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7 cose che ho imparato sul lavoro negli ultimi 10 anni

7 cose che ho imparato sul lavoro negli ultimi 10 anni

Marco Della Monica
  • Farci la domanda su cosa abbiamo imparato dovrebbe essere obbligatorio
  • Il lavoro offre molte opportunità di apprendimento personale (nel bene e nel male.
  • Ricordiamoci che non siamo gli unici a lavorare
uomo al lavoro

C’è un pezzo recente di Roberto Tallarita, di quelli che segnano la fine di un tempo utile a guardarsi indietro e a fare un bilancio, che inizia così:

Ho visto liste dei migliori libri del decennio, dei migliori film, degli eventi politici più importanti, dei traguardi personali, e così via. Ma la cosa a cui tutti dovremmo dedicare una lista e che invece non ho letto neppure una volta sono le migliori idee che ci hanno segnato personalmente.

Ci piace dirci di mentalità aperta e di spirito critico, disposti a cambiare idea di fronte a fatti e argomenti convincenti, ma su quali cose importanti abbiamo cambiato idea negli ultimi dieci anni? E quali nuove idee abbiamo guadagnato?

Quali nuove idee abbiamo guadagnato?

Mi pare una domanda sensata, che sarebbe bello farsi più spesso e fare a chi ci sta intorno, per non finire a chiedere (e a chiedersi) sempre le stesse cose. 

Ma più che mettere in fila le nuove idee guadagnate in generale, vorrei provare a ragionare almeno su quelle che ho maturato  — nel bene e nel male— in una sfera rilevante della mia vita: il lavoro. 

Ho iniziato a lavorare professionalmente nel duemilaundici, ma mi sono sempre guadagnato la pagnotta da quando avevo quattordici anni e nel frattempo studiavo. 

Avendone oggi trentaquattro, sono già passati vent’anni. 
Sorpresa. Sconcerto. Crisi dei quarant’anni in anticipo… meglio concentrarsi sugli ultimi dieci!

1. Il cambiamento non è un interruttore, ma un dimmer

L’idea di cambiamento l’ho sempre associata ad un interruttore. Pensavo ci volesse un buon livello di forza per attivarlo, e altrettanta per abituarsi alle conseguenze, ma il passaggio di fatto era diretto

In questi anni, che si tratti di persone, di cose o di se stessi (in ordine di difficoltà crescente) mi sono convinto sia più realistico immaginarlo come un dimmer, con il quale l’azione è graduale. Ci sono situazioni dove questo non è sempre vero: quando si è chiuso (male) il mio periodo di prova in un nuovo lavoro, l’interruttore è scattato da 0 a 1 molto velocemente. Ma anche in quel caso, la digestione dell’evento, l’elaborazione dell’effetto che ha avuto su di me è durata parecchio  — e forse è ancora li che lavora. 

2. C’è un momento per fare i contabili, e quel momento non è sempre

Quello che è giusto è giusto è un modo di dire. Ma è anche una cazzata. A volte le cose sono ingiuste, ma vanno messe in prospettiva.

Se ti chiedono un lavoro da freelance gratis o non ti retribuiscono gli straordinari, è ingiusto. Ma la vera domanda è: ha senso investire più tempo di quello che mi pagano? E la risposta è dipende.

Occuparsi (anche) di qualcosa che non rientra strettamente nelle proprie responsabilità, lavorare lasciando il merito a qualcun altro, rinunciare a qualche week end per cose più o meno urgenti, è giusto? La risposta è sempre quella: non è giusto, ma può avere senso (in determinate condizioni, in un dato contesto, per un certo periodo, e così via).

3. La differenza tra mezzi e obiettivi spiega gran parte dei buchi nell’acqua

Non è che sia la bacchetta magica, ma uno degli errori che a posteriori ho fatto e visto fare più spesso è confondere le cose che si fanno, con la ragione per cui si fanno.

L’esempio è banale, ma rende l’idea: un paio d’anni fa, in risposta ad alcuni colleghi che lamentavano la scarsa comunicazione tra funzioni diverse, un manager mi disse: “Impossibile! Io faccio girare un report di o-t-t-a-n-t-a pagine ogni mese, come si fa a dire che non c’è comunicazione?!”.

Ecco: il report è il mezzo, ma l’obiettivo è condividere informazioni. A volte lo scopo è corretto, ma il mezzo è sbagliato (e viceversa). Una parte consistente dei casini aziendali può essere letta con questa logica. 

4. Individuare la causa di un problema non implica individuarne la soluzione

Questa fa il paio con la precedente: ci sono una marea di problemi che semplicemente non hanno soluzione, o meglio: non ne hanno una praticabile. Comprenderne le cause è d’aiuto, anche per avere una maggiore consapevolezza delle cose diciamo. Ma una soluzione (praticabile) è solo uno dei possibili sbocchi quando si cerca di risolvere un problema.

Spesso ha più senso (o conviene di più) il contenimento degli effetti, o l’inazione totale. Fa incazzare, ma non credo sia un abbaglio. I problemi irrisolti ostacolano il funzionamento delle organizzazioni, ma risolverli drena risorse, richiede sforzi, e in realtà non sono poi tanti i problemi talmente rilevanti da non poterci convivere. Anzi, c’è chi dice che dei problemi abbiamo addirittura bisogno.

5. Trovare un buon capo, è spesso meglio di trovare un buon lavoro

Potrà sembrare un tweet partorito dalla mente di Jack Welch (e in effetti), ed è un’affermazione da manovrare con cura, ma mi sono convinto in questi anni che un buon capo può fare di più di quanto un buon lavoro possa fare.

Va da sè che bisogna intendersi sul concetto di buon lavoro, che è un concetto molto ampio che probabilmente include tanti fattori. Nello specifico di questo argomento, io intendo buon lavoro un ruolo appagante in una realtà in linea con le proprie aspettative. Dalla mia esperienza, gli spazi di crescita professionale (non parlo di fare carriera, non necessariamente) che puoi ottenere in presenza di un manager che  — a modo suo —  si prende cura del tuo sviluppo, sono esponenziali.

Dovessi sintetizzarlo in una formula:
Sp=Bl^Bc
dove Sp=Spazi di crescita professionali, Bl=Buon lavoro, Bc=Buon capo

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Ne deriva che ci vogliono delle condizioni di base per evitare che si annulli l’equazione, ma mi pare superfluo sottolinearlo più del necessario.  

Sulle 4 cose + 1 che ho imparato, invece, a proposito del rapporto tra capo e collaboratore, potete dare un’occhiata qui

6. Diffidare di chi vi spiega che il lavoro altrui è una pacchia

Non vorrei relativizzare troppo, ma ciascun lavoro ha un suo logico rapporto tra l’effort che richiede e le altre variabili.

Spiego meglio.
Durante l’Università lavoravo nella stessa giornata qualche ora in amministrazione (archivio documenti) e, a seguire, cravatta rossa e giù in portineria (per la cooperativa che gestiva gli edifici).

In portineria il lavoro, visto con gli occhi di oggi, poteva sembrare una pacchia. Ma a suo modo era un impegno, si finiva sempre tardi, gli slot orari erano a cavallo dell’ora di cena (che quindi diventava un panino) o frazionati nell’arco dell’intera giornata con pause lunghe e inutilizzabili. La paga era quella che era. Ad ogni cambio di appalto rischiavi ti sbattessero dall’altra parte della città in un’altra sede o, alla peggio, di rimanere per strada.
Io mi ci pagavo gli extra, ma i colleghi ci mantenevano le famiglie. Quale professionalità avrebbero vantato, se avessero perso il lavoro? Quale tasso di ricollocazione? Che tipo di prospettiva poteva offrire, quell’impiego?

Un lavoro è fatto di tutto questo: dei denari che guadagni, dello status che determina, della prospettiva di carriera, dalla difficoltà di sostituzione, dai portoni che potenzialmente può aprirti se quella porta si dovesse chiudere. 

Dire che un lavoro è una pacchia, perché magari richiede un limitato impegno fisico/mentale o non necessita di preparazione, vuol dire concentrarsi solo su un pezzo della faccenda.

7. Siamo circondati da gente che lavora, ma a volte non ce ne accorgiamo

Pensiero banale, ma me lo scordo ogni giorno.

Dietro al promoter che vuole propinarvi la migliore birra del secolo (fatto), all’operatore telefonico che vi stressa dopo cena per l’offerta più conveniente (fatto), al rider che vi porta la pizza in ritardo (fatto), all’ausiliario che vi piazza la multa sul cruscotto (manca), allo stagista che fa il saputello (fatto), al recruiter che ha mancato di darvi feedback (fatto)  — ok, mi fermo —  dietro a tutte le persone con cui ci relazioniamo per motivi diversi dal puro piacere: c’è gente che lavora, con obiettivi, un capo, con cose che gli riescono meglio e altre meno, con la giornata giusta o con quella storta. 

Gente che lavora, come noi. 

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