Connect with us
Non tutte le disabilità sono visibili Non tutte le disabilità sono visibili

Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Vorrei non essere umiliato nel dimostrare la mia disabilità.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

Pubblicato

il

Mi scrivono:

“La mia disabilità è molto visibile: giro con una sedia a rotelle, ho una tracheostomia, un tubicino che spesso scende tra le gambe che è la gastrostomia, la mia bocca è aperta e perde pure un pochino di bava.
Insomma si vede da lontano che sono un disabile, sarebbe complicato immaginare il contrario.
Questo vuol dire che tra le tante umiliazioni quotidiane causate dall’inciviltà umana, non viviamo almeno quella di dover dimostrare la disabilità cosa che invece succede a tanti.
Non tutte le disabilità son visibili, ma non per questo son meno gravi, e doverle dimostrare (magari spogliandosi e mostrando stomie e altro, quando ci sono!) per avere un ingresso gratuito o scontato in un museo, area archeologica, concerto o quel che sia, è cosa frustrante, che spesso si evita, pagando interamente e calpestando così i propri diritti per evitare polemiche, alzate di voce, stress inutile.
Quando si viaggia all’estero la cosa è ancora più complicata: per entrare al Partenone, o al Prado, o all’Ermitage si dovrebbe mostrare il verbale Inps.
Il verbale Inps però non è comprensibile nemmeno a noi italiani nel 90% dei casi, è una serie di fogli poco chiari che spesso è inutile mostrare.
Nessuno capirà cosa stai mostrando, dovrai cercare di tradurre in chissà quale lingua la tua condizione, la fila dietro rallenterà innervosendosi, sembrerai implorare uno sconto che forse non ti spetta invece che rapidamente accedere sottobraccio al tuo diritto di farlo gratuitamente.
Scrivo queste righe perché si cominci a pensare, chi è più bravo di noi, ad un tesserino che abbia una validità almeno europea, che abbia un simbolo ben chiaro a significare che c’è la presenza di una disabilità, PUNTO.
Che il bigliettaio, il vigilante, il custode, NESSUNO può indagare, chiedere e tanto più decidere se sei disabile o no. Sarebbe un bel gesto di civiltà ed un aiuto concreto a tutti i disabili che vogliono viaggiare e accedere a luoghi di cultura.”

Quello di dover dimostrare in maniera forzata i propri problemi per accedere a certi servizi, oltre ad essere una vera e propria violazione della privacy, è una totale mancanza di rispetto e un’offesa alla dignità della persona stessa. Da sentirsi in dovere di richiedere ciò che spetterebbe per diritto, si finisce quindi col diventare un peso per l’intera comunità (per non dire anche un costo).

Con la nuova legge di bilancio si è attribuito, finalmente, un rilievo normativo nazionale alla “Carta europea della disabilità”, nonostante il testo non fornisca ancora (ma speriamo lo faccia in futuro) gli elementi di contesto internazionale già ampiamente avviati, nonché oggetto di sperimentazione.

In realtà la “EU Disability Card” trae origine dalla Strategia dell’Unione Europea 2010-2020 in materia di disabilità ed è finalizzata all’introduzione di una tessera che permetta l’accesso alle persone con disabilità a tutta una serie di servizi gratuiti, o a costo ridotto, per quanto concerne i trasporti, la cultura e il tempo libero su tutto il territorio nazionale, in regime di reciprocità con gli altri Paesi della UE.

L’obiettivo è molto semplice e chiaro: garantire la piena inclusione delle persone con disabilità nella vita sociale e culturale delle comunità. Questo strumento, rappresentato da una Card unica, appunto, dovrebbe essere uguale in tutti i Paesi aderenti e rilasciata sulla base di criteri generali omogenei già individuati dalla UE.

Al momento sono otto i Paesi dell’Unione che hanno scelto di partecipare al progetto di avvio sperimentale: Belgio, Cipro, Estonia, Finlandia, Malta, Slovenia, Romania e, naturalmente, la nostra Italia. Era il 2016, infatti, quando l’iniziativa è stata presentata pubblicamente nel nostro Paese. Adesso però, con la legge di bilancio (art. 1, comma 563), si vuole imprimere un’accelerazione all’effettiva adozione anche in Italia della Carta, prevedendo innanzitutto un decreto interministeriale per definirne i criteri e, di conseguenza, le modalità per l’individuazione degli aventi diritto, oltre alla realizzazione e distribuzione della stessa a cura dell’INPS (ci sarà quindi, un po’ come avviene per accedere alle pensioni di invalidità, una sorta di “selezione” da superare dopo alcuni accertamenti).

Per queste attività è autorizzata la spesa di 1,5 milioni di euro per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021. Speriamo che molto presto si possa dunque snellire quella che, ad oggi, risulta essere una pratica disomogenea e macchinosa, ma soprattutto priva di quella sensibilità indispensabile per rendere la vita dei cittadini più semplice.

Scrivimi una lettera, uno spunto o una tua riflessione:
segnalazioni@iacopomelio.it

Non tutte le disabilità sono visibili

Ho 27 anni, vivo in provincia di Firenze e provo a raccontare le storie degli altri. Studio scienze politiche, lavoro come giornalista freelance (Fanpage.it) e ogni tanto scrivo libri (Mondadori). Attivista e presidente della Onlus #Vorreiprendereiltreno. Parlo di Diritti, Libertà e Uguaglianza. Sorrido alla vita e mi innamoro tutti i giorni.

Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Il mio ragazzo mi ha lasciata dopo una violenza sessuale”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

Pubblicato

il

Mi scrivono:

“Caro Iacopo…
Il mio più che un messaggio è uno sfogo. Mesi fa ho subito un tentativo di violenza sessuale. Il mio ragazzo non ha mai accettato questa cosa e infatti, ad un passo dalla convivenza, mi ha lasciato. Avevo accettato un lavoro pessimo per stare con lui, un part time, io che ho sempre fatto la barista, e l’ho fatto per amore, contenta della mia scelta. Oggi rischio anche di perdere questo lavoro, e mi sento il mondo che mi crolla sulle spalle. Amo scrivere, il mio sogno è pubblicare un libro. Che dire, spero che ne venga fuori una buona storia da tutto ciò. E nulla, spero tu mi voglia rispondere, sarebbe una piccola conquista in un momento così buio per me. Grazie ancora per lo sfogo, e sappi che un sorriso riesci sempre a strapparmelo. Un bacione!”

Cara amica, che cosa triste che mi hai raccontato, davvero. Intanto ti mando un forte abbraccio e un sorriso colorato, sperando che adesso tu stia meglio e che tu abbia già provato a voltare pagina, ricominciando da ciò che meriti di più in assoluto: te stessa. Perché è noi stessi che non dobbiamo mai smettere di mettere al primo posto.

Un uomo non dovrebbe mai lasciare sola la donna che gli è accanto mai, figuriamoci in questi momenti, finendo per colpevolizzarla ulteriormente come se subire una violenza sia una scelta quasi paragonabile ad un tradimento. Come si può non comprendere il dolore e l’umiliazione che porta con sé un’esperienza simile? Come si può ignorare le ferite profonde che ti lascia addosso una molestia sessuale? Come non avere cura della fragilità di qualcuno che diventa tutto a un tratto vulnerabile e indifeso?

Mi dispiace molto. Al di là del tentativo di violenza in sé, ovviamente disumano, e che spero sia stato arginato il più possibile, mi dispiace soprattutto perché non hai trovato vicino a te la persona giusta per poter affrontare insieme (come dovrebbe essere) un peso simile. Per questo, l’unica magra consolazione che mi sento di dirti nell’accogliere il tuo sfogo, è l’invito a fruttare quello che è successo per vedere il bicchiere mezzo pieno: hai capito di trovarti accanto alla persona sbagliata, quella che ha preferito lasciarti per l’ultima cosa per la quale avrebbe dovuto farlo. Quella che ha affondato e rigirato il coltello nella ferità anziché afferrarne il manico ed estrarlo per salvarti.

Infine, un piccolo insegnamento, che poi in realtà vale per tutti noi tanto che io stesso ho bisogno di ripetermelo ciclicamente: mai cambiare per gli altri. Mai stravolgere così tanto la propria vita, o quantomeno facciamolo senza mettere da parte quello che siamo davvero. Senza rinunciare a tutte le cose belle che ci fanno sentire felici ed appagati.

Hai un lavoro che ti piace, una vita che ti soddisfa, amicizie irrinunciabili? Tieniti tutto quanto stretto. Gli amori, certi “amori”, vanno e vengono, mentre il resto dovrebbe rimanere per sempre. E poi, diciamolo pure, non abbiamo bisogno di nessuno per sentirci completi. Al massimo, di qualcuno che voglia condividere il resto della sua vita con noi e con ciò che ruota intorno al nostro mondo. Un abbraccio e un sorriso grande, a presto!

 

Aggiornamento dopo la mia risposta alla nostra lettrice:
“Caro Iacopo… Ti scrivo per tenerti aggiornato. Alla fine con il lavoro non è finita bene, ma una mia amica mi ha dato un contatto per un locale e quindi sono di nuovo in carreggiata. Le cose alla fine vanno esattamente come devono andare, ne sono convinta. A presto!”

Continua a leggere

Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… A quanto pare c’è chi, nella cultura, le barriere le vuole.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

Pubblicato

il

C'è chi vuole le barriere architettoniche

Qualche settimana fa sulla mia pagina Facebook ho pubblicato il racconto di un’insegnante che si era trovata, durante una gita scolastica, in una situazione particolarmente “esclusiva” per un suo alunno con disabilità. Eppure, attraverso la bellezza d’animo di un suo compagno, tutto ha acquistato in un solo secondo un altro sapore. Ecco qui la lettera di M. C. :

“Oggi la classe di J, il bambino che seguo, aveva la visita guidata in una biblioteca storica.
Vi risparmierò tutte le madonne che sono volate per far salire la sedia a rotelle sull’autobus di linea, perché prendere un pulmino idoneo era troppo mainstream, vi risparmierò anche tutti i santi che ci sono voluti a fare quei 5 gradini per entrare in questa biblioteca che, a quanto pare, è contraria all’abbattimento delle barriere architettoniche, e cercarne un’altra era troppa fatica. Non vi racconterò nemmeno del fatto che, alla fine della storia, siamo dovuti rimanere giù a leggere qualche libro per conto nostro perché il resto della classe era al piano superiore a fare qualcosa.
Quello che voglio raccontare è il momento della merenda.

“Hai sete?”
“No” (il bambino è in grado di dire solo si e no)
“Hai fame?”
“No”
“Sicuro? Non vuoi nemmeno le patatine?”
“No”
La cosa mi ha abbastanza lasciata stupefatta, lui adora le patatine. Poi l’illuminazione.
“Non vuoi mangiare solo? Vuoi aspettare che scendano i tuoi amici?”
“Si”.

E allora aspettiamo. E aspettiamo. E aspettiamo.
Finalmente dopo tre ore e mezza scendono tutti. Benissimo, facciamo merenda.
“Maestra ma noi abbiamo già fatto merenda”
Delusione infinita negli occhi di J.
Ma non tutti, c’è un piccolo eroe, W: “Maestra, io l’ho conservata la merenda perché sapevo che J era solo quaggggiù e volevo farla con lui”.
W era già il mio eroe, non si è smentito nemmeno sta volta.”

Numerosi sono stati i commenti al post, sia positivi che negativi.
Credo che sia importante, in questi casi, ricordare quanto sia fondamentale il dialogo per poter costruire una rete e un canale tra i vari “attori” in gioco (in questo caso la scuola e biblioteca storica), affinché si possa evitare attraverso una sincera e trasparente collaborazione qualsiasi tipo di imprevisto. Oltretutto, non smetterò mai di ripetere quanto la cultura debba essere accessibile a tutti: una rampa in allumino o un monta-scale non rovinerà mai una parete, per quanto “storica”, perché il valore di quella parete non sta nel suo mattone ma in quello che racchiude.

In secondo luogo, è bene anche tenersi aggrappati il più saldamente possibile alla speranza e alla fiducia verso una società non sempre distratta e insensibile. Se non ci lasciamo di tanto intanto “distrarre” dagli esempi positivi, non solo non avremo mai stimoli per fare meglio attraverso l’imitazione, ma finiremo molto presto con l’essere schiacciati dal pessimistico “tanto non cambierà mai niente”, arrendendoci in partenza.

Ecco allora che vorrei chiudere il racconto di M. C. con uno dei tanti commenti belli che sono arrivati in tutta risposta. Perché, almeno nel mio caso, vedere un esempio simile “a bilanciare” l’amaro in bocca che si può provare solo di fronte alle aspettative disattese di un bambino con disabilità, ha regalato una generosa boccata d’aria.

“Sono una maestra e ho avuto sempre bimbi con diverse abilità. Tutto ciò che programmiamo (insieme alla collega di sostegno e all’educatore) ha come base di partenza le potenzialità del disabile. Da lì si parte.

Trovo che l’atteggiamento descritto da M. C. nel suo racconto sia una triste dimostrazione di quanto non tutti siano degni di fare questo lavoro. Si riempiono la bocca della parola inclusione e nemmeno sanno cos’è.

Nella foto potete vedere il nostro Orto didattico. Lo facciamo con un centro diurno per disabili. C’è un ragazzo in carrozzina che ci insegna tutto delle piante da coltivare… E il suo educatore ha costruito la passerella affinché possa entrare in serra!

Se passate da Bologna, ovviamente, vi invitiamo a venirci a trovare!”

Continua a leggere

Treding