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Mestruazioni, vergogne, tabù e tampon tax Mestruazioni, vergogne, tabù e tampon tax

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Le cose un tanto al litro

A pochi giorni dall’Oscar del documentario Netflix “Period”, che parla dei tabù legati alle mestruazioni in India, in Europa si dibatte sulla “tampon tax” e ci si scopre sorprendentemente vicini ai nostri cugini indiani.

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Oggi mi è capitata una cosa che non mi succedeva dai tempi del liceo. Arrivo alla scuola dove insegno, parcheggio l’auto, poi scendo e una fitta alla pancia mi ricorda che sono lì lì per avere il ciclo.

Guardo al volo nella borsa: di solito tengo sempre degli assorbenti in più per ogni evenienza, ma ricordo anche che la solita pochette con tutto quello che mi serve è nella borsa della palestra.

Cerco nella borsa del computer ma nulla, non ne ho nemmeno lì.

Ok, dovrò ricorrere alla solidarietà femminile perché nonostante mi trovi in un liceo, nemmeno qui, come in nessun altro edificio pubblico, sono disponibili distributori per assorbenti.

Ricordo di averne visto solo uno, in vita mia, alla rinascente di Milano.

Per il resto, o parti da casa attrezzata, oppure puoi disperarti nella vana ricerca di un minimarket a portata di mano, cosa che ovviamente non capita mai.

Solidarietà femminile

Entro in classe e chiedo alle poche alunne già presenti se, in caso di necessità, mi possono per favore dare uno dei loro. Sono fortunata: sono più organizzate di me e anche loro comunque lamentano il fatto che sia una scomodità non avere dei distributori.

In Italia è così: è più facile trovare distributori di preservativi, di bibite o di sextoy, ma non di assorbenti, come se l’igiene femminile fosse un capitolo a parte, da tenere nascosto.

Il ciclo è sempre stata un’onta e lo è ancora come se dovessimo vergognarci di un evento tanto normale e naturale nella sua mensilità.

Per non parlare del costo: con IVA al 22% è tassato tanto quanto un bene di lusso. I tartufi sono tassati meno – per dire. Io lo vorrei capire davvero perché risulti così complicato comprendere le necessità del mondo femminile. Forse perché sono prevalentemente uomini quelli che prendono le decisioni, anche riguardo la nostra vita.

Certo, se sei uomo non ti è mai capitato di trovarti all’improvviso con il sangue che ti scorre tra le cosce.

Se sei un uomo non sai che sporcarsi di sangue i pantaloni può risultare ancora imbarazzante.

Se sei un uomo non sai quanto sia una scocciatura dimenticarsi gli assorbenti e dover sperare che qualcuno ne abbia da darti perché in giro non c’è verso di trovarne.

Il ciclo è una realtà nella nostra vita e gli assorbenti sono una necessità primaria, fondamentale.

Certo, esistono anche le coppette mestruali, ma c’è ancora poca dimestichezza, non è detto che tutte ci si trovino a proprio agio e il costo comunque è più alto di un semplice pacchetto. Inoltre resta sempre lo stesso problema: o parto da casa già con tutto quello che potrei aver bisogno, altrimenti se sbaglio quantità e portata di assorbenza sono finita. L’unica salvezza è un supermercato nelle vicinanze. Ma vi sembra normale nel 2019 dover ancora vivere così?!

Cose di cui vergognarsi

Aggiungeteci anche le altre pippe mentali: la necessità di renderlo occulto.

La pubblicità ci racconta quanto siano comodi e invisibili, ma solo per il fatto che costino così tanto meriterebbero di essere utilizzati come moneta di scambio. Dovrebbero essere dati come resto alle banconote da 50 euro.

Perché li devo nascondere? Perché mi devo comportare come una ladra quando lo sfilo dalla borsetta e me lo porto in bagno?

Perché i brand mi offrono pack di metallo per nasconderli dentro e non farli vedere? Perché le pubblicità mostrano quel liquido azzurrognolo anziché sangue?

Cosa c’è di tanto volgare nella normalità? È come se un’azienda di cerotti facesse vedere il sangue verde. Ma perché? Il sangue è sangue. Immaginate se vi toccasse camuffare come qualcosa di vergognoso una roba tanto normale come la ricrescita della barba. Pensate: passaggi furtivi sottobanco di lamette da barba per andare in bagno a radersi, pack che contengono lamette sostitutive monouso con disegnini per non far capire che cosa c’è dentro e addosso sempre lo stigma sociale del “ah! Si vede che ti sta ricrescendo!”. Immaginate la rottura di scatole.

Il ciclo è un evento naturale e normale, e non si capisce perché debba essere impacchettato a triplo strato con frasi motivazionali o con fiorellini mimetici. Perché dobbiamo faticare tanto a parlarne? Perché è denigratorio e usato come accusa contro le donne quando ci vogliono mettere in un angolo?

Ho il ciclo, diamine! Sono una donna e ho il ciclo!

Perché se mi scordo gli assorbenti devo rischiare di andare in giro macchiata come se avessi partecipato alla sagra del sanguinaccio?

E ancora, anche se mi macchiassi di sangue, che cosa c’è di più normale visto che può capitare?

Rispetto a qualsiasi altra situazione delle nostre parti basse, il ciclo non è controllabile. Non è come stringere lo sfintere o trattenere la pipì: al flusso mestruale non puoi opporre nulla se non una coppetta o un assorbente. Fine.

Perché il più naturale degli eventi nella vita di una donna deve diventare il più problematico?

La “tampon” tax

Ultimo tema, quello del costo: circa dai 3 ai 5 auro per un pacchetto da 12.

Fate un altro piccolo sforzo: immaginate di avere difficoltà economiche, e avete pochi spicci per mangiare. Ma se siete una donna avete il ciclo, perché quello tocca a tutte: ricche o povere che siano.

Avete solo 4 auro per mangiare. E gli assorbenti costano e non vi basta un solo pacchetto per tutto il ciclo. Come ve la cavate?

E a chi mi dice che possono usare stracci tra le gambe rispondo che per radersi possono usare la carta vetrata. Il risultato è lo stesso.

Ho smesso di fare i conti di quanto mi è costato il ciclo non solo in termini economici, ma anche in termini di stress emotivo ogni volta che sono stata messa in una condizione di disagio.

È il momento che i conti li faccia qualcun altro.

Intanto qui c’è la raccolta firme per portare la tampon tax a un livello accettabile:
Le mestruazioni non si tassano.

E se volete vedere qualcosa di bello, Libresse all’estero ha fatto questo spot memorabile, perché è così, il sangue è sangue.

Ammettetelo: quanto sarebbe comodo avere distributori di assorbenti ovunque, mh?

Valentina Maran è nata a Varese nel 1977. È una copywriter freelance. Si è formata nelle più grandi agenzie di comunicazione milanesi e dopo un trionfale licenziamento ha scritto “Premiata Macelleria Creativa” (Fandango 2011). Scrive per riviste, committenza privata, blog di ogni tipo e si occupa prevalentemente di questioni di genere, femminismo, parità di diritti nella comunicazione. Con la sua socia Vanessa Vidale ha una piccola agenzia di comunicazione che si chiama NoAgency dalla quale non può licenziare nessuno, tranne se stessa. Da anni è docente in corsi ITS e IFTS post diploma dove insegna creatività.

Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Stiamo crescendo i nostri figli nella più profonda incoerenza.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…
Ti riporto una mia lettera alla Dirigente della scuola di mio figlio, siamo a Roma.

«Gentilissima Dirigente,

le scrivo con profonda amarezza questa comunicazione.
Le vorrei segnalare una situazione indecorosa della facciata della scuola del ‘Plesso Cicerone’ e della zona antistante.

Persistono ormai da sempre escrementi di cane ovunque che i ragazzi con gli zaini trolley si ritrovano ogni giorno a portare in casa, persiste uno stato di abbandono generale a causa della immondizia e dei cassonetti bruciati, la facciata ha una enorme scritta ‘VIVA LA DROGA’.

Questa situazione di abbandono (che ormai a Roma è diventata un problema generale) è davvero sconfortante in un luogo dove i ragazzi si trovano ogni giorno. Non so quanto potrà fare in merito a questi problemi, ma sento il dovere di segnalarglielo.
Le allego anche una foto che stamattina ho fatto passando davanti la scuola e che ha poi determinato la mia spinta a scriverle.

La ringrazio anticipatamente per il tempo che vorrà dedicarmi. Cordiali saluti»

Risposta della Dirigente Scolastica:

«Per anni ho sollecitato interventi a chi di competenza, che non è il Dirigente scolastico. La scuola non può sistemare i mali del mondo!!
La invito a porre le questioni in oggetto al Municipio VII (proprietario degli edifici scolastici e competente sulla manutenzione degli stessi, per legge) ed AMA per la pulizia delle strade. Se dicessi al mio personale di pitturare le pareti esterne degli edifici potrei anche essere sanzionata per questo. Magari lei sarà più fortunata. Saluti.»

Ho quindi concluso con questa mia risposta:

«Comprendo la sua posizione. Non mi trova però d’accordo su un punto: la scuola deve contribuire a cambiare i mali del mondo. Il futuro è lì e noi li stiamo facendo vivere nella più profonda incoerenza. La ringrazio comunque per il tempo che mi sta dedicando. Grazie, Saluti.»”

Cara amica, non voglio entrare nel merito delle responsabilità perché non ne conosco le dinamiche. Trovo – questo penso mi sia concesso dirlo – abbastanza svilente il continuo scarica-barile che troviamo spesso in buona parte delle nostre Istituzioni (non solo per quanto riguarda le scuole) laddove ci sia di assumersi una qualche responsabilità o, quantomeno, da rimboccarsi le maniche per adoperarsi e risolvere una specifica problematica.

Se è vero che non si può sapere a chi spetterebbe, in questo caso specifico, la prima mossa per dare una “ripulita” all’immagine della scuola, è altrettanto inverosimile che la scuola possa essere sanzionata per aver compiuto un gesto corretto e positivo, cioè quello della pulizia e del mantenimento dell’ordine. La scuola è un bene pubblico e pertanto chiunque si adoperi per renderlo più vivibile e condivisibile possibile non può che compiere un gesto meritorio. Se così non fosse, è indubbio che ci sarebbe qualcosa da rivedere a livello di regole.

Voglio concludere dunque questo post, anziché con un mio commento, raccontando un bell’aneddoto di qualche settimana fa, con la speranza che possa far tornare un po’ di speranza: i ragazzi della scuola media “Cavalieri” di Milano hanno usato centinaia di post-it colorati per ricoprire gli insulti rivolti alla dirigente Rita Bramante apparsi misteriosamente sul muro della loro scuola. Su ciascun bigliettino hanno poi scritto risposte di incoraggiamento e tanti complimenti, realizzando così un vero e proprio mosaico fatto di gentilezza e positività dai mille colori.

«Signora Preside non si scoraggi, non ci faccia caso. Sempre a testa alta!»
«Lei è la preside più brava di Milano»
«Mi dispiace per quello che è successo perché lei mette il cuore per noi e per questa scuola, le vogliamo bene!»
«Noi siamo dalla sua parte»
«Se non fosse presente con noi non sarebbe successo»
«Continui a lavorare siamo una squadra»
«Brava preside, quello che c’è scritto sul muro non è proprio vero»
«Lei viene anche nei week end per la nostra scuola e noi la ringraziamo e basta».

La risposta della preside, salutando i suoi studenti, è stata una citazione di Fabrizio De André: “È proprio vero che dal letame, a volte, se si ara il campo, se ci si lavora sopra, nascono i fior”. Per questo credo sia stato utile sfruttare il tuo racconto, cara lettrice, per ricordare anche questo aneddoto opposto: perché in mezzo a tanta cattiveria c’è anche chi riesce ancora a riconoscere il valore delle persone, del loro lavoro quotidiano e dei luoghi di condivisione dove, piano piano, vengono formati i cittadini di domani. I nostri figli. Che speriamo possano essere persone migliori.

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Crescere

Tempo per vivere o tempo per esistere?

Una persona per vivere deve anche esistere, ma non è detto che una persona che esiste scelga anche di vivere.

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Il periodo storico in cui viviamo è ancora una continua transizione tra innovazione e tradizione.

Siamo circondati da una tecnologia che, fino a qualche anno fa, era inimmaginabile.
La respiriamo un po’ ovunque, la portiamo con noi, la troviamo sia a casa che sul posto di lavoro.

Eppure tutta questa tecnologia non risparmia di dover uscire di casa, prendere l’auto – o qualunque altro mezzo di trasporto, andare all’ufficio di competenza e armarci di tanta, tanta pazienta, perché il sito internet ufficiale non offre lo stesso tipo di servizio che si può ricevere solo “dal vivo”.

L’ho fatto anch’io, qualche giorno fa, come tantissime altre persone che, quotidianamente, perdono tempo.

Incubo di una mattina di mezza estate

Ed eccomi qui, alla vigilia di un caldo Ferragosto, dentro un ufficio pubblico, proprio io che scrivo di digitale e di innovazione.

Dopo aver aspettato per un tempo accettabile (è pur sempre metà agosto), è arrivato il mio turno allo sportello.
Una signora visibilmente stanca (è pur sempre una mattina di metà agosto) mi accoglie per svolgere il lavoro per cui è pagata.

Noto che le pareti plastificate attorno a lei sono guarnite di cartoline, poster di cuccioli, santini e qualche citazioni tipiche da ufficio.Tra le tante immagini, una mi ha colpito in special modo:
– Vivo la vita aspettando qualcosa che non arriverà mai
– L’amore?
– No, la pensione.

Non ci ho messo molto per rendermi conto che quella frase, effettivamente, era fatta apposta per la signora allo sportello della vigilia di Ferragosto.

Emozioni per una frase

Questa frase non mi ha fatto sorridere per niente.
Anzi, mi ha colpito con due emozioni distinte e terribili nei confronti di questa persona: tristezza e disprezzo.

Perché tristezza? 

Per due ragioni: punto primo, perché la vita che si sta conducendo adesso, in questo preciso momento, ti piace talmente poco da sottovalutarla talmente tanto che, punto secondo, saresti dispost* a fare un “avanti veloce” nel tempo, fino ad arrivare al momento di meritata (?) e agognata pensione.

Perché disprezzo? 

Perché, se effettivamente questa vita non ti piace, significa che la stai bruciando nell’attesa di un qualcosa che non sai quando, e se, arriverà.
Quindi vivi in un perenne senso di attesa che crea solamente un gran quantitativo di ansia ed insoddisfazione nei confronti di ciò che ti passa davanti agli occhi. Di fatto, buttando via tempo.

Questione di numeri

Buttiamo giù due numeri: ipotizziamo che si ha la fortuna di vivere i canonici 83 anni, che è la speranza di vita media in Italia (tra l’altro una delle più alte al mondo.

Tra scuola, studi, tirocini, lavoro e carriera si potrebbe arrivare alla pensione all’età di 67 anni, proprio come prevede l’attuale decreto legislativo in vigore dal 1° gennaio 2019.

Ciò significa che l’81% della nostra vita è riempita da qualcosa che ci tiene occupat*, tra studio e lavoro, nell’attesa di raggiungere con grande ambizione lo stato sociale del/della pensionat*.

A 67 anni non sei più giovane e spensierat*.
Eppure in quel 19% rimanente della vita, dovremmo, o vorremmo, avere le forze necessarie, ed il tempo sufficiente, per goderci appieno l’esistenza attesa da decenni.

Vivere o esistere

Ecco che vengono alla luce una serie di riflessioni che mi porto dietro da tempo: questa lunga, infinita e triste attesa non significa vivere, bensì esistere. Che non è la stessa cosa.

Vivere è questo: aprire la mente, tenerla sempre attiva pronta ai cambiamenti e godersi dell’attimo che può cambiare la tua giornata, in meglio o in peggio. Vivere ha quindi un significato più completo perché racchiude in sé tutti i momenti belli, brutti, speciali che spesso tralasciamo e sottovalutiamo.

Come scrisse il saggio Krishnamurti, vivere può paradossalmente significare morire ogni giorno:
Quanto è necessario morire ogni giorno, ogni minuto! Morire a tutto, ai molti ieri e al momento appena trascorso. Senza la morte non può esserci rinnovamento, senza la morte non può esserci creazione.

Esistere, d’altro canto, è l’insieme di tutte quelle componenti che servono a farci vivere: respirare, mangiare, bere, e si sa, per vivere dignitosamente dobbiamo, anche lavorare.
L’esistenza è quando siamo all’interno della nostra “zona comfort”, ripercorrendo per anni la stessa routine senza un briciolo di sapore nuovo che può derivare da scelte diverse dalle solite a cui siamo abituati; scegliere una strada che sia nostra e non percorsa da altri.

Passare l’intera esperienza lavorativa che, ricordiamocelo, comporta una buona parte della nostra vita, aspettando il momento della pensione, significa buttare via i nostri momenti più preziosi, limitandoci ad esistere solamente

Ma cosa fa la differenza tra vivere ed esistere?
Il tempo, che dà valore aggiunto alle cose che dovremmo ricordare, valorizzare e non sprecare in sterili attese.
Un valore che sta proprio nella sua natura sfuggente: perché quando il tempo passa, non torna più.

 

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The Quiet Life, Dirty Gold 

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