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Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Perché i giovani sono così aggressivi?”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo, ti scrivo per raccontarti cosa è accaduto negli ultimi giorni a scuola.

Quest’anno lavoro come tiflodidatta in una prima liceo (scienze umane), la ragazza che seguo è totalmente cieca, puoi dunque immaginare le difficoltà che deve superare ogni giorno; nonostante questo è sempre allegra, solare, suona il pianoforte, canta e ama ballare.

A breve la classe farà l’esperienza della black box, ovvero i ragazzi sperimenteranno cosa vuol dire essere non vedenti; B. si sta preparando da molto tempo per questa esperienza e non vede l’ora di coinvolgere i suoi compagni di classe, infatti le relazioni interpersonali sono molto difficili da portare avanti per chi non può essere al passo con gli altri e un’occasione come questa può aiutarla ad avvicinarsi agli altri ragazzi.

Arriva però, come di consueto, un fulmine a ciel sereno: sul gruppo whatsapp di classe 3 compagni diffondono messaggi offensivi verso la gita definendola come “schifosa” e “non culturale”. La reazione di B. è stata abbastanza controllata ma il dolore che questo le ha provocato è evidente, mi ha addirittura chiesto se ha fatto qualcosa di male ai compagni visto che sono state dette queste cose.

Si è parlato a lungo in classe ma nessuno dei ragazzi ha capito, anzi, hanno tutti difeso la ragazza autrice dei messaggi offensivi. Nessuno si è messo nei panni di B., nessuno ha capito quanto è accaduto e tutti, adesso, vogliono vendicarsi di lei perché sono convinti che abbia diffuso questi messaggi, cosa che non è assolutamente vera.

Mi chiedo allora cosa serva a questi ragazzi per essere meno aggressivi, per imparare ad amare e rispettare il prossimo. Forse è proprio l’educazione affettiva che gli manca, sono ragazzi aridi culturalmente e psicologicamente e, se sono così già a 14 anni, mi chiedo cosa faranno da adulti. Non hanno capito che B. deve essere protetta e tutelata, che le persone come lei, qualsiasi tipo di problematica abbiano, non devono essere un peso per la classe ma devono essere valorizzate e considerate come un qualcosa di prezioso. Sono amareggiata e addolorata.

Ho paura che nessuno imparerà mai il rispetto per gli altri.”

Cara amica, intanto spieghiamo a chi si è chiesto cosa sia il ruolo del “tiflodidatta”: si tratta di una figura professionale che ha a che fare con l’educazione di chi ha una disabilità visiva. In pratica è un assistente scolastico che si occupa degli aspetti tecnici ma anche didattici, oltre che ovviamente di quelli relativi all’inclusione sociale di ragazzi ciechi. (Spero di non aver fatto errori).

Personalmente sono sempre stato favorevole a iniziative “esperenziali” come le tanto di moda “Cene al buio”. Intendiamoci, ognuno fa inclusione a suo modo (o meglio, dovrebbe esserci una linea di fondo comune, soprattutto dal punto di vista comunicativo – le parole sono fondamentali!): ho amici ciechi, infatti, che non apprezzano certe iniziative ritenendole una mancanza di rispetto verso chi non ci vede davvero, e perciò non ritornerà una volta finito “il gioco” ad una normalità comune. Per quanto mi riguarda, però, alla stregua delle “Skarrozzate” che organizziamo con la Onlus #Vorreiprendereiltreno (qui un video), credo sia comunque un modo per imparare qualcosa di nuovo, mettendosi così nei panni di chi vive una condizione diversa, e per questo lontana, dalla nostra.

È vero che una volta finita l’esperienza quella persona si alzerà di nuovo in piedi o tornerà come al suo solito a vedere, ma è pur vero che riprenderà la sua vita sicuramente in modo più consapevole e ricco di prima. Per farlo, però, occorre una buona dose di maturità. Quel senso di autocritica e messa in discussione che non tutti hanno da adulti, figuriamoci da ragazzi (ho sentito con le mie orecchie genitori essere contrari alle Skarrozzate perché “sedersi sulle carrozzine porta sfiga”, e per questo i loro figli non ci si sarebbero mai seduti).

Non mi sento, in questo caso, di condannare spudoratamente gli studenti. Certo, sarebbe stato un sogno se tutti avessero accolto l’iniziativa in modo positivo e propositivo. Sarebbe stato altrettanto bello se la classe si fosse divisa in due, qualcuno perso in lamentele e qualcun altro buttato in difesa di “B.” . Purtroppo però così non è stato, e allora abbiamo il dovere di chiederci dove sia l’errore: in quei genitori teste a pinolo che, magari realmente per superstizione, non perdono tempo ed energie per trasmettere certe esperienze? Nella scuola che, eccetto per qualche sprazzo di buona volontà, resta ancora oggi in superficie per quanto riguarda la piena ed effettiva inclusione di ragazzi con disabilità?

Non so darti una risposta precisa, ogni realtà è a sé (purtroppo o per fortuna). Posso solo dire a “B.” che non deve lasciarsi abbattere dall’accaduto, perché i momenti in cui qualcuno sarà disposto ad accostarsi a lei, al suo mondo, a ciò che la rende uguale agli altri (perché uguale agli altri lo è, semplicemente con una prospettiva diversa sulle cose) ci saranno e saranno tanti. I momenti di ribellione adolescenziale si comprendono tardi, da adulti, e il più delle volte, quando lo si fa, si trova addirittura la voglia di riderci sopra. Occorre soltanto dare alla vita il tempo di insegnarcelo. E magari, domani, saranno proprio quei compagni capirlo prima di lei.

Ho 27 anni, vivo in provincia di Firenze e provo a raccontare le storie degli altri. Studio scienze politiche, lavoro come giornalista freelance (Fanpage.it) e ogni tanto scrivo libri (Mondadori). Attivista e presidente della Onlus #Vorreiprendereiltreno. Parlo di Diritti, Libertà e Uguaglianza. Sorrido alla vita e mi innamoro tutti i giorni.

Caro Iacopo...

“Per le mie colleghe maestre, la mia alunna disabile non potrà mai imparare qualcosa”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…

Sono un’insegnante di sostegno, trasferita dalla Puglia al Nord. Ho scelto di essere un’insegnante di sostegno all’età di 11 anni, quando ho conosciuto G., un ragazzo tetraplegico dall’entusiasmo contagioso. Con lui ho i ricordi più belli della mia adolescenza: quanti pomeriggi trascorsi insieme a studiare attendendo di fare merenda, le serate al cinema, i corsi di nuoto, e le lunghissime telefonate anche oltre oceano, quando andava per mesi a New York per sperimentare nuove terapie e fare interventi!

Ricordo il periodo di quando era arrabbiato con Dio e mi domandava il perché lui fosse così e perché gli amici non volessero uscire con lui. Adesso però siamo cresciuti. Ognuno ha le sue vite, non ci sentiamo sempre, ma quando accade ritorniamo indietro di 24 anni e improvvisamente ritorno ad avere 11 anni.

Faccio questa premessa, per sottolineare come l’amicizia con G., i miei studi, la mia specializzazione nel sostegno, il ruolo, il sacrificio di lavorare lontana da cinque anni dalla mia famiglia, il carico di responsabilità come figura strumentale handicap e disagio ricevuto l’anno scorso, e soprattutto i bambini che ho incontrato, hanno forgiato in me sempre più un senso di giustizia e amore.

In questi giovani anni di ruolo ho dovuto scontrarmi più volte per far valere i diritti di questi bambini. Ho lottato per cercare di dare ambienti idonei, progetti, sussidi e soprattutto di creare sempre un clima accogliente e inclusivo, non solo per loro, ma per tutti i bambini e i genitori che sempre più si sentono soli.

È appena iniziato un nuovo anno scolastico. Non vedevo l’ora di rivedere i miei alunni, l’unica gioia e l’unica forza per andare avanti. Parto però con una tristezza nel cuore. Per l’ennesima volta mi sono scontrata con una collega che parla urlandoti in faccia e facendoti pezza da piedi. La discussione nasce dopo una comunicazione che giunge dalla direzione, dove le ore di sostegno sono poche e che per almeno i primi giorni, in attesa di ricevere altre ore dal provveditorato, dobbiamo coprire gli alunni gravi, i quali possono mettersi in situazione di pericolo.
Successivamente questa collega afferma che dare troppe ore di sostegno alla mia alunna è esagerato ‘perché tanto una come S. che porta il pannolone non sarà mai in grado di imparare a leggere e a scrivere… e non fa mica didattica!’.

Hai presente un grandissimo incendio con fiamme alte che divampano ovunque? Ecco, io mi sono sentita così. Sforzandomi di fare sentire il mio urlo di rabbia e dolore, le ho detto che ‘ogni bambino ha i suoi obiettivi da raggiungere con i suoi tempi… Tu non sei nessuno per parlare così… non te lo permetto! Tu Non conosci e non hai visto i successi di S. in seconda, anche imparare a lavarsi le mani o ad aprire la cerniera del giubbino ed essere autonoma è didattica!’.

Le mie colleghe di classe, maestre anche loro di S. (perché S. non è solo l’alunna della maestra di sostegno) non hanno detto una parola. Le altre (parlo di un gruppo di 30 docenti perché eravamo in riunione) sono rimaste in silenzio. Ero io da sola, a lottare contro un mostro di ignoranza e pregiudizi, in nome di tutti i bambini come S.
Improvvisamente l’ho immaginata a 30 anni, quando la scuola dell’obbligo sarà da tempo finita: cosa sarà di lei, figlia unica, con i genitori già oggi molto grandi, in una società brutta e squallida come questa? A me è mancata tanto quest’estate, ma ho il cuore che piange.

Purtroppo è una guerra tra poveri e i tagli all’istruzione e sul sostegno ci sono. Non ritengo meno grave un bambino che ha bisogno di meno ore di sostegno, ma fosse anche che un capitolo di storia non saranno in grado di ricordarlo, potranno sempre essere in grado di stare al mondo. Comunicare, esprimere bisogni, sapersi relazionare con gli altri, acquisire le autonomie di base, sono i primi obiettivi che ogni bambino deve aspirare a raggiungere. Ma per altri non è così… Certi bambini sono destinati al loro crudele destino.

Ti riporto un pensiero non mio ma di Giuseppe Pontiggia, che condivisi con la Dirigente di Torino, quando superai l’anno di prova: ‘Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare. Sono nati due volte e il percorso sarà più tormentato. Ma alla fine anche per voi sarà una rinascita’.”

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Caro Iacopo...

Molestie per strada: “Ogni uomo, per me, è un potenziale stupratore”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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“Quando pubblicai online la mia esperienza come vittima di molestie subite per strada, un ragazzo mi scrisse: «Mi ritrovo ad aver timore di avvicinarmi ad una ragazza che non conosco, perché lei potrebbe considerarmi già da subito un malcapitato».

Volete la verità?

Sì: io considero chiunque un potenziale malcapitato. So bene che si tratta di un pregiudizio e che sicuramente sarà pieno di donne che non la pensano come me, ma io purtroppo soffro d’ansia e più volte mi hanno molestata per strada.

Se un uomo si avvicina la sera, io ho paura. Se mi chiede informazioni e si avvicina quel tanto di più, io ho paura: paura che mi derubi, che mi tocchi, che si fermi a parlare con me in modo viscido e sgradevole. A volte rispondo a tono, ma se sono sola con nessuno intorno mi sento bloccata e generalmente afferro le chiavi e mi allontano rapidamente.

Le molestie per strada sono un problema di genere. Nessuna vi sta negando di salutarci e fare due chiacchiere alla fermata del bus, ma il modo, il tono con cui vi avvicinate ad una persona è il vostro biglietto da visita.

Nessuna vi ha dato il diritto di fischiare, nessuna vi ha dato il diritto di suonare il clacson e nessuna dovrebbe essere fermata in mezzo alla strada e sentirsi fare quelli che voi chiamate complimenti. Non ci fanno piacere, perché sono molestie a sconosciute che vorrebbero per una sola volta tornare a casa senza cuore in gola.

Quando vi facciamo notare che non è educato ed è imbarazzante ricevere commenti inopportuni sul proprio fisico da sconosciuti, magicamente diventiamo puttane maleducate. Quindi sì: continuerò ad essere una puttana maleducata che avrà paura. Se voi uomini volete darci una mano a non avere più paura, cominciate a dire due parole al vostro amichetto di zona che gira in auto suonando il clacson o che fa commenti ad alta voce sul culo di quella che gli passa a fianco.

Invece di sghignazzare, cominciate a rompere i coglioni anche voi. Strappatevi l’etichetta di Vero Macho per fare qualcosa che possa rendervi ancora più veri, ma come persone: prenderci la mano, e combattere le molestie al nostro fianco.”

Lettera inviateci da: www.instagram.com/polycarenze

Nota dell’editore:
Per un caso fortuito, la lettera di questa ragazza è giunta in redazione tramite Iacopo Melio proprio lo stesso giorno in cui l’autrice Valentina Maran usciva con un articolo sul fatto che, come donna, ha paura di viaggiare da sola.
Sono due testimonianze molto simili, drammaticamente simili; e andrebbero lette insieme, perché sebbene non ci piaccia generalizzare, la paura di essere approcciate da un uomo malintenzionato è un sentimento comune a molte donne. E di questo, dobbiamo parlarne. /atv

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