Connect with us
Subire mobbing: una testimonianza Subire mobbing: una testimonianza

Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Subisco mobbing sul posto dove lavoro: non resisto più!”

È difficile da dimostrare e a volte viene citato in modo leggero. Ma esiste. Il mobbing schiaccia e ferisce migliaia di persone ogni giorno.

Pubblicato

il

“Io, a 42 anni, mi ritrovo a non potermi permettere un pranzo con un’amica, una piega dal parrucchiere, un week-end fuori. Devo scegliere se fare una visita medica o pagare la bolletta della luce. Non esco la sera perché ormai sono stanca, delusa, amareggiata… e l’unica consolazione diventa andare a letto presto e dormire il più possibile.”

È da un po’ che è nata questa rubrica. “Caro Iacopo…” vuole essere una serie di riflessioni personali nate dai vostri messaggi. L’obiettivo è quello di “lasciare qualcosa” in chi legge: uno stimolo, un pensiero, un sentimento favorevole o contrario al mio scritto. Un’occasione di confronto e scambio reciproco partendo proprio dalle esperienze altrui.

Oggi, però, ho deciso di non imboccarvi. Scelgo di condividere con voi una lettera molto forte ricevuta qualche settimana fa. Credo che le parole della protagonista siano più che sufficienti per inquadrare la tematica con gli occhi di chi la sta vivendo in prima persona: gli unici in grado di riflettere in modo autentico una realtà fin troppo comune, quella del mobbing.

Mi scrivono:

“Caro Iacopo…

Ho scelto di raccontarti anche la mia di esperienza perché non resisto più e ho bisogno di sfogarmi!

Nel 2016 vengo contattata dallo studio dove lavoro perché il personale presente (una segretaria-socia) non è più in grado di occuparsi da sola della gestione e quindi ha bisogno di aiuto.

Mi viene proposto un mese di prova con un rimborso spese (non quantificato inizialmente) per formarmi e darmi un minimo di indipendenza, ed un successivo contratto part-time come impiegata di concetto (mollando quindi tutte le mie competenze) da 20 ore, a circa 8,30 euro lordi l’ora (circa 700 euro al mese).

Con la fame che c’è in giro, vivendo da sola e non avendo una famiglia che mi possa sostentare (entrambi i miei genitori sono pensionati) accetto pensando a quanto fossi stata fortunata ad avere finalmente un contratto di lavoro a 42 anni. Meglio tardi che mai!

Alla fine del mese di prova, che si svolgeva dalle 9:00 alle 20:00 per quattro giorni la settimana, mi viene corrisposto un compenso di 350 euro. Speravo in qualcosa di più, ma pazienza… Dal 5 dicembre 2016 vengo regolarmente assunta.

Per i primi tempi lavoro in affiancamento, cosa non semplice perché purtroppo, già dai primi momenti, i caratteri non combaciano. Vengo trattata aspramente ma penso che, essendo nuova e sbagliando spesso, posso far perdere la pazienza. Quindi stringo i denti e vado avanti con la testa bassa.

Per i primi sei mesi tutto procede discretamente bene tranne, appunto, i rimproveri aspri anche per delle sciocchezze. Ma in vista dell’estate inizio a lavorare da sola perciò prendo un po’ di respiro.

Con l’inizio del 2017 mi viene proposto di approfondire le mie mansioni in termini di competenze e, naturalmente, accetto. Ecco però che ricominciano i cazziatoni (non so che altra parola usare) esagerati: per un codice fiscale sbagliato o un documento magari fotocopiato male. Inizio a pensare che non sia io a sbagliare così tanto ma che la persona in questione possa avere delle reazioni esagerate per il suo carattere. Nonostante questo ricomincio comunque a soffrire di ansia (ne ho sofferto circa dieci anni fa), panico notturno e altri disturbi da stress.

Mi rivolgo al centro di salute mentale della mia città cercando sollievo con dei farmaci ed inizio una psicoterapia che, però, non mi dà grande sollievo dato il costante e reale problema e gli appuntamenti troppo distanziati tra loro. In ogni caso non mollo.

Sono molto apprezzata dalla gente che mi trova molto garbata e questo mi gratifica. Quindi tengo duro perché penso che prima o poi il mio valore potrebbe essere riconosciuto. E poi le acque si calmano nuovamente in vista della bella stagione…

A fine settembre mi viene nuovamente proposto di prendere in mano la situazione perché “prima o poi” il testimone sarebbe dovuto passare a me. Per una serie di “malintesi”, io e la collega non ci incontriamo ma viene riportato che la cosa succede per una mia mancanza di interesse, oltre al fatto che io non abbia risposto a telefonate o messaggi facendo infuriare la titolare che non ha la minima intenzione di ascoltare la mia versione.

Anche stavolta, dopo pochi giorni questo atteggiamento passa in cavalleria.

Dopo circa una settimana, c’è un nuovo confronto su un documento redatto male (un cognome con una lettera sbagliata) che misteriosamente l’indomani sparisce. Vengo convocata e vengo accusata di averlo distrutto, di averlo fatto sparire, cosa che se fosse vera sarebbe facilmente gestibile chiamando la paziente in questione e facendoglielo firmare di nuovo con il nominativo giusto.

Vengo minacciata di essere licenziata perché mi disinteresserei del lavoro, non ci metterei la testa, ecc… Questa volta però senza mezzi termini e in maniera veramente molto aggressiva.

Tutto questo senza che io riesca a proferire una parola dallo stupore nei confronti della reazione. Basita, atterrita, in preda allo sconforto più totale di ripiombare nella miseria più assoluta, torno a casa sconvolta.

L’indomani ho un colloquio personale e informale con la titolare ufficiale che mi dice che mi avrebbero fatto sapere, suggerendomi di prendermi un giorno di ferie per fare calmare le acque. Alla fine, con interventi di persone varie che (forse) capiscono il mio valore, vengo reintegrata. Ma adesso si va avanti tramite messaggi verbali riportati o bigliettini, perché non c’è più comunicazione. 

Questa era la parte “umana” della mia situazione, veniamo ora alla parte professionale: in questo posto si deve fare di tutto e di più perché ci sono pochi soldi, quindi riscaldamento “malandato”, niente acqua calda, no aria condizionata (in Sicilia in estate si possono superare i 40 gradi), no acqua da bere…

Stringendo i denti tutto potrebbe essere sopportabile, se non fosse che dopo due anni di sacrifici, prima delle vacanze di Natale, chiedo che mi vengano corrisposti gli straordinari: circa 3 ore la settimana che dovrebbero essere pagate con una maggiorazione del 40%, che per me sono un sacco di soldi!

Mi viene risposto che se li avessi voluti avrei dovuto “fare di più”. Io evidentemente cambio espressione e così, con un po’ di morbidezza in più, mi viene detto che una soluzione si sarebbe trovata in virtù della stima reciproca (con la titolare, non con la collega).

Ebbene, a Gennaio abbiamo ridimensionato “leggerissimamente” gli orari. Alla fine del mese conteggiamo le ore lavorate e chiedo nuovamente una soluzione che però non credo sia stata presa in considerazione perché tanto, prima o poi, secondo loro avrei mollato… Mi vengono offerti 50 euro per il disturbo e “a Febbraio vediamo”. Oggi ho fatto solo 15 minuti di ritardo.

Ora, il punto non è quanto io lavoro e quante mansioni io svolga seppur non di mia competenza. A me lavorare piace e mi piace questo lavoro. Stare con le persone mi gratifica parecchio e sono pure brava. Il punto è: quanto ci viene chiesto a fronte di quello che diamo?

Qui non si parla di una semplice antipatia, o di un carattere troppo sensibile o permaloso. Qui c’entra proprio l’essere giusti, equi, regolari, chiari.

Io, a 42 anni, mi ritrovo a non potermi permettere un pranzo con un’amica, una piega dal parrucchiere, un week-end fuori. Devo scegliere se fare una visita medica o pagare la bolletta della luce. Non esco la sera perché ormai sono stanca, delusa, amareggiata… e l’unica consolazione diventa andare a letto presto e dormire il più possibile.

Non dico di vivere di stenti, questo no. C’è gente molto meno fortunata di me, ma mi chiedo se questo sia comunque giusto da sopportare: se vivessimo in una società meritocratica, non saremmo tutti molto più sereni e gratificati? Non ci sarebbe meno frustrazione e più competenza? La nostra vita, non filerebbe un pochino più liscia? Forse ci ammaleremmo anche di meno…

Il punto è che non trovo sostegno nemmeno al di fuori. Certo, mi viene detto “Tu hai ragione, ma dove te ne vai? Tanto è ovunque così, devi essere grata che ti fanno lavorare!”. Mi fanno lavorare, capito? Come se non fossi io a svolgere il lavoro e ad offrire me stessa, ma solo loro a darmi questa unica opportunità.

Mi sento in carcere perché so che non avrò altre occasioni, soprattutto alla mia età. E non si può capire quanto io sia dispiaciuta per me stessa, perché so di meritare molto di più, ma non ho speranza di poterlo ottenere.”

Ho 27 anni, vivo in provincia di Firenze e provo a raccontare le storie degli altri. Studio scienze politiche, lavoro come giornalista freelance (Fanpage.it) e ogni tanto scrivo libri (Mondadori). Attivista e presidente della Onlus #Vorreiprendereiltreno. Parlo di Diritti, Libertà e Uguaglianza. Sorrido alla vita e mi innamoro tutti i giorni.

Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Sono autistica e ironizzo su me stessa.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

Pubblicato

il

Mi scrivono:

“Caro Iacopo…

Sono laureata e lavoro nella comunicazione, adoro leggere e scrivere. Insomma, per me le parole sono importanti.

Sono grandicella, ho 37 anni, e accanto alle attività di cui sopra, lavoro da circa un anno come operatrice della disabilità sensoriale con un ragazzo con “sindrome di Charge”.
Indubbiamente è un input in più per riflettere su aspetti legati all’espressione e alla disabilità. Sono anche orgogliosamente femminista, quindi pure l’attenzione al sessismo e alle sue espressioni mi toccano. 

Fatto sta, per essere breve, che io da diverso tempo mi auto-definisco, in certe situazioni, una “handicappata sociale”. Talvolta scherzando, soprattutto con gente con cui ho un minimo di confidenza ma non molta, dico di me “scusa sai, ma sono autistica”. “Sì, lo so che faccio questo, ma perdona il mio autismo”.

Sta di fatto che quando dico queste cose, da un lato sto bene perché mi sento di sdrammatizzare in modo scherzoso delle situazioni che mi mettono a disagio, dall’altro mi sento “sporca” perché mi dispiacerebbe che qualcuno la prendesse come un’offesa agli autistici.

Sta di fatto che… io sono davvero autistica! Non una di quelle che “vedi”, non sono un fenomeno dei numeri come Dustin Hoffman in “Rain Man” (invece lo è il mio studente!). 

Ho fatto diversi test per la sindrome di Asperger e risulto ad un livello medio alto. Sto muovendomi per riuscire ad avere una diagnosi specialistica precisa, ma pur essendo in contatto con gruppi di adulti Asperger (che mi hanno aiutato molto), devo dire che se si è cresciuti e non si hanno figli (spesso gli Asperger altamente funzionali sono riconosciuti da adulti proprio perché prima vengono certificati i figli), non è semplice trovare degli esperti che si occupino di Asperger in età adulta.

Mi trovo su un crinale strano: sono abituata ad usare l’auto-ironia da sempre (se no, lo sai, non si sopravvive… Ho passato anni di bullismo spaventoso alle superiori in particolare). La capacità di prendere in contropiede chi mi sta davanti e a volte malinterpreta i miei atteggiamenti mi permette di “ammortizzare” con un sorriso le reazioni dell’altro.

Dall’altro, non ho certo voglia di prendere in giro chi di quella patologia soffre sul serio.
Un complesso dell’impostore perché non ho ancora un attestato ufficiale? O forse perché gli Asperger sono visti come dei “falsi invalidi”, degli “usurpatori” che vogliono fregiarsi di una sindrome di moda? (Te lo giuro Iacopo, ho sentito anche questo!!).

Adesso che te lo scrivo, mi viene da riflettere anche su quanto le categorizzazioni dei “normodotati” possano influenzare l’autopercezione di qualcuno che per un verso o l’altro non è compreso nella definizione di “normale”.

Nel caso dello spettro autistico si parla di neurotipico e neurodiverso, non di normale e anormale. Sarà, ma io lo trovo molto simpatico questo binomio tipico/diverso rispetto a quello normale/anormale: chissà, magari è estendibile anche al di fuori dell’ambito dell’autismo!

Intanto grazie per aver accolto le mie riflessioni, e ti chiedo scusa per le ripetizioni e la scrittura disordinata, ma se non coglievo l’ispirazione, finiva che mi scivolava via dai neuroni! Un grande abbraccio e daje sempre!”

Cara amica, sai bene quanto io stesso parli – tantissimo – dell’importanza dell’ironia, dell’autoironia e, quando fatto in modo intelligente, anche di un humor politically scorrect. E quando tutto questo proviene da chi, direttamente o indirettamente, vive certi argomenti ogni giorno, e li tratta nel massimo del rispetto, possiamo chiudere più di un occhio.

Voglio però rassicurarti ulteriormente citando Gianluca Nicoletti, giornalista, speaker e attivista con un figlio con il disturbo dello spettro autistico, che solo adesso (a 63 anni) ha scoperto di avere la sindrome di Asperger. Credo che le sue parole siano la risposta migliore per chi deve affrontare un certo coming-out e non sa se il suo modo di fare, magari “leggero” e “disinvolto”, sia quello più giusto.

“Quando è arrivata la diagnosi ho passato un mese atroce. Ha mai sentito fare coming-out di pazzia? Ma l’ho fatto, sfidando ogni cosa. Adesso la mia estrosità ha un nome. Mi sembrava inutile tenerlo nascosto. E allora ho fatto uno sforzo. Mi sono segnato a vita per dimostrare al mondo che si può vivere con il cervello strano. Non è una cosa che ho fatto a cuor leggero. Se hai un problema così, come il mio, ti senti matto. Ma dovevo farlo.

L’ho sempre saputo. Mi sentivo diverso. Ti ricordi minimi particolari della tua infanzia, vuoi stare da solo, non vedi l’ora di stare da solo. A un certo punto della mia vita, mi sono accorto che mi trovo sempre ai margini, in qualsiasi gruppo. Gli altri erano gli altri, e io non entravo in sintonia con loro. Alle feste ero sempre diverso. Sempre una montagna da scalare. Ma quando ho cominciato a fare della diversità la mia forza, tutto è cambiato.

Mi sono laureato, ho fatto un concorso ministeriale, l’ho vinto, sono andato in Spagna a insegnare. Per puro caso capitai in Rai e per caso ho fatto questo lavoro, che è stato la mia fortuna. Il mio cervello ribelle si è rivelato il mio motivo di sopravvivenza. Mi piace avere un cervello che produce sempre qualcosa. Non sto mai senza idee. Sono sopraffatto, dalle mie idee. Così non ho tempo per i pensieri cupi, per l’ansia. Quando mi vengono, cerco di riderci su.

Non dobbiamo dimenticarci che le grandi innovazioni, da Bill Gates a Mark Zuckerberg a Steve Jobs, sono state portate avanti da persone che hanno sospetto di autismo. E sono persone che hanno cambiato il mondo delle relazioni perché ciò che è facile per le loro menti ribelli diventasse semplice per tutti. Le relazioni stanno cambiando. La società si sta articolando diversamente. E il lavoro richiederà delle capacità di multitasking assolute. Ci siamo evoluti tante volte, abbiamo perso il pelo e creato il riscaldamento e i vestiti, ci trasformeremo di nuovo. E gli autistici saranno all’avanguardia.”

TRATTO DA:
https://www.huffingtonpost.it/2018/05/07/gianluca-nicoletti-ho-la-sindrome-di-asperger-adesso-la-mia-estrosita-ha-un-nome-io-sono-mio-figlio-e-lui-e-me_a_23428791/

Continua a leggere

Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Ma un disabile ha diritto ad avere un fratello o una sorella?”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

Pubblicato

il

Mi scrivono:

“Caro Iacopo…

Ti scrivo perché ho letto, in una tua pubblicazione passata su Purpletude, la tua risposta al problema di dover sempre dimostrare la propria disabilità per accedere gratuitamente a servizi come musei, cinema, teatro, ecc… Per questo vorrei fare un’ulteriore considerazione con te.

Ad oggi, non solo sono ancora pochi i luoghi di interesse pubblico che danno informazioni chiare e precise sul loro sito internet (o altrove) riguardo il grado di accessibilità del luogo stesso, ma nessuno dello staff dell’organizzazione considera il fatto che una persona con disabilità non sia solo accompagnato, ma abbia addirittura una famiglia!

Ad esempio, noi abbiamo dovuto rinunciare ad andare a vedere concerti o spettacoli proprio perché nei posti riservati non è previsto il posto per un eventuale figlio non disabile. Anche volendo pagare un prezzo intero del biglietto, per ragioni di spazio la carrozzina non potrebbe andare tra i posti “normali”.

Lo stesso problema si verifica sul treno: per prima cosa occorre prenotare la “Sala Blu”, cioè il servizio di assistenza in stazione, per poi sperare che nella stessa carrozza ci sia un posto per l’altro mio figlio onde evitare di finire in due vagoni diversi.

Insomma per la nostra società i disabili non hanno diritto a una famiglia, a passare un pomeriggio a teatro o al cinema tutti insieme.”

Cara amica, è vero quel che tu dici e sono d’accordo con te.
Permettimi però di usare il tuo punto di partenza per fare un ragionamento ulteriore, estendendo il concetto per renderlo ancor più inclusivo (e secondo me, a livello di sensibilizzazione, ancor più giusto ed efficace): per la nostra società i disabili non hanno diritto a “NON” avere una famiglia. Mi spiego meglio…

Tu dici, correttamente, che quando si prenota il posto per un disabile, ad esempio ad un concerto, insieme al posto per la carrozzina viene concessa la “seduta” per un solo accompagnatore, o al massimo due se si considerano i genitori: ergo, niente fratello o sorella inclusi nel “pacchetto”. Trovo giusto, in quest’occasione, ribadire che la stessa difficoltà ci sarebbe nel caso delle comitive di amici: anche in questo i problemi burocratici sarebbero esattamente gli stessi, rischiando di avere con noi un paio di amici al massimo mentre gli altri finiranno nei posti “normali”. Che divertimento ci sarebbe? Come ci si potrebbe godere l’esperienza del concerto?

Perciò sì, sono d’accordo con te. Questo accade proprio perché ciò che viene fatto ogni giorno, logisticamente parlando, convinti che sia un buon modo per “tutelare” una persona con disabilità, è creare recinti circoscritti. E così ai concerti c’è la pedana rialzata dei disabili, al cinema c’è la prima fila riservata ai disabili, a teatro ci sono i posti laterali per le carrozzine… Ma non sarebbe molto più semplice se la persona con disabilità venisse posizionata in un punto dove può stare con chi è con lui (non necessariamente nel ruolo di accompagnatore), a prescindere da chi sia per lui?

Ad esempio, ogni fila di un teatro potrebbe avere un posto riservato per una carrozzina ad uno degli estremi (possibilmente nel corridoio centrale per avere una visuale migliore, altrimenti nella zona laterale esterna se ci sono vie di fuga migliori). Stessa cosa per il cinema, anziché riservare la prima (scomodissima) fila, si potrebbe pensare ad un posto per ciascuna fila nel rispetto delle norme di sicurezza. In questo modo si riuscirà a far capire che quello al divertimento è un diritto universale proprio perché collegato al concetto di indipendenza.

Per quanto riguarda i mezzi pubblici, invece, fino a qualche anno fa una persona con disabilità non poteva prenderli liberamente, in autonomia, perché il servizio di assistenza non si assumeva la responsabilità di far salire su un treno o un autobus anche quando questo era pienamente accessibile con rampe e scivoli a disposizione. Si doveva per forza essere accompagnati da una persona, anche se si era maggiorenni. Fortunatamente, ad oggi è sufficiente prenotare il servizio della “Sala Blu” (con 48 ore di anticipo, che diventano 24 nelle grandi stazioni) per salire e scendere senza problemi, sia che si sia accompagnati da qualcuno che nel caso in cui si sia da soli.

Piccoli passi sono stati fatti negli ultimi anni e speriamo, a forza di sbattere la testa contro i muri, di poter avanzare ancora e ancora. Intanto, non smettiamo di vedere la persona con disabilità come cittadino singolo, a prescindere, senza fare riferimento sempre e comunque alle famiglie. Associare la disabilità ai genitori, come se una persona in carrozzina non possa avere una vita sociale autonoma e come se si stesse parlando di un eterno bambino, non fa bene. Allarghiamo lo sguardo e pensiamo in generale.

Continua a leggere

Treding