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Bambina con voglia sul viso Bambina con voglia sul viso

Caro Iacopo...

La bimba con la voglia sul viso ci ricorda che per essere noi stessi dobbiamo lottare ancora troppo

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

Pubblicato

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…

Ho letto una notizia riguardante i genitori di una bimba con una voglia sul viso enorme che hanno deciso di non farla rimuovere non essendo un pericolo per la vita della bimba stessa, rendendola cosi ‘unica’ secondo loro.

Non entro in merito alle decisioni dei genitori che spettano a loro e a loro solo. Ma rispondendo al post ho scritto: ‘I supereroi portano la maschera…’. Il mio intento era chiaro, esaltare l’unicità della bimba come un supereroe. Non è e non può essere una vergogna una voglia sulla faccia, benché estesa, e chissà perché non accettata dai canoni di bellezza soggettivamente condivisi.

Ho ricevuto degli insulti per il mio scritto da persone che invece credono assolutamente necessario rimuove la voglia. Allora sono andato a sbirciare finché mi è stato possibile i profili di molte persone che giustificavano la rimozione. Mi sono accorto che chi appoggia questa opzione è l’epopea dell’effimero: spesso non hanno figli, e quindi non riescono ad entrare nel pieno della questione, almeno non fino in fondo, ma sempre hanno profili con selfie in tutte le posizioni, un’auto-celebrazione continua in cerca dello scatto perfetto, in cerca del posto più in alto nella scala del ‘bello e accettato’.

Poco male, in fin dei conti i diari su Facebook sono i loro. Ma un brivido sulla schiena l’ho sentito quando argomentavano i loro pensieri. La rimozione della voglia è solo per farsi accettare dalla società, per rientrare nei canoni consolidati dal gregge, nulla importa l’unicità di una persona, ancora meno quello che può lasciare di positivo nel mondo: ‘Deve assolutamente levare la voglia perché altrimenti in questa società di m….a verrà presa in giro e avrà problemi psicologici…’, ‘Deve toglierla assolutamente altrimenti non verrà mai accettata….’, ‘Genitori di m…a non lo sanno che cosi facendo la condannano ad una vita infelice?’ …e giù e giù da persone, da single, da mamme, da ragazzotti.

La vita caro Iacopo è davvero tutta qui? L’apparire fa di me più rispettato e degno di essere accolto nella società, mentre con una voglia sul viso mi dovrò aspettare angherie, ghettizzazione, soprusi, prese in giro? Che sia questa la società Iacopo, non sono un idiota, lo so benissimo anche io; che io la voglia così no, è tutt’altra cosa; che combatto perché non sia cosi è da parte mia doveroso, iniziando con gli insegnamenti che fin da piccola ho impartito a mia figlia: cerca di essere quello che sei amore mio, non quello che gli altri vogliono tu sia.
Ciao ragazzaccio.”

Caro Riccardo, inutile dire quanto io sia d’accordo con le tue parole. Come ti ho scritto in privato, l’unica giustificazione che mi sento di dare a certe frasi (ovviamente non a tutte, e ci mancherebbe altro, il mio è solo un tentativo per provare a vedere il bicchiere mezzo pieno senza generalizzare) è la seguente: cercare di proteggere la bimba stessa. Insomma, il fulcro della questione potrebbe non essere sempre e comunque la vergogna e l’imbarazzo per avere un figlio così diverso (quindi un sentimento negativo “per me”, in quanto genitore), ma una lecita apprensione per le mille difficoltà che senza dubbio si presenteranno in futuro a causa di un ambiente poco inclusivo e ricco di pregiudizi (e quindi un sentimento negativo “per lui”, in quanto mio figlio). Mi spiego meglio con un esempio forse stupido…

Prendiamo un genitore che scopre di avere un figlio o una figlia omosessuale. Senza dubbio c’è un’importante quota di persone che, ancora oggi, non è in grado di accettare la natura di un figlio e che perciò prova vergogna nel sapere che la propria concezione di “normalità” non viene rappresentata da chi ha messo al mondo (che figli degeneri… eh eh). Al tempo stesso, però, c’è anche chi di fronte ad un coming-out la prima cosa che pensa è: “Cavolo… Sarebbe stato meglio se…” non per una questione di omofobia o bigottismo, bensì per un istintivo senso di protezione, non verso se stessi ma verso il proprio figlio appunto.

Parliamoci chiaro: viviamo, come tu stesso hai ricordato, in una società troppo spesso superficiale, in grado di fare body-shaming alla prima taglia in più rispetto a quella che i giornali, la TV e i social network vorrebbero imporci. Per quanto io ami le scarpe vistose e appariscenti, le persone al 99% noteranno per prime le quattro ruote sulle quali mi sposto. Su questo, almeno per il momento, dobbiamo farcene una ragione: per il resto, invece, si continua a lottare e resistere, a testa alta, contro gli stereotipi. Perché l’ignoranza va spezzata e la spezzeremo presto, ricordando ogni giorno che ognuno di noi è diverso, e per questo unico.

Ho 27 anni, vivo in provincia di Firenze e provo a raccontare le storie degli altri. Studio scienze politiche, lavoro come giornalista freelance (Fanpage.it) e ogni tanto scrivo libri (Mondadori). Attivista e presidente della Onlus #Vorreiprendereiltreno. Parlo di Diritti, Libertà e Uguaglianza. Sorrido alla vita e mi innamoro tutti i giorni.

Caro Iacopo...

Insegniamo ai nostri figli che nessuno è “speciale”, perché siamo tutti diversi

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Siamo tutti diversi

Mi scrivono:

“Caro Iacopo… Ho appena letto il tuo articolo riguardante la terminologia giusta da usare quando si parla di disabilità. Sono un’insegnante di scuola dell’infanzia e mamma di una bambina di 7 anni che inizia a farsi delle domande sulla vita e sul perché alcuni bambini sono, appunto, ‘speciali’.

Mi rendo conto di aver usato io stessa, finora, questo termine. Le ho sempre detto: ‘tutti i bambini sono diversi ed ognuno è speciale’, sottolineando come ognuno avesse un diverso colore di capelli, diverse preferenze in fatto di cibo, differenti inclinazioni nello sport o nelle materie scolastiche e così via. Finora questo approccio, che da sempre ha funzionato a scuola con i bambini dai 3 ai 6 anni, era risultato vincente anche con mia figlia.

Adesso però lei mi chiede perché alcuni bambini siano più speciali degli altri. ‘Mamma… Silvia non sa parlare, eppure ha la mia età. Ci rovina tutti giochi, ci strizza troppo, scappa via urlando… ma perché è così tanto speciale?’. E io rimango spiazzata, senza parole. Per paura di dire qualcosa di sbagliato finisco sempre per fare discorsi lunghi senza arrivare a nulla.

Ricordo con tenerezza il termine che, nella sua totale buona fede, usava mia mamma quando ero piccola: mi diceva che alcune persone erano ‘malate’ e che per questo andavano aiutate. Adesso che sono passati 30 anni, ovviamente, non userei mai il termine ‘malato’ per descrivere una persona su sedia a rotelle o sorda. Però mi rendo conto che, nella sua semplicità, mia mamma riusciva a farmi capire il concetto.

Vorrei riuscire a trovare le parole giuste per far capire la stessa cosa alla mia bambina, ma non so davvero da che parte cominciare. Ho acquistato per lei alcuni libri che leggiamo spesso insieme e che ci aiutano a riflettere sulla bellezza di essere empatici, altruisti ed accoglienti verso tutti. Tuttavia, sento che qualcosa mi sfugge… che non riesco a farle cogliere il succo del discorso. O che forse, il succo del discorso non riesco a coglierlo neanch’io.

Mi piacerebbe tanto leggere un tuo articolo su questo argomento, o semplicemente sapere cosa ne pensi.”

Cara amica, grazie per esserti interrogata e messa in discussione. È sintomo di grande intelligenza.

Inizialmente tu le hai detto bene: tutti noi siamo uguali, tutti noi siamo diversi, ognuno è speciale. Va da sé che usare questo termine, “speciale”, per categorizzare come in quel caso, è sbagliato. Non fa altro che alimentare discriminazione e sottolineare le differenze, anziché le qualità di una persona (in quel caso basterebbe un semplice è normalissimo “bravo”), per di più con un sottofondo pietistico e compassionevole.

Il problema sorge appunto quando, superata la semplificazione necessaria per la loro piccola età, crescono, e allora quello “speciale” ormai interiorizzato diventa senza volerlo un discrimine e una linea di confine noi/loro in base a determinate caratteristiche (quasi sempre, appunto, quando si parla di disabilità o più in generale fragilità – che poi chi lo ha detto che i disabili o comunque gli ultimi siano i più fragili?).

Sarebbe sufficiente insegnare ai bimbi che ognuno di noi sa fare qualcosa (chi disegna bene, chi sa nuotare, correre veloce, leggere senza inciampare…) e allo stesso modo ognuno di noi NON sa fare qualcosa (nessuno, ad esempio, sa suonare tutti gli strumenti musicali del mondo o conosce tutte le lingue esistenti). Perciò, in certi casi, ognuno può avere bisogno di aiuto: crescendo ci vedi un po’ male? Si va dal dottore e ti mette gli occhiali (quanti di noi li portiamo? Sicuramente trovi suoi amici che li hanno e che però non sono disabili, eppure hanno bisogno di quell’aiuto specifico!). Stessa cosa per l’apparecchio ai denti, che molti dei suoi amici avranno almeno fra qualche anno: sono nati con i denti storti e hanno bisogno dell’aiuto del dottore, anche loro! Oppure nuotare: se non sai farlo è sufficiente un paio di braccioli e puoi notare come gli altri sia in piscina che al mare.

Questi sono tre esempi normalissimi, quotidiani e comuni, che sicuramente avrai a portata di mano tra amici e familiari. Da qui, poi, entriamo nello specifico: sei nato che ci senti un po’ male? Vai da chi l’apparecchio lo mette agli orecchi e ci sentirai meglio. Non ci vedi per niente? Con un bastone e un cane guida si può sempre imparare a vivere indipendenti quasi come tutti coloro che ci vedono (ma che magari cantano stonati, al contrario di quella persona cieca con il bastone). Stessa cosa per chi non cammina, basta dire: “quel bimbo sa fare tantissime cose che magari tu non sai fare, ma camminare lui non può e così ha bisogno della carrozzina per spostarsi esattamente come te di un paio di scarpe”.

Ecco, io credo che se imparassimo a buttare via i termini politicamente corretti, le etichette, tutti gli schemi e i luoghi comuni… e parlassimo semplicemente con naturalezza, come parleremmo di qualunque altro tema o di qualunque altra persona “ordinaria”, senza alcuna “specialità”, ce l’avremo davvero fatta. Avremmo davvero visto gli altri per quello che sono, senza filtri e senza stereotipi. Che poi è proprio quello che fanno i bambini, se ci pensiamo bene.

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Caro Iacopo...

Daniela Milli ha scritto un libro (senza “scriverlo”)

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Daniela Milli e le sue amiche, autrici del libro "Un bravo artista"

Mi scrivono:

“Caro Iacopo…

Siamo cinque ragazze: Daniela, Anna, Benedetta, Lucia ed Elsa. Vogliamo raccontarti cosa abbiamo in comune, ovvero un sogno che è diventato realtà!

Partiamo dall’inizio: era il 2016 quando Daniela, da sempre appassionata di scrittura, ha deciso di scrivere un libro. C’era un problema però: Daniela non poteva farlo in autonomia perché ha una forma di Leucodistrofia. Come fare quindi?

Daniela Milli e le sue amiche, autrici del libro "Un bravo artista"

Daniela non ha avuto bisogno di pensarci molto, ed ecco che sono entrate in gioco Benedetta e Lucia, educatrici di una cooperativa sociale che, per tre anni, hanno lavorato insieme a Daniela per realizzare questo progetto.
Il percorso è stato arduo, poiché non c’erano ausili che permettessero a Daniela di scrivere in autonomia; così hanno pensato ad un sistema per far si che Daniela potesse esprimersi senza voce, utilizzando il solo movimento del braccio.

Come Daniela Milli ha scritto il suo libro

La tecnica che usa Daniela per scrivere è molto laboriosa. Il primo passo è quello di pensare nella sua mente la parola da dire, successivamente l’educatore, tramite lo spelling, pronuncia tutte le lettere dell’alfabeto. Quando viene detta la lettera giusta, Daniela alza il braccio in segno di conferma. A questo punto, lei deve pensare alla lettera che segue la prima, e poi si ripete tutto da capo con lo spelling. Questo meccanismo viene portato avanti per la costruzione dell’intera parola e di conseguenza di tutta la frase.

Per facilitare questo lavoro, Benedetta e Lucia hanno costruito dei cartellini formati da due o tre lettere; i quali vengono fatti vedere a Daniela uno alla volta. Quando lei incontra il cartellino con la lettera che le interessa, alza la mano. Così facendo, lo spelling è limitato a quelle due o tre lettere, risparmiando energie e tempo.

Daniela Milli e le sue amiche, autrici del libro "Un bravo artista"

Dopo tre anni il lavoro era finito, un thriller mozzafiato che ancora però poco sapeva di libro: mancavano competenze che sono state colmate dall’aiuto di Riccardo ed Eleonora, amici da sempre di Daniela, che hanno fin da subito riconosciuto il valore di questo lavoro. Infine, è arrivata Anna che ha curato la parte tecnica del libro portando il testo alla pubblicazione nel mese di giugno con il titolo ‘Un bravo artista’, grazie ad una casa editrice indipendente.

Il libro "Un bravo artista" di Daniela Milli

È così cominciato il book tour del romanzo, grazie anche all’arrivo di Elsa, altra educatrice della cooperativa sociale, che ha lavorato con Daniela alla realizzazione delle presentazioni. Ed eccoci qua tutte insieme per farti conoscere una storia che parla di grinta, collaborazione, amicizia e resilienza. Vorremmo essere uno stimolo e un esempio di tenacia e coraggio per chi non sa di averli dentro di sé.”

Il libro è acquistabile sul sito della casa editrice: lo trovate qui.
Care Daniela, Anna, Benedetta, Lucia e Elsa, tutto il team di Purpletude si unisce a me per farvi i complimenti e dirvi… in bocca al lupo 🙂

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