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Me ne sbatto dell’inquinamento ambientale (e vi spiego perché)
fabbriche inquinamento

No, a me non importa dell’inquinamento ambientale.
Perché non voglio preoccuparmi della plastica e non voglio sentirmi giudicato.

Non ho un’anima green. E, di questi tempi, dovrei forse vergognarmene. [Nota dell’Editore: felice che tu ne sia cosciente ;-)]

Non ho interesse, quando sento parlare degli incendi in Amazzonia, dell’incidente di una petroliera, dei ghiacciai che si sciolgono.
Ho ancora meno interesse quando sento parlare di consumo critico, di campagne plastic free.

Non dico sia giusto, semplicemente non è una causa che mi appassiona.

Non ho nulla contro Greta, né contro le migliaia di ragazzi e ragazze che hanno manifestato in tutto il mondo per un futuro più sostenibile: quando qualcuno si spende per una buona causa e guarda al futuro, ha il mio rispetto. Sempre.

Poi però incontro chi mi giudica per questo, mi stimola a scegliere coscienziosamente il cibo con meno imballaggi, a fare il refill per acqua latte e detersivi, a scegliere le capsule di caffè biodegradabili.

Questi input sono di solito accompagnati in maniera quasi paternalistica da alcuni ammonimenti.
Se tutti facciamo la nostra parte (e quindi anche tu) il mondo sarà un posto migliore.
Se tutti facessero come te, avremmo un mondo peggiore.
In che mondo vorresti far crescere tua figlia?
Non chiederti cosa il tuo Paese può fare per te, ma cosa tu puoi fare per il tuo Paese (ok, questa non me l’ha mai detta nessuno, ma non mi sorprenderebbe).

E quindi vado ai matti, istintivamente.

Poi però penso di doverla argomentare meglio, la mia posizione, e quindi provo a mettere in fila alcuni pezzi per aiutarmi a chiarire le idee.

Qui il dilemma è molto semplice: sono sufficienti le leggi e il mercato, opportunamente indirizzati, ad orientare comportamenti e azioni virtuosi per ridurre l’inquinamento ambientale, o ci vuole anche un tocco di coscienza personale?

È il mercato, bellezza!

Non piace a tutti, ma siamo in un’economia di mercato. E in un’economia di mercato (cito Wikipedia per semplicità) le decisioni in materia di investimenti, produzione e distribuzione vengono guidate dai segnali di prezzo creati dalle forze della domanda e dell’offerta.

Chiaramente, anche in un’economia di mercato ci sono azioni e comportamenti non guidati dai denari: anche la stessa Wikipedia, ne è un esempio. Il valore di una scelta, specie in questi ultimi anni, ha preso forme molto diverse: la mia ricompensa, per il pezzo che state leggendo, non è certamente il denaro. Ci muovono spesso altri bisogni, solo parte dei quali sono anche indirettamente ricollegabili ai soldi.

Ma il grosso delle nostre interazioni quotidiane è mediato da un valore economico. Capisco che non sia romantica come visione, ma tant’è.

Da qui discende la mia opinione di base: si utilizzi la leva economica, per generare un cambiamento favorevole all’ambiente. Se la plastica è il diavolo e volete spingermi a comprare una bottiglia di vetro riutilizzabile per fare il pieno di acqua alle casette civiche, nessun problema – avete due strade.

Numero uno: potete vietare l’utilizzo di plastica per legge e cioè togliermi la possibilità di scelta, ergo togliermi spazi di libertà.

Numero due: potete farmi pagare un litro di acqua in bottiglia di plastica 2€ al supermercato, e lasciarmi la libertà formale di decidere se il delta di prezzo per me giustifica lo sforzo di mettermi in coda a questuare quel litro d’acqua alla casetta comunale.

In entrambi i casi andrebbe gestita una fase di transizione, lo capisco, ma passata la bufera probabilmente chi produce plastica comincerà a convertire un pezzo di produzione (alla peggio chiuderà perché o avrà meno clienti o sarà fuori legge quella parte di business) e contestualmente nasceranno nuovi servizi per coprire il bisogno del sottoscritto (non vuoi elemosinare acqua alla casetta? Te la porto io a casa, come succedeva con il latte fino a cinquanta anni fa, per dire).

E voilà.

lattaio consegna a domicilio

Scelte collettive o scelte individuali: chi deve decidere?

Tuttavia, mi pare di capire che l’andazzo generale, come già succede banalmente con il fumo di sigaretta, è il seguente: con una mano accarezzo le (giuste) proteste ambientaliste o obbligo a infarcire di foto horror i pacchetti di sigarette, con l’altra ne consento la produzione e il consumo. Probabilmente perché l’effetto negativo, nel breve termine, di vietare cose che potenzialmente fanno male all’ambiente farebbe sì che tutto l’indotto collegato ne risentirebbe pesantemente e andrebbe gestito: perché ci sarebbe molta gente che il latte non potrebbe più comprarselo a prescindere dal materiale del contenitore.

Ma non è molto diverso, usando l’argomento che mi si sbatte in faccia ogni volta, da ciò che succederebbe se tutti riducessimo anche solo della metà l’utilizzo di plastica nei nostri consumi quotidiani.
Cambia, se vogliamo, la genesi della scelta: generale-collettiva (il legislatore vieta la plastica) vs specifica-individuale (boicotto l’acquisto di plastica con il consumo critico).

Qui però arriva correttamente la vostra obiezione (dico vostra, per dire l’opinione di chi la pensa diversamente da me). L’obiezione madre che mi si potrebbe fare e che in realtà pochi mi fanno è che se fosse così lineare come la racconto, non saremmo arrivati a questo punto. E forse è così. Ma il fatto che esista una leva economica (generale e collettiva), non vuol dire che sia stata usata bene, né rende valida a priori la leva alternativa (specifica e individuale) delle scelte critiche di consumo.

Infatti, è vero che tutto quello che ha a che fare con l’ambiente è di fatto orientabile attraverso una leva economica. C’è la compravendita dei diritti ad inquinare, ad esempio: se un Paese riesce ad inquinare meno, può vendere il proprio diritto-ad-inquinare-un-po’ ad un altro Paese che ha bisogno di maggiore spazio di manovra in un certo periodo.

Meno inquini, meno paghi: bellissimo.

Bellissimo in teoria, però.
Perché il mercato funziona se ci sono certe condizioni, e queste condizioni non ci sono sempre.
Perché esistono variabili complesse da considerare, come ad esempio i costi di transazione, o i comportamenti di free riding.
Perché le tasse pigouviane (sì, si chiamano così) non sempre funzionano.
Perché in generale prendendo in considerazione chi inquina e chi paga c’è una distorsione mica da poco.

Insomma, è un bel casino.

Se volete giudicarmi su scelte ambientali, mi dovete restituire 70,04€

Proprio per questo, c’è una scienza che si chiama economia ambientale: non è che uno si improvvisa, c’è chi lo studia l’impatto del sistema economico sull’ambiente (e viceversa). C’è ricerca sul tema del livello ottimale di inquinamento, la tassazione ambientale, il rapporto tra mercato e conservazione delle risorse naturali, la gestione sostenibile delle attività economiche, la green economy e così via.

Ma noi no, ci dobbiamo inventare ogni giorno allenatori, presidenti e… scienziati.

Ad esempio, chi studia questo tipo di dinamiche monitora il confronto tra le imposte ambientali (cioè i denari che paghi su cose che hanno un impatto negativo sull’ambiente) e i costi esterni (cioè il costo di questo impatto negativo sull’ambiente).

La banalizzo: pagate le accise sulla benzina (anche) perché bruciare combustibile inquina, e l’inquinamento ha dei costi diretti o indiretti.

Ecco, se confrontate per categoria “chi paga” per l’inquinamento vs “chi fa danni” con l’inquinamento, salta fuori il grafico sotto:

grafico tasse inquinamento

Questo significa, per stare sull’esempio, che il sottoscritto ha un credito con la collettività, anche con voi che mi giudicate perché compro l’acqua in bottiglie di plastica e non uso la borraccetta: perché mediamente trasferisco un valore alla collettività pari a più di una volta e mezza il danno che genero con la mia esistenza.

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Cioè per ogni 100€ di costi ambientali che procuro all’ambiente, ne verso 170€ in imposte per compensare questo danno.

L’agricoltore medio, invece, per ogni 100€ di costi ambientali generati, ne mette sul piatto meno di 1€.

Sforzo vs Risultato: la terza opzione è spegnere Netflix

Ho barato, poco fa. Se parliamo di mercato, infatti, c’è una terza opzione disponibile per ridurre l’impatto delle nostre azioni sull’ambiente: i consumatori.

Le campagne come quella plastic free, ad esempio, mirano a stimolare il mio consumo critico: se, volontariamente, il consumatore è attento a ridurre l’utilizzo della plastica, fa scelte di consumo diverse e la sua opinione si contamina di questo tipo di sensibilità, allora riduco l’impatto marginale sull’ambiente, do dei segnali a chi offre e produce quei prodotti (occhio: il vostro prodotto ha un minor mercato! Occhio, preferisco i brand eco-friendly! ) e alla politica, indicando che c’è un’attenzione maggiore sul consumo di plastica e l’inquinamento ambientale. La politica sarà così invogliata a cercare il consenso con una legislazione conseguente, e qui dovrebbe partire un circolo virtuoso permanente.

Che per capirci, è un po’ quello che è accaduto di recente.

Greta Thunberg Coca-Cola

Quindi anche questa è di fatto un’opzione di mercato. Ma io ci vedo tre problemi:

Problema numero uno: asimmetria informativa. Non abbiamo MAI informazioni sufficienti. Scegliendo ad esempio di acquistare il detersivo sfuso in modo da riutilizzare il contenitore, evito di consumare plastica. Ma magari, se uno risale la china, scopre che per produrlo e trasportarlo così, in assenza di contenitore dedicato, genera più danni ambientali del classico flacone riciclabile. Magari non è così, ma potete giurarci per ciascuna delle scelte ecologiche che fate?

Problema numero due: fino a dove ci spingiamo? Siamo la società del superfluo, ci sono davvero poche cose della nostra quotidianità che sono necessarie. Quindi che facciamo, rinunciamo allo smartphone perché produrlo inquina? Siamo disposti a pagare il doppio ognuno dei 150 pannolini che come neo genitori acquistiamo mensilmente? A farci meno docce, a fare carsharing ogni mattina per andare al lavoro dopo aver venduto la nostra auto diesel, o a disattivare Netflix perché i suoi server mangiano troppa energia non pulita?

Insomma, lo sforzo individuale che (giudicandomi) mi state chiedendo è uno sforzo che ha più a che fare con una vicinanza di ideali, che con una soluzione pragmatica.

E la politica dov’è? E tu che voti?

Ma a questo punto capisco di più le manifestazioni e i gruppi di pressione: servono per dimostrare un vivo interesse da parte nostra alla politica, a spostare consensi, a generare soluzioni (collettive) con un potenziale impatto che possa davvero fare la differenza.

Perché l’unica leva collettiva oltre al mercato si chiama politica, e la politica ha già un canale privilegiato per ricevere dei segnali: il voto.

E anche a questo serve uno degli strumenti più potenti che abbiamo a disposizione: però a giudicare dai consensi che hanno avuto negli ultimi anni i partiti ecologisti in Italia, direi che non è una priorità.

Dunque riassumendo non ho un’anima green, ma il motivo lo posso ben argomentare. Con il sorriso sulle labbra, lancio una proposta: la prossima volta che avete in animo di farmi una paternale sulla plastica, mettiamola così: o mi restituite 70€ figurativi, oppure mi dite per chi avete votato.

Poi apriamo la discussione.

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