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Vita e morte di un bel Paese (ed è tutta colpa degli Italiani)

La responsabilità di ciò che sta succedendo all’Italia è di tutti noi. Così come siamo noi, singoli cittadini, ad avere nelle nostre mani gli strumenti per salvare un Paese unico e dal grande potenziale. Ma dobbiamo volerlo.

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L’Italia sta sprofondando in una crisi socio-economica alla quale, probabilmente, non sopravvivrà.
Per lo meno, non come la conosciamo oggi.

Non è colpa della coppia Di Maio&Salvini. E non è colpa di Renzi. Neppure di Monti. E neanche di Berlusconi.

Quello che sta succedendo è colpa nostra.
E prima di noi, è colpa dei nostri genitori. E dei nostri nonni.
È colpa di almeno tre generazioni di Italiani. Tutti.

Le colpe dei padri ricadranno sui figli

È colpa delle persone di buona volontà che sono emigrati all’estero, facendo la fortuna di altri Paesi.
È colpa di quelli che in buona fede sono rimasti per ricostruire le case e le famiglie distrutte dalla guerra, senza sapere come fare.
È colpa delle donne e degli uomini di malafede che hanno trovato negli spazi vuoti del potere il terreno fertile per far crescere le loro attività criminali.
È colpa dei mafiosi, ma non per aver ammazzato, gambizzato o sfruttato, ma per aver preferito la via più semplice, quella meno impegnativa della violenza, invece di avere il coraggio di mettere al servizio del Paese le loro risorse e le loro capacità imprenditoriali.
È colpa delle classi politiche che si sono alternate al governo, certo, così come è colpa di noi che li abbiamo votati, sempre, con le stesse maggioranze che si spostavano a destra e a sinistra, come vasi comunicanti.

Per poi arrivare alla situazione attuale, dove, stufi e delusi da decenni di politici e tecnocrati, abbiamo consegnato il Paese a due persone che, paradossalmente, nella loro vita hanno fatto solo questo: essere politici. Salvini percepisce un salario da politico da sempre, nei vari ruoli che ha ricoperto. Di Maio ha fatto qualche lavoretto precario e, se non fosse salito sul carro(ccio) dei 5 Stelle, oggi o sarebbe disoccupato o sarebbe ancora nella ditta di papà (pagato in nero, direbbero i maligni).

Significa che questi signori non sono in grado di guidare il Paese? Non ho detto questo. Avere una laurea non è sinonimo di qualità e l’esperienza necessaria se la sono fatta nei loro ruoli politici. È questo che fa un po’ sorridere, no? Sono politici navigati, hanno fatto solo questo, di significativo, nella vita: essere un politico. Ma sono stati eletti in contrapposizione ai “veri” politici.

A ognuno la classe dirigente che merita

Quello che stiamo vedendo in questi mesi, è il migliore esempio di quello che siamo: un popolo di persone convinte che si possano trovare soluzioni ai grandi problemi con poco sforzo e senza sacrifici. Un reddito di cittadinanza qui, un decretuccio contro i migranti di qua, un taglietto alle spese della politica e due o tre passi indietro sulle grandi opere.

Così facendo i nuovi politici, schiavi dei like di Facebook, raccolgono i consensi anche di quella parte della popolazione, marginale ma in aumento, che si riconosce in valori così lontani dalla nostra realtà da risplendere dell’alone tipico di cui gode il passato.
Idealizzano gli anni del fascismo, ricordano Mussolini come un grande statista, e ne celebrano il nome, in barba alla Costituzione. Paradossalmente, molte di queste persone, se Mussolini fosse oggi al potere, sarebbero i primi a essere deportati in Germania: perché al fascismo non piace chi si lamenta, chi non lavora, o chi passa tutto il giorno su Facebook a pubblicare meme del Duce.

E dall’altra parte dello scacchiere politico, eccoli lì, gli intellettuali di sinistra, talmente stupiti dalla stupidità degli altri che finiscono per crederci veramente, di essere migliori, e allora peccano di superbia: noi siamo intelligenti, loro sono populisti e vengono manipolati, quindi noi abbiamo ragione e la ragione, prima o poi, trionferà.

Col cazzo, come direbbero in francese i gilet gialli che stanno facendo tribolare Macron in questi giorni.

La grandeur dell’Italia

Non è l’ideologia che ci tirerà fuori da questo pantano.
E qui sento già le prime voci che si levano a difendere le grandi conquiste dell’Italia: siamo una grande nazione industrializzata, esportiamo più del Regno Unito, abbiamo il 70% del patrimonio culturale mondiale (tranquilli, l’altro 30% è al sicuro, Siria a parte), abbiamo Leonardo.

È vero, abbiamo avuto Leonardo. E Raffaello. E Giuseppe Verdi. E Dante. E tantissimi, tantissimi altri.
Non è un caso, a mio avviso, che siamo una terra di artisti. Essi raramente nascono da condizioni di comfort: l’arte è spesso reazione a una situazione di disagio. Non è espressione di serenità. È tentativo di fuggire dalla realtà, di creare qualcosa di migliore rispetto al proprio presente.

Quanti artisti svizzeri vi vengono in mente?
Danesi?
Di Singapore?

Tre Paesi che hanno una cosa in comune: stabilità e ricchezza. Quando le persone stanno bene, non hanno bisogno di sublimare. E quindi l’arte gioca un ruolo meno importante in quelle società.

Piccoli passi ma grandi significati

Vogliamo continuare il gioco da stadio e da tifoseria? Meglio l’Italia, l’Italia fa schifo, è colpa del PD, viva i grillini, leghisti fascisti, Boldrini baldracca (che poi, boh, mai capito perché ce l’avevano così tanto con sta poveraccia, e la tirano fuori ancora oggi, come se fosse colpa sua la crisi che stiamo vivendo).

Come dici?
No, allora non ci siamo capiti: è colpa nostra.
NOSTRA. Di tutti noi.

E se veramente vogliamo smettere di criticare l’Italia, non nascondiamoci dietro a un dito: cominciamo a lavorare su ciò che va veramente cambiato. E da dove comincia il cambiamento? Dalla TAV, o dagli stipendi dei parlamentari? Magari, anche. Ma noi poveri cittadini cosa possiamo farci?

Allora cominciamo dalle cose sulle quali abbiamo veramente la possibilità di fare qualcosa.
Ho fatto una lista di avvenimenti spiacevoli che ho vissuto a Milano negli ultimi 7 giorni (e non è esaustiva). Avrei potuto fare anche la lista delle cose piacevoli, ma il mio obiettivo qui è di trovare spunti concreti su cui lavorare. Vediamola insieme:

  • ogni volta che mi avvicino a un passaggio pedonale, o addirittura già lo sto attraversando, le auto accelerano e mi passano davanti o dietro;
  • ho fatto un contratto per internet con fibra a casa, dove l’operatore mi ha palesemente mentito su costi e prestazioni (bugia confermata in seguito dal personale dello shop, che fa spallucce dicendo che col call center succede spesso);
  • ho cercato di pagare delle fatture online solo per scoprire che la mia banca voleva un update a pagamento per processare… i pagamenti;
  • mi è stato proposto di saldare un lavoro in nero, senza fattura e senza IVA;
  • ho visto un tipo aprire il finestrino dell’auto e gettare un pacchetto di sigarette vuoto in mezzo alla strada;
  • ho parlato con un impiegato che fa circa 100 ore di straordinario non retribuito al mese;
  • ho scoperto che la casa in cui vive un mio amico è abusiva ma lui paga comunque un affitto al proprietario (da anni, e nessuno dice niente);
  • ho dovuto trattenere il respiro per entrare in metropolitana perché sulle scale c’è stato il vomito degli ubriachi del sabato sera che è rimasto lì tre giorni prima che lo pulissero.

Per salvare l’Italia, dobbiamo essere meno Italiani

Questi comportamenti non sono folclore. Sono il male.
E so già che moltissime persone faranno commenti scandalizzati, dicendo che queste cose non devono succedere, ma dove viviamo, eccetera eccetera.

A queste persone pongo una semplice domanda: la filippina che viene a farvi le pulizie, l’avete dichiarata e assicurata? L’auto, la posteggiate sempre e solo dove è permesso? Nella vostra casa di proprietà, tutti i lavori sono stati pagati con regolare fattura? Avete strombazzato dietro al veicolo che ha accennato a rallentare davanti a voi o avete educatamente aspettato che trovasse la strada in cui girare? Se siete imprenditori: pagate adeguatamente i vostri dipendenti? Siete mai saliti su un bus o un tram senza pagare il biglietto?

E allora di cosa vi lamentate?
Siete come loro. Siamo come loro. Noi siamo loro. Per questo è colpa nostra.

È ora che le persone di questo Paese comincino a prendersi le proprie responsabilità. A ridare significato a quella parola, dignità del lavoro, che non ha a che vedere con i soldi, ma con il fatto di essere utili alla società. La società che non è una cosa astratta: è il luogo in cui viviamo e in cui facciamo crescere i nostri figli.

Sono finiti i tempi in cui il parente falso-invalido prendeva la pensione che non gli spettava (e noi a fargli pure i complimenti per la sua furbizia).

Basta a quelle persone che percepiscono un salario ma non fanno nulla tutto il giorno. Se sei pagato, lavori, non ti imboschi. E noi che siamo i tuoi amici o la tua famiglia, dobbiamo vergognarci per quel comportamento. Dobbiamo chiederti di cambiare. E se non lo fai, dobbiamo denunciarti. E qui: dovremmo trovare delle forze dell’ordine che prendono sul serio anche queste cose.

Soprattutto dobbiamo capire che la furbizia come l’abbiamo intesa per secoli in questo Paese non è una cosa positiva: la furbizia toglie risorse allo Stato, la furbizia ha le mani sporche di sangue, la furbizia fa scappare le persone oneste e di talento all’estero, la furbizia è un investimento ottuso, a corto, cortissimo termine.

Parola d’ordine: Semplificare

Quindi dobbiamo cominciare da noi, dai nostri comportamenti quotidiani.
Il semaforo per i pedoni è rosso? Ti fermi e aspetti. Perché? Perché viviamo in una società fatta di persone, dove ci sono regole, anche arbitrarie e magari poco comprensibili, che però sono state create per semplificare e regolare la vita di tutti i giorni.

Vi siete mai domandati perché l’Italia è il Paese con il codice penale più corposo e complesso del mondo?
O perché il detto “Fatta la legge, trovato l’inganno” esista solo nella nostra lingua?

Per due ragioni: da una parte, perché se vivi nella perenne paura che le persone cerchino di fregarti, metterai in piedi sistemi per evitarlo. Sempre più arzigogolati e sempre più complessi (e quindi burocraticamente pesanti). Dall’altra, perché per esercitare potere sulle persone, le devi mettere in uno stato di inferiorità.

Era la ragione per cui le messe si facevano in latino, o la ragione per cui in certi Paesi non si mandano le donne a scuola: l’ignoranza ti rende vulnerabile e quindi controllabile.

In Svizzera, mio padre 80enne, che non ha neppure la terza media, riempie la dichiarazione delle tasse da solo e in 20 minuti.
In Italia, nel corso degli anni, abbiamo creato dei sistemi e delle sovrastrutture che obbligano le persone a ricorrere a degli intermediari per esercitare le azioni più semplici del proprio essere cittadino. E questa è una forma di schiavitù che dobbiamo combattere, non una forma di arte di cui andare fieri, come se complicato fosse sinonimo di bello, o di migliore.

Una Italia sempre più fragile

Rifletto da anni a questi aspetti, soprattutto in chiave aziendale.
Perché a essere onesti ho conosciuto molte persone brillanti qui in Italia. Professionisti preparati, pronti a spendersi e a dare molto di più di quello che veniva richiesto loro. Che si trovano a lottare contro i mulini a vento.

L’argomento che l’Italia è comunque un Paese economicamente importante è una spina nel fianco: perché lo è, nonostante i suoi problemi. Non sono sicuro che potrà esserlo ancora a lungo, e questo anche a causa di una spirale perversa che ha cominciato a fare degli apprendistati e dei lavori sottopagati una forma naturale di impiego. E figuriamoci cosa potrebbe essere, il nostro Paese, se le cose funzionassero a dovere: sarebbe la locomotiva d’Europa, si riprenderebbe il ruolo di leader che ha avuto per secoli nel mondo.

Invece stiamo rendendo fragile tutta una fascia sempre più ampia della popolazione, per tutta una serie di problemi e di situazioni che sembrano un chewing-gum incollato nei capelli. Non possiamo risolvere tutte le questioni ma non possiamo neppure illuderci di non dover agire in maniera decisa.

I capelli impastati di gomma da masticare, a volte, vanno tagliati.
Ma è possibile farlo solo se tutti gli attori (ma proprio tutti: i datori di lavoro, gli studenti, gli operai, gli impiegati, gli statali, i politici, i sindacati, le associazioni di categoria) si mettano d’accordo su una cosa semplice: sospendere il giudizio che li porta ad azzuffarsi con un solo obiettivo, vale a dire quello di conservare i propri privilegi e il proprio potere (nuova generazione di politici compresi).

Solo il rispetto ci salverà

Non si prende in giro la ragazzina a cui abbiamo dovuto rapare la testa a zero per liberarla dal chewing-gum.
Lei deve sentirsi sicura di quello che è stato fatto e noi tutti dobbiamo impegnarci ad aiutarla a ritrovare la voglia di giocare ancora. Magari dovremo accettare anche che la bimba adori i suoi nuovi capelli corti e che non voglia farli ricrescere. Chissà.

In altre parole…
dovremo rispettare le scelte degli altri
e dovremo rispettare il lavoro degli altri.

Rispettare veramente. Non come rispettiamo i giardini pubblici, lasciando i rifiuti in giro per il parco; o come rispettiamo il diverso, negandogli la dignità di essere parte della società; o come rispettiamo le leggi, à la carte, come se fosse un menu dal quale scegliere: questa mi piace, la prendo, questa mi piace meno, la infrango.

Perché alla fine la nostra colpa, a mio avviso, è solo una: aver mancato di rispetto.
Agli altri, allo Stato (e lo Stato, fatto di persone, a noi), alle cose, ma anche a noi stessi e al futuro dei nostri figli.

La brutta notizia è che la mancanza di rispetto è una cosa enorme e molto difficile da imparare, e che ci vorrà forse più di una generazione, per migliorare le cose.
La buona notizia è che il problema non è molteplice: è solo uno, ma con tanti risvolti diversi, ma lo possiamo identificare, e quindi risolvere.

Con buona pace per la prossima generazione di grandi artisti, che dovrà andarsi a cercare natali stranieri.

HR | Digital Transformation | Change Management | Co-Founder Purple&People. Negli ultimi 15 anni ha rivestito ruoli manageriali nell’ambito delle risorse umane, a 360°, lavorando in grandi aziende americane, in multinazionali francesi e in organizzazioni parastatali svizzere. Il suo focus personale si concentra soprattutto sulla digital transformation, la gestione del cambiamento, le relazioni con gli stakeholders e lo sviluppo dei talenti. Ha il pallino per le questioni di genere e il diversity management, con una fastidiosa tendenza a voler sperimentare in prima persona le innovazioni e i modelli organizzativi radicali.

Crescere

La ragione di vivere non sempre si trova (e neanche si deve cercare)

La vita è tutta una ricerca, nella speranza di trovare la nostra vera vocazione. Ma la ragione per alzarci al mattino, spesso, non la si trova: bisogna coltivarla.

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Ikigai: coltivare la propria ragione di vivere

“A parte la sveglia, che cos’è che ti fa alzare la mattina?”

Questa domanda di solito fa sorridere le persone.

Alcune, dopo aver sorriso, hanno uno sguardo un po’ preoccupato.

Alcune chiedono di specificare meglio la domanda.

Altre, invece, la domanda l’hanno compresa benissimo.

Adesso hanno solo il timore di non avere una risposta che sia la loro vera risposta.

Quello che ci fa alzare la mattina

Negli ultimi anni, si sono scritti diversi libri e articoli sul tema dell’Ikigai. La parola proviene dai vocaboli giapponesi “iki” (vivere) e “gai” (ragione, scopo). Pertanto, questo concetto può essere tradotto come “ragione di vita”.

In un unico termine, gli abitanti della terra del Sol Levante esprimono diversi significati che possono essere “indossati” a seconda delle nostre condizioni interpretative.

Possiamo sentire l’Ikigai come il motivo basilare per cui ci alziamo tutte le mattine (sveglia elettronica esclusa). Oppure quello che vogliamo realizzare con il nostro tempo (il tempo che definiamo “libero”). Magari è l’insieme delle nostre passioni più autentiche o è la nostra vocazione più vera. Per qualcuno potrebbe essere il modo con cui contribuisce a migliorare l’ambiente in cui vive.

Un territorio molto impegnativo

Personalmente, riguardo all’Ikigai, tendo a suddividere le persone in cinque categorie.

  1. Quelli che hanno compreso cosa sia (risposta personale, non “giusta”)
  2. Quelli che hanno compreso cosa sia e stanno cercando di farlo germogliare
  3. Quelli che non hanno compreso cosa sia
  4. Quelli che non hanno tempo per pensarci
  5. Quelli che non ne hanno mai sentito parlare

L’Ikigai è un “territorio” molto impegnativo per l’uomo e la donna occidentali (che siamo noi).

Lo è perché, se ci entriamo dentro, pone delle domande ostiche. Ci mette in contatto con quesiti personali che solitamente non sono né leggeri, né volatili, né banali. Sono solo terribilmente rari. Ci mette cioè sulla frequenza di quello che potremmo definire un nostro senso esistenziale.

Forse neanche ce ne accorgiamo, ma siamo abituati ogni giorno a stringere, produrre, correre, obbedire, fatturare, presenziare, non deludere, garantire, rimanere composti, rimanere fedeli, ammaliare, accondiscendere, sorvolare, cercare consenso, ecc. (verbi caratteristici di un certo modus vivendi).

Una ragione per vivere

Come direbbe un politico italiano (o un comico che lo imita), non possiamo mica star qui a “pettinar le bambole”. Cioè, in qualche modo, bisogna andare al punto.

E con una ricerca specifica sull’Ikigai, l’Università di Sendai (Giappone) è andata al punto. Lo ha fatto approfondendo le credenze sociali e gli stili di vita relativi a questo tema, oltre ai risvolti effettivi sulle persone che hanno compreso l’Ikigai nella loro vita.

Dai risultati emerge che le persone con un consapevole senso di Ikigai sentono la pienezza del presente: quella che rende ogni istante prezioso e che dà la sensazione di avere uno scopo (che è qualcosa di diverso di un semplice obiettivo da raggiungere).

I ricercatori hanno dedotto che questo senso non rifletta semplicemente fattori psicologici individuali (quali benessere, speranza, fiducia), ma anche la consapevolezza individuale delle motivazioni per cui si vive. Il suo significato ha a che vedere con l’avere uno scopo o una ragione per vivere.

Oltre questa benedetta felicità

Secondo questa filosofia, tutti possiedono un proprio Ikigai. Però non sempre si riesce a scoprirlo, perché è necessaria una ricerca profonda che implica un viaggio introspettivo.

E i viaggi introspettivi costano un sacco, giusto? Non denaro, forse, ma una fatica e un rischio di “pericoloso risveglio” capace di far tremare le gambe.

Nella dimensione dell’Ikigai non si tratta quindi di trovare “questa benedetta felicità” (parola che citiamo spesso, talvolta senza sapere di cosa stiamo parlando).

Si tratta più che altro di scoprire invece ciò che ci fa stare bene e che ci appassiona, soprattutto sul lungo periodo.

Volevamo trovare, ma c’è da coltivare

Fin da bambino, mi hanno raccontato le storie di pirati che trovano il tesoro, di principesse che trovano ranocchi (e a volte prìncipi), di uomini che trovano lampade speciali nelle grotte, di ragazzetti che trovano spade nelle rocce, di astronauti che trovano pianeti sconosciuti nell’Universo.

Nella mia infanzia, tutto quello che ancora non c’era… andava trovato. Perché era il fisiologico risultato della ricerca.

L’Ikigai invece no. La brutta notizia, a questo punto del post, è che non c’è uno scopo da trovare.

Ken Mogi, studioso giapponese che ha scritto Il piccolo libro dell’Ikigai, ritiene che non sia qualcosa da trovare, quanto piuttosto qualcosa che possa essere svelato. Da chi? Da chi decide di coltivare una pianta, che ha una ragione per vivere.

Come sempre, per “scrivere racconti nuovi”, potremmo cominciare con delle domande. In questo caso, tre semplici domande. A noi stessi.

  1. Quali sono le cose che hanno per me maggior valore?

  2. Come mi piace utilizzare le prime ore del mattino, dopo essermi svegliato?

  3. Da quali attività ricavo con naturalezza il massimo piacere?

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Crescere

Tra percezione e reazione: l’equilibrio della forza grande

Il Tai Ji Quan insegna che se vuoi spingere il tuo avversario lontano devi lasciare che il suo peso entri dentro di te. La forza grande nasce nell’equilibrio tra la percezione dell’altro e ciò che ci porta a reagire.

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La curiosità: la forza grande del Tao

Che cos’è la forza “grande”?

Il Tai Ji Quan insegna che se vuoi spingere il tuo avversario lontano devi lasciare che il suo peso entri dentro di te. E tanto più lascerai che questo accada, tanto più sentirai in te la forza aumentare.
Questa parabola crescerà fino al punto in cui ti sentirai in bilico: se tu lo facessi entrare un pizzico in più, non avresti più la forza di respingerlo. Ed è esattamente quello il momento di (re)agire: ti ritroverai a sviluppare una forza “grande” in quanto somma della sua forza dentro di te e della tua forza su di lui. Avrai realizzato il Tao: il bianco dentro il nero e il nero dentro il bianco.

Percepire e reagire: questa è la via della forza “grande”, del Tao supremo

Così, chi non si esercita nella capacità di percepire, non sviluppa la capacità di reagire; chi non si esercita nella capacità di reagire, non sviluppa la capacità di percepire.

Se lasci che l’altro avanzi troppo verso e dentro di te, non avrai più la forza di respingerlo; se non lo lasci entrare abbastanza, non avrai la forza di raggiungerlo.

La forza dunque nasce dalla capacità di lasciare entrare gli altri dentro di noi, piuttosto che da quella di entrare noi dentro gli altri.
Al tempo stesso la forza trova compimento nella capacità di reagire quando l’interazione con l’altro si sta per trasformare in prevaricazione. Chi vuole esercitare la sua forza sugli altri deve innanzitutto imparare a gestire il contatto con gli altri.

I grandi maestri di Tai ji Quan riescono talvolta ad esercitare la loro forza sugli altri anche senza avere con essi un contatto diretto. Come si spiega tutto questo, si domandano in molti? In loro infatti non sembra esserci alcun contatto con l’avversario. La forza sembra sorgere da loro e da loro soltanto!

Chi li osserva attentamente sa bene come sciogliere questo dilemma. Il contatto in realtà c’è! Semplicemente non avviene per il tramite del tatto, ma attraverso altri sensi, come l’udito, la vista e in qualche modo l’olfatto. Così l’ingresso dell’altro in noi stessi può avvenire anche in forma di informazioni sensoriali non tattili: una percezione a distanza.

Qual è dunque il più grande talento di un essere umano capace di una forza “grande”? La risposta è semplice, ma per nulla scontata.

È la curiosità, la virtù degli uomini e delle donne capaci di una forza “grande”

A questo punto allora la domanda diventa un’altra: qual è la qualità necessaria per essere curiosi e di conseguenza forti? Lao Tzu, nel suo mitico Tao Te Ching, dice:

Chi conosce gli altri è sapiente,
chi conosce se stesso è illuminato.
Chi vince gli altri è potente,
chi vince se stesso è forte.

Sapienza e illuminazione, come una costante oscillazione tra sé e gli altri, tra gli altri e sé, questa è la curiosità che rende potenti e forti. Chi esplora solo se stesso o solo gli altri sarà sempre debole. È l’interazione che sprigiona la forza “grande”!

Quando percorriamo la via della solitudine e dell’isolamento, siamo come un fiore che si rifiuta di fiorire: non emana nessun profumo, non sprigiona nessun colore. Se ci avviamo lungo le vie del mondo e ci concediamo di imbatterci in altri esseri viventi umani e non umani, allora, presto o tardi, gli urti e le carezze della vita ci faranno sbocciare e le nostre potenzialità diventeranno le nostre azioni, le nostre azioni ripetute nel tempo le nostre virtù.

Chi rifiuta gli schiaffi della vita, si rammollisce;
chi rifiuta le carezze, si irrigidisce 

Spesso si sente dire che il vuoto sarebbe la premessa del pieno, il disinteresse la premessa per la curiosità, il distacco la premessa del contatto. Solo chi è vuoto, infatti, può far entrare un pieno. Penso che questo sia vero, ma solo fino ad un certo punto.

Negli anni ho cercato il vuoto più e più volte, ma più l’ho cercato, meno l’ho trovato.
Ho incontrato decine di persone che dopo anni di dedizione al vuoto interiore, hanno perso l’equilibrio, frustrati da un pieno che non arriva mai.

Quello che fa la differenza tra la via del Tao e della forza “grande” e la via del vuoto è… la pratica.
La forza grande è il frutto della pratica e mai del sacrificio. La ripetizione quotidiana dell’esercizio della curiosità, questa è la strada sicura. Osservare, ascoltare, sentire: tutto.

Di nuovo Lao Tzu dice:

Per raggiungere la conoscenza
aggiungi qualcosa ogni giorno.
Per conquistare la saggezza
togli qualcosa ogni giorno.

Spesso si ritiene che conoscenza e saggezza siano due qualità che si escludono a vicenda: antitetiche, come il professore e il saggio della famosa storia Zen. Quello che ho potuto sperimentare e sperimento quotidianamente è diverso: conoscenza e saggezza si alimentano reciprocamente.

La via della forza “grande” è la via dell’integrazione.

 

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