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Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Ho trovato questa scritta inaccettabile sul bus.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…
Sono un’insegnante, lavoro in provincia di Brescia in un Istituto Superiore nell’indirizzo professionale per i servizi sociosanitari. Nella mia materia ci occupiamo, tra le altre cose, di analizzare i servizi sociosanitari del territorio, e per me è sempre molto importante fare riflettere i miei ragazzi sull’importanza di usare le parole giuste. Nel fare ciò cerco di impegnarmi io stessa a riflettere sempre sul mio modo di esprimermi e riferirmi alle persone, alle cose, agli eventi.

Venerdì scorso, con una delle mie classi con cui eravamo in uscita didattica, salgo su un autobus. L’autobus è nuovo, c’è lo spazio per la sedia a rotelle, la pedana per salire e scendere, i pulsanti al posto giusto, sembra tutto ok. L’autobus è pieno e io mi metto proprio accanto allo spazio per le sedie a rotelle. Tra un’occhiata e l’altra ai miei a ragazzi mi scappa l’occhio sul cartello affisso nel posto riservato:

Zona riservata alla carrozzella per handicappati.

Rimango perlomeno basita. Lo fotografo e appena arrivata a casa mando una segnalazione/reclamo all’azienda. Qualcuno mi risponde che “la sto facendo troppo lunga”, che l’importante è che l’autobus sia accessibile. Per quanto possa essere vero, a me, nel 2019, su un mezzo pubblico, continua a sembrare inaccettabile una simile scritta!
Pertanto insisterò e ragionerò con i miei alunni su quanto visto, nella speranza che anche loro possano imparare ad attivarsi per non accettare questi gesti che per me sono di inciviltà.”

Cara Francesca, grazie intanto per il gran lavoro culturale che svolgi con i tuoi ragazzi. E non mi riferisco al “semplice” mestiere di insegnante, quotidiano, in aula, ma a quello più profondo e “comunicativo”, aspetto secondo me fondamentale e indispensabile per portare un cambiamento positivo della nostra società. Raccontare ai più giovani nuove prospettive, offrendo loro vari punti di vista, è il modo migliore per educare all’empatia.

Come non smetterò mai di ripetere, fino alla noia: quando cambiamo il modo di chiamare “qualcosa”, quel “qualcosa” cambia e di conseguenza cambia anche il modo in cui le persone si approcciano a quel “qualcosa”. Le barriere architettoniche, in fin dei conti, vengono create dalle barriere mentali di chi non sa cosa sia realmente la disabilità, e il non saperlo lo si denota proprio dai termini che vengono utilizzati in riferimento ad essa.

In molti non capiscono perché ci ostiniamo ancora oggi a ribadire l’importanza delle parole sui fatti: “Non mi importa come vengo definito, l’importante è che mi si diano i servizi di cui ho bisogno!” replicano i più quando evidenzio gli errori comunicativi in certe occasioni. Il punto è che non ci saranno mai dei “fatti” concreti e sinceri, duraturi, se non si è compresa realmente la naturalezza e la spontaneità che dovrebbe star dietro alla costruzione di uno scivolo, l’installazione di un montascale, l’acquisto di un autobus con le pedane o l’organizzazione di un servizio di supporto e assistenza come quello svolto, ad esempio, da un Operatore Socio Sanitario a domicilio o da un insegnante di sostegno (possibilmente puntuale e preciso il primo giorno di scuola, e non a metà Ottobre come spesso accade…).

Purtroppo, o per fortuna, le persone non sanno cosa “sia” realmente la disabilità, cioè una condizione momentanea che si manifesta quando ci ritroviamo in un contesto sfavorevole, quando cioè non abbiamo i giusti strumenti per poter fare quel che fanno gli altri e, perciò, per auto-determinarci e scegliere il futuro che preferiamo. Per questo finiamo col trattare anche il nostro territorio e le nostre città in modo superficiale, generando ostacoli ad ogni angolo (“erano solo cinque minuti!” si giustifica puntualmente chi lascia l’auto sul marciapiede, ad esempio, senza pensare che non solo una persona con la carrozzina ma anche un anziano col bastone, una mamma con un passeggino o un ragazzo con delle momentanee stampelle non sarebbe potuto passare da quel punto).

Se una ragazza mi invita a cena a casa propria ed io ho qualcuno che può darmi un passaggio in un’auto accessibile; se la ragazza abita al quinto piano di un palazzo storico ma c’è un pratico ascensore; se per entrare nel suo appartamento non ci sono gradini; se per cenare utilizziamo un tavolo ad un’altezza comoda anche per la mia carrozzina… perché, in quell’occasione, dovrei sentirmi disabile?

E così, tornando al messaggio ricevuto: “Carrozzella”, dunque? No, sarebbe meglio parlare di “carrozzina”, al massimo “sedia a rotelle”. Ma soprattutto: “Handicappati”? Assolutamente no, anche l’OMS ha scelto di eliminare definitivamente questo termine dai suoi documenti ufficiali (e pensate, lo ha fatto nel lontano 1999).  E allora come si dice? Molto semplice, “persone con disabilità”, perché prima di tutto siamo persone, con pregi e difetti ma sempre persone, e non dobbiamo smettere di ricordarlo. Nessuno è il suo handicap, la sua cartella clinica o la propria carrozzina, così come nessuno sarà mai il proprio paio di scarpe. Solo persone, prima di tutto.

Scrivimi una lettera, uno spunto o una tua riflessione:
segnalazioni@iacopomelio.it

Ho 27 anni, vivo in provincia di Firenze e provo a raccontare le storie degli altri. Studio scienze politiche, lavoro come giornalista freelance (Fanpage.it) e ogni tanto scrivo libri (Mondadori). Attivista e presidente della Onlus #Vorreiprendereiltreno. Parlo di Diritti, Libertà e Uguaglianza. Sorrido alla vita e mi innamoro tutti i giorni.

Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Il mio ragazzo mi ha lasciata dopo una violenza sessuale”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…
Il mio più che un messaggio è uno sfogo. Mesi fa ho subito un tentativo di violenza sessuale. Il mio ragazzo non ha mai accettato questa cosa e infatti, ad un passo dalla convivenza, mi ha lasciato. Avevo accettato un lavoro pessimo per stare con lui, un part time, io che ho sempre fatto la barista, e l’ho fatto per amore, contenta della mia scelta. Oggi rischio anche di perdere questo lavoro, e mi sento il mondo che mi crolla sulle spalle. Amo scrivere, il mio sogno è pubblicare un libro. Che dire, spero che ne venga fuori una buona storia da tutto ciò. E nulla, spero tu mi voglia rispondere, sarebbe una piccola conquista in un momento così buio per me. Grazie ancora per lo sfogo, e sappi che un sorriso riesci sempre a strapparmelo. Un bacione!”

Cara amica, che cosa triste che mi hai raccontato, davvero. Intanto ti mando un forte abbraccio e un sorriso colorato, sperando che adesso tu stia meglio e che tu abbia già provato a voltare pagina, ricominciando da ciò che meriti di più in assoluto: te stessa. Perché è noi stessi che non dobbiamo mai smettere di mettere al primo posto.

Un uomo non dovrebbe mai lasciare sola la donna che gli è accanto mai, figuriamoci in questi momenti, finendo per colpevolizzarla ulteriormente come se subire una violenza sia una scelta quasi paragonabile ad un tradimento. Come si può non comprendere il dolore e l’umiliazione che porta con sé un’esperienza simile? Come si può ignorare le ferite profonde che ti lascia addosso una molestia sessuale? Come non avere cura della fragilità di qualcuno che diventa tutto a un tratto vulnerabile e indifeso?

Mi dispiace molto. Al di là del tentativo di violenza in sé, ovviamente disumano, e che spero sia stato arginato il più possibile, mi dispiace soprattutto perché non hai trovato vicino a te la persona giusta per poter affrontare insieme (come dovrebbe essere) un peso simile. Per questo, l’unica magra consolazione che mi sento di dirti nell’accogliere il tuo sfogo, è l’invito a fruttare quello che è successo per vedere il bicchiere mezzo pieno: hai capito di trovarti accanto alla persona sbagliata, quella che ha preferito lasciarti per l’ultima cosa per la quale avrebbe dovuto farlo. Quella che ha affondato e rigirato il coltello nella ferità anziché afferrarne il manico ed estrarlo per salvarti.

Infine, un piccolo insegnamento, che poi in realtà vale per tutti noi tanto che io stesso ho bisogno di ripetermelo ciclicamente: mai cambiare per gli altri. Mai stravolgere così tanto la propria vita, o quantomeno facciamolo senza mettere da parte quello che siamo davvero. Senza rinunciare a tutte le cose belle che ci fanno sentire felici ed appagati.

Hai un lavoro che ti piace, una vita che ti soddisfa, amicizie irrinunciabili? Tieniti tutto quanto stretto. Gli amori, certi “amori”, vanno e vengono, mentre il resto dovrebbe rimanere per sempre. E poi, diciamolo pure, non abbiamo bisogno di nessuno per sentirci completi. Al massimo, di qualcuno che voglia condividere il resto della sua vita con noi e con ciò che ruota intorno al nostro mondo. Un abbraccio e un sorriso grande, a presto!

 

Aggiornamento dopo la mia risposta alla nostra lettrice:
“Caro Iacopo… Ti scrivo per tenerti aggiornato. Alla fine con il lavoro non è finita bene, ma una mia amica mi ha dato un contatto per un locale e quindi sono di nuovo in carreggiata. Le cose alla fine vanno esattamente come devono andare, ne sono convinta. A presto!”

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Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… A quanto pare c’è chi, nella cultura, le barriere le vuole.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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C'è chi vuole le barriere architettoniche

Qualche settimana fa sulla mia pagina Facebook ho pubblicato il racconto di un’insegnante che si era trovata, durante una gita scolastica, in una situazione particolarmente “esclusiva” per un suo alunno con disabilità. Eppure, attraverso la bellezza d’animo di un suo compagno, tutto ha acquistato in un solo secondo un altro sapore. Ecco qui la lettera di M. C. :

“Oggi la classe di J, il bambino che seguo, aveva la visita guidata in una biblioteca storica.
Vi risparmierò tutte le madonne che sono volate per far salire la sedia a rotelle sull’autobus di linea, perché prendere un pulmino idoneo era troppo mainstream, vi risparmierò anche tutti i santi che ci sono voluti a fare quei 5 gradini per entrare in questa biblioteca che, a quanto pare, è contraria all’abbattimento delle barriere architettoniche, e cercarne un’altra era troppa fatica. Non vi racconterò nemmeno del fatto che, alla fine della storia, siamo dovuti rimanere giù a leggere qualche libro per conto nostro perché il resto della classe era al piano superiore a fare qualcosa.
Quello che voglio raccontare è il momento della merenda.

“Hai sete?”
“No” (il bambino è in grado di dire solo si e no)
“Hai fame?”
“No”
“Sicuro? Non vuoi nemmeno le patatine?”
“No”
La cosa mi ha abbastanza lasciata stupefatta, lui adora le patatine. Poi l’illuminazione.
“Non vuoi mangiare solo? Vuoi aspettare che scendano i tuoi amici?”
“Si”.

E allora aspettiamo. E aspettiamo. E aspettiamo.
Finalmente dopo tre ore e mezza scendono tutti. Benissimo, facciamo merenda.
“Maestra ma noi abbiamo già fatto merenda”
Delusione infinita negli occhi di J.
Ma non tutti, c’è un piccolo eroe, W: “Maestra, io l’ho conservata la merenda perché sapevo che J era solo quaggggiù e volevo farla con lui”.
W era già il mio eroe, non si è smentito nemmeno sta volta.”

Numerosi sono stati i commenti al post, sia positivi che negativi.
Credo che sia importante, in questi casi, ricordare quanto sia fondamentale il dialogo per poter costruire una rete e un canale tra i vari “attori” in gioco (in questo caso la scuola e biblioteca storica), affinché si possa evitare attraverso una sincera e trasparente collaborazione qualsiasi tipo di imprevisto. Oltretutto, non smetterò mai di ripetere quanto la cultura debba essere accessibile a tutti: una rampa in allumino o un monta-scale non rovinerà mai una parete, per quanto “storica”, perché il valore di quella parete non sta nel suo mattone ma in quello che racchiude.

In secondo luogo, è bene anche tenersi aggrappati il più saldamente possibile alla speranza e alla fiducia verso una società non sempre distratta e insensibile. Se non ci lasciamo di tanto intanto “distrarre” dagli esempi positivi, non solo non avremo mai stimoli per fare meglio attraverso l’imitazione, ma finiremo molto presto con l’essere schiacciati dal pessimistico “tanto non cambierà mai niente”, arrendendoci in partenza.

Ecco allora che vorrei chiudere il racconto di M. C. con uno dei tanti commenti belli che sono arrivati in tutta risposta. Perché, almeno nel mio caso, vedere un esempio simile “a bilanciare” l’amaro in bocca che si può provare solo di fronte alle aspettative disattese di un bambino con disabilità, ha regalato una generosa boccata d’aria.

“Sono una maestra e ho avuto sempre bimbi con diverse abilità. Tutto ciò che programmiamo (insieme alla collega di sostegno e all’educatore) ha come base di partenza le potenzialità del disabile. Da lì si parte.

Trovo che l’atteggiamento descritto da M. C. nel suo racconto sia una triste dimostrazione di quanto non tutti siano degni di fare questo lavoro. Si riempiono la bocca della parola inclusione e nemmeno sanno cos’è.

Nella foto potete vedere il nostro Orto didattico. Lo facciamo con un centro diurno per disabili. C’è un ragazzo in carrozzina che ci insegna tutto delle piante da coltivare… E il suo educatore ha costruito la passerella affinché possa entrare in serra!

Se passate da Bologna, ovviamente, vi invitiamo a venirci a trovare!”

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