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Vivere con l’orologio al polso

Vivere con l’orologio al polso e sentire il tempo che scorre, perché il primo passo per gestire il tempo è iniziare a misurarlo nei minimi dettagli.

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Ho cercato per anni di affrancarmi dal tempo, di liberarmi dal suo carico oppressivo. Finché un giorno mi sono strappato l’orologio dal polso e ho gettato il tempo via da me. Volevo essere libero. Per un po’ ha funzionato. Poi il tempo è tornato alla carica, più permaloso di prima. Mi stava alle calcagna e mi rimproverava per i miei ritardi. Così ho ricominciato a vivere con l’orologio al polso e mi sono reso conto di quanto sia affascinante sentire il tempo che mi corre addosso. E con la fascinazione è giunta inaspettata un sensazione: io ho il potere di cavalcare il tempo.

Come andò che un giorno gettai via l’orologio

Avevo vissuto per anni con l’orologio al polso, senza dargli mai molto peso. Un giorno ho sentito la sua presenza. Mi appesantiva la mano e soprattutto mi faceva fretta. Ero sempre in ritardo e lui me lo ricordava, come un Anacleto portatile. Così mi sono tolto il tempo di dosso e l’ho gettato via.

Con gli anni ho scoperto che togliermi l’orologio dal polso non mi aveva affrancato dal tempo, anzi mi aveva costretto a prestargli più attenzione. Ero diventato bravissimo a guardare l’ora nei bar, nei parchimetri o al polso degli altri. Poi è arrivato il cellulare e senza rendermene conto il tempo mi è ritornato “addosso”.

Cinque anni fa, tutto d’un tratto qualcosa è cambiato e ho ricominciato a vivere con l’orologio al polso. Da allora mi sono reso conto che il tempo non può essere né gestito né trascurato, ma solo misurato e ammirato. Con la sorpresa che quando lo misuri, ti rendi conto che puoi farti trasportare dalla sua “puntualità”.

Come decisi di rimettere l’orologio al polso

Il mio riavvicinamento agli orologi da polso iniziò per caso, mentre sfogliavo una tipica rivista maschile. Mi resi conto che la maggior parte delle pubblicità riguardavano orologi da polso. Alcuni erano veramente splendidi. Così diedi un’occhiata ai prezzi su internet e mi resi conto che potevano arrivare a costare come un appartamento.

A che scopo una persona avrebbe voluto spendere tutti quei soldi per tenersi il tempo addosso, mi chiesi.
Così decisi di ricomprare un orologio e scoprirlo.

Quella sensazione strana di potere e limite al tempo stesso

Lascia che faccia un passo indietro.

Già in passato avevo scritto un articolo su Purpletude in cui raccontavo di quel detto secondo cui “gli africani hanno il tempo in tasca e noi siamo nelle tasche del tempo”. Pensavo a quelle parole il giorno in cui ricominciai a vivere con l’orologio al polso. Era un semplice, SWATCH tutto bianco. Lo comprai a Porto Azzurro, all’Isola d’Elba, in un negozietto da cui si sentiva il rumore del mare.

La prima sensazione fu strana. Era come se mi fossi messo un laccio al polso. Mi sentivo impacciato, bloccato e mi ricordai che era quello il motivo per cui avevo smesso di vivere con l’orologio al polso.

In quel momento però feci anche un’altra considerazione. È un dato di fatto: il tempo mi influenza e io non ci posso fare nulla. Rifiutare che lui avvolga il mio polso non mi affranca dal tempo.

Allora mi ricordai che, quando ero piccolo, mi piaceva avvicinare l’orologio all’orecchio e ascoltare il ticchettio delle lancette. Mi calmavo. Lo feci subito. La sensazione fu splendida. Di nuovo quella calma ancestrale dilagò dentro di me.

In quel momento mi resi conto che mentre ascoltavo il tempo era come se io chiudessi con lui un cerchio. Lui avvolgeva il mio polso e mi influenzava. Io lo ascoltavo e forse lo stavo influenzando anche io. Lo rendevo benevolo! Non era più un antipatico Anacleto, ma un simpatico Taz-mania.

A quel punto ho fatto un’altra cosa. Una di quelle semplici, da bambino. Ho guardato l’orologio e ho pensato agli esseri umani che nei secoli avevano speso la loro vita affinché le persone potessero udire il tempo, vederlo e portarselo addosso. Gli orologiai! Ho provato per la loro opera un grande rispetto.

In quel momento ho capito che il primo passo per chi vuole gestire il tempo è iniziare a guardarlo, ad ascoltarlo, a misurarlo, nei minimi dettagli. Non si tratta più di non perdere neppure un secondo, ma di godersi ogni istante.

Il problema non è gestire il tempo, ma gestire me stesso

Da quando ho ricominciato a vivere con l’orologio al polso, mi sono reso conto che il mio problema non è gestire il tempo, ma gestire me stesso.

Non è forse anche il tuo problema?

L’orologio non lo indosso per mettere le redini al tempo, ma per mettere le redini a me stesso. Così, nel momento in cui mi metto l’orologio al polso, non provo il disagio che prova chi si sente braccato, ma il sollievo che sperimenta chi sa di avere di nuovo le redini in mano.

Tre cose che ho imparato da quando ho iniziato a vivere con l’orologio al polso

Se adesso guardo l’orologio che porto al polso e penso a cosa faccio grazie ad esso, mi rispondo che io essenzialmente gioco con il tempo. E il mio gioco con lui è fatto di 3 fasi ben precise:

  • Dividere il tempo
  • Sfidare il tempo
  • Recuperare il tempo

Dividere il tempo

È la cosa più semplice, ma al tempo stesso essenziale.
L’essere umano da sempre divide il tempo. All’inizio si limitava a distinguere il giorno dalla notte, poi le stagioni calde da quelle fredde, quelle piovose da quelle secche. Nel tempo sono arrivate altre divisioni. Oggi distinguiamo gli anni, le stagioni, i mesi, i giorni, le ore, i minuti, i secondi.

E qui sta il primo gioco: io divido il tempo nel tentativo di fermarlo, ma lui mi sfugge e corre. Non mi basta dire che è primavera per avere il tempo di seminare i fiori. Non mi basta dire che è sera per dire che è ora di smettere di lavorare. Tuttavia, è da qui che comincio il mio gioco con il tempo: gli metto le briglie.

Sfidare il tempo

È la cosa più emozionante.
Come essere umano, grazie ai miei neuroni fusiformi, posso stimare il tempo di cui avrò bisogno per fare qualcosa. “Un’ora per fare i compiti!”, “Due ore per completare un progetto!”, “Dieci minuti per fare una passeggiata!”, “Trenta andare a fare la spesa!”. La prima tentazione che ho è quella di darmi più tempo per fare le cose. Il tempo corre e io finisco per vivere come se lui stesse sempre per sfuggirmi di mano.

In realtà, la cosa che ho imparato è che meno tempo mi do, più apprezzo il tempo che ho.
Se mi do 1 minuto per rispondere ad una email, mi rendo conto che la risposta è più chiara e diretta di quanto me ne do 5 di minuti. Il tempo è strano: è più intenso quando scarseggia.

Recuperare il tempo

È la cosa più tranquillizzante.
Quando sfido il tempo e mi do meno tempo, talvolta fallisco. In quel momento, tuttavia, mi rendo conto con piacere che c’è sempre un po’ di tempo rimasto che io posso recuperare. Se mi do 15 minuti per scrivere una lettera e ne impiego 16, mi rendo conto che 1 minuto in più per recuperare in realtà c’era, proprio perché io mi ero dato un po’ meno tempo. Se sfido il tempo e me ne do un po’ meno, poi scopro che ne ho di più.

Comincio a pensare che sia proprio la dicitura “gestire il tempo” che a volte ci porta fuori strada.
Il tempo è un burlone: se lo vuoi battere, devi giocare.

Medico “bilingue” | Esperto in Agopuntura e Medicina Tradizionale Cinese | Promotore dello stile di vita come farmaco. Mi definisco un amante del corpo umano, delle Persone, meccanismo perfetto. Della natura. Un medico bilingue, capace cioè di parlare tanto la lingua della medicina occidentale (se vogliamo, tradizionale), quanto quella cinese. Ciò mi conferisce la capacità di vedere le cose in modo più profondo, sapere scegliere con coscienza e oggettività. Discorso lunghetto che meriterebbe approfondimento… in genere mi piace sintetizzare che se funziona allora va bene. Anche se spesso le dinamiche, i motivi non sono altrettanto chiari. “Se funziona va bene”. Sono quel genere di persona, e medico, che si chiede “come fare?” e non se si può fare.

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Non c’è nulla di male a non avere ambizione

Il fatto di non essere ambiziosi è spesso interpretato come una mancanza di qualcosa o come sintomo di pigrizia. Ma può essere una scelta rispettabile.

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Non essere ambiziosi

Personalmente, ho sempre avuto delle ambizioni, anche se tra i miei obiettivi non c’è l’arricchirmi, o l’avere “potere”. Non che guadagni e responsabilità mi dispiacciano, anzi. Ma ho degli obiettivi ben chiari in testa, ho dei progetti, dei sogni, se vogliamo chiamarli così. Altrettanto chiara non è la strada per arrivarci, ma so dove girare lo sguardo.

I miei sogni sono legati al mio lavoro. Con questo non mi riferisco a quello che faccio attualmente (che comunque amo); è più corretto dire che i miei sogni e le mie ambizioni sono di tipo lavorativo, si riferiscono al lavoro, più che la vita, che voglio fare. La vita che farò ne sarà conseguenza.

Per questo motivo, non riesco ad immaginarmi a fare un lavoro che non mi appassioni, che non mi faccia concludere la settimana con la stanchezza fisica di chi ha lavorato dodici ore al giorno, ma con la soddisfazione di qualcuno che ha vinto una maratona.
E per lo stesso motivo, ho sempre fatto molta fatica a immedesimarmi in chi non si cura del lavoro che fa e che è interessato solo dal guadagnarsi uno stipendio che permetta di vivere (e non solo sopravvivere).

Sia chiaro, non voglio aprire un discorso su “lavori umili vs lavori prestigiosi”, o su “lavori operativi vs lavori di responsabilità”. E non ho intenzione di denigrare alcun tipo di occupazione, ruolo o mansione. E non sto nemmeno di parlando di chi accetta qualunque impiego per necessità economiche, rinunciando ad un investimento sul futuro per fare fronte a necessità nell’immediato.
Sto parlando di chi, nel modo più genuino e sereno possibile, ammette semplicemente di non avere ambizioni lavorative.

A cosa ambisce chi non ha “un’ambizione”?

Già qui si può fare una prima constatazione: non avere ambizioni lavorative non significa non avere ambizione alcuna. Si possono avere ambizioni che con il lavoro non hanno nulla di fare. Sebbene trasformare la propria passione per l’arte in un lavoro è un’ambizione lavorativa alla pari del trasformare la passione per lo spazio in una carriera nell’astrofisica.

Quella di cui parlo io è la mancanza di interesse nel lavoro in sé: un “se potessi evitare di lavorare, lo farei”. Un modo di ragionare che molti di noi (io in primis, fino a non molto tempo fa) avrebbero definito pigro. Svogliato. Magari persino egoista (“togli lavoro a qualcuno che a differenza di te lo farebbe con passione”), o comunque una strada che può portare anche ad un vero e proprio “parassitismo”. E sicuramente qualcuno punterebbe il dito su “questi dannati millennial”.

Ma la mancanza di ambizioni lavorative è davvero assimilabile ad una mancanza di voglia di lavorare?
O magari è semplicemente un’ottica diversa con cui alcuni di noi guardano al lavoro?

Partiamo da qui: vedere il lavoro con occhi diversi.

Io personalmente vedo il lavoro come una componente centrale della mia vita. Un perno attorno al quale muoverò (e muovo tuttora) gran parte delle mie decisioni. Ma per qualcuno può non essere così. Ed ecco che la frase “se potessi evitare di lavorare, lo farei” può essere riformulata come segue: “non voglio che il lavoro sia una componente centrale della mia vita”.
Messa in questi termini viene molto meno spontaneo attaccarla o definirla subito falsa, vero?

È importante anche notare che nessuna di queste due formulazioni implica un rifiuto di lavorare: molte persone, per esempio, non vorrebbero farsi mantenere. Rinunciare alla propria indipendenza economica può non essere un prezzo accettabile, per molti. Il dilemma “Se potessi evitare, ma non posso perché comunque mi servono i soldi” può essere risolto col farsi mantenere. “Se potessi evitare, ma non posso perché comunque voglio un’indipendenza economica”, invece, no.

Facciamo un’altra riformulazione. Vediamola come un “voglio lavorare per vivere, non vivere per lavorare”. Ancora più “socialmente accettabile”, sicuramente molti tra noi sono perfettamente d’accordo con quest’ultima frase. Perché comunque contiene l’espressione “voglio lavorare”.
Chiunque ci si immedesimerebbe facilmente, avendo in mente l’immagine (quasi stereotipata) del mega-dirigente che passa le notti in ufficio e a causa del suo lavoro si perde i primi passi del figlio più piccolo, il diploma della figlia grande, e così via.

“Potessi evitare di lavorare, lo farei”

Abbiamo fatto un bel giro, quindi ricapitoliamo: questa frase può essere interpretata come

  1. “Voglio lavorare per vivere, non vivere per lavorare”;
  2. “Non voglio che il lavoro sia una componente centrale della mia vita”, che a differenza della precedente non esplicita l’intenzione di lavorare;
  3. “Non voglio lavorare”, che comunque è un’interpretazione legittima della frase.

Quello che noto è che la terza interpretazione è forse la più gettonata. Quella, cioè, che viene più spesso letta tra le righe della frase originale e che si propone come traduzione di “non avere ambizione”. Ed il problema è che sembra esserci un automatismo interpretativo in questo senso.

Se ci riflettiamo, è anche normale che sia così. In fondo, siamo figli e figlie di una società che fin dalla tenera età ci educa a pensare ad un lavoro. Che ci insegna a scegliere questa scuola e non quest’altra in nome del “trovare lavoro”. Ad avere già a 13 anni (anno in cui si sceglie la scuola superiore) un’idea abbastanza chiara di “cosa vuoi fare da grande”. E persino, in modo più o meno esplicito e diretto, a valutare una persona sulla base del suo lavoro.

L’ambizione: un percorso o un traguardo?

La verità è che, semplicemente, esistono persone che vedono il lavoro solo come un mezzo, e non uno scopo. E non c’è nulla di male in tutto ciò.

Ma in una società educata a vedere il lavoro come uno scopo, come un punto d’arrivo o al massimo di partenza, chi viaggia così “in direzione ostinata e contraria” è difficile da comprendere. Finiamo quindi con l’attribuire loro una “mancanza di…”; se manca l’ambizione, deve necessariamente mancare qualcos’altro, come motivazione, energia, voglia, idee, interessi, obiettivi, e così via. E questo porta rinforzare un senso di inadeguatezza non indifferente. Dopotutto, quando un’intera società (partendo dalla famiglia) dice che ti manca qualcosa, ad un certo punto questa mancanza la percepisci anche tu.

Chi non è ambizioso è pigro?
Non è detto; una persona non ambiziosa può comunque essere rispettosa del suo lavoro, portandolo avanti al meglio delle proprie energie e possibilità.

Chi non è ambizioso è qualcuno che vuole evitare responsabilità?
Di nuovo, non voler responsabilità lavorative non significa non volerne affatto.

Chi non è ambizioso è semplicemente qualcuno che non ha ancora trovato la sua strada?
Nemmeno. Semplicemente, la sua strada è diversa da quella che abbiamo in mente noi. Ritornando alla distinzione scopo/mezzo, nella sua strada il lavoro è parte del percorso, non il traguardo.

Un percorso, direi, non meno valido di quello di persone molto più “ambiziose”. Persone che i Social Media ci hanno portato ad ammirare. Nel bene e nel male.

Nel bene, perché comunque offrono spunti, ispirazione, anche suggerimenti.
Nel male, perché alcuni “guru” della professionalità-24/7, dell’essere sempre competitivi, del puntare tutto sul lavoro e sulla carriera, del persino utilizzare chi semplicemente vuole guadagnarsi di che campare come esempio negativo (magari per vendere “corsi di leadership” di dubbia efficacia e ancor più dubbia utilità), ci hanno portato a questo.

Ad accusare di pigrizia qualcuno a cui, di fare carriera e guadagnare soldi e responsabilità, poco gli interessa.

Lasciamo in pace i non ambiziosi. Anzi, teniamoceli stretti; farà sempre bene avere qualcuno di caro a noi, che ogni tanto ci ricordi che, nella vita, non c’è gloria ad “ammalarsi di lavoro”.

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