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Ho paura a viaggiare da sola (ed è colpa vostra)

Per una donna sola, alcuni momenti di banale quotidianità, come prendere un mezzo pubblico tardi la sera o ritrovarsi in una stazione di notte, scatenano la paura di essere molestate.

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Questo week end dovrò andare a Firenze da sola e lo ammetto: ho paura.
Mi hanno invitata al Festival della Sessuologia- ne sono onorata e mi intervisteranno sabato alle 18. Tutto bene, in teoria dovrebbe essere una cosa bella, e infatti lo è, ma mi sto rendendo conto che in realtà mi è partita l’ansia.
Non si tratta di emozione, di gioia e felicità, ma di vera e propria ansia.
Ho paura perché dovrò viaggiare sola e odio il mondo perché mi sto sentendo così,

Voi cosa fate per diventare invisibili?

La prima cosa che mi sono detta è “cosa mi metto perché non mi notino in stazione?” E la seconda domanda è stata. “Ma un uomo se li pone questi problemi quando viaggia solo?”
Sì, ho paura che mi possa capitare qualcosa.

Non lo so se è lo stesso per voi, ma io la prima cosa che mi domando è come non dare nell’occhio. Ho fatto la pendolare avanti e indietro da Milano per anni, ho anche preso aerei da sola e devo dire che nei miei viaggi le stazioni sono sempre stati i posti dove mi sono sentita meno al sicuro.
Non è una paura dettata dall’inesperienza: sono abituata a girare per gli affari miei.
È un vero e proprio sistema di difesa – cercare di passare inosservata esattamente come fanno quelle forme di vita dalle capacità camaleontiche che diventano tutt’uno col paesaggio per non farsi vedere da nessuno.

Io so già che mi porterò un cambio per viaggiare a basso profilo, cercando di dare nell’occhio il meno possibile.
Mi muovo con la stessa serenità che ha una preda. È così che mi sento.
Ho già deciso che vestirò pantaloni e scarpe da tennis per camminare veloce e sgattaiolare senza intralci in caso di necessità.
So che cercherò di essere il meno visibile possibile: maglie accollate, probabilmente neanche un po’ di trucco. Sarò sola e questo mi mette a disagio per due motivi: odio sentirmi così e odio l’idea di sentimi salva solo con qualcuno di fianco.
Ma quando ho perso la fiducia nella libertà? Quando questa paura ha cominciato a farsi strada?

Quante volte siete stati molestati?

È per questo che ho paura. Mi piacerebbe non averne. Mi piacerebbe infischiarmene, girare libera, non pormi neanche il problema. Il fatto è che mi è già capitato di essere disturbata a vario titolo da chi aveva intenzioni non esattamente buone nei miei confronti e il risultato è che io, a 42 anni suonati, ho paura di girare da sola. Il fatto è che non voglio sentirmi prigioniera di quest’ansia.
Non voglio sentirmi dire “chiedi a qualcuno di venire con te” perché voglio stare bene, voglio fare quello che mi piace, voglio girare, conoscere, e voglio farlo senza che qualcuno si senta in diritto di disturbarmi, di seguirmi o di provarci con me.
Anche la stazza è un difetto: non essere grande e grossa e avere una figura minuta fa di me qualcosa di appetibile. Ho imparato a negarmi, a rimpicciolirmi ancora di più, se necessario.

Il problema è che non mi fido. Non mi fido degli uomini. Non del genere umano tutto, ma degli uomini, dei maschi, di quelli che mi potrebbero fare del male.
Giro a occhi bassi, cerco di non incrociare lo sguardo di nessuno perché so che un attimo di esitazione potrebbe invogliare un individuo ad avvicinarsi.
Intendiamoci: non sono una pazza asociale che urla al delitto non appena qualcuno le chiede l’ora. No, ci mancherebbe.
Ma il fatto è che, se siete state molestate almeno una volta, sapete esattamente che cosa intendo.
È che ti si sviluppa quella particolare capacità di comprendere cosa c’è dietro un semplice ciao.
Il tono, il modo, il dove si posa lo sguardo dell’altro mentre te lo dice ti fa subito rizzare le antenne e decidere se essere cordiale o tagliare corto e allontanarti.

Mi è capitato di essere molestata da amici di cui mi fidavo e che mi hanno messo le mani addosso senza che ci fosse alcun desiderio da parte mia.
Sono stata molestata da perfetti sconosciuti che hanno provato ad aggredirmi: il taxista che mi portava in ufficio, il tizio che ti chiede informazioni,
In tutte le occasioni non avevo fatto nulla. Non è stata colpa mia.
Ma qualcuno, un uomo, in genere maschio bianco, si è sentito autorizzato ad allungare le mani, a toccarmi, a rivolgermi frasi e parole che non mi hanno lusingata, e che mi hanno fatta sentire in pericolo.
È successo mentre ero in giro sola.

Non mi piace sentirmi così, non mi piace sentirmi spaesata e sotto tiro senza nemmeno che succeda nulla.
Odio l’idea di pensare subito al peggio, ma il problema è che la vita mi ha insegnato a difendermi prima ancora che divertirmi.

Voi che cosa fate per sentirvi al sicuro?

Vi mettete anche voi maglie accollate? E i jeans come devono essere? Evitate di metterli troppo stretti anche quelli? Mica che qualcuno si faccia strane idee?

Non vorrei passare per paranoica, non sono così in ansia da non voler più fare nulla e da non rivolgere parola a nessuno, ma sono onesta: nella vita ho imparato a vagliare con diffidenza qualunque contatto verbale dell’altro sesso.
Se un uomo mi si avvicina quando viaggio sola cerco subito di capire che intenzioni ha.
È orribile ma è così.
Per quanto mi sforzi di essere sicura di me, di darmi nobili motivazioni, so che non riuscirò a girare sola e tranquilla.
Farò il minimo sindacale utile in queste occasioni: eviterò angoli senza luci, stradine strette, eviterò orari tardi. Entro le 10 al massimo sarò a letto, e mi rialzerò al mattina con la stessa voglia di essere invisibile. Tornerò a casa e andrà tutto bene.
Il fatto è che non è normale che io debba agire in difesa.
Se fossi un uomo sarebbe diverso?
Voi maschi l’avete mai provata questa paura?
Anche voi vi preoccupate di passare inosservati? Anche voi siete così diffidenti?

Quelli che mi hanno toccata senza che lo volessi, quelli che hanno rubato e ucciso la mia fiducia come se la passano?
Anche loro hanno paura di girare soli?
Anche loro guardano con diffidenza chiunque si sieda loro accanto?
Anche loro fanno caso, dietro le lenti degli occhiali scuri, a dove uno appoggia le mani, a come respira, a comprendere se sia una persona a posto oppure no?

Ho paura ma non ho intenzione di fermarmi.
So che ho torto: sarà tutto bellissimo, sarà un’esperienza di crescita nuova, troverò persone fantastiche.
Eppure nel tempo è successo che qualcuno abbia approfittato del mio essere sola. E non è possibile che io, cittadina italiana indipendente, matura, abbia subito tutto questo.
Perché i miei diritti primari sono stati messi in discussione da qualcuno dell’altro sesso? Che cosa ha dato diritto a quegli uomini di farmi sentire così?

Vi odio voi che mi avete seguita facendomi accelerare il passo quando ero sola.
Vi odio voi che mi avete toccata senza consenso.
Vi odio voi che vi siete sentiti autorizzati a farmi sentire in difetto, a farmi sentire indifesa, preda, sola, impaurita.
Vi odio tutti, perché anche se non ci siete più, siete in ogni passo dietro alla schiena, in ogni sguardo che mi cade addosso per caso, siete in ogni diffidenza che sento.
Vi odio.
E questo week end viaggerò da sola, in sfregio a quello che mi avete fatto.
E la paura passerà, o se così non dovesse essere vorrà dire che mi farà in qualche modo compagnia.
Ma io ci vado lo stesso. Che vi piaccia oppure no.

Voi quando vi siete sentiti in pericolo?
Che cosa fate per non attirare l’attenzione? Vi trovate mai a dover ragionare così?

 

Nota dell’editore:
Per un caso fortuito, il giorno della pubblicazione di questo articolo di Valentina Maran, abbiamo ricevuto in redazione, tramite Iacopo Melio, una lettera di una ragazza che spiegava di vivere ogni sconosciuto come un potenziale stupratore e di averne paura.
Sono due testimonianze molto simili, drammaticamente simili; e andrebbero lette insieme, perché sebbene non ci piaccia generalizzare, la paura di essere approcciate da un uomo malintenzionato è un sentimento comune a molte donne. E di questo, dobbiamo parlarne. /atv

Valentina Maran è nata a Varese nel 1977. È una copywriter freelance. Si è formata nelle più grandi agenzie di comunicazione milanesi e dopo un trionfale licenziamento ha scritto “Premiata Macelleria Creativa” (Fandango 2011). Scrive per riviste, committenza privata, blog di ogni tipo e si occupa prevalentemente di questioni di genere, femminismo, parità di diritti nella comunicazione. Con la sua socia Vanessa Vidale ha una piccola agenzia di comunicazione che si chiama NoAgency dalla quale non può licenziare nessuno, tranne se stessa. Da anni è docente in corsi ITS e IFTS post diploma dove insegna creatività.

Caro Iacopo...

“Per le mie colleghe maestre, la mia alunna disabile non potrà mai imparare qualcosa”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…

Sono un’insegnante di sostegno, trasferita dalla Puglia al Nord. Ho scelto di essere un’insegnante di sostegno all’età di 11 anni, quando ho conosciuto G., un ragazzo tetraplegico dall’entusiasmo contagioso. Con lui ho i ricordi più belli della mia adolescenza: quanti pomeriggi trascorsi insieme a studiare attendendo di fare merenda, le serate al cinema, i corsi di nuoto, e le lunghissime telefonate anche oltre oceano, quando andava per mesi a New York per sperimentare nuove terapie e fare interventi!

Ricordo il periodo di quando era arrabbiato con Dio e mi domandava il perché lui fosse così e perché gli amici non volessero uscire con lui. Adesso però siamo cresciuti. Ognuno ha le sue vite, non ci sentiamo sempre, ma quando accade ritorniamo indietro di 24 anni e improvvisamente ritorno ad avere 11 anni.

Faccio questa premessa, per sottolineare come l’amicizia con G., i miei studi, la mia specializzazione nel sostegno, il ruolo, il sacrificio di lavorare lontana da cinque anni dalla mia famiglia, il carico di responsabilità come figura strumentale handicap e disagio ricevuto l’anno scorso, e soprattutto i bambini che ho incontrato, hanno forgiato in me sempre più un senso di giustizia e amore.

In questi giovani anni di ruolo ho dovuto scontrarmi più volte per far valere i diritti di questi bambini. Ho lottato per cercare di dare ambienti idonei, progetti, sussidi e soprattutto di creare sempre un clima accogliente e inclusivo, non solo per loro, ma per tutti i bambini e i genitori che sempre più si sentono soli.

È appena iniziato un nuovo anno scolastico. Non vedevo l’ora di rivedere i miei alunni, l’unica gioia e l’unica forza per andare avanti. Parto però con una tristezza nel cuore. Per l’ennesima volta mi sono scontrata con una collega che parla urlandoti in faccia e facendoti pezza da piedi. La discussione nasce dopo una comunicazione che giunge dalla direzione, dove le ore di sostegno sono poche e che per almeno i primi giorni, in attesa di ricevere altre ore dal provveditorato, dobbiamo coprire gli alunni gravi, i quali possono mettersi in situazione di pericolo.
Successivamente questa collega afferma che dare troppe ore di sostegno alla mia alunna è esagerato ‘perché tanto una come S. che porta il pannolone non sarà mai in grado di imparare a leggere e a scrivere… e non fa mica didattica!’.

Hai presente un grandissimo incendio con fiamme alte che divampano ovunque? Ecco, io mi sono sentita così. Sforzandomi di fare sentire il mio urlo di rabbia e dolore, le ho detto che ‘ogni bambino ha i suoi obiettivi da raggiungere con i suoi tempi… Tu non sei nessuno per parlare così… non te lo permetto! Tu Non conosci e non hai visto i successi di S. in seconda, anche imparare a lavarsi le mani o ad aprire la cerniera del giubbino ed essere autonoma è didattica!’.

Le mie colleghe di classe, maestre anche loro di S. (perché S. non è solo l’alunna della maestra di sostegno) non hanno detto una parola. Le altre (parlo di un gruppo di 30 docenti perché eravamo in riunione) sono rimaste in silenzio. Ero io da sola, a lottare contro un mostro di ignoranza e pregiudizi, in nome di tutti i bambini come S.
Improvvisamente l’ho immaginata a 30 anni, quando la scuola dell’obbligo sarà da tempo finita: cosa sarà di lei, figlia unica, con i genitori già oggi molto grandi, in una società brutta e squallida come questa? A me è mancata tanto quest’estate, ma ho il cuore che piange.

Purtroppo è una guerra tra poveri e i tagli all’istruzione e sul sostegno ci sono. Non ritengo meno grave un bambino che ha bisogno di meno ore di sostegno, ma fosse anche che un capitolo di storia non saranno in grado di ricordarlo, potranno sempre essere in grado di stare al mondo. Comunicare, esprimere bisogni, sapersi relazionare con gli altri, acquisire le autonomie di base, sono i primi obiettivi che ogni bambino deve aspirare a raggiungere. Ma per altri non è così… Certi bambini sono destinati al loro crudele destino.

Ti riporto un pensiero non mio ma di Giuseppe Pontiggia, che condivisi con la Dirigente di Torino, quando superai l’anno di prova: ‘Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare. Sono nati due volte e il percorso sarà più tormentato. Ma alla fine anche per voi sarà una rinascita’.”

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Ho abbandonato i social media. Per un po’. Poco.

Più vediamo (l’apparente) felicità degli altri sui social, più aumenta il nostro livello di insoddisfazione: lo hanno dimostrato le ricerche. Cosa fare? Chiudere l’account? Ne siamo in grado?

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I Social network hanno invaso la nostra quotidianità.
Abbiamo sviluppato una ipersensibilità a Like, stelline e cuoricini che ogni giorno riceviamo sulle piattaforme più gettonate dalle persone.

Diventiamo sempre più narcisisti, vogliosi di dimostrare che anche noi abbiamo una nostra esistenza nel mondo digitale, vogliamo il nostro spazio e semplicemente dire “Hey, guardatemi, ci sono anche io”.

Studi e invidia

Diverse ricerche lo dimostrano: i social sono una vera e propria mania per tanti di noi al punto da non riuscire più a staccarsi dal piccolo monitor del nostro telefono.

Due studi, tra i tanti, meritano l’attenzione per aver posto un indicatore chiaro di come i social cambiano la nostra mentalità.

Il primo, riguarda un documento molto importante sulla felicità degli utenti che frequentano maggiormente il più famoso, Facebook, condotto da Helena Wenninger, Peter Buxmann e Hanna Krasnova rispettivamente delle Università di Darmstadt e Berna.

Lo studio in questione dimostra che più si naviga all’interno del social, più viene percepito un senso di insoddisfazione nel vedere le immagini di altre persone che mostrano felicità, un po’ come se ci fosse un senso di invidia che colpisce gli utenti nel vedere emozioni positive dei propri contatti.

Il secondo studio condotto dall’Università di Pittsburg in collaborazione con la Columbia Business School e disponibile per visione sul sito ufficiale, dimostra che più si riceve apprezzamento digitale nei social, pensiamo ad esempio ad Instagram, dove il narcisismo è la parola d’ordine, più viene ridotto il proprio autocontrollo.

Sono colpit* soprattutto chi è molto gettonat* all’interno delle piattaforme, pensate, ad esempio, ai famosi influencer.

In faccia alla realtà

Dopo tutto, è inutile negarlo, il nostro sguardo è sempre pronto a controllare lo schermo, in attesa di ricevere notifiche.

Questo è forse un modo per sentirsi accettat* e richiest* dalla società.

Possiamo stare qui a raccontare quanto sarebbe bella la vita senza social a favore di viaggi, libri, palestra; di come si può, a piccoli passi, ridurre la nostra presenza digitale pensando di fare del bene a noi stessi un po’ per volta.

Ma, alla fine, quanto ci crediamo?

Siamo veramente disposti a ridurre il nostro patrimonio sociale digitale, a rifiutare enormi cerchie di amici conquistati con anni di fatica e poi alla fine chiudere tutto, saluti e baci a tutti?

Non penso proprio.

Abbandonare un social

Quanti di voi hanno detto basta a qualche piattaforma sociale?

Io l’ho fatto diverse volte: nel 2014 disattivai l’account Facebook per diversi mesi, ho eliminato Instagram per ben 2 volte tornando poi con nuovi account e ho disattivato LinkedIn per una settimana.

Perche sono tornato?
Perché ogni social ha le sue caratteristiche e motivazioni ben specifiche a cui volevo rimanere presente.

Sono giunto alla conclusione che, se dovessi scegliere fra tutti i network con le varie modalità di di utilizzo, e con tutti i pro e contro della situazione, penso che non sarei più capace di togliermi da Facebook.

Il motivo di tale scelta è presto detto: tantissime aziende, locali e altre realtà, hanno la propria pagina aggiornata sul social, dove tutti possono controllare in tempo reale eventuali cambiamenti e rimanere “al passo”.

Stesso discorso vale per gestori di siti web o blog che, grazie alla piattaforma di Zuckerberg possono avere una capillarità ed una conoscenza mai immaginata fino ad ora.

Quando le persone mi confessano che si sentono “fuori dal mondo”, intendono proprio questo: non sapere quello che accade nel mondo, perché se prima era compito dei classici media come la tv ed i giornali essere al centro dell’attenzione, ora tutto si concentra nelle varie piattaforme dove diamo il meglio, ed anche il peggio, di noi stessi.

Rimanere quindi senza un supporto come il social network ci fa sentire a disagio, vuoti, proprio come se avessimo fatto un passo di lato lasciando che il mondo continui la sua velocissima vita online.

Ed ecco che, tornando al punto di partenza, iscriversi ai vari servizi ci vuole poco, “È veloce e semplice” scrive la pagina di accesso a Facebook, ma dobbiamo capirne il funzionamento, dosare la nostra presenza online, cosa condividere o meno e soprattutto sapere che abbiamo una vita fuori da questo schermo senza prendere scelte drastiche.

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Amerika, Rammstein

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