Connect with us

Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Una mia alunna si è sentita offesa da una nota scrittrice.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

Pubblicato

il

Mi scrivono:

“Ciao Iacopo…
Sento il bisogno di raccontarti un episodio accaduto martedì scorso.

Con la scuola media eravamo ad un incontro con una famosa scrittrice. Alla fine dell’evento la signora, scendendo dal palco, si ferma a salutare una mia alunna di terza media e guardando la sua sedia a rotelle le chiede: “È temporanea o permanente?”.

La ragazzina, piccata, risponde: “Permanente”, e per la rabbia non riesce nell’immediato a dire altro, la scrittrice si allontana senza aggiungere altro, spero che si sia sentita una merda (si può dire? Io penso di sì).

Purtroppo io non ero lì accanto essendo impegnata con un’altra classe, altrimenti avrei chiesto alla famosa scrittrice: “E lei? Temporanea o permanente?”.

La ragazza si è sentita offesa, alla collega ha detto con le lacrime agli occhi: “Perché si è rivolta solo a me e non ha salutato nessuno dei miei compagni? Alla faccia dell’inclusione, io sono come gli altri, non sono diversa!”. Inutili gli sforzi della collega per cercare di calmarla, di spiegarle che la domanda non era stata fatta con cattiveria, inopportuna sì, di convincerla ad andare a dire alla signora che era stata, involontariamente, offensiva. La ragazza si è rifiutata di “educare” la scrittrice.

Perché ti racconto tutto questo? Perché mi rendo conto che molte persone hanno bisogno di essere educate alla vita, che poi è la tua battaglia, nel mio piccolo ci provo.

PS: il tuo libro mi è piaciuto tanto, bravo. Un abbraccio. Simona.”

Cara Simona…

Adesso, se un po’ mi conosci, sai già che la mia inguaribile curiosità mi porterebbe a chiederti chi sia questa “famosa scrittrice” dall’animo così sensibile, ma lo troverei poco carino a prescindere, figurarsi trattandosi di una collega: mi tratterrò ben volentieri dal farlo, dunque. Resta però il desiderio che la protagonista possa, per chissà quale “colpo di destino”, leggere queste righe e potersi riconoscere nel tuo racconto, ripensando all’errore commesso perché sì, di errore si tratta. E su questo dovremmo tutti riflettere.

Il lavoro dello scrittore, ma anche del giornalista o di chiunque fabbrica parole, ha un valore e una responsabilità unica. Si tratta di un ruolo sociale e formativo. Comunicativamente parlando, abbiamo il dovere di trasmettere messaggi positivi e di farlo nel modo corretto, cioè con la giusta delicatezza. A maggior ragione di fronte a dei ragazzi così giovani, si dovrebbe sapere quale sia il tatto da utilizzare, specie se si ha qualche anno in più rispetto a loro.

Per quanto riguarda la reazione da te descritta, non c’è da scandalizzarsi: si tratta della normale reazione di una bambina (perché è così che ancora vedo mia sorella, che ha la sua stessa età) con le spalle non ancora “fatte” di esperienze e batoste, perciò incapace di “rispondere”. Anziché reagire, chiunque sarebbe rimasto spiazzato da una domanda posta in un modo così disarmante, pronunciata quasi con innocenza. Il lato positivo, però, è che senz’altro quest’occasione è stata sfruttata in modo intelligente dalla ragazzina, che con quella auto-domanda (“Perché solo a me, e non agli altri?”) non solo ha dimostrato di avere una profondità maggiore rispetto a chi lo stesso quesito non se l’è posto, ma ha ricordato che la diversità è un costrutto sociale.

Siamo noi che scegliamo di rendere gli altri “diversi”, evidenziandone determinati aspetti in positivo o in negativo rispetto a noi stessi. Dobbiamo per questo educare alla vita, come tu ben dici, ma soprattutto dobbiamo educare all’empatia. Occorre far capire cosa è importante davvero e cosa no dell’ “altro”, eliminando tutto ciò che non influisce sulla sua persona e sul suo contributo sociale: a cosa serviva sapere se la ragazzina fosse disabile o momentaneamente infortunata? Cosa avrebbe cambiato essere l’uno o l’altro? Era così importante ai fini della relazione, in quel contesto, senza alcuna confidenza?

Ecco, la curiosità morbosa dovrebbe essere la prima zavorra dalla quale liberarsi. Badiamo bene: non stiamo parlando di volontaria cattiveria, di questo sono certo, ma di superficiale inadeguatezza. Che comunque, alle volte, sa ferire molto di più. Ma come dicevo, già il fatto di interrogarsi e provare a darsi delle risposte è un buon modo per diventare adulti più consapevoli. Per questo, se potete e se vi va, vi consiglio di parlarne in classe: sarà un bel modo per la protagonista di “elaborare”, sentendosi meno sola e tantomeno diversa, e un’occasione di crescita per i suoi compagni.

Scrivimi una lettera, uno spunto o una tua riflessione:
segnalazioni@iacopomelio.it

Ho 27 anni, vivo in provincia di Firenze e provo a raccontare le storie degli altri. Studio scienze politiche, lavoro come giornalista freelance (Fanpage.it) e ogni tanto scrivo libri (Mondadori). Attivista e presidente della Onlus #Vorreiprendereiltreno. Parlo di Diritti, Libertà e Uguaglianza. Sorrido alla vita e mi innamoro tutti i giorni.

Caro Iacopo...

“Per le mie colleghe maestre, la mia alunna disabile non potrà mai imparare qualcosa”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

Pubblicato

il

Mi scrivono:

“Caro Iacopo…

Sono un’insegnante di sostegno, trasferita dalla Puglia al Nord. Ho scelto di essere un’insegnante di sostegno all’età di 11 anni, quando ho conosciuto G., un ragazzo tetraplegico dall’entusiasmo contagioso. Con lui ho i ricordi più belli della mia adolescenza: quanti pomeriggi trascorsi insieme a studiare attendendo di fare merenda, le serate al cinema, i corsi di nuoto, e le lunghissime telefonate anche oltre oceano, quando andava per mesi a New York per sperimentare nuove terapie e fare interventi!

Ricordo il periodo di quando era arrabbiato con Dio e mi domandava il perché lui fosse così e perché gli amici non volessero uscire con lui. Adesso però siamo cresciuti. Ognuno ha le sue vite, non ci sentiamo sempre, ma quando accade ritorniamo indietro di 24 anni e improvvisamente ritorno ad avere 11 anni.

Faccio questa premessa, per sottolineare come l’amicizia con G., i miei studi, la mia specializzazione nel sostegno, il ruolo, il sacrificio di lavorare lontana da cinque anni dalla mia famiglia, il carico di responsabilità come figura strumentale handicap e disagio ricevuto l’anno scorso, e soprattutto i bambini che ho incontrato, hanno forgiato in me sempre più un senso di giustizia e amore.

In questi giovani anni di ruolo ho dovuto scontrarmi più volte per far valere i diritti di questi bambini. Ho lottato per cercare di dare ambienti idonei, progetti, sussidi e soprattutto di creare sempre un clima accogliente e inclusivo, non solo per loro, ma per tutti i bambini e i genitori che sempre più si sentono soli.

È appena iniziato un nuovo anno scolastico. Non vedevo l’ora di rivedere i miei alunni, l’unica gioia e l’unica forza per andare avanti. Parto però con una tristezza nel cuore. Per l’ennesima volta mi sono scontrata con una collega che parla urlandoti in faccia e facendoti pezza da piedi. La discussione nasce dopo una comunicazione che giunge dalla direzione, dove le ore di sostegno sono poche e che per almeno i primi giorni, in attesa di ricevere altre ore dal provveditorato, dobbiamo coprire gli alunni gravi, i quali possono mettersi in situazione di pericolo.
Successivamente questa collega afferma che dare troppe ore di sostegno alla mia alunna è esagerato ‘perché tanto una come S. che porta il pannolone non sarà mai in grado di imparare a leggere e a scrivere… e non fa mica didattica!’.

Hai presente un grandissimo incendio con fiamme alte che divampano ovunque? Ecco, io mi sono sentita così. Sforzandomi di fare sentire il mio urlo di rabbia e dolore, le ho detto che ‘ogni bambino ha i suoi obiettivi da raggiungere con i suoi tempi… Tu non sei nessuno per parlare così… non te lo permetto! Tu Non conosci e non hai visto i successi di S. in seconda, anche imparare a lavarsi le mani o ad aprire la cerniera del giubbino ed essere autonoma è didattica!’.

Le mie colleghe di classe, maestre anche loro di S. (perché S. non è solo l’alunna della maestra di sostegno) non hanno detto una parola. Le altre (parlo di un gruppo di 30 docenti perché eravamo in riunione) sono rimaste in silenzio. Ero io da sola, a lottare contro un mostro di ignoranza e pregiudizi, in nome di tutti i bambini come S.
Improvvisamente l’ho immaginata a 30 anni, quando la scuola dell’obbligo sarà da tempo finita: cosa sarà di lei, figlia unica, con i genitori già oggi molto grandi, in una società brutta e squallida come questa? A me è mancata tanto quest’estate, ma ho il cuore che piange.

Purtroppo è una guerra tra poveri e i tagli all’istruzione e sul sostegno ci sono. Non ritengo meno grave un bambino che ha bisogno di meno ore di sostegno, ma fosse anche che un capitolo di storia non saranno in grado di ricordarlo, potranno sempre essere in grado di stare al mondo. Comunicare, esprimere bisogni, sapersi relazionare con gli altri, acquisire le autonomie di base, sono i primi obiettivi che ogni bambino deve aspirare a raggiungere. Ma per altri non è così… Certi bambini sono destinati al loro crudele destino.

Ti riporto un pensiero non mio ma di Giuseppe Pontiggia, che condivisi con la Dirigente di Torino, quando superai l’anno di prova: ‘Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare. Sono nati due volte e il percorso sarà più tormentato. Ma alla fine anche per voi sarà una rinascita’.”

Continua a leggere

Caro Iacopo...

Molestie per strada: “Ogni uomo, per me, è un potenziale stupratore”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

Pubblicato

il

“Quando pubblicai online la mia esperienza come vittima di molestie subite per strada, un ragazzo mi scrisse: «Mi ritrovo ad aver timore di avvicinarmi ad una ragazza che non conosco, perché lei potrebbe considerarmi già da subito un malcapitato».

Volete la verità?

Sì: io considero chiunque un potenziale malcapitato. So bene che si tratta di un pregiudizio e che sicuramente sarà pieno di donne che non la pensano come me, ma io purtroppo soffro d’ansia e più volte mi hanno molestata per strada.

Se un uomo si avvicina la sera, io ho paura. Se mi chiede informazioni e si avvicina quel tanto di più, io ho paura: paura che mi derubi, che mi tocchi, che si fermi a parlare con me in modo viscido e sgradevole. A volte rispondo a tono, ma se sono sola con nessuno intorno mi sento bloccata e generalmente afferro le chiavi e mi allontano rapidamente.

Le molestie per strada sono un problema di genere. Nessuna vi sta negando di salutarci e fare due chiacchiere alla fermata del bus, ma il modo, il tono con cui vi avvicinate ad una persona è il vostro biglietto da visita.

Nessuna vi ha dato il diritto di fischiare, nessuna vi ha dato il diritto di suonare il clacson e nessuna dovrebbe essere fermata in mezzo alla strada e sentirsi fare quelli che voi chiamate complimenti. Non ci fanno piacere, perché sono molestie a sconosciute che vorrebbero per una sola volta tornare a casa senza cuore in gola.

Quando vi facciamo notare che non è educato ed è imbarazzante ricevere commenti inopportuni sul proprio fisico da sconosciuti, magicamente diventiamo puttane maleducate. Quindi sì: continuerò ad essere una puttana maleducata che avrà paura. Se voi uomini volete darci una mano a non avere più paura, cominciate a dire due parole al vostro amichetto di zona che gira in auto suonando il clacson o che fa commenti ad alta voce sul culo di quella che gli passa a fianco.

Invece di sghignazzare, cominciate a rompere i coglioni anche voi. Strappatevi l’etichetta di Vero Macho per fare qualcosa che possa rendervi ancora più veri, ma come persone: prenderci la mano, e combattere le molestie al nostro fianco.”

Lettera inviateci da: www.instagram.com/polycarenze

Nota dell’editore:
Per un caso fortuito, la lettera di questa ragazza è giunta in redazione tramite Iacopo Melio proprio lo stesso giorno in cui l’autrice Valentina Maran usciva con un articolo sul fatto che, come donna, ha paura di viaggiare da sola.
Sono due testimonianze molto simili, drammaticamente simili; e andrebbero lette insieme, perché sebbene non ci piaccia generalizzare, la paura di essere approcciate da un uomo malintenzionato è un sentimento comune a molte donne. E di questo, dobbiamo parlarne. /atv

Continua a leggere

Treding