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Ho paura a viaggiare da sola (ed è colpa vostra)

Per una donna sola, alcuni momenti di banale quotidianità, come prendere un mezzo pubblico tardi la sera o ritrovarsi in una stazione di notte, scatenano la paura di essere molestate.

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Questo week end dovrò andare a Firenze da sola e lo ammetto: ho paura.
Mi hanno invitata al Festival della Sessuologia- ne sono onorata e mi intervisteranno sabato alle 18. Tutto bene, in teoria dovrebbe essere una cosa bella, e infatti lo è, ma mi sto rendendo conto che in realtà mi è partita l’ansia.
Non si tratta di emozione, di gioia e felicità, ma di vera e propria ansia.
Ho paura perché dovrò viaggiare sola e odio il mondo perché mi sto sentendo così,

Voi cosa fate per diventare invisibili?

La prima cosa che mi sono detta è “cosa mi metto perché non mi notino in stazione?” E la seconda domanda è stata. “Ma un uomo se li pone questi problemi quando viaggia solo?”
Sì, ho paura che mi possa capitare qualcosa.

Non lo so se è lo stesso per voi, ma io la prima cosa che mi domando è come non dare nell’occhio. Ho fatto la pendolare avanti e indietro da Milano per anni, ho anche preso aerei da sola e devo dire che nei miei viaggi le stazioni sono sempre stati i posti dove mi sono sentita meno al sicuro.
Non è una paura dettata dall’inesperienza: sono abituata a girare per gli affari miei.
È un vero e proprio sistema di difesa – cercare di passare inosservata esattamente come fanno quelle forme di vita dalle capacità camaleontiche che diventano tutt’uno col paesaggio per non farsi vedere da nessuno.

Io so già che mi porterò un cambio per viaggiare a basso profilo, cercando di dare nell’occhio il meno possibile.
Mi muovo con la stessa serenità che ha una preda. È così che mi sento.
Ho già deciso che vestirò pantaloni e scarpe da tennis per camminare veloce e sgattaiolare senza intralci in caso di necessità.
So che cercherò di essere il meno visibile possibile: maglie accollate, probabilmente neanche un po’ di trucco. Sarò sola e questo mi mette a disagio per due motivi: odio sentirmi così e odio l’idea di sentimi salva solo con qualcuno di fianco.
Ma quando ho perso la fiducia nella libertà? Quando questa paura ha cominciato a farsi strada?

Quante volte siete stati molestati?

È per questo che ho paura. Mi piacerebbe non averne. Mi piacerebbe infischiarmene, girare libera, non pormi neanche il problema. Il fatto è che mi è già capitato di essere disturbata a vario titolo da chi aveva intenzioni non esattamente buone nei miei confronti e il risultato è che io, a 42 anni suonati, ho paura di girare da sola. Il fatto è che non voglio sentirmi prigioniera di quest’ansia.
Non voglio sentirmi dire “chiedi a qualcuno di venire con te” perché voglio stare bene, voglio fare quello che mi piace, voglio girare, conoscere, e voglio farlo senza che qualcuno si senta in diritto di disturbarmi, di seguirmi o di provarci con me.
Anche la stazza è un difetto: non essere grande e grossa e avere una figura minuta fa di me qualcosa di appetibile. Ho imparato a negarmi, a rimpicciolirmi ancora di più, se necessario.

Il problema è che non mi fido. Non mi fido degli uomini. Non del genere umano tutto, ma degli uomini, dei maschi, di quelli che mi potrebbero fare del male.
Giro a occhi bassi, cerco di non incrociare lo sguardo di nessuno perché so che un attimo di esitazione potrebbe invogliare un individuo ad avvicinarsi.
Intendiamoci: non sono una pazza asociale che urla al delitto non appena qualcuno le chiede l’ora. No, ci mancherebbe.
Ma il fatto è che, se siete state molestate almeno una volta, sapete esattamente che cosa intendo.
È che ti si sviluppa quella particolare capacità di comprendere cosa c’è dietro un semplice ciao.
Il tono, il modo, il dove si posa lo sguardo dell’altro mentre te lo dice ti fa subito rizzare le antenne e decidere se essere cordiale o tagliare corto e allontanarti.

Mi è capitato di essere molestata da amici di cui mi fidavo e che mi hanno messo le mani addosso senza che ci fosse alcun desiderio da parte mia.
Sono stata molestata da perfetti sconosciuti che hanno provato ad aggredirmi: il taxista che mi portava in ufficio, il tizio che ti chiede informazioni,
In tutte le occasioni non avevo fatto nulla. Non è stata colpa mia.
Ma qualcuno, un uomo, in genere maschio bianco, si è sentito autorizzato ad allungare le mani, a toccarmi, a rivolgermi frasi e parole che non mi hanno lusingata, e che mi hanno fatta sentire in pericolo.
È successo mentre ero in giro sola.

Non mi piace sentirmi così, non mi piace sentirmi spaesata e sotto tiro senza nemmeno che succeda nulla.
Odio l’idea di pensare subito al peggio, ma il problema è che la vita mi ha insegnato a difendermi prima ancora che divertirmi.

Voi che cosa fate per sentirvi al sicuro?

Vi mettete anche voi maglie accollate? E i jeans come devono essere? Evitate di metterli troppo stretti anche quelli? Mica che qualcuno si faccia strane idee?

Non vorrei passare per paranoica, non sono così in ansia da non voler più fare nulla e da non rivolgere parola a nessuno, ma sono onesta: nella vita ho imparato a vagliare con diffidenza qualunque contatto verbale dell’altro sesso.
Se un uomo mi si avvicina quando viaggio sola cerco subito di capire che intenzioni ha.
È orribile ma è così.
Per quanto mi sforzi di essere sicura di me, di darmi nobili motivazioni, so che non riuscirò a girare sola e tranquilla.
Farò il minimo sindacale utile in queste occasioni: eviterò angoli senza luci, stradine strette, eviterò orari tardi. Entro le 10 al massimo sarò a letto, e mi rialzerò al mattina con la stessa voglia di essere invisibile. Tornerò a casa e andrà tutto bene.
Il fatto è che non è normale che io debba agire in difesa.
Se fossi un uomo sarebbe diverso?
Voi maschi l’avete mai provata questa paura?
Anche voi vi preoccupate di passare inosservati? Anche voi siete così diffidenti?

Quelli che mi hanno toccata senza che lo volessi, quelli che hanno rubato e ucciso la mia fiducia come se la passano?
Anche loro hanno paura di girare soli?
Anche loro guardano con diffidenza chiunque si sieda loro accanto?
Anche loro fanno caso, dietro le lenti degli occhiali scuri, a dove uno appoggia le mani, a come respira, a comprendere se sia una persona a posto oppure no?

Ho paura ma non ho intenzione di fermarmi.
So che ho torto: sarà tutto bellissimo, sarà un’esperienza di crescita nuova, troverò persone fantastiche.
Eppure nel tempo è successo che qualcuno abbia approfittato del mio essere sola. E non è possibile che io, cittadina italiana indipendente, matura, abbia subito tutto questo.
Perché i miei diritti primari sono stati messi in discussione da qualcuno dell’altro sesso? Che cosa ha dato diritto a quegli uomini di farmi sentire così?

Vi odio voi che mi avete seguita facendomi accelerare il passo quando ero sola.
Vi odio voi che mi avete toccata senza consenso.
Vi odio voi che vi siete sentiti autorizzati a farmi sentire in difetto, a farmi sentire indifesa, preda, sola, impaurita.
Vi odio tutti, perché anche se non ci siete più, siete in ogni passo dietro alla schiena, in ogni sguardo che mi cade addosso per caso, siete in ogni diffidenza che sento.
Vi odio.
E questo week end viaggerò da sola, in sfregio a quello che mi avete fatto.
E la paura passerà, o se così non dovesse essere vorrà dire che mi farà in qualche modo compagnia.
Ma io ci vado lo stesso. Che vi piaccia oppure no.

Voi quando vi siete sentiti in pericolo?
Che cosa fate per non attirare l’attenzione? Vi trovate mai a dover ragionare così?

 

Nota dell’editore:
Per un caso fortuito, il giorno della pubblicazione di questo articolo di Valentina Maran, abbiamo ricevuto in redazione, tramite Iacopo Melio, una lettera di una ragazza che spiegava di vivere ogni sconosciuto come un potenziale stupratore e di averne paura.
Sono due testimonianze molto simili, drammaticamente simili; e andrebbero lette insieme, perché sebbene non ci piaccia generalizzare, la paura di essere approcciate da un uomo malintenzionato è un sentimento comune a molte donne. E di questo, dobbiamo parlarne. /atv

Valentina Maran è nata a Varese nel 1977. È una copywriter freelance. Si è formata nelle più grandi agenzie di comunicazione milanesi e dopo un trionfale licenziamento ha scritto “Premiata Macelleria Creativa” (Fandango 2011). Scrive per riviste, committenza privata, blog di ogni tipo e si occupa prevalentemente di questioni di genere, femminismo, parità di diritti nella comunicazione. Con la sua socia Vanessa Vidale ha una piccola agenzia di comunicazione che si chiama NoAgency dalla quale non può licenziare nessuno, tranne se stessa. Da anni è docente in corsi ITS e IFTS post diploma dove insegna creatività.

Comunicare

Il linguaggio truffaldino del mondo del lavoro: manipolazioni, inglesismi e altre calamità

Negli ultimi due decenni, il linguaggio legato al mondo del lavoro si è declinato in molteplici forme di manipolazione che hanno un solo obiettivo: fragilizzarci per pagarci di meno.

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Impiegati in ufficio

Gli annunci di lavoro ci costringono a cercare come rabdomanti la verità dietro a parole ed espressioni tanto ricorrenti quanto pompose, fuorvianti e anglofile quel tanto che basta a renderci sospettosi. Triste verità o cultura della diffidenza?

Buona la prima.

Sogno un’app capace di tradurre quegli annunci dallo stilema inconfondibile che hanno consolidato nei decenni un vero e proprio linguaggio foriero di sventure. Avremmo bisogno di un programma di demistificazione in tempo reale installato sui nostri smartphone, che funzionerebbe più o meno così:

Multinazionale leader nel settore ricerca junior consultant con forte motivazione, entusiasmo, ambizione e predisposizione al team working. Si offre contesto aziendale sfidante. La nostra vera risorsa sono le persone.

Copiando il testo, incollandolo e pigiando su translate, otterremmo:

Dal momento che le segretarie e gli impiegati d’ordine a tempo pieno ci costano troppo – ben 1616,68 euro lordi mensili per 14 mensilità più gli oneri contributivi – cerchiamo giovani laureati disposti a lavorare per una pacca sulla spalla e pronti a mollare tutto per correre dalla nostra azienda cliente”.

Qual è il ruolo degli anglicismi?

Sulla diffusione degli anglicismi in Italia si è espresso il linguista Stefano Ondelli, intervistato da Virginia Zittin.

Appurato che la lingua inglese è per noi italiani, storicamente, una lingua di prestigio in grado di conferire appeal anche ai mestieri più umili, con il commesso che diventa shop assistant, la contabile accountant, la telefonista che in alcuni annunci diventa l’addetta ad attività di phon collection (sic) o ancora di phone colletion (re-sic) e, già che parliamo di capelli e messa in piega, la parrucchiera che diventa hairstylist, e così via;

stabilito che in Germania e in Olanda, dove l’economia è più solida, si fa molto meno ricorso agli anglicismi negli annunci di lavoro e che il feticismo per la lingua inglese va a braccetto con l’intimo desiderio di esser servili davanti ai forti e ai potenti della Storia e ai loro idiomi, con l’irrinunciabile punta di masochismo dal DNA tutto italiano;

chiarito che queste mansioni, che oggi ci sembrano tanto cool, sono quelle che una volta chiamavamo con altri nomi, ma con decisamente meno tutele e garanzie, come il più che mai emblematico portapizze pagato a cottimo – sotto la pioggia e tanto instabile sulla sua bicicletta che già lo vediamo sdraiato sull’asfalto in attesa di soccorsi che oggi chiamiamo rider;

date per vere tutte le precedenti considerazioni, mi chiedo: fin dove ci possiamo spingere nell’analizzare il linguaggio del mondo del lavoro senza scadere nel piagnisteo, o peggio, nel complottismo? E soprattutto, come difenderci?

Il problema non è soltanto l’utilizzo della lingua inglese. C’è di più, e si chiama “manipolazione”, fenomeno già documentato nella letteratura di riferimento. L’alchimia di questo gergo del lavoro – spesso veicolato da strapagati guru del marketing non si avvale soltanto di anglicismi, ma anche di una retorica manipolatoria concepita per traghettarci dall’idea del diritto al lavoro, richiamato fortemente dalla nostra Costituzione, all’idea del lavoro come merito che, come tale, dovremmo guadagnarci sacrificando pezzi sempre più consistenti della nostra esistenza. Michela Marzano ha magistralmente analizzato, nel suo saggio “Estensione del dominio della manipolazione”, quel “disagio della contemporaneità” che, anche a causa di questi linguaggi sapientemente costruiti, si sviluppa in dipendenti e manager.

Anche Michela Murgia, certo più amenamente ma comunque molto efficacemente, nel suo “Il mondo deve sapere”, attraverso l’impietosa narrazione dell’“inferno del telemarketing” e dell’utilizzo truffaldino della PNL (Programmazione Neuro Linguistica) ci regala strumenti preziosi. Murgia mette alla berlina quelle aziende che sfruttano, a vari livelli, tanto i venditori porta a porta quanto le telefoniste addette a fissare gli appuntamenti, fino ad arrivare alle ingenue clienti, le povere casalinghe, in una diabolica dinamica a catena in cui il più forte si rifà sul più debole servendosi ad oltranza di manipolazione, seduttività e mistificazione delle parole (tutte pratiche insegnate in briefing ad hoc dalle aziende stesse, of course).

Potente anche il film che dal libro della Murgia è stato tratto, “Tutta la vita davanti” del 2008, a firma di Paolo Virzì. La protagonista è una neolaureata in filosofia con 110 e lode che, arresasi ad un mondo della scuola che non le offre prospettive di inserimento come dimenticare l’immagine, fotografia di una generazione, del concorso pubblico per insegnanti a Roma organizzato in una struttura mastodontica e traboccante di giovani disillusi e sconfitti ancora prima di iniziare le prove? – si butta, è proprio il caso di dirlo, nel telemarketing, ritrovandosi catapultata in una realtà finta e delirante della quale Sabrina Ferilli è mattatrice (una Ferilli peraltro molto brava nell’interpretare la parte della capo-telefonista che tiene le fila e che ha l’ardito compito di rendere credibile la bugia, convincendo tutti, a partire da se stessa e ripetendo come un mantra e fino al parossismo, con tanto di canzoncine e stacchetti che quello è un lavoro davvero “speciale!”, una “straordinaria opportunità!”, una “vera fortuna!”).

Dietro alla manipolazione delle parole, si cela una dinamica vecchia come il mondo, quella dello sfruttamento, anche se per molti questo concetto è desueto e occorrerebbe “adattarsi al mondo che cambia”, rinunciando all’idea del lavoro tutelato, garantito e dignitoso.

Del resto, decenni di manipolazione collettiva hanno portato i loro frutti. Ormai, coloro che dissentono da un certo modo di intendere e di concepire il lavoro, fra i quali mi annovero, sono considerati dai più come riottosi, disturbanti e non meritevoli di avere un impiego qualsiasi.

Noi chi, esattamente? Noi che critichiamo la pratica del team building dichiarando che obbligare i dipendenti a partecipare a “momenti conviviali” finalizzati a “condividere lo spirito e la mission aziendale”, momenti non pagati ma comunque obbligatori, è un’immane stupidaggine; noi che non usiamo il “noi” per parlare dell’azienda in cui lavoriamo perché non ci identifichiamo in quello che facciamo per campare ma in ciò che siamo nella nostra vita, tutta, anche la parte non monetizzabile che è fatta di affetti, valori e tempo libero; noi che ai colloqui di lavoro non ci diciamo “entusiasti” e che non ci mettiamo a saltellare come Julie Andrews nel film “Tutti insieme appassionatamente” all’idea di lavorare in un’assicurazione in qualità di addetti al recupero crediti; noi che ci indigniamo quando leggiamo un annuncio di lavoro che inizia richiedendo una laurea, la conoscenza di tre lingue, un’esperienza professionale significativa e che si conclude con l’enigmatico quanto ferale “stipendio: non disponibile, contratto: da definire”; noi che abbiamo un’idea ancora europea del lavoro come diritto che va tutelato e della dignità del lavoratore e che ancora riteniamo lo Statuto del Lavoratori una conquista di civiltà; noi che pensiamo tutte queste cose pur potendo asserire di essere persone dall’elevata professionalità, serietà e capacità.

Nel mio caso personale posso affermare pubblicamente e con assoluta tranquillità che tutti i miei datori di lavoro, presenti e passati, in questi diciotto anni di lavoro dipendente, così come i miei committenti nell’ultimo periodo, potrebbero produrre su mia richiesta le migliori referenze.

Chiarito che chi ancora intende il lavoro come un diritto da tutelare e proteggere non è necessariamente un “pelandrone”, come una certa retorica tende ad affermare ogni volta che si dibatte di lavoro, che fare? Come difenderci da inglesismi, PNL e manipolazione?

La risposta è piuttosto banale, ma non scontata: difendendo la nostra autostima, anzitutto. Perché ogni tipo di manipolazione – da quella in ambito lavorativo a quella relazionale riesce a passare tra le maglie della nostra capacità di credere in noi stessi e nella nostra professionalità o valore solo e soltanto quando siamo fragili, quando ci convinciamo di non valere abbastanza. Ho conosciuto troppe persone capaci e davvero in gamba massacrate dell’idea di non essere abbastanza perché non conformi ai canoni che la ricerca di un lavoro qualsiasi oggi impone: perché troppo vecchie (a 40 anni!), perché troppo qualificate e con troppa esperienza (in realtà soltanto perché pretenderebbero di essere pagate il giusto e quindi problematiche per un sistema che privilegia sempre e comunque l’opzione più economica a scapito della professionalità), perché donne, perché con preoccupanti trascorsi legati all’attivismo politico o sindacale (oibò!), perché poco servili o gregarie, perché grasse o poco avvenenti.

Di autostima abbiamo parlato a un evento organizzato da Mursia, il mio editore, per Bookcity domenica 17 novembre, presso il centro Mare Culturale Urbano a Milano. Il tema dibattuto era in realtà quello dell’amore e del suo legame con la giustizia e con la politica, ma il passo che ci ha portato sull’amore verso se stessi è stato breve. Uno scrittore, mio co-relatore, ci ha raccontato un aneddoto sulla sua analista reichiana, la quale gli avrebbe caldamente raccomandato di guardarsi allo specchio, di farsi tanti bei complimenti e di non dimenticare di farlo ogni mattina come esercizio. Certo questa pratica ci può far sorridere, ma una buona contro-manipolazione alla svalutante manipolazione che costantemente ci viene propinata, nel mondo del lavoro e non solo, è secondo me necessaria, che si tratti di farsi i complimenti allo specchio o di frequentare un po’ di più quell’amico che ci sa incoraggiare e ricordare quanto valiamo. Insieme, come sempre, a una buona cultura, fatta dei testi giusti che ci insegnino a pensare, distinguere e discernere.

Insomma, contro la primazia della manipolazione in molti contesti lavorativi, occorre combattere. Soltanto così potremo fronteggiare chi vuole sfruttarci, demansionarci e sottopagarci. Oltre ai testi di Marzano e Murgia, consiglio i libri della criminologa Cinzia Mammoliti, in particolare “Non mi freghi più. Prontuario operativo per difendersi da manipolatori relazionali, narcisisti patologici & co.”, nel quale troviamo efficaci strumenti di difesa da capi, capetti e supervisor che cercano di instillarci senso di inadeguatezza al solo fine di poterci sfruttare meglio o comunque depotenziare il nostro senso critico.

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Le faremo sapere è come le faremo imparare

Le risposte negative alle proprie candidature possono scoraggiare. Oppure, possono spingere a voler fare ancora di più e sempre meglio, ostinatamente.

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Se Dio ti ha messo a disposizione qualcosa che sai fare, perché in nome di Dio, non lo fai?
– Stephen King –

Molti dicono di avere il dono nel “saper fare qualcosa” .
Altri ne hanno il talento. Altri… aprono il Giardino dei Talenti e poi ci si chiudono dentro a chiave, a farsi le birrette e ad autocelebrarsi con in mano i tabloid che li sbattono in copertina.

Alcuni altri, normali, si impegnano, talento o no.
Altri si sforzano, imparano, si allenano per diventare bravi in quella particolare cosa.
Questi ultimi, più di tutti gli altri, sono quelli che non si arrendono.

Ecco, io credo di essere uno di quelli che non si arrende. Almeno per adesso.

Se anche tu pensi di essere uno di quelli che con determinazione, se e quando ci sono i presupposti, continua a perseguire il proprio obiettivo di miglioramento in quello che fa, allora quello che leggerai ti suonerà familiare.

Accettare il rifiuto

Nel dipartimento di risorse umane in cui lavoro, io non so se sono davvero bravo a fare quello che faccio con le persone, lascio ai feedback degli altri la valutazione e al sorriso che si apre quando pronunciano il mio nome, ma posso dire che mi impegno, e tanto.
A volte mi sacrifico, a volte invento a volte sperimento. Qualche volta perdo, ma almeno imparo.

La prima cosa che ho imparato ad accettare è stata il rifiuto.
Anni fa, quasi dieci, avevo una scrivania appiccicata ad un cosiddetto “muro del pianto”. Ci attaccavo i post-it dove avevo appuntato a mano: nome azienda, mail e data di invio, nome e contatto di chi aveva avuto la decenza di rispondere alla mia candidatura con un classico e standardizzato: “grazie per il suo interesse, siamo spiacenti ma, in questo momento, la nostra azienda ha optato per un candidato con un profilo più in linea con la posizione rispetto al suo, ma non si preoccupi, conserveremo il suo CV nel nostro database, auguri per la sua ricerca. Cordialmente”.

Talvolta questi nomi di persona ci mettevano la faccia, o la voce, con una telefonata educata ed asettica. Talvolta ricevevo questa standard via mail, con tanto di nome e cognome in firma, talvolta ricevevo risposta dai primi reply BOT automatici. Ma quei post-it, rigorosamente gialli, mi lasciavano deluso, interdetto e spesso insicuro: nessuno rispondeva con un contributo per la mia crescita. Nessuno mi spiegava perché il mio profilo non “matchava” con la ricerca.

Una collezione di “no, grazie”

Questa risposte – o ancora peggio: la loro assenza – aumentavano in me solo lo sconforto, il senso di inadeguatezza. Abbatteva il coraggio e la sfrontatezza di provarci. Annichiliva l’entusiasmo del mettersi in gioco. Mi faceva sentire come uno che non era all’altezza, uno che aveva osato troppo, quasi un presuntuoso. Uno che, doveva volare molto, ma molto più in basso, con le aspirazioni.

Brutte sensazioni in un ragazzo con tanta voglia di esprimersi, di crescere. Dieci anni fa avevo solo i miei 24 anni, c’era la crisi, Instagram, LinkedIn, e roba varia non esisteva, non esisteva il social di oggi, non era così facile raggiungere in un click questo o quel manager o personaggio di spicco, non era così semplice farsi notare, in qualsiasi ambito ci si volesse esprimere, o meglio non c’erano tutte queste possibilità, si rimaneva rilegati “all’invio e all’esito di lettura” di una mail, al massimo, ed io avevo tanti post-it gialli di candidature inespresse davanti al mio piano di lavoro.

Ma proprio quei “cosi gialli lì” sono stati la leva. Cronologicamente hanno seguito questa evoluzione: i primi mi facevano arrabbiare, i successivi mi facevano disprezzo, quelli dopo ancora mi facevano sentire impotente, poi sono venuti quelli che mi abbattevano, ancora dopo quelli che mi facevano pensare che mi sbagliavo e che non ero all’altezza. Poi arrivarono quelli che mi cominciarono a far riflettere. Ed era passato giusto il tempo necessario a far perdere ai primi l’aderenza della colla sul “muro del pianto”.

Quei post it hanno cominciato a cadere ad uno ad uno, ad essere accartocciati nel cestino della settimana. E a far cadere, pian piano, quelle ipotesi e convinzioni negative è stato un libro a caso: “On Writing” di Stephen King.

Il potere delle persone normali

Un libro sui libri che il celebre autore ha scritto. Un libro su come quei cult sono stati scritti. Quando sono stati scritti. Un libro pieno delle sensazioni e dettagli della vita quotidiana di Stephen King. E ad un certo punto di quel libro trovai la mia personale interpretazione.

Eh già. Perché Stephen King, quando non era ancora un “Best Fico Master Bomber King”, collezionava lettere di rifiuto di riviste e case editrici, e le teneva appese a un chiodo, sul muro della soffitta dove si rintanava a scrivere.
E quando le lettere di “grazie, ma non ci interessa” divennero talmente tante che il chiodo ormai non le reggeva più, lui sostituì il chiodo con un rampone, e andò avanti lo stesso.
Continuò imperterrito a scrivere e a spedire manoscritti.
Ma ogni volta migliorava un poco, e presto le lettere cominciarono a contenere oltre al rifiuto anche qualche parola di incoraggiamento o qualche consiglio. Finché qualcuno alla fine gli disse “il fatidico sì”.

Questo passaggio, dieci anni fa, mi restituì fiducia in me stesso. Coraggio e un po’ di sicurezza. E non perché Stephen King ce l’ha fatta e allora ce la posso fare anche io, perché il se stesso raccontato in quella pubblicazione era una persona normale, con vizi, virtù, problemi, acciacchi e cose, come le persone normali.

Così ho imparato a cambiare punto di vista sul rifiuto. Ho cominciato ad osservarlo, quanto basta, per trarne vantaggio, insegnamento.
Dal fallimento, così nasce il miglioramento.

Si ricomincia dal fallimento

Per gli imprenditori, spesso questo cosiddetto fallimento è il principio di rinascita.
Per chi cerca lavoro oggi, come facevo io dieci anni fa, è la leva che migliora la presentazione, l’interview, la negoziazione, la valutazione e la decisione finale su se accettare o meno le condizioni proposte.
Su chi è alle prime armi, appena laureato, è forse la palestra necessaria per allenare i muscoli, soffrendo un po’, affinando la tecnica, migliorando la velocità e la precisione, come in una scuola di boxe, dove la prima cosa che impari non è ad attaccare, ma a difenderti, a restare in piedi.

Questa è la prima cosa che ho imparato: “accettare il rifiuto” per migliorarsi, per non smettere di credere in se stessi, per immedesimarsi ed imparare ad ascoltare veramente gli altri, cercare di comprendere il loro pensiero, la posizione, provando a mettersi nelle loro scarpe, e a passeggiarci per capire quanto possono essere scomode su una strada, che in fin dei conti, può essere molto simile alla tua.

Chissà che non sia di stimolo anche ai recruiter che devono spesso attenersi alle direttive di ricerca, ai vincoli di budget, alle “preferenze di sistema”, alle priority di qualsiasi genere.

Io lo spero, perché il cambiamento, in ambito organizzativo e relazionale si fa con tutte le parti in gioco: si tratta di costruire un equilibrio, che a oggi rappresenta la base per la direzionale in un mercato del lavoro così liquido, volubile e veloce. In quest’ottica, il mio consiglio numero uno è proprio questo: imparare ad accettare il rifiuto, e trovare un vantaggio competitivo.

Poi ne avrei altri quattro, di consigli, ma ne parleremo un’altra volta, se vorrete leggermi; e nell’attesa… mahalo a tutte e a tutti!

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