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Rendere normale la disabilità Rendere normale la disabilità

Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Nella serie “Che Dio ci aiuti” c’è un black humor che mi piace.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:
“Carissimo Iacopo,
Voglio condividere con te il mio pensiero sulla serie “Che Dio ci aiuti” con Elena Sofia Ricci, Francesca Chillemi e Arianna Montefiori. Quest’ultima interpreta Valentina, una ex squillo che diventa amatissima ma sfortunatamente rimane, in quest’ultima serie, sulla sedia a rotelle.
Il modo in cui gli autori hanno deciso di affrontare sullo schermo la disabilità è non politically correct, diciamo che arrivi quasi al black humor.
Francesca Chillemi che interpreta Azzurra, amica/nemica di Valentina, tratta con ironia pungente la disabilità dell’amica con battute come “evviva adesso mi prendo tutte le tue scarpe tanto a te non servono più!” oppure “guarda che ti importa di non camminare tanto non è che avessi delle gambe così belle!” il tutto creando delle gag che risultano esilaranti.
Ti consiglio di fare un “rivideo” per capire bene di cosa io parli se non hai visto perché io vado a memoria e val la pena sentire le battute precisamente.
Insomma la situazione non va a schernire la disabilità ma a renderla normale. Qualcosa “di cui sparlare”!
Io l’ho vista così.
È anche vero che io non la viva in prima persona, quindi non voglio ergermi a “opinionista della domenica”, ma sottoporre a te il tutto.
Fammi sapere che ne pensi se potrai, so benissimo che hai centinai di mail quindi non preoccuparti, non mi incazzo come il sor Antonio se non mi risponderai! 🙂
Un abbraccio con sincera stima, Annalisa.”

Cara Annalisa, abbiamo affrontato di recente il tema del “politically correct” e della sensibilità verso la disabilità. Io, ammetto, mi ritengo da sempre un “fan” del black humor (lo so, alcuni di voi adesso staranno storcendo il naso, ma vi garantisco che c’è modo e modo di farlo: anche l’ironia “nera” può essere intelligente, quando non è gratuita o stupidamente violenta).

Credo infatti che fare battute dissacranti sia un modo per normalizzare realtà considerate “diverse”, e quindi per molti spaventose. Un sistema utile per avvicinarsi e rompere il ghiaccio, quando appunto non forzato ma naturale. E poi, diciamolo, se il black humor lo facciamo su di noi, a quel punto diventa sintomo di intelligenza: in pochi sanno scherzare di se stessi e delle proprie debolezze, mostrando col sorriso quel che non possono fare.
Sia chiaro, come ho già detto altro volte dobbiamo sempre “ridere con” e mai “ridere di” qualcuno. Ma serve anche ricordare che i disabili non sono degli intoccabili, per rompere così pregiudizi e luoghi comuni. Ma entriamo adesso nel merito della tua mail: per quanto riguarda l’utilizzo di certe frasi o di specifici modi di dire che non vengono “censurati” quando si parla con una persona con disabilità, è utile fare una riflessione aggiuntiva.

Se tu mi invitassi a “fare due passi” fuori, e poi magari ci infilassimo in un bar e mi domandassi “dove ci sediamo?”, in quel caso non mi staresti mancando di rispetto ma, anzi, dimostreresti di non far caso alla mia disabilità. Con la tua naturalezza ti comporteresti esattamente come faresti con un tuo amico che non si sposta in carrozzina, e perciò sarebbe una conferma del fatto che riesci a vedere la mia persona ancor prima del mio handicap.
Per questo non mi indigno, e non mi indignerei mai, se tu mi dicessi di “fare un salto da te”. Dovrei invece indignarmi se “il salto da te” non potessi farlo perché il taxi che ho chiamato non è accessibile alle carrozzine o perché nel tuo palazzo non c’è un ascensore che porti al tuo pianerottolo, o perché magari nel tratto di strada che ci separa ho trovato solo marciapiedi senza scivoli oppure costellati di buche.

Quando questi modi di dire però vengono usati intenzionalmente, è lì che si entra in un certo black humor. Quello consapevole, che ci aiuta ad imparare a scherzare delle nostre fragilità, tirando fuori al tempo stesso i nostri punti di forza: le armi necessarie per affrontare questa società un po’ troppo “selettiva”, affetta dalla spasmodica voglia di affibbiare etichette a tutto e tutti pur di prendere le distanze da chi non conosciamo bene.

Ottimo quindi che esistano serie TV che sdrammatizzano, senza ridicolizzare, queste situazioni di “quotidiana normalità” per un disabile. In fin dei conti vorrei aspettarmi che chi dice certe frasi abbia un vissuto e una sensibilità tale per cui, nonostante le abbia dette, riesca sempre a distinguere cosa sia eticamente giusto e cosa eticamente sbagliato quando si “vive” una persona con disabilità. Perché per quanto io dica continuamente che “le parole sono importanti”, in questo caso non si tratta di lessico ma di “atteggiamento”.

Le barriere architettoniche nascono dalle barriere culturali. A ferire davvero è tutto quello che ci allontana, non certo ciò che ci unisce… Ma questo è un tema che meriterebbe un nuovo articolo a parte, perciò adesso la chiudo qui: non vorrei fare il passo più lungo della gamba.

Ho 27 anni, vivo in provincia di Firenze e provo a raccontare le storie degli altri. Studio scienze politiche, lavoro come giornalista freelance (Fanpage.it) e ogni tanto scrivo libri (Mondadori). Attivista e presidente della Onlus #Vorreiprendereiltreno. Parlo di Diritti, Libertà e Uguaglianza. Sorrido alla vita e mi innamoro tutti i giorni.

Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Stiamo crescendo i nostri figli nella più profonda incoerenza.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…
Ti riporto una mia lettera alla Dirigente della scuola di mio figlio, siamo a Roma.

«Gentilissima Dirigente,

le scrivo con profonda amarezza questa comunicazione.
Le vorrei segnalare una situazione indecorosa della facciata della scuola del ‘Plesso Cicerone’ e della zona antistante.

Persistono ormai da sempre escrementi di cane ovunque che i ragazzi con gli zaini trolley si ritrovano ogni giorno a portare in casa, persiste uno stato di abbandono generale a causa della immondizia e dei cassonetti bruciati, la facciata ha una enorme scritta ‘VIVA LA DROGA’.

Questa situazione di abbandono (che ormai a Roma è diventata un problema generale) è davvero sconfortante in un luogo dove i ragazzi si trovano ogni giorno. Non so quanto potrà fare in merito a questi problemi, ma sento il dovere di segnalarglielo.
Le allego anche una foto che stamattina ho fatto passando davanti la scuola e che ha poi determinato la mia spinta a scriverle.

La ringrazio anticipatamente per il tempo che vorrà dedicarmi. Cordiali saluti»

Risposta della Dirigente Scolastica:

«Per anni ho sollecitato interventi a chi di competenza, che non è il Dirigente scolastico. La scuola non può sistemare i mali del mondo!!
La invito a porre le questioni in oggetto al Municipio VII (proprietario degli edifici scolastici e competente sulla manutenzione degli stessi, per legge) ed AMA per la pulizia delle strade. Se dicessi al mio personale di pitturare le pareti esterne degli edifici potrei anche essere sanzionata per questo. Magari lei sarà più fortunata. Saluti.»

Ho quindi concluso con questa mia risposta:

«Comprendo la sua posizione. Non mi trova però d’accordo su un punto: la scuola deve contribuire a cambiare i mali del mondo. Il futuro è lì e noi li stiamo facendo vivere nella più profonda incoerenza. La ringrazio comunque per il tempo che mi sta dedicando. Grazie, Saluti.»”

Cara amica, non voglio entrare nel merito delle responsabilità perché non ne conosco le dinamiche. Trovo – questo penso mi sia concesso dirlo – abbastanza svilente il continuo scarica-barile che troviamo spesso in buona parte delle nostre Istituzioni (non solo per quanto riguarda le scuole) laddove ci sia di assumersi una qualche responsabilità o, quantomeno, da rimboccarsi le maniche per adoperarsi e risolvere una specifica problematica.

Se è vero che non si può sapere a chi spetterebbe, in questo caso specifico, la prima mossa per dare una “ripulita” all’immagine della scuola, è altrettanto inverosimile che la scuola possa essere sanzionata per aver compiuto un gesto corretto e positivo, cioè quello della pulizia e del mantenimento dell’ordine. La scuola è un bene pubblico e pertanto chiunque si adoperi per renderlo più vivibile e condivisibile possibile non può che compiere un gesto meritorio. Se così non fosse, è indubbio che ci sarebbe qualcosa da rivedere a livello di regole.

Voglio concludere dunque questo post, anziché con un mio commento, raccontando un bell’aneddoto di qualche settimana fa, con la speranza che possa far tornare un po’ di speranza: i ragazzi della scuola media “Cavalieri” di Milano hanno usato centinaia di post-it colorati per ricoprire gli insulti rivolti alla dirigente Rita Bramante apparsi misteriosamente sul muro della loro scuola. Su ciascun bigliettino hanno poi scritto risposte di incoraggiamento e tanti complimenti, realizzando così un vero e proprio mosaico fatto di gentilezza e positività dai mille colori.

«Signora Preside non si scoraggi, non ci faccia caso. Sempre a testa alta!»
«Lei è la preside più brava di Milano»
«Mi dispiace per quello che è successo perché lei mette il cuore per noi e per questa scuola, le vogliamo bene!»
«Noi siamo dalla sua parte»
«Se non fosse presente con noi non sarebbe successo»
«Continui a lavorare siamo una squadra»
«Brava preside, quello che c’è scritto sul muro non è proprio vero»
«Lei viene anche nei week end per la nostra scuola e noi la ringraziamo e basta».

La risposta della preside, salutando i suoi studenti, è stata una citazione di Fabrizio De André: “È proprio vero che dal letame, a volte, se si ara il campo, se ci si lavora sopra, nascono i fior”. Per questo credo sia stato utile sfruttare il tuo racconto, cara lettrice, per ricordare anche questo aneddoto opposto: perché in mezzo a tanta cattiveria c’è anche chi riesce ancora a riconoscere il valore delle persone, del loro lavoro quotidiano e dei luoghi di condivisione dove, piano piano, vengono formati i cittadini di domani. I nostri figli. Che speriamo possano essere persone migliori.

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Caro Iacopo...

La scuola di Prato che sostiene l’inclusione: una borsa di studio in ricordo di Marco

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo… Ti scrivo per chiedere il tuo sostegno nel diffondere una notizia che credo meriti ampia visibilità per far sì che non resti all’interno di un ristretto passaparola.

A fine ottobre 2018 ho perso mio fratello Marco Pelagalli, un ragazzino di diciassette anni con una grave tetraparesi. Nell’ultimo anno e mezzo Marco ha frequentato l’istituto ‘Tullio Buzzi’ di Prato. È stato un inserimento inizialmente complesso, con tutte le difficoltà del caso, ma grazie all’impegno di una serie di persone, compreso il preside, si è riusciti a creare un percorso inclusivo valido.

Il 25 maggio scorso, un sabato mattina, grazie al volere di alcuni professori e del preside, è stata organizzata una piccola cerimonia in cui hanno intitolato a Marco, attraverso una targa, l’aula sua e dei suoi compagni. Oltre a questo, e qui arriviamo al punto secondo me fondamentale, la scuola ha deciso di istituire una borsa di studio a nome di mio fratello, da consegnare ad uno studente o studentessa con bisogni particolari che, con le proprie possibilità e capacità, può affrontare un percorso scolastico al pari degli altri studenti.

Per una scuola che premia con borse di studio ogni anno ragazzi con la media del 9 che rappresentano l’élite nel campo della chimica e dell’informatica, istituire una borsa di studio di questo genere esprime a mio avviso un forte messaggio di inclusione, di rispetto e di umanità. Per questo credo che questa scuola, per questa scelta, meriti visibilità: affinché venga applaudita e sia vista come un esempio da seguire.

Un altro motivo per il quale vorrei diffondere la notizia riguarda il preside.
L’attuale preside è una persona molto attenta ai valori umani, intenta a promuovere la coesione e l’integrazione tra i ragazzi e non la competizione in nome del risultato.
Durante la cerimonia di consegna delle borse di studio ha fatto un discorso estremamente profondo e sentito, in cui sosteneva l’importanza di una scuola che non crei disparità e concorrenza tra gli studenti, che non porti uno a fare lo sgambetto al suo vicino per arrivare prima, ma che sia un luogo per creare conoscenza dove crescere tutti insieme, ognuno con i suoi modi e tempi: una scuola che sappia valorizzare le capacità e sostenere le difficoltà dei ragazzi.
Questo preside ha portato innovazione rispetto al passato di questa scuola, dove si è spesso visto accogliere le eccellenze a discapito delle ‘normalità’, dove le bocciature di massa portavano alto il nome di una scuola difficile fatta solo per i ‘geni’.

Purtroppo questo preside andrà in pensione adesso e la paura è che il suo successore potrebbe vanificare molti dei suoi sforzi durante questi anni e, magari, cancellare questa borsa di studio di cui ti accennavo. Il rischio c’è. Quando il preside ha presentato questa nuova borsa di studio ha detto che ‘per quest’anno c’è, si spera anche nei prossimi anni’, facendo chiaramente intendere che molto dipenderà dalla volontà del suo successore.

La mia idea è che più questo viene pubblicizzato, più la scuola verrà applaudita e presa a modello, più difficile sarà per qualunque preside interrompere questa borsa di studio.

Con stima,
Andrea”

Caro Andrea, inutile dire quanto io sia d’accordo con te.
Oggi viviamo in una società che ci vuole tutti come degli automi perfetti: prestanti, belli, intelligenti, sportivi, possibilmente ricchi (e magari, se proprio avanza una botta di culo, anche in salute che non guasta mai, nonostante riusciamo a ricordarcelo soltanto al momento del bisogno). Una società che vive del culto degli “obiettivi”: prima il diploma e poi la laurea, aggiungi la specialistica e iscriviti al master, che non lo fai poi il dottorato di ricerca? Tutto questo per rincorrere chissà quale immaginario di realizzazione.

È bello ricordarci, col tuo racconto, che la spasmodica “richiesta” che facciamo ai nostri ragazzi affinché siano sempre qualcosa “di più”, ogni tanto si fermi per ribadire che, in fin dei conti, i veri traguardi li raggiungiamo nelle cose più piccole e semplici. In quella naturale quotidianità, magari banale e scontata, che dobbiamo riprendere a valorizzare: solo così potremo apprezzare ogni singolo passo avanti compiuto; soltanto in questo modo le conquiste più piccole assumeranno il valore di una insormontabile scalata.

Spero vivamente che la borsa di studio intitolata a tuo fratello Marco trovi presto una speranza di continuazione, perché ognuno di noi ha il diritto di ricordarsi di essere bravo e capace: chiunque, oltre qualsiasi difficoltà, è una risorsa indispensabile. E noi, sugli ingranaggi del futuro, dobbiamo costantemente investire.

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