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Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Perché non si riesce a progettare una società su misura di tutti?”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…
Mi chiamo Claudio, ho quarant’anni, da sempre sportivo e vergognosamente in salute. Da quindici giorni però sono costretto a portare le stampelle per un problema ad una gamba che non sto a raccontarti, fortunatamente risolvibile nel giro di un paio di mesi se tutto andrà bene.

È incredibile come solo adesso mi sia reso conto di quanto inaccessibile sia la città dove sono nato e cresciuto per chi ha un problema fisico anche solo momentaneo come il mio. Possibile che ci si debba far male per aprire gli occhi? Perché non si riesce a progettare una società su misura di tutti, risparmiando tempo e denaro?

Grazie perché con il tuo lavoro riesci spesso a farmi vergognare ma anche a rendermi un cittadino migliore.”

Capita spesso, quando si parla di barriere architettoniche, di associare l’inclusione solamente alla “categoria” della disabilità. Mi spiego meglio: quando rendiamo accessibile l’entrata del panificio sotto casa, del circolo dove si è soliti prendere l’aperitivo il venerdì sera o del negozio del proprio parrucchiere di fiducia, si pensa che con quel gesto si stia aiutando le persone in carrozzina, o comunque coloro che hanno problemi di deambulazione importanti. In realtà non è così. O almeno, lo è solo in parte. Ma adesso provo a spiegarmi meglio.

Prendiamo una mamma con il passeggino, un anziano con il bastone o un mio coetaneo grande e grosso che, magari giocando a pallone, si fa male e per un mese deve portare le stampelle, ritrovandosi tutto a un tratto a spostarsi con una mobilità ridotta. Questi tre soggetti beneficiano di una rampa, magari di quelle mobili in alluminio super-leggere, tanto quanto ne beneficio io, che su una carrozzina ci sono praticamente nato. Semplicemente, la nostra esperienza fino ad oggi fortunata non ci aveva portati a considerare eventualità come infortuni o regolari acciacchi dovuti all’invecchiamento, e allora siamo finiti con l’ignorare altre situazioni fuori dall’handicap “canonico”.

Ecco perché il nostro Paese, ancora oggi, non riesce a vedere l’accessibilità come una questione prioritaria: perché siamo abituati a pensare per scompartimenti, ritenendo certe tematiche “esclusive” della minoranza. Eppure sarebbe molto più facile, quando andiamo a progettare qualcosa, fare in modo che una volta realizzata quella cosa sia semplicemente “adatta a tutti”, e non “adatta anche ai disabili”.

Lo so, pare una differenza da niente, prettamente comunicativa, eppure si tratta di quel poco sufficiente per regalarci la prospettiva giusta per rendere l’inclusione, finalmente, un concetto “normale” e spontaneo. Naturale, come naturale dovrebbe essere poter entrare in gelateria e dire con un sorriso, alla signorina dietro al bancone: “Per me una coppetta da un euro e cinquanta! Mi metta nocciola, crema e fior di latte, grazie!”. E invece, finiamo troppo spesso col dirlo ad un amico, facendolo entrare al posto nostro mentre noi restiamo fuori ad aspettarlo.

Sono solo parole, è vero, ma le parole fanno la differenza. D’altronde, è quando cambiamo il modo di vedere o di chiamare qualcosa, che quel qualcosa cambia davvero! E adesso, Claudio, ti racconto un aneddoto simpatico, ma dal mio punto di vista “surreale” quanto basta per far capire come certe persone facciano di tutto per applicarsi e migliorare le cose, senz’altro in buona fede, ma purtroppo non ci riescono per la mancanza di una corretta educazione.

Qualche settimana fa, un signore titolare di un bar è venuto ad una presentazione del mio ultimo libro. Rimasto colpito, mi ha scritto il giorno successivo per raccontarmi, orgoglioso e fiero, di aver ideato una sorta di pedana rialzata con scivolo, mobile e “transennata” (ahia, nota stonata: un rimando ai famosi “recinti ghettizzanti”), per far salire i clienti in carrozzina dal momento che i tavolini del suo locale sono troppo alti. In questo modo, secondo il suo innocente punto di vista, era riuscito a farli arrivare all’altezza giusta dei tavoli, esattamente come tutti gli altri clienti.

Questo marchingegno fai-da-te gli sarebbe costato circa 500 euro tra materiale e manodopera. Io, con un sorriso, gli ho risposto cercando il miglior tatto possibile per fargli notare che, con la stessa cifra, avrebbe potuto acquistare dieci tavolini più bassi, rendendo l’intero locale accessibile… Per tutti!

Ecco, è proprio in questa ottica che dobbiamo imparare a fare le cose: “per tutti” e non “per alcuni”. È questo, secondo me, il senso della piena inclusione: quella che auguro alla nostra società di raggiungere molto presto, perché significherebbe che chiunque avrà capito che si tratta di una battaglia civile imprescindibile e universale. Così, insieme, avremo scelto di essere parte fondamentale di questo cambiamento. Tutti quanti.

Ho 27 anni, vivo in provincia di Firenze e provo a raccontare le storie degli altri. Studio scienze politiche, lavoro come giornalista freelance (Fanpage.it) e ogni tanto scrivo libri (Mondadori). Attivista e presidente della Onlus #Vorreiprendereiltreno. Parlo di Diritti, Libertà e Uguaglianza. Sorrido alla vita e mi innamoro tutti i giorni.

Caro Iacopo...

Insegniamo ai nostri figli che nessuno è “speciale”, perché siamo tutti diversi

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Siamo tutti diversi

Mi scrivono:

“Caro Iacopo… Ho appena letto il tuo articolo riguardante la terminologia giusta da usare quando si parla di disabilità. Sono un’insegnante di scuola dell’infanzia e mamma di una bambina di 7 anni che inizia a farsi delle domande sulla vita e sul perché alcuni bambini sono, appunto, ‘speciali’.

Mi rendo conto di aver usato io stessa, finora, questo termine. Le ho sempre detto: ‘tutti i bambini sono diversi ed ognuno è speciale’, sottolineando come ognuno avesse un diverso colore di capelli, diverse preferenze in fatto di cibo, differenti inclinazioni nello sport o nelle materie scolastiche e così via. Finora questo approccio, che da sempre ha funzionato a scuola con i bambini dai 3 ai 6 anni, era risultato vincente anche con mia figlia.

Adesso però lei mi chiede perché alcuni bambini siano più speciali degli altri. ‘Mamma… Silvia non sa parlare, eppure ha la mia età. Ci rovina tutti giochi, ci strizza troppo, scappa via urlando… ma perché è così tanto speciale?’. E io rimango spiazzata, senza parole. Per paura di dire qualcosa di sbagliato finisco sempre per fare discorsi lunghi senza arrivare a nulla.

Ricordo con tenerezza il termine che, nella sua totale buona fede, usava mia mamma quando ero piccola: mi diceva che alcune persone erano ‘malate’ e che per questo andavano aiutate. Adesso che sono passati 30 anni, ovviamente, non userei mai il termine ‘malato’ per descrivere una persona su sedia a rotelle o sorda. Però mi rendo conto che, nella sua semplicità, mia mamma riusciva a farmi capire il concetto.

Vorrei riuscire a trovare le parole giuste per far capire la stessa cosa alla mia bambina, ma non so davvero da che parte cominciare. Ho acquistato per lei alcuni libri che leggiamo spesso insieme e che ci aiutano a riflettere sulla bellezza di essere empatici, altruisti ed accoglienti verso tutti. Tuttavia, sento che qualcosa mi sfugge… che non riesco a farle cogliere il succo del discorso. O che forse, il succo del discorso non riesco a coglierlo neanch’io.

Mi piacerebbe tanto leggere un tuo articolo su questo argomento, o semplicemente sapere cosa ne pensi.”

Cara amica, grazie per esserti interrogata e messa in discussione. È sintomo di grande intelligenza.

Inizialmente tu le hai detto bene: tutti noi siamo uguali, tutti noi siamo diversi, ognuno è speciale. Va da sé che usare questo termine, “speciale”, per categorizzare come in quel caso, è sbagliato. Non fa altro che alimentare discriminazione e sottolineare le differenze, anziché le qualità di una persona (in quel caso basterebbe un semplice è normalissimo “bravo”), per di più con un sottofondo pietistico e compassionevole.

Il problema sorge appunto quando, superata la semplificazione necessaria per la loro piccola età, crescono, e allora quello “speciale” ormai interiorizzato diventa senza volerlo un discrimine e una linea di confine noi/loro in base a determinate caratteristiche (quasi sempre, appunto, quando si parla di disabilità o più in generale fragilità – che poi chi lo ha detto che i disabili o comunque gli ultimi siano i più fragili?).

Sarebbe sufficiente insegnare ai bimbi che ognuno di noi sa fare qualcosa (chi disegna bene, chi sa nuotare, correre veloce, leggere senza inciampare…) e allo stesso modo ognuno di noi NON sa fare qualcosa (nessuno, ad esempio, sa suonare tutti gli strumenti musicali del mondo o conosce tutte le lingue esistenti). Perciò, in certi casi, ognuno può avere bisogno di aiuto: crescendo ci vedi un po’ male? Si va dal dottore e ti mette gli occhiali (quanti di noi li portiamo? Sicuramente trovi suoi amici che li hanno e che però non sono disabili, eppure hanno bisogno di quell’aiuto specifico!). Stessa cosa per l’apparecchio ai denti, che molti dei suoi amici avranno almeno fra qualche anno: sono nati con i denti storti e hanno bisogno dell’aiuto del dottore, anche loro! Oppure nuotare: se non sai farlo è sufficiente un paio di braccioli e puoi notare come gli altri sia in piscina che al mare.

Questi sono tre esempi normalissimi, quotidiani e comuni, che sicuramente avrai a portata di mano tra amici e familiari. Da qui, poi, entriamo nello specifico: sei nato che ci senti un po’ male? Vai da chi l’apparecchio lo mette agli orecchi e ci sentirai meglio. Non ci vedi per niente? Con un bastone e un cane guida si può sempre imparare a vivere indipendenti quasi come tutti coloro che ci vedono (ma che magari cantano stonati, al contrario di quella persona cieca con il bastone). Stessa cosa per chi non cammina, basta dire: “quel bimbo sa fare tantissime cose che magari tu non sai fare, ma camminare lui non può e così ha bisogno della carrozzina per spostarsi esattamente come te di un paio di scarpe”.

Ecco, io credo che se imparassimo a buttare via i termini politicamente corretti, le etichette, tutti gli schemi e i luoghi comuni… e parlassimo semplicemente con naturalezza, come parleremmo di qualunque altro tema o di qualunque altra persona “ordinaria”, senza alcuna “specialità”, ce l’avremo davvero fatta. Avremmo davvero visto gli altri per quello che sono, senza filtri e senza stereotipi. Che poi è proprio quello che fanno i bambini, se ci pensiamo bene.

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Caro Iacopo...

Daniela Milli ha scritto un libro (senza “scriverlo”)

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Daniela Milli e le sue amiche, autrici del libro "Un bravo artista"

Mi scrivono:

“Caro Iacopo…

Siamo cinque ragazze: Daniela, Anna, Benedetta, Lucia ed Elsa. Vogliamo raccontarti cosa abbiamo in comune, ovvero un sogno che è diventato realtà!

Partiamo dall’inizio: era il 2016 quando Daniela, da sempre appassionata di scrittura, ha deciso di scrivere un libro. C’era un problema però: Daniela non poteva farlo in autonomia perché ha una forma di Leucodistrofia. Come fare quindi?

Daniela Milli e le sue amiche, autrici del libro "Un bravo artista"

Daniela non ha avuto bisogno di pensarci molto, ed ecco che sono entrate in gioco Benedetta e Lucia, educatrici di una cooperativa sociale che, per tre anni, hanno lavorato insieme a Daniela per realizzare questo progetto.
Il percorso è stato arduo, poiché non c’erano ausili che permettessero a Daniela di scrivere in autonomia; così hanno pensato ad un sistema per far si che Daniela potesse esprimersi senza voce, utilizzando il solo movimento del braccio.

Come Daniela Milli ha scritto il suo libro

La tecnica che usa Daniela per scrivere è molto laboriosa. Il primo passo è quello di pensare nella sua mente la parola da dire, successivamente l’educatore, tramite lo spelling, pronuncia tutte le lettere dell’alfabeto. Quando viene detta la lettera giusta, Daniela alza il braccio in segno di conferma. A questo punto, lei deve pensare alla lettera che segue la prima, e poi si ripete tutto da capo con lo spelling. Questo meccanismo viene portato avanti per la costruzione dell’intera parola e di conseguenza di tutta la frase.

Per facilitare questo lavoro, Benedetta e Lucia hanno costruito dei cartellini formati da due o tre lettere; i quali vengono fatti vedere a Daniela uno alla volta. Quando lei incontra il cartellino con la lettera che le interessa, alza la mano. Così facendo, lo spelling è limitato a quelle due o tre lettere, risparmiando energie e tempo.

Daniela Milli e le sue amiche, autrici del libro "Un bravo artista"

Dopo tre anni il lavoro era finito, un thriller mozzafiato che ancora però poco sapeva di libro: mancavano competenze che sono state colmate dall’aiuto di Riccardo ed Eleonora, amici da sempre di Daniela, che hanno fin da subito riconosciuto il valore di questo lavoro. Infine, è arrivata Anna che ha curato la parte tecnica del libro portando il testo alla pubblicazione nel mese di giugno con il titolo ‘Un bravo artista’, grazie ad una casa editrice indipendente.

Il libro "Un bravo artista" di Daniela Milli

È così cominciato il book tour del romanzo, grazie anche all’arrivo di Elsa, altra educatrice della cooperativa sociale, che ha lavorato con Daniela alla realizzazione delle presentazioni. Ed eccoci qua tutte insieme per farti conoscere una storia che parla di grinta, collaborazione, amicizia e resilienza. Vorremmo essere uno stimolo e un esempio di tenacia e coraggio per chi non sa di averli dentro di sé.”

Il libro è acquistabile sul sito della casa editrice: lo trovate qui.
Care Daniela, Anna, Benedetta, Lucia e Elsa, tutto il team di Purpletude si unisce a me per farvi i complimenti e dirvi… in bocca al lupo 🙂

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