Connect with us

In primo piano

Vita e morte di un bel Paese (ed è tutta colpa degli Italiani)

La responsabilità di ciò che sta succedendo all’Italia è di tutti noi. Così come siamo noi, singoli cittadini, ad avere nelle nostre mani gli strumenti per salvare un Paese unico e dal grande potenziale. Ma dobbiamo volerlo.

Pubblicato

il

L’Italia sta sprofondando in una crisi socio-economica alla quale, probabilmente, non sopravvivrà.
Per lo meno, non come la conosciamo oggi.

Non è colpa della coppia Di Maio&Salvini. E non è colpa di Renzi. Neppure di Monti. E neanche di Berlusconi.

Quello che sta succedendo è colpa nostra.
E prima di noi, è colpa dei nostri genitori. E dei nostri nonni.
È colpa di almeno tre generazioni di Italiani. Tutti.

Le colpe dei padri ricadranno sui figli

È colpa delle persone di buona volontà che sono emigrati all’estero, facendo la fortuna di altri Paesi.
È colpa di quelli che in buona fede sono rimasti per ricostruire le case e le famiglie distrutte dalla guerra, senza sapere come fare.
È colpa delle donne e degli uomini di malafede che hanno trovato negli spazi vuoti del potere il terreno fertile per far crescere le loro attività criminali.
È colpa dei mafiosi, ma non per aver ammazzato, gambizzato o sfruttato, ma per aver preferito la via più semplice, quella meno impegnativa della violenza, invece di avere il coraggio di mettere al servizio del Paese le loro risorse e le loro capacità imprenditoriali.
È colpa delle classi politiche che si sono alternate al governo, certo, così come è colpa di noi che li abbiamo votati, sempre, con le stesse maggioranze che si spostavano a destra e a sinistra, come vasi comunicanti.

Per poi arrivare alla situazione attuale, dove, stufi e delusi da decenni di politici e tecnocrati, abbiamo consegnato il Paese a due persone che, paradossalmente, nella loro vita hanno fatto solo questo: essere politici. Salvini percepisce un salario da politico da sempre, nei vari ruoli che ha ricoperto. Di Maio ha fatto qualche lavoretto precario e, se non fosse salito sul carro(ccio) dei 5 Stelle, oggi o sarebbe disoccupato o sarebbe ancora nella ditta di papà (pagato in nero, direbbero i maligni).

Significa che questi signori non sono in grado di guidare il Paese? Non ho detto questo. Avere una laurea non è sinonimo di qualità e l’esperienza necessaria se la sono fatta nei loro ruoli politici. È questo che fa un po’ sorridere, no? Sono politici navigati, hanno fatto solo questo, di significativo, nella vita: essere un politico. Ma sono stati eletti in contrapposizione ai “veri” politici.

A ognuno la classe dirigente che merita

Quello che stiamo vedendo in questi mesi, è il migliore esempio di quello che siamo: un popolo di persone convinte che si possano trovare soluzioni ai grandi problemi con poco sforzo e senza sacrifici. Un reddito di cittadinanza qui, un decretuccio contro i migranti di qua, un taglietto alle spese della politica e due o tre passi indietro sulle grandi opere.

Così facendo i nuovi politici, schiavi dei like di Facebook, raccolgono i consensi anche di quella parte della popolazione, marginale ma in aumento, che si riconosce in valori così lontani dalla nostra realtà da risplendere dell’alone tipico di cui gode il passato.
Idealizzano gli anni del fascismo, ricordano Mussolini come un grande statista, e ne celebrano il nome, in barba alla Costituzione. Paradossalmente, molte di queste persone, se Mussolini fosse oggi al potere, sarebbero i primi a essere deportati in Germania: perché al fascismo non piace chi si lamenta, chi non lavora, o chi passa tutto il giorno su Facebook a pubblicare meme del Duce.

E dall’altra parte dello scacchiere politico, eccoli lì, gli intellettuali di sinistra, talmente stupiti dalla stupidità degli altri che finiscono per crederci veramente, di essere migliori, e allora peccano di superbia: noi siamo intelligenti, loro sono populisti e vengono manipolati, quindi noi abbiamo ragione e la ragione, prima o poi, trionferà.

Col cazzo, come direbbero in francese i gilet gialli che stanno facendo tribolare Macron in questi giorni.

La grandeur dell’Italia

Non è l’ideologia che ci tirerà fuori da questo pantano.
E qui sento già le prime voci che si levano a difendere le grandi conquiste dell’Italia: siamo una grande nazione industrializzata, esportiamo più del Regno Unito, abbiamo il 70% del patrimonio culturale mondiale (tranquilli, l’altro 30% è al sicuro, Siria a parte), abbiamo Leonardo.

È vero, abbiamo avuto Leonardo. E Raffaello. E Giuseppe Verdi. E Dante. E tantissimi, tantissimi altri.
Non è un caso, a mio avviso, che siamo una terra di artisti. Essi raramente nascono da condizioni di comfort: l’arte è spesso reazione a una situazione di disagio. Non è espressione di serenità. È tentativo di fuggire dalla realtà, di creare qualcosa di migliore rispetto al proprio presente.

Quanti artisti svizzeri vi vengono in mente?
Danesi?
Di Singapore?

Tre Paesi che hanno una cosa in comune: stabilità e ricchezza. Quando le persone stanno bene, non hanno bisogno di sublimare. E quindi l’arte gioca un ruolo meno importante in quelle società.

Piccoli passi ma grandi significati

Vogliamo continuare il gioco da stadio e da tifoseria? Meglio l’Italia, l’Italia fa schifo, è colpa del PD, viva i grillini, leghisti fascisti, Boldrini baldracca (che poi, boh, mai capito perché ce l’avevano così tanto con sta poveraccia, e la tirano fuori ancora oggi, come se fosse colpa sua la crisi che stiamo vivendo).

Come dici?
No, allora non ci siamo capiti: è colpa nostra.
NOSTRA. Di tutti noi.

E se veramente vogliamo smettere di criticare l’Italia, non nascondiamoci dietro a un dito: cominciamo a lavorare su ciò che va veramente cambiato. E da dove comincia il cambiamento? Dalla TAV, o dagli stipendi dei parlamentari? Magari, anche. Ma noi poveri cittadini cosa possiamo farci?

Allora cominciamo dalle cose sulle quali abbiamo veramente la possibilità di fare qualcosa.
Ho fatto una lista di avvenimenti spiacevoli che ho vissuto a Milano negli ultimi 7 giorni (e non è esaustiva). Avrei potuto fare anche la lista delle cose piacevoli, ma il mio obiettivo qui è di trovare spunti concreti su cui lavorare. Vediamola insieme:

  • ogni volta che mi avvicino a un passaggio pedonale, o addirittura già lo sto attraversando, le auto accelerano e mi passano davanti o dietro;
  • ho fatto un contratto per internet con fibra a casa, dove l’operatore mi ha palesemente mentito su costi e prestazioni (bugia confermata in seguito dal personale dello shop, che fa spallucce dicendo che col call center succede spesso);
  • ho cercato di pagare delle fatture online solo per scoprire che la mia banca voleva un update a pagamento per processare… i pagamenti;
  • mi è stato proposto di saldare un lavoro in nero, senza fattura e senza IVA;
  • ho visto un tipo aprire il finestrino dell’auto e gettare un pacchetto di sigarette vuoto in mezzo alla strada;
  • ho parlato con un impiegato che fa circa 100 ore di straordinario non retribuito al mese;
  • ho scoperto che la casa in cui vive un mio amico è abusiva ma lui paga comunque un affitto al proprietario (da anni, e nessuno dice niente);
  • ho dovuto trattenere il respiro per entrare in metropolitana perché sulle scale c’è stato il vomito degli ubriachi del sabato sera che è rimasto lì tre giorni prima che lo pulissero.

Per salvare l’Italia, dobbiamo essere meno Italiani

Questi comportamenti non sono folclore. Sono il male.
E so già che moltissime persone faranno commenti scandalizzati, dicendo che queste cose non devono succedere, ma dove viviamo, eccetera eccetera.

A queste persone pongo una semplice domanda: la filippina che viene a farvi le pulizie, l’avete dichiarata e assicurata? L’auto, la posteggiate sempre e solo dove è permesso? Nella vostra casa di proprietà, tutti i lavori sono stati pagati con regolare fattura? Avete strombazzato dietro al veicolo che ha accennato a rallentare davanti a voi o avete educatamente aspettato che trovasse la strada in cui girare? Se siete imprenditori: pagate adeguatamente i vostri dipendenti? Siete mai saliti su un bus o un tram senza pagare il biglietto?

E allora di cosa vi lamentate?
Siete come loro. Siamo come loro. Noi siamo loro. Per questo è colpa nostra.

È ora che le persone di questo Paese comincino a prendersi le proprie responsabilità. A ridare significato a quella parola, dignità del lavoro, che non ha a che vedere con i soldi, ma con il fatto di essere utili alla società. La società che non è una cosa astratta: è il luogo in cui viviamo e in cui facciamo crescere i nostri figli.

Sono finiti i tempi in cui il parente falso-invalido prendeva la pensione che non gli spettava (e noi a fargli pure i complimenti per la sua furbizia).

Basta a quelle persone che percepiscono un salario ma non fanno nulla tutto il giorno. Se sei pagato, lavori, non ti imboschi. E noi che siamo i tuoi amici o la tua famiglia, dobbiamo vergognarci per quel comportamento. Dobbiamo chiederti di cambiare. E se non lo fai, dobbiamo denunciarti. E qui: dovremmo trovare delle forze dell’ordine che prendono sul serio anche queste cose.

Soprattutto dobbiamo capire che la furbizia come l’abbiamo intesa per secoli in questo Paese non è una cosa positiva: la furbizia toglie risorse allo Stato, la furbizia ha le mani sporche di sangue, la furbizia fa scappare le persone oneste e di talento all’estero, la furbizia è un investimento ottuso, a corto, cortissimo termine.

Parola d’ordine: Semplificare

Quindi dobbiamo cominciare da noi, dai nostri comportamenti quotidiani.
Il semaforo per i pedoni è rosso? Ti fermi e aspetti. Perché? Perché viviamo in una società fatta di persone, dove ci sono regole, anche arbitrarie e magari poco comprensibili, che però sono state create per semplificare e regolare la vita di tutti i giorni.

Vi siete mai domandati perché l’Italia è il Paese con il codice penale più corposo e complesso del mondo?
O perché il detto “Fatta la legge, trovato l’inganno” esista solo nella nostra lingua?

Per due ragioni: da una parte, perché se vivi nella perenne paura che le persone cerchino di fregarti, metterai in piedi sistemi per evitarlo. Sempre più arzigogolati e sempre più complessi (e quindi burocraticamente pesanti). Dall’altra, perché per esercitare potere sulle persone, le devi mettere in uno stato di inferiorità.

Era la ragione per cui le messe si facevano in latino, o la ragione per cui in certi Paesi non si mandano le donne a scuola: l’ignoranza ti rende vulnerabile e quindi controllabile.

In Svizzera, mio padre 80enne, che non ha neppure la terza media, riempie la dichiarazione delle tasse da solo e in 20 minuti.
In Italia, nel corso degli anni, abbiamo creato dei sistemi e delle sovrastrutture che obbligano le persone a ricorrere a degli intermediari per esercitare le azioni più semplici del proprio essere cittadino. E questa è una forma di schiavitù che dobbiamo combattere, non una forma di arte di cui andare fieri, come se complicato fosse sinonimo di bello, o di migliore.

Una Italia sempre più fragile

Rifletto da anni a questi aspetti, soprattutto in chiave aziendale.
Perché a essere onesti ho conosciuto molte persone brillanti qui in Italia. Professionisti preparati, pronti a spendersi e a dare molto di più di quello che veniva richiesto loro. Che si trovano a lottare contro i mulini a vento.

L’argomento che l’Italia è comunque un Paese economicamente importante è una spina nel fianco: perché lo è, nonostante i suoi problemi. Non sono sicuro che potrà esserlo ancora a lungo, e questo anche a causa di una spirale perversa che ha cominciato a fare degli apprendistati e dei lavori sottopagati una forma naturale di impiego. E figuriamoci cosa potrebbe essere, il nostro Paese, se le cose funzionassero a dovere: sarebbe la locomotiva d’Europa, si riprenderebbe il ruolo di leader che ha avuto per secoli nel mondo.

Invece stiamo rendendo fragile tutta una fascia sempre più ampia della popolazione, per tutta una serie di problemi e di situazioni che sembrano un chewing-gum incollato nei capelli. Non possiamo risolvere tutte le questioni ma non possiamo neppure illuderci di non dover agire in maniera decisa.

I capelli impastati di gomma da masticare, a volte, vanno tagliati.
Ma è possibile farlo solo se tutti gli attori (ma proprio tutti: i datori di lavoro, gli studenti, gli operai, gli impiegati, gli statali, i politici, i sindacati, le associazioni di categoria) si mettano d’accordo su una cosa semplice: sospendere il giudizio che li porta ad azzuffarsi con un solo obiettivo, vale a dire quello di conservare i propri privilegi e il proprio potere (nuova generazione di politici compresi).

Solo il rispetto ci salverà

Non si prende in giro la ragazzina a cui abbiamo dovuto rapare la testa a zero per liberarla dal chewing-gum.
Lei deve sentirsi sicura di quello che è stato fatto e noi tutti dobbiamo impegnarci ad aiutarla a ritrovare la voglia di giocare ancora. Magari dovremo accettare anche che la bimba adori i suoi nuovi capelli corti e che non voglia farli ricrescere. Chissà.

In altre parole…
dovremo rispettare le scelte degli altri
e dovremo rispettare il lavoro degli altri.

Rispettare veramente. Non come rispettiamo i giardini pubblici, lasciando i rifiuti in giro per il parco; o come rispettiamo il diverso, negandogli la dignità di essere parte della società; o come rispettiamo le leggi, à la carte, come se fosse un menu dal quale scegliere: questa mi piace, la prendo, questa mi piace meno, la infrango.

Perché alla fine la nostra colpa, a mio avviso, è solo una: aver mancato di rispetto.
Agli altri, allo Stato (e lo Stato, fatto di persone, a noi), alle cose, ma anche a noi stessi e al futuro dei nostri figli.

La brutta notizia è che la mancanza di rispetto è una cosa enorme e molto difficile da imparare, e che ci vorrà forse più di una generazione, per migliorare le cose.
La buona notizia è che il problema non è molteplice: è solo uno, ma con tanti risvolti diversi, ma lo possiamo identificare, e quindi risolvere.

Con buona pace per la prossima generazione di grandi artisti, che dovrà andarsi a cercare natali stranieri.

All’età di tre anni ho deciso di diventare vegetariano; in seconda elementare, la maestra ha convocato i miei genitori perché “non era normale” che un bambino conoscesse tutti i nomi dei funghi in latino; a 13 anni ho amato per la prima volta senza sapere che non era amore; a 15 ho smesso di fare decathlon perché odiavo la competizione; ancora minorenne, sono stato processato da una corte marziale. A 20 anni mi sono sposato e a 23 ho divorziato; a 25 anni dirigevo una start-up che ho fatto fallire; a 29 ho avuto la meningite, sono morto ma non ho saputo restarlo. A 35 anni ho vissuto una relazione poliamorista e sono diventato padre di figli di altri. A 42 mi sono licenziato da un posto fisso, statale e ben pagato per fondare l’Agenzia per il Cambiamento Purple&People e la sua rivista Purpletude. A parte questo, ho 20 anni di esperienza nelle risorse umane, ho studiato a Ginevra, Singapore e Los Angeles, ho un master in comunicazione e uno in digital transformation e ho tenuto ruoli manageriali in varie aziende e in quattro lingue diverse: l’ONG svizzera, la multinazionale francese, le società americane quotate in borsa, la non-profit parastatale. Mi occupo soprattutto di comunicazione del cambiamento, di organizzazioni aziendali alternative e di gestione della diversità – e scrivo solo di cose che conosco, che ho implementato o che ho vissuto.

Crescere

Essere padre nel 2019

Tradizionalmente la figura paterna aveva il compito di insegnare al figlio a rischiare. In una società attenta alla protezione, il rischio può apparire inutile. E il padre un optional.

Pubblicato

il

Nel 2019 essere padre è un optional: si può non esserlo.
Al tempo stesso è vero anche il reciproco, per cui nel 2019 avere un padre è un optional: si può anche non averlo.
In questa strana epoca chi vuole essere un padre deve sforzarsi di esserlo e chi vuole avere un padre deve sforzarsi di averlo.

Questa riflessione è dedicata ai padri e ai figli, alla magia che può svilupparsi da una relazione oggi non necessaria, ma possibile. Non parlerò qui di madri e figlie, anch’esse protagoniste di una relazione altrettanto magica. Ne scriverò un’altra volta.

Un invisibile gioco di sguardi…

Oltre che non necessaria, la relazione tra padre e figlio oggi è nella maggior parte dei casi qualcosa di impalpabile. Molti di coloro che stanno “attorno” ad essa spesso non se ne rendono neppure conto che tra i due c’è qualcosa anche dove sembra non esserci.

Il gioco di sguardi in questa relazione è tutto. Con gli sguardi inizia e spesso anche finisce (con buona pace delle madri!).

Gli occhi del padre scrutano inquieti e coraggiosi l’orizzonte, come gli occhi di un marinaio che sente la nostalgia del mare. A volte l’orizzonte è un lavoro appassionante, altre volte un apparentemente inutile passatempo. In tutti i casi, quando un padre guarda l’orizzonte, i suoi occhi sprigionano un fascino particolare e in quel momento, potete scommetterci, il figlio lo guarda.

Non aspettatevi che il padre coinvolga il figlio nelle sue avventure. Questo accade di rado.
Le sue avventure sono avventure da uomini grandi, non da uomini piccoli. Che si tratti di un lavoro di responsabilità o di perfezionare il plastico su cui scorre un vecchio trenino, è richiesta la fermezza di chi è già grande. Tuttavia, quello che il piccolo vede negli occhi del grande è sufficiente per trasmettere quella passione, che sarà il sale della sua vita.

…e di poche parole

A volte accade che dopo anni, questo gioco di sguardi venga interrotto per un attimo e che un giorno il padre si giri verso il figlio e gli lasci in eredità poche misurate, parole: “Ricordati …” oppure “Sappi …”.

E queste parole rimarranno impresse nella mente di quel “piccolo uomo” per sempre.

Chi è un padre?

Non mi ero mai posto questa domanda fino a quando mi imbattei in una possibile risposta.
La trovai in un libro che rubai per caso proprio dalla scrivania di mio padre. Si intitolava “Geofilosofia dell’Europa” di Massimo Cacciari.

Questa risposta era data nella forma di un’immagine, di un’analogia. In essa non si parlava solo del padre, ma anche della madre. Secondo l’autore, i due sarebbero in relazione reciproca come nell’antica Atene erano in relazione reciproca il Pireo, il porto della città, e l’Acropoli, la collina dei templi.

Quest’ultima, infatti, come una madre, era il luogo dove veniva custodito e protetto ciò che di più sacro c’era in Atene: il culto degli dei, le usanze.
Il Pireo, invece, luogo di arrivi e partenze, scambi e trasformazioni, aveva il compito di garantire la contaminazione e lo scambio delle merci, ma anche delle idee e dei costumi.

Secondo questa analogia, padre e madre esercitano due ruoli ben distinti nella vita dei figli.
La madre custodisce, nutre e protegge; il padre sospinge, contamina e rinnova.

Come vanno le cose oggi

Nella versione più “tipica” dei fatti i bambini iniziano a vivere quando uno spermatozoo feconda un ovulo.
Affinché questo avvenga servono sia un padre sia una madre. Una volta che la vita è iniziata, tuttavia, le cose possono andare avanti anche senza l’aiuto del padre.

La madre deve esserci, è necessaria.
Il padre può esserci o non esserci, è un optional. Se c’è, non è detto che faccia la differenza. Egli è come uno dei mille optional sulle nostre automobili, di molti di essi non sappiamo che farcene.

Così accade che se il padre, oggi, nel 2019 voglia fare la differenza, debba sforzarsi di essere un optional utile. Non potrà mai essere necessario, ma potrebbe diventare utile, magari anche utilissimo, a volte addirittura decisivo.

Il padre e il rischio

Il padre, se vuole, ha un compito che va controcorrente: deve allenare il figlio al rischio dell’avventura e della contaminazione.
Il rischio di cambiare. E in una società sempre più attenta alla protezione, allenare al rischio può apparire come inutile, anzi indesiderato.

Ci sono state epoche in cui il rischio era necessario. La vita richiedeva il rischio come strumento e ingrediente della sopravvivenza. In quei tempi forse anche il padre era necessario. Poi le cose sono cambiate. Abbiamo imparato a sopravvivere senza rischiare. Chi te lo fa fare, di rischiare?

Così il padre è diventato un optional e assieme a lui il rischio. Si può fare a meno di loro, anche se a volte possono essere entrambi utili, addirittura decisivi.

Continua a leggere

In primo piano

MeToo: #quellavoltache ho raccontato le molestie che ho subito

Sono passati quasi due anni dai primi hashtag di denuncia delle molestie subite dalle donne. In molti ambiti, ma soprattutto in quello lavorativo. Come è andata finora e cosa è cambiato?

Pubblicato

il

Il #MeToo è quel movimento contrassegnato dal medesimo hashtag che online ha visto condivise moltissime esperienze di violenza a livello internazionale.

In Italia l’onda è partita con un po’ di giorni di anticipo sotto il segno di #quellavoltache – un’azione che ha avuto il là dalla bravissima Giulia Blasi e che ha raccolto migliaia di tweet e di racconti in pochi giorni.

Quellavoltache (non vogliatemene se lo cito al posto di Metoo, ma lo sento più mio, più vivido, visto che ho avuto il piacere e la fortuna di farne parte e di vedere da vicino come è nato e la forma che ha preso) – ha avuto il pregio di raccontare la violenza. È nato da qui: dalla necessità di dire “è successo anche a me”, è nato per dare evidenza a quanta normalità purtroppo ci sia nella violenza di genere.
Ha dimostrato nei fatti quante donne abbiano subito violenza nella loro vita. Violenza di vario tipo: aggressioni, attenzioni non richieste, palpeggiamenti, ricatti sessuali.

Quellavoltache non è stata un’azione forcaiola come molti hanno creduto di questo e del metoo.
Alla base c’è stata la voglia di narrare, di dire “mi è capitato, e non mi è piaciuto”. Non c’è stata volontà di vittimismo ma semplicemente il far notare come la violenza maschile sulle donne sia una pratica sdoganata, normalizzata ad ogni livello, dal catcalling per strada fino agli uffici dove i capi ti chiedono di essere carina con loro.

Nessun settore ne è uscito indenne e i racconti sono stati tantissimi e il vero megafono dell’informazione è arrivato con le denunce di uomini in vista.

E poi?
E poi non è cambiato tantissimo in termini lavorativi e chi parla oggi di quella manifestazione non solo online ma anche offline parla di flop perché ha visto reintegrare molti dei nomi noti messi in discussione.

La giustizia è MeToo?

Vi faccio una domanda diretta: avete mai provato a fare una denuncia per molestie?
La prima cosa che vi succederà è non essere credute (o creduti, ma preferisco metterla al femminile, visto che capita con maggior frequenza a noi).

Ne ho discusso a suo tempo con un amico avvocato – gli ho chiesto schiettamente se uno mi avesse messo la mano sul culo che so, in ufficio da soli, cosa avrei potuto fare?
Mi ha detto – dovresti comunque recarti al pronto soccorso, farti fare una carta che attesti che sei stata lì anche se non hai contusioni e nulla, poi andare con quello a fare denuncia. Un foglio di carta è meglio di niente quando si va dai carabinieri.

E poi?

E poi resta comunque la sua parola contro la tua e dio solo lo sa quanto sia difficile esser credute, nonostante nel mondo del lavoro esista questa strana leggenda di qualcuna che è andata dai carabinieri a denunciare il capo e tutto si è risolto con fraccate di soldi.
Sarà, ma io non ne ho mai conosciuta una, anzi: ho sempre trovate donne che ne hanno parlato con difficoltà e ancor meno hanno denunciato. Il racconti do “quella che ha messo nei guai il capo” mi è sempre arrivata da bocche maschili e non ho mai potuto verificare la fonte. Tant’è.

La maggior parte delle donne non denuncia. Io stessa non ho mai denunciato le molestie che ho subito.
Vengono creduti più gli uomini delle donne e in mancanza di prove certe e oggettive, la cosa decade.
A meno che non siamo lacero-contuse e fortemente traumatizzate (ma mi raccomando eh, che si veda: acido in faccia, ossa rotte, cicatrici da accoltellamento o altro) la cosa rischia di cadere nel vuoto e la mano sul culo, la palpata di tette, il bacio non richiesto e lo strusciamento insistente resta quello che è: una violenza contro cui non puoi fare niente. E questo è un fatto.

Inutile che si portino in trionfo gli uomini denunciati usciti indenni all’urlo di “visto? Avevano ragione loro, vi siete inventate tutto, non è così grave” perché noi donne abbiamo desistito. La legge non tutela le vittime, soprattutto quelle di violenze meno evidenti.
Secondo voi essere toccate, palpeggiate, forzate a fare cose che non si vogliono senza che ci siano cicatrici o contusioni è meno grave? Non è violenza? È più accettabile?
Dopotutto cosa vuoi che sia? È così?

Cosa è cambiato? In Italia poco

All’estero non so, ammetto che non sono particolarmente ferrata su cosa capiti negli altri uffici, sta di fatto che le denunce da noi cadono nel silenzio: basti guardare quella di qualche tempo fa – una ricerca condotta dalla federazione nazionale stampa italiana – che ha portato alla luce un dato inquietante: l’85% delle giornaliste ha subito atti di molestia sul luogo di lavoro.
Il 66,3% l’ha subito negli ultimi 5 anni, il 42,2% negli ultimi 12 mesi.

Si tratta di insulti, molestie verbali, battute insinuanti la vita sessuale o inopportune relativamente alla propria vita privata.
Il 13,7 % ha subito veri e propri atti di violenza fisica.

L’online: la violenza impalpabile che c’è

Si subisce violenza anche con l’invio di materiale porno non richiesto, messaggi espliciti, richieste che vanno oltre l’ambito lavorativo.
La colpa? Uomini, spesso colleghi, anche superiori.
Le donne hanno ricevuto benefici lavorativi? Non mi risulta. Anzi: quello che ho visto è una sistematica gogna mediatica in difesa del macho molestatore, quello che ha ragione, quello che “sono state loro ad andarci”, “dopotutto ti faceva comodo”.
Si sa: se sei vittima di una violenza è perché te la sei cercata, mica perché c’è qualcuno che pensa di disporre del tuo corpo come gli pare.

Mi è stato chiesto se nel mondo della pubblicità io abbia mai subito violenze. Violenza fisica no, offese sessiste sì, spesso, anche da persone che ho stimato professionalmente.

Me lo sono fatto andar bene per conservare il posto, perché non potevo permettermi di fare la guerra.
Ho mandato giù con un sorriso di circostanza per poter lavorare. E i colleghi maschi che sentivano dire al capo che noi donne al massimo andavamo bene in casa a fare la calzetta? Non pervenuti.

Ora invece la guerra la faccio eccome, e mi becco secchiate di “sei la solita stronza” ogni volta che alzo la mano e faccio notare che le cose non mi tornano o non mi quadrano.

Ma ora non mi importa, ho raggiunto una posizione, sono inscalfibile, sono forte del mio talento e della mia professionalità. E quando posso divento la voce di chi ha meno forza di me.

Nel mondo della pubblicità c’è violenza? Sì.
Non è il fantastico mondo degli unicorni, e alle donne tocca ancora subire attenzioni non richieste, AD ubriachi che si strusciano, minacce sul fatto che “o sei carina o la tua carriera è finita”. Ci sono, e ci saranno. Dipende da quanta voglia si ha di mettere in luce quello che c’è di sbagliato.

Forse quellavoltache ha fatto prendere coraggio e ha fatto capire a molte di noi di non essere sole, che serve raccontare.
Mi piacerebbe poter dire piena di fiducia “DENUNCIATE!” ok, lo farò ma lo ammetto, con poca convinzione visto gli esiti e visto che la forca aspetta più spesso le donne. Spero che qualcosa cambi e che anche a livello giuridico prenda forma un’attitudine meno patriarcale e più equa.

Forse forse, se insistiamo, qualcosa cambierà.

Si può fare altro?

Certo: farci caso. Sensibilizzare amici, compagni, colleghi sul fatto che certe pratiche non richieste sono comunque offensive e fuori luogo.
Convincerli che serve anche il loro apporto per cambiare le cose, che non è una lotta che possiamo fare da sole e che non dipende solo da noi.

Soprattutto, una volta per tutte, smettiamola di considerare normali o poco gravi le attenzioni non richieste. “Cosa vuoi che sia, ti ha solo fischiato dietro” è no. “Lascia stare dopotutto avrai interpretato male, non ti ha toccata” è no.
No, no, e ancora no.

 

Avete subito mai una violenza? Avete denunciato?
O avete almeno raccontato?

Continua a leggere

Treding