatto di persone, a noi), alle cose, ma anche a noi stessi e al futuro dei nostri figli.

La brutta notizia è che la mancanza di rispetto è una cosa enorme e molto difficile da imparare, e che ci vorrà forse più di una generazione, per migliorare le cose.
La buona notizia è che il problema non è molteplice: è solo uno, ma con tanti risvolti diversi, ma lo possiamo identificare, e quindi risolvere.

Con buona pace per la prossima generazione di grandi artisti, che dovrà andarsi a cercare natali stranieri.

HR | Digital Transformation | Change Management | Co-Founder Purple&People. Negli ultimi 15 anni ha rivestito ruoli manageriali nell’ambito delle risorse umane, a 360°, lavorando in grandi aziende americane, in multinazionali francesi e in organizzazioni parastatali svizzere. Il suo focus personale si concentra soprattutto sulla digital transformation, la gestione del cambiamento, le relazioni con gli stakeholders e lo sviluppo dei talenti. Ha il pallino per le questioni di genere e il diversity management, con una fastidiosa tendenza a voler sperimentare in prima persona le innovazioni e i modelli organizzativi radicali.

In primo piano

La Violenza contro le donne è meglio del Black Friday

Una donna è vittima solo quando è morta. Ma la violenza si cela anche nelle piccole cose, dai fischi per strada al gap salariale. E gli uomini (TUTTI gli uomini) non fanno abbastanza per cambiare le cose.

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È da poco passato il 25 novembre meglio noto come la giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
È una giornata così, che ha fatto la fine del Black Friday: viene messa nei piani editoriali dei social media manager perché “qualcosa bisogna dire”, va bene tutto, si può associare a tutti i brand, tanto, chi più o chi meno, tutti trovano regolare dire “non si fa”.

Fai alcolici? Anche da sobrio non toccare il fondo, fermati prima.
Fai cucine? Milioni di donne vengono assassinate in casa propria, la casa dovrebbe essere il posto più sicuro dove vivere, e invece…
Fai coltelli, vendi benzina, proponi armi? Beh, qui si vince facile, tanto tra quelle che vengono accoltellate, massacrate, sparate o arse vive è facile farsi venire in mente l’annuncio strappalacrime.

È diventato questa cosa, il 25 novembre. Giusto un giorno da calendario. Poi basta, nonostante le marce che coinvolgono 150.000 donne e di cui non avete sentito parlare nei media nazionali, perché non esistiamo.
Un giorno di calendario per trattarci da vittime, darci delle cordialissime pacche sulle spalle e farci la cortesia del minimo sindacabile: dire che non è giusto ucciderci o farci del male.
Però attenzione: quello che vedrete nei post sono soprattutto le lacerocontuse una donna vale come vittima solo se è morta o se sanguina copiosamente.
Se è tumefatta. Altrimenti no.

Certo, belle le pubblicità create da geniali pubblicitari – gli stessi che hanno fatto mobbing a qualche tua collega, o quelli che ci provano con le stagiste appena arrivate con la scusa del tu fai qualcosa per me e io lo faccio per te.
O quelli fieri di mostrare il lavoro socialmente utile per la giornata mondiale contro la violenza alle donne, peccato che poi facciano lanci di eventi dove le donne non sono presenti nei panel, oppure semplicemente non sono mostrate nei manifesti.

Belle, eh, le campagne sociali. Sì, peccato che non becchino mai il target giusto.
Perché scommetto che il 90% degli uomini non si sente accusato. Il 90% degli uomini non ne fa un problema suo, perché loro mica le fanno tumefatte, le donne. No, al massimo fischiano per strada, anche di notte, pretendendo che tu sorrida loro, ma sì, cosa vuoi che sia, non sarà mica violenza no?
Avete idea dell’ansia di tornare a casa sole? Avete idea della paura e della rabbia a non poter camminare per gli affari propri perché qualcuno si sentirà in diritto di avvicinarsi e chiedere dove vai, cosa fai?

No, non le fate tumefatte, però scommetto che vi siete guardati bene dal protestare quando un vostro collega maschio è stato promosso a una carica immeritevole che poteva tranquillamente essere data a una donna. Non le fate tumefatte quando date per scontato che arrivino dopo di voi, che abbiano ruoli inferiori, che vengano licenziate quando restano incinte, che vengano previsti premi in denaro inferiore.
Non le avete fatte tumefatte, però quante volte avete protestato quando non c’è stato nessun nome femminile in un panel, in un incontro tra amministratori delegati aziendali, tra le firme di qualche ricerca, sulla prima pagina di un giornale?

Avete voluto la parità… mi sono sentita dire un sacco di volte nella vita. La parità è un diritto non ancora acquisito, altrimenti ci pagherebbero nello stesso modo e non avremmo un problema di gap salariale.

No, certo, non siamo tumefatte, non esternamente, ma sono colpi sotto la cintura che giorno dopo giorno ti fanno chinare, ti abbassano l’autostima, ti caricano le spalle di fatica e lavoro in più per ottenere il minimo sindacale che a un uomo viene riconosciuto d’ufficio.
La violenza è nelle piccole cose, quelle che “ma sì, sei la solita, quanto ti arrabbi”. È nel non farci caso, nello sminuire costantemente, nel far apparire la rivendicazione femminile come attacco isterico, o noia. “La solita cosa da donne”.
È violenza non riconoscere il genere femminile nella lingua italiana “perché suona male”. Basta cominciare a usarlo perché vi suoni molto meglio.

La violenza è svilire e quando ve lo si fa notare, dire “Dio come la metti giù dura!”

Stateci voi alle regole fisse di una società che passa il tempo a dirti che devi essere magra, bella piacente, in forma, sana, attenta a te stessa, alla casa e ai figli.
Diventate voi oggetto sessuale vostro malgrado, che una buona fetta di popolazione si sente in diritto di approcciare anche nei modi più beceri, quando vorreste solo essere lasciati in pace.

Andate oltre il minimo sindacale: dire “non ho mai fatto male” è il minimo sindacale. Io mi aspetto l’impegno nel notare le donne, nell’apprezzarle oggettivamente per il talento. Fateci caso.
Fateci caso quando nelle riunioni siete tutti uomini, quando alle donne date solo ruoli subalterni, quando non sono chiamate al tavolo decisionale, quando la loro opinione è richiesta solo su “argomenti da donne”, quando non ci sono perché si trova normale che non ci siano.

Non è normale pensare che sia normale. Nemmeno questo.
Non è normale che non siamo presenti alla metà esatta. E per favore, non fate quelli che “le abbiamo chiamate ma non sono venute” – se è così è perché non vi reputano all’altezza, o non si reputano loro. E qui ci sarebbe molto da capire.

Fate lo sforzo estremo di mettervi nei nostri panni  e quando l’avrete fatto e vi sarete resi conto che sono dannatamente scomodi, vi accorgerete che sì, abbiamo voluto la parità ma siamo ancora ben lontane dall’averla.

Datevi questo compito per il prossimo anno è una cosa facile facile: contate le teste. In qualunque manifestazione, panel, riunione, associazione, vertice apicale, assemblea, prima pagina, ospiti di trasmissione ovunque. Contate le teste. Contate quanti uomini ci sono, e poi domandate a voce alta agli organizzatori dove sono le donne, o perché ce ne sono così poche.

Così, giusto per vedere l’effetto che fa.

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Crescere

Bello e impossibile (se è difficile da avere, non si dimentica)

Ogni giorno abbiamo la scelta: fiorire, e rischiare di essere recisi, o nasconderci, e rischiare di non vivere. Ma c’è una terza opzione che va cercata: essere la versione migliore di noi, ma lontano dallo sguardo degli altri.

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“Non sarò un altro fiore raccolto per la propria bellezza e lasciato morire. Sarò wild, difficile da trovare e impossibile da dimenticare”.

Sono sempre in cerca di nuove definizioni del concetto di GO WILD. E queste parole della scrittrice Erin Van Vuren mi hanno subito colpito.

“Non sarò un altro fiore raccolto per la propria bellezza e lasciato morire”.

Trovo che queste parole siano come un fendente luminoso in una notte buia. La notte buia in cui a volte come persone ci troviamo. Quel momento in cui nessun riferimento del passato sembra più utile o valido. E la tendenza sarebbe di lasciarsi andare, lasciarsi naufragare come le balene che vanno a morire sulle spiagge e attendono lì la morte.
Mi guardo intorno e molti sguardi sembrano suggerire: mi lascio andare. E come ti lasci andare? Ci sono due modi. Il primo è lasciarsi andare alla bruttezza, perché tanto non ha senso farsi belli. Il secondo è lasciarsi andare alla bellezza ingenua, come un fiore che si fa troppo bello e finisce per mettersi troppo in mostra. Così viene raccolto da un passante qualsiasi che è solo in cerca di novità. Affascinato, strappa quello splendido fiore, ma non si accorge che con il gesto con cui lo stima, facendolo suo, al tempo stesso lo colpisce a morte. Il fiore raccolto è il fiore che comincia a morire.

Accade la stessa cosa con gli splendidi sassi che ogni tanto fanno capolino nelle acque del mare o dei torrenti di montagna. Meravigliosi arcobaleni di colori finché sono immersi nell’acqua, diventano cieli grigi quando portati all’asciutto. Rimane la forma, ma si perde tutto il colore.

A questo punto sembra non esserci più via di scampo. Non vale la pena farsi belli per poi finire buttati nell’immondizia. Tanto vale rendersi brutti. Almeno saremo lasciati stare, soli nel nostro grigiume.

Queste sono le due opzioni razionali, quando si pensa che tra bello e brutto non ci sia una terza opzione. Questo è il panorama delle possibilità di scelta, quando si pensa come Aristotele: Tertium non datur. Non c’è una terza possibilità e quindi non c’è scelta, dal momento che, se non c’è una terza opzione, non c’è una reale possibilità di uscire dal solco. Si può solo fermarsi o avanzare ovvero resistere o accettare. Rendersi brutti è resistere al destino ingrato dei belli, rendersi belli è fare la fine dei brutti. E mi riferisco alla bellezza e alla bruttezza in senso ampio: interiore ed esteriore.

Ma dopo averci messi davanti al dilemma, Erin Van Vuren ci fa intravedere una via di uscita. Ci apre ad un’altra possibilità: essere wild. Ossia essere “difficili da trovare, ma impossibili da dimenticare”. Difficili da raggiungere, ma impossibili da abbandonare. Ci propone di affacciarci sul mondo della logica non ordinaria. Un mondo in cui potrebbe valer la pena rendersi belli e al tempo stesso introvabili.

Davanti a questa prospettiva, qualcuno potrebbe cedere e dire “Tanto vale allora non rendersi belli, se poi ci si deve rendere introvabili”. Questo è comprensibile se il concetto di bellezza è ancora vincolato al rendersi belli per gli altri. In una logica wild, invece, rendersi belli, è soprattutto uno spettacolo che si offre a se stessi. Come un diamante che assume la sua stupenda forma nel buio della terra. Lontano dagli sguardi indiscreti dei cercatori di novità, il diamante assembla se stesso e si rende sempre più prezioso. Un po’ come se un uomo o una donna si curassero della loro bellezza anche se sanno bene che passeranno le loro giornate soli davanti ad un monitor.

E qui ricordo le parole di una maestra, a cui molto devo, che per prima mi illuminò sulla reale e concreta differenza tra gioielli e bigiotteria. La bigiotteria è facile da avere, ma altrettanto facile da dimenticare in fondo ad un cassetto. I gioielli, invece, quelli veri, sono difficili da avere, ma una volta avuti, poi è difficile dimenticarli. La bigiotteria è fragile, si adatta solo a pochi abiti. I gioielli veri, invece, sono volubili, hanno tante facce. Li puoi indossare con tutto e stanno sempre bene. Anzi, i gioielli veri sono desiderati da tutti, non perché belli in sé, ma perché valorizzano la bellezza di chi li indossa.

Essere wild è anche questo. Essere come diamanti che perfezionano la propria capacità di valorizzare la bellezza altrui. È per questo che le persone amano i diamanti, perché il diamante vero non prevarica, ma valorizza. Difficile da avere, ma impossibile da dimenticare.

Anche questo è #gowild.

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