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Il mondo LGBTIQ+ visto da un etero è un casino

Il mondo LGBTIQ+ visto da un etero è un casino

Marco Della Monica
LGBTIQ+

Del mondo LGBTIQ+ so davvero poche cose. L’ho realizzato tempo fa, leggendo uno spiegone de Il Post al riguardo.

Di quella lettura ho discusso a un paio di cene con miei cari amici, coppie eterosessuali composte da persone informate, curiose, di idee tendenzialmente progressiste, ma ho percepito livello di confusione, di scarsa conoscenza, di (genuina) superficialità simile al mio.

Ci può stare, non è che uno debba interessarsi a qualsiasi argomento.

E però ci dobbiamo anche dire che, per lo stesso motivo, in qualità di eterosessuali siamo pieni di pre-giudizi, nel senso che se non approfondiamo dobbiamo accettare l’idea che la cultura da cui proveniamo, le amicizie che abbiamo, il posto in cui viviamo, abbiano contribuito a costruirci un’idea di massima su questi temi.

Magari è un’idea aderente alla realtà, magari no.

Personalmente, mi mancava più di qualche pezzo sul mondo LGBTIQ+, e potrei essere in buona compagnia. Vediamo se riesco ad aggiungerne qualcuno.

Trova le differenze: saper distinguere

La galassia LGBTIQ+ vista da un eterosessuale è oggettivamente un casino, a partire dalla sigla. In generale, c’è chi cambia sesso, chi ha relazioni con persone dello stesso sesso, c’è il concetto di gender fluid, c’è il gay pride, ci sono i matrimoni gay e le unioni civili, c’è il tema della procreazione e quello delle adozioni. Insomma quando si tocca questo argomento in realtà nella nostra mente etero parte un’associazione di idee che tiene assieme tutto: l’individuo, le relazioni, la società, i diritti, le discriminazioni.

Quando non conosci qualcosa in effetti fai fatica a mettere a fuoco le differenze. Non è una cosa banale: la capacità di distinguere – di comprendere cioè che una differenza ci sia – fa parte del nostro essere adulti, in qualche misura. Mia figlia, che ha un anno e mezzo, è molto sveglia ma non riesce sempre a distinguere. Capisce le differenze tra genitori e nonni, ad esempio, ma se ha fame, se il gatto non le fa le fusa, se non le do la palla, si incazza allo stesso modo.

Spesso anche gli adulti non sono in grado di distinguere, ma quando succede dobbiamo almeno riconoscere che è un limite.

Per provare a distinguere, dicevo, a me aiuta non mettere tutto assieme. Serve fare ordine, e quindi proviamoci.

Tre parametri per fare ordine

I parametri che mi hanno aiutato a capire meglio il mondo LGBTIQ+ sono sostanzialmente tre:

  • Come sei nato
  • Da chi sei attratto
  • Come ti senti, dal punto di vista sessuale

Come sei nato è questione biologica. Tecnicamente parliamo di identità sessuale: a grandi linee, anatomicamente puoi essere un maschio o una femmina, non è che ci siano molte sfumature intermedie (ce ne sono, ma per il momento semplifichiamo).

Da chi sei attratto, cioè chi ti piace, è in realtà una dimensione che si spiega da sola: riguarda i gusti soggettivi di ciascuno, e dubito ci possano essere fraintendimenti su questo. Si tratta dell’orientamento sessuale: puoi essere attratto da persone del tuo stesso sesso, oppure no, oppure da entrambi.

Come ti senti (maschio/femmina/un po’ tutte e due o nessuno dei due), invece, diventa già più complicata come dimensione da capire. Ha a che fare con l’identità di genere, e per un eterosessuale è una roba che già inizia a creare cortocircuiti

Come fai a sentirti maschio, se sei nata fisicamente femmina?

Cosa significa che ti senti un po’ maschio e un po’ femmina, o nessuno dei due, alla fine dei conti?

Insomma è un concetto difficile da digerire, e ci vuole molto poco perché si rialzi la nebbia delle sfumature, della confusione.

Stare bene con se stessi non è da tutti

Per capirci qualcosa, dobbiamo uscire dal perimetro sessuale. Quanti, ad esempio, non si sentono a loro agio nel corpo che hanno? Quanti di noi vorrebbero un fisico diverso, vorremmo essere più magri, più alti, più o meno muscolosi, più o meno abbronzati ecc. Se aveste la bacchetta magica, vi disegnereste esattamente uguali a come siete? Io, onestamente, no.

Inoltre va detto che abbiamo tutti identità diverse che convivono: io sono un papà, sono un marito, sono un uomo, sono un figlio, sono un lavoratore ecc. Non serve che vi elenchi una marea di esempi di gente che è padre, ma non si sente papà. Di mariti che, in un dato periodo, sentono prevalere la propria identità individuale. Vale anche il contrario: a un certo punto alcuni decidono di stare con un’altra persona e avere figli perché non stanno più bene da soli, sentono mancare qualcosa.

L’identità, quindi, il come ci si sente al di là di come si è non credo sia un concetto poi così distante da noi. Se ci pensate è qualcosa di familiare.

Ok abbiamo capito: ma a che serve?

Abbiamo detto che lo sforzo di distinguere lo facciamo per chiarezza, per comprendere. Ma qual è lo scopo? A cosa ci serve, capire?

Secondo me capire è utile per avere rispetto, anche a proposito di temi sui quali si è in disaccordo. La mia quotidianità di eterosessuale, come immagino quella di molti di voi che leggete, è infarcita di luoghi comuni e di battutine a proposito del mondo omosessuale, transgender, non binario e via così.

Io sono pieno di amici che “i trans non si possono vedere dai, poi contenti loro…ma l’importante è che…” oppure “non ho nulla contro gay e lesbiche, ma…”.

Ecco, secondo me comprendere vuol dire lavorare su quei ma.

Infatti, se si ragiona a mente fredda su ciascun parametro, cos’è che non torna? Onestamente fatico a trovare argomenti per poter discutere e criticare chi ha un orientamento piuttosto che un altro.

Magari ti interessa

Anche andando oltre il mondo LGBTIQ+, vogliamo davvero discutere dei gusti di ciascuno?
Vogliamo davvero criticare il fatto che c’è chi non si sente a proprio agio nel corpo con cui è nato?

Qui arriviamo al punto centrale della questione: siccome spesso diventa inopportuno attaccare pubblicamente valutazioni così intime, così private, si sposta il ragionamento su diritti da concedere.

Cultura e regole cambiano con noi

Ed è in effetti una delle ricadute più delicate, perché esce dall’individualità o dalle relazioni, e si posiziona sulla società, che ha una propria cultura e una (conseguente) struttura di diritti e doveri. C’è un legame profondo che lega cultura e regole: negli USA una diversa concezione a proposito della schiavitù ha scatenato una guerra di indipendenza e, alla fine, di quello si trattava: cultura e regole.

Vero: ci sono (poche, grandi) questioni come l’adozione e il matrimonio che sono un salto quantico rispetto alla cultura dominante e, quindi, rispetto alle regole (specie in Italia).

Questo lo capisco, comprendo che ci possano essere posizioni diverse a proposito e – da progressista – non mi scandalizza un processo di cambiamento graduale.

Ma capisco meno quando questa cultura e queste regole consentono – per fare un esempio – di licenziare una persona solo perché ha orientamenti affettivi diversi dai canoni tradizionali. E succede, perché poi cultura e regole hanno ricadute molto pratiche: negli Stati Uniti, ad esempio, fino a pochi mesi fa era perfettamente legale licenziare una persona per il solo fatto di avere gusti (privati, intimi) omosessuali. Infatti, nella dichiarazione dei diritti civili del 1964 era letteralmente vietata solo la discriminazione sulla base del sesso (biologico), mentre non c’erano riferimenti espliciti all’orientamento sessuale (cioè ai gusti). Per fare un parallelo iperbolico: è come se un’azienda vi licenziasse perché vi piacciono le persone bionde, o quelle more, o quelle alte.

La situazione in Italia sul tema lavoro, grazie anche alla spinta Europea, è più evoluta e almeno dal punto di vista lavorativo c’è una maggiore tutela formale rispetto a discriminazioni dirette, indirette o moleste sulla base dell’orientamento affettivo e sessuale.

Per contro, c’è ancora molto da fare. Per una legge decente che regolamentasse le unioni tra persone dello stesso sesso abbiamo dovuto aspettare il 2016, in questo Paese. E una norma che metta sullo stesso piano violenza/discriminazione razziale e sessuale non è ancora stata definitivamente approvata (l’iter parlamentare proseguirà il prossimo settembre).

E l’iter legislativo probabilmente riflette anche la sensibilità della società, come dicevo: secondo le rilevazioni dell’OCSE, l’accettazione dell’omosessualità in Italia risulta piuttosto scarsa.

Non è solo questione di principio

Quindi sì, c’è il principio da tutelare, ma non è solo quello. Per capirci: fino al 1990 l’OMS giudicava l’omosessualità una malattia mentale, lo stesso dicasi per la transessualità, categorizzato come disturbo mentale fino al 2018.

I principi infatti si traducono in vita quotidiana. E non solo sul sesso. Gli effetti di cultura e regole si riflettono sulle questioni comuni, quelle che ciascuno di noi vive sulla propria pelle: la persona da amare, un caro da assistere in ospedale, un mutuo da chiedere, un colloquio da superare, un viaggio da vivere con spensieratezza, il desiderio di genitorialità, il senso di accettazione. Il tutto con i limiti che ogni esistenza ha, ma ai quali sarebbe meglio non aggiungerne degli altri.

Il rumore dell’impatto concreto di cultura e regole sulle scelte affettive e sessuali non arriva così spesso alle orecchie del mondo etero. Per noi sono sfumature, sono episodi, sono titoletti di qualche giornale. Per altri sono Vita.

Ed è per questo che faccio sempre più fatica a digerire notizie di violenze, discriminazione, finanche la superficialità, le battutine e i commenti a sproposito su genere, sessualità e affini: sono tutti elementi che poi rafforzano la cultura dei pregiudizi, perché le trasmettiamo al prossimo, perché ci contaminiamo l’educazione dei figli, perché in definitiva con i nostri comportamenti contribuiamo a fissare l’asticella dell’accettabilità. Anche a cena con gli amici.

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