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Caro Iacopo...

Lapo e Saviano: quando la credibilità è attaccata dall’invidia

I social media amplificano un fenomeno vecchio quanto il mondo: l’invidia. Che si manifesta però in modi nuovi e, a volte, sorprendenti.

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Fino a qualche anno fa, quando ci svegliavamo, la prima cosa che si faceva era allungare il braccio verso il comodino per “brancolare”, con la mano nel buio, alla ricerca della sveglia da posticipare o silenziare. Oggi lo stesso gesto viene compiuto dalla maggior parte di noi per afferrare il prezioso smartphone e, sbirciata l’ora con un occhio ancora chiuso, leggere le notifiche apparse nella notte.

Mercoledì scorso, alle sette del mattino, ho fatto la stessa cosa di sempre: stesso movimento, ma senza la solita sensazione di riposo e pace, bensì con un’ansia addosso incredibile. Era da tanto tempo, infatti, che non facevo un sogno così inquietante: non un vero incubo, di quelli spaventosi che ti fanno sobbalzare in un lago di sudore, ma una specie di “plot twist” catastrofico. Così, il primo pensiero appena tornato in contatto con la realtà, è stato quello di verificare se quanto percepito fosse veramente accaduto o il frutto dell’immaginazione.

Fortunatamente, un rapido scroll agli ultimi post pubblicati sui social mi ha rimesso con le ruote per terra, rassicurandomi (sì, lo so, ho bisogno di nuove ferie…). Ma cosa era accaduto di così tragico mentre dormivo, da farmi già pregustare il resto della vita trascorso all’ombra, lontano da tutti, chiuso in camera per la vergogna?

La scena sognata è stata breve e semplice. Mi trovavo in uno spazio circoscritto che sapeva di studio televisivo, con pochi presenti e una sorta di “conduttore” ad incalzare domande che, lentamente, si trasformavano sempre più in un interrogatorio, finché non è stata proiettata una mia foto con in mano un cartello. Non saprei dire cosa ci fosse scritto, so solo che era qualcosa di scomodo e amaro, un’affermazione evidentemente in contrasto con la maggioranza dell’opinione pubblica.

A seguito di quella mia dichiarazione, i canali social personali sono stati invasi da commenti di delusione e disappunto, ma anche qualche insulto e arrabbiatura. Insomma, stavo assistendo nel giro di pochi minuti allo sgretolamento di quella credibilità che con il tempo e tanta fatica mi ero, in qualche modo, costruito nei confronti di chi mi legge con piacere. Quella community” che, escluso i curiosi o gli utenti di passaggio, sostiene e supporta il mio lavoro e i miei progetti: abbandonato seduta stante per un singolo passo falso, per una sola nota storta.

Se è vero che “fa più rumore un albero che cade rispetto ad un’intera foresta che cresce”, per citare Lao Tzu (antico filosofo e scrittore cinese), è anche vero che in ambito social questo effetto si amplifica in modo esponenziale, direttamente proporzionale al potere e alla visibilità che la rete stessa conferisce a tutti, essendo ormai l’unico “luogo” dove le barriere non esistono e dove chiunque può ritrovarsi ovunque con un solo click. Insomma, per ricordare le parole di Eco, il web ha dato realmente diritto di parola a tutti, compreso a “legioni di imbecilli”: in fin dei conti, una sciocchezza detta al bar sotto casa diventerà al massimo una buona leggenda da tramandare tra pochi intimi, mentre il web ha una memoria assai più grande e ben più lunga quando si tratta di strafalcioni da non perdonare.

Perché allora, nonostante le buone qualità che qualcuno ci può dimostrare nel tempo con i suoi contenuti pubblicati, che in un modo o l’altro vanno a mescolarsi con “la vita vera” e cementificano l’opinione positiva che abbiamo di lui, siamo subito pronti a non sorvolare su uno scivolone nel momento in cui, magari sbadatamente, viene compiuto sui social network? Credo che la risposta vada ricercata in una forma di invidia 2.0 dove i like sono l’unità di misura di un ecosistema formato da concetti come “follower”, “hater”, “engagement”, “reach”… Ma adesso provo a spiegarmi meglio.

Prendiamo Lapo Elkann e Roberto Saviano. Due figure diverse, due ruoli diversi, due storie diverse. Possono starci singolarmente più o meno simpatici, oppure potremmo avvicinarci o prendere le distanze dalle loro personali idee: resta il fatto che di “scivoloni”, se così vogliamo definirli, ne abbia fatti decisamente più il primo del secondo (quest’ultimo, appunto, criticabile al massimo sul piano delle idee, qualora ci si dovesse trovare in disaccordo con uno dei suoi concetti espressi). Eppure è un dato di fatto che sul web (e non solo) sia decisamente più attaccato il secondo rispetto al primo: perché?

Lapo Elkann è famoso, ma soprattutto ricco (e la ricchezza rende invidiosi più della fama fine a se stessa), grazie alla sua storia e alle sue origini. Non possiamo scegliere la famiglia nella quale nascere, purtroppo o per fortuna: Elkann, agli occhi dei più, è stato semplicemente baciato dal caso e dalla sorte. Per Roberto Saviano, invece, la fama è arrivata attraverso il suo lavoro e il suo impegno: “Ha solo scritto un libro!” è la frase che si legge più spesso quando si vuole screditare la sua figura, come a dire “Anche io avrei potuto scriverlo…” (se non addirittura “Io lo avrei scritto meglio!”).

Ecco, la stessa cosa avviene ogni giorno, ad esempio, con l’arte contemporanea. Non riusciamo a comprendere quei gesti, quelle intuizioni, quelle manifestazioni espressive: non ci capacitiamo di come qualcuno possa esser considerato “artista” (e quindi fare soldi, vivere di questo) prendendo una tela bianca e squarciandola “banalmente” in mezzo. E allora proviamo istintivamente invidia per quel “piedistallo” sul quale noi stessi, per primi, poniamo l’altro: colui che “ce l’ha fatta prima di noi, come avremmo potuto fare anche noi”. E stiamo lì, ad aspettare pazienti, disposti a battere le mani tutto il tempo per mascherare ciò che coviamo dentro, per poi azzannare famelici al primo passo falso. Intransigenti.

Guai, però, a parlare di invidia. Ci sentiamo in dovere di far così: “sei un personaggio pubblico, vieni letto da tanti, hai delle responsabilità, non puoi permetterti di dare cattivi esempi, hai voluto la bicicletta. Vedi? Non te la meriti!”. In fin dei conti, c’è chi resta uno che “ha solo scritto un libro”… Che qualcun altro, sempre, avrebbe saputo scrivere meglio.

Ho 27 anni, vivo in provincia di Firenze e provo a raccontare le storie degli altri. Studio scienze politiche, lavoro come giornalista freelance (Fanpage.it) e ogni tanto scrivo libri (Mondadori). Attivista e presidente della Onlus #Vorreiprendereiltreno. Parlo di Diritti, Libertà e Uguaglianza. Sorrido alla vita e mi innamoro tutti i giorni.

Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Vorrei non essere umiliato nel dimostrare la mia disabilità.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Non tutte le disabilità sono visibili

Mi scrivono:

“La mia disabilità è molto visibile: giro con una sedia a rotelle, ho una tracheostomia, un tubicino che spesso scende tra le gambe che è la gastrostomia, la mia bocca è aperta e perde pure un pochino di bava.
Insomma si vede da lontano che sono un disabile, sarebbe complicato immaginare il contrario.
Questo vuol dire che tra le tante umiliazioni quotidiane causate dall’inciviltà umana, non viviamo almeno quella di dover dimostrare la disabilità cosa che invece succede a tanti.
Non tutte le disabilità son visibili, ma non per questo son meno gravi, e doverle dimostrare (magari spogliandosi e mostrando stomie e altro, quando ci sono!) per avere un ingresso gratuito o scontato in un museo, area archeologica, concerto o quel che sia, è cosa frustrante, che spesso si evita, pagando interamente e calpestando così i propri diritti per evitare polemiche, alzate di voce, stress inutile.
Quando si viaggia all’estero la cosa è ancora più complicata: per entrare al Partenone, o al Prado, o all’Ermitage si dovrebbe mostrare il verbale Inps.
Il verbale Inps però non è comprensibile nemmeno a noi italiani nel 90% dei casi, è una serie di fogli poco chiari che spesso è inutile mostrare.
Nessuno capirà cosa stai mostrando, dovrai cercare di tradurre in chissà quale lingua la tua condizione, la fila dietro rallenterà innervosendosi, sembrerai implorare uno sconto che forse non ti spetta invece che rapidamente accedere sottobraccio al tuo diritto di farlo gratuitamente.
Scrivo queste righe perché si cominci a pensare, chi è più bravo di noi, ad un tesserino che abbia una validità almeno europea, che abbia un simbolo ben chiaro a significare che c’è la presenza di una disabilità, PUNTO.
Che il bigliettaio, il vigilante, il custode, NESSUNO può indagare, chiedere e tanto più decidere se sei disabile o no. Sarebbe un bel gesto di civiltà ed un aiuto concreto a tutti i disabili che vogliono viaggiare e accedere a luoghi di cultura.”

Quello di dover dimostrare in maniera forzata i propri problemi per accedere a certi servizi, oltre ad essere una vera e propria violazione della privacy, è una totale mancanza di rispetto e un’offesa alla dignità della persona stessa. Da sentirsi in dovere di richiedere ciò che spetterebbe per diritto, si finisce quindi col diventare un peso per l’intera comunità (per non dire anche un costo).

Con la nuova legge di bilancio si è attribuito, finalmente, un rilievo normativo nazionale alla “Carta europea della disabilità”, nonostante il testo non fornisca ancora (ma speriamo lo faccia in futuro) gli elementi di contesto internazionale già ampiamente avviati, nonché oggetto di sperimentazione.

In realtà la “EU Disability Card” trae origine dalla Strategia dell’Unione Europea 2010-2020 in materia di disabilità ed è finalizzata all’introduzione di una tessera che permetta l’accesso alle persone con disabilità a tutta una serie di servizi gratuiti, o a costo ridotto, per quanto concerne i trasporti, la cultura e il tempo libero su tutto il territorio nazionale, in regime di reciprocità con gli altri Paesi della UE.

L’obiettivo è molto semplice e chiaro: garantire la piena inclusione delle persone con disabilità nella vita sociale e culturale delle comunità. Questo strumento, rappresentato da una Card unica, appunto, dovrebbe essere uguale in tutti i Paesi aderenti e rilasciata sulla base di criteri generali omogenei già individuati dalla UE.

Al momento sono otto i Paesi dell’Unione che hanno scelto di partecipare al progetto di avvio sperimentale: Belgio, Cipro, Estonia, Finlandia, Malta, Slovenia, Romania e, naturalmente, la nostra Italia. Era il 2016, infatti, quando l’iniziativa è stata presentata pubblicamente nel nostro Paese. Adesso però, con la legge di bilancio (art. 1, comma 563), si vuole imprimere un’accelerazione all’effettiva adozione anche in Italia della Carta, prevedendo innanzitutto un decreto interministeriale per definirne i criteri e, di conseguenza, le modalità per l’individuazione degli aventi diritto, oltre alla realizzazione e distribuzione della stessa a cura dell’INPS (ci sarà quindi, un po’ come avviene per accedere alle pensioni di invalidità, una sorta di “selezione” da superare dopo alcuni accertamenti).

Per queste attività è autorizzata la spesa di 1,5 milioni di euro per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021. Speriamo che molto presto si possa dunque snellire quella che, ad oggi, risulta essere una pratica disomogenea e macchinosa, ma soprattutto priva di quella sensibilità indispensabile per rendere la vita dei cittadini più semplice.

Scrivimi una lettera, uno spunto o una tua riflessione:
segnalazioni@iacopomelio.it

Non tutte le disabilità sono visibili

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Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Nella serie “Che Dio ci aiuti” c’è un black humor che mi piace.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Rendere normale la disabilità

Mi scrivono:
“Carissimo Iacopo,
Voglio condividere con te il mio pensiero sulla serie “Che Dio ci aiuti” con Elena Sofia Ricci, Francesca Chillemi e Arianna Montefiori. Quest’ultima interpreta Valentina, una ex squillo che diventa amatissima ma sfortunatamente rimane, in quest’ultima serie, sulla sedia a rotelle.
Il modo in cui gli autori hanno deciso di affrontare sullo schermo la disabilità è non politically correct, diciamo che arrivi quasi al black humor.
Francesca Chillemi che interpreta Azzurra, amica/nemica di Valentina, tratta con ironia pungente la disabilità dell’amica con battute come “evviva adesso mi prendo tutte le tue scarpe tanto a te non servono più!” oppure “guarda che ti importa di non camminare tanto non è che avessi delle gambe così belle!” il tutto creando delle gag che risultano esilaranti.
Ti consiglio di fare un “rivideo” per capire bene di cosa io parli se non hai visto perché io vado a memoria e val la pena sentire le battute precisamente.
Insomma la situazione non va a schernire la disabilità ma a renderla normale. Qualcosa “di cui sparlare”!
Io l’ho vista così.
È anche vero che io non la viva in prima persona, quindi non voglio ergermi a “opinionista della domenica”, ma sottoporre a te il tutto.
Fammi sapere che ne pensi se potrai, so benissimo che hai centinai di mail quindi non preoccuparti, non mi incazzo come il sor Antonio se non mi risponderai! 🙂
Un abbraccio con sincera stima, Annalisa.”

Cara Annalisa, abbiamo affrontato di recente il tema del “politically correct” e della sensibilità verso la disabilità. Io, ammetto, mi ritengo da sempre un “fan” del black humor (lo so, alcuni di voi adesso staranno storcendo il naso, ma vi garantisco che c’è modo e modo di farlo: anche l’ironia “nera” può essere intelligente, quando non è gratuita o stupidamente violenta).

Credo infatti che fare battute dissacranti sia un modo per normalizzare realtà considerate “diverse”, e quindi per molti spaventose. Un sistema utile per avvicinarsi e rompere il ghiaccio, quando appunto non forzato ma naturale. E poi, diciamolo, se il black humor lo facciamo su di noi, a quel punto diventa sintomo di intelligenza: in pochi sanno scherzare di se stessi e delle proprie debolezze, mostrando col sorriso quel che non possono fare.
Sia chiaro, come ho già detto altro volte dobbiamo sempre “ridere con” e mai “ridere di” qualcuno. Ma serve anche ricordare che i disabili non sono degli intoccabili, per rompere così pregiudizi e luoghi comuni. Ma entriamo adesso nel merito della tua mail: per quanto riguarda l’utilizzo di certe frasi o di specifici modi di dire che non vengono “censurati” quando si parla con una persona con disabilità, è utile fare una riflessione aggiuntiva.

Se tu mi invitassi a “fare due passi” fuori, e poi magari ci infilassimo in un bar e mi domandassi “dove ci sediamo?”, in quel caso non mi staresti mancando di rispetto ma, anzi, dimostreresti di non far caso alla mia disabilità. Con la tua naturalezza ti comporteresti esattamente come faresti con un tuo amico che non si sposta in carrozzina, e perciò sarebbe una conferma del fatto che riesci a vedere la mia persona ancor prima del mio handicap.
Per questo non mi indigno, e non mi indignerei mai, se tu mi dicessi di “fare un salto da te”. Dovrei invece indignarmi se “il salto da te” non potessi farlo perché il taxi che ho chiamato non è accessibile alle carrozzine o perché nel tuo palazzo non c’è un ascensore che porti al tuo pianerottolo, o perché magari nel tratto di strada che ci separa ho trovato solo marciapiedi senza scivoli oppure costellati di buche.

Quando questi modi di dire però vengono usati intenzionalmente, è lì che si entra in un certo black humor. Quello consapevole, che ci aiuta ad imparare a scherzare delle nostre fragilità, tirando fuori al tempo stesso i nostri punti di forza: le armi necessarie per affrontare questa società un po’ troppo “selettiva”, affetta dalla spasmodica voglia di affibbiare etichette a tutto e tutti pur di prendere le distanze da chi non conosciamo bene.

Ottimo quindi che esistano serie TV che sdrammatizzano, senza ridicolizzare, queste situazioni di “quotidiana normalità” per un disabile. In fin dei conti vorrei aspettarmi che chi dice certe frasi abbia un vissuto e una sensibilità tale per cui, nonostante le abbia dette, riesca sempre a distinguere cosa sia eticamente giusto e cosa eticamente sbagliato quando si “vive” una persona con disabilità. Perché per quanto io dica continuamente che “le parole sono importanti”, in questo caso non si tratta di lessico ma di “atteggiamento”.

Le barriere architettoniche nascono dalle barriere culturali. A ferire davvero è tutto quello che ci allontana, non certo ciò che ci unisce… Ma questo è un tema che meriterebbe un nuovo articolo a parte, perciò adesso la chiudo qui: non vorrei fare il passo più lungo della gamba.

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