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“Non giocare con quel bambino!”: così, a mia figlia, ho insegnato il fascismo

“Non giocare con quel bambino!”: così, a mia figlia, ho insegnato il fascismo

bianco e nero

Mi scrivono:

“Caro Iacopo…

vorrei raccontarti quanto mi è capitato in uno stabilimento al mare.
In questo stabilimento ci sono andata svariate volte perché ha una piscina mia figlia (5 anni) preferisce nuotare lì che al mare.
La piscina è frequentata anche da alcune famiglie con figli disabili ormai grandi, ventenni credo, con disabilità psicofisiche.

Lei non mi ha chiesto perché siano diversi (dai lineamenti è lampante, per un adulto) ma perché siano su una carrozzina: ‘Si sono fatti male? Poi passa?’ (Ho adorato quest’ultima domanda). Ho cercato di spiegare facendole notare che avevano problemi alle gambe e ai piedi, ma non era molto convinta!
In questo stabilimento mia figlia ha trovato una coetanea con cui giocare: il padre aveva un bel fascio littorio tatuato sul petto e testa rasata.
Mi fa schifo, ma ho pensato che le colpe dei padri non debbano ricadere sui figli e così le bimbe hanno giocato assieme. Io ho evitato di socializzare e giocavo con le pargole.

Una sera erano rimaste solo poche persone attorno alla piscina, arriva R. (nome straniero), con il quale avevamo fatto una partita a palla giusto la sera prima. Ci saluta, la sua mamma ha il lettino a fianco e lui la aspetta.
Arriva la bimba e, come fanno le bambine, parla nell’orecchio di mia figlia dicendo che quel ragazzo si chiama R. e bisogna stargli lontano…

Mi alzo di scatto e, forse con un filo di irruenza e voce rabbiosa, domando: ‘Ah sì? E perché?’.
Lei non risponde e scappa a dire qualcosa a sua mamma, stupita. Io mi pento del tono, forse ho sprecato un’occasione per spiegare a una bambina meno fortunata come guardare alcune cose.


È così che mia figlia ha avuto la sua prima lezione sul fascismo da lì fino a casa. Mi è dispiaciuto il fatto che R. possa aver sentito e che quando ci siamo salutati mia figlia abbia fatto la timida.

Tutto questo sproloquio per dire che ho realizzato che ci vuole tempo e sforzi per costruire e un attimo per minare gli sforzi fatti. C’è bisogno, prima di tutto, di educazione e di sradicare il fascismo e l’ignoranza.

Per questo ti ringrazio per il tuo impegno civile, per la battaglia che combatti non per i disabili ma per la società.”

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Cara mamma, sicuramente qualcuno – te compresa – potrebbe vedere l’accaduto come un’occasione persa per “educare” una bimba in più, provando ad allontanarla da idee violente, razziste e disumane… Ma sarebbe stato davvero possibile? Pensi che, una volta tornata a casa, la ragazzina in questione non si sarebbe nuovamente dovuta sorbire l’indottrinamento familiare, annullando i tuoi sforzi? Io, francamente, da sognatore, credo di no.

Ciò che tu hai fatto, secondo me, è stata la cosa migliore. Tentare di difendere istintivamente R., che di colpe non ne ha esattamente come non ne ha il figlio di un padre fascista (finché non diventa abbastanza adulto da poter capire e dunque scegliere da quale parte stare), e al tempo stesso, soprattutto, utilizzare questo episodio per insegnare alla tua di figlia ciò che non dovrebbe mai essere e come, invece, occorrerebbe comportarsi per rendere questa società più civile.

Non è facile. Siamo circondati da vuoti di pensiero e da cattivisti (i più, senza alcuna logica né fondamento). Resistiamo, e continuiamo a seminare pensieri buoni e giusti: sono certo che un giorno, non troppo lontano, QUESTI, di sforzi, matureranno frutti dolci. Aperti al diverso, sempre e comunque.

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