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Diritto alla disconnessione: lavorare sempre, vivere mai?

Diritto alla disconnessione: lavorare sempre, vivere mai?

  • Il diritto alla disconnessione esiste, ma chi lo fa rispettare?
  • Essere sempre reperibili non è flessibilità, è sfruttamento
  • Il lavoro è importante, ma lo è anche la vita
Un laptop aperto all'aria aperta, sull'erba, a simbolizzare l'armonia vita-lavoro

C’era una volta il lavoro con gli orari. C’era una volta la campanella che segnava l’inizio e la fine, il cartellino timbrato, il tempo del lavoro e il tempo della vita. C’era una volta la cena senza notifiche, il sonno senza email, il weekend senza la sensazione costante di dover essere disponibili. Questo era possibile grazie al diritto alla disconnessione.

Poi è arrivato il digitale, e lo smart working, e con loro quella strana convinzione che lavorare a distanza significasse esserci sempre. E il diritto alla disconnessione è diventato un concetto rivoluzionario, quando invece dovrebbe essere ovvio.

E ve lo dice uno iperconnesso. La prima volta che ho sentito parlare del diritto alla disconnessione, il mio cervello ha fatto un cortocircuito, come se si parlasse del diritto di darsi fuoco: una cosa inutile, alla meglio, e dannosa, alla peggio. Ho sempre creduto che l’armonia vita-lavoro passasse dalla possibilità di leggersi un giornale in ufficio e di rispondere alle email di lavoro dopo cena, a casa.

Poi, però, sono diventato responsabile di un team che lavorava su 4 fuso-orari diversi. E lì ho capito che non era una buona idea rispondere a un messaggio alle 3 del mattino perché, dopo due secondi, qualcuno ti chiamava al telefono, pensando che se rispondevi, allora lavoravi.

Quando il lavoro entra nel letto

Ci sono studi che dicono che il 60% delle persone fanno come me: leggiamo le email di lavoro prima di alzarci dal letto. Altre ricerche sostengono che chi lavora in smart working spesso lavora più ore di chi è in ufficio. E ancora: che la maggior parte delle notifiche fuori orario arriva dai capi, e che le persone rispondono per paura di essere considerate poco motivate.

Dovrebbe bastare questo per capire che abbiamo un problema. Eppure, si continua a far finta di nulla.

Il diritto alla disconnessione c’è, ma chi lo fa rispettare?

In teoria, il diritto alla disconnessione in Italia esiste dal 2017. È stato inserito nella legge sul lavoro agile (L. 81/2017) e sancisce il diritto a non essere contattati fuori orario. Sulla carta, tutto bene. Nella realtà? Beh, stiamo parlando del Paese che, nel 2022, ha abrogato 30’690 atti prerepubblicani, ancora formalmente vigenti. E si sa che un diritto è utile solo se qualcuno lo fa rispettare.

In Francia, primo Paese a legiferare su questo argomento, le aziende con più di 50 dipendenti devono stabilire regole chiare per evitare email e messaggi fuori orario. In Germania, aziende come Volkswagen hanno impostato i server per non inviare email dopo una certa ora. In Spagna e Portogallo, contattare un dipendente fuori orario senza motivo è vietato per legge.

Nel resto del mondo, tutto affidato alla contrattazione aziendale e al buon senso. Peccato che il buon senso, quando si tratta di lavoro, sia sempre sbilanciato dalla parte del più forte.

A livello tecnologico, alcuni strumenti stanno cercando di supportare la necessità di rispettare i tempi di riposo. Ad esempio, Outlook ora propone di programmare l’invio delle email durante l’orario di lavoro, scoraggiando implicitamente l’abitudine di inviare comunicazioni fuori orario. Tuttavia, senza una vera regolamentazione o un cambiamento culturale, queste funzioni rimangono poco più di un suggerimento.

“Diritto alla disconnessione? Ma io voglio essere sempre connesso”

C’è un’obiezione che torna spesso: ma a me piace poter gestire il lavoro quando voglio. Ed è giusto. La flessibilità è una grande conquista. Il problema è quando la flessibilità si trasforma in aspettativa implicita. Quando l’email alle 22:00 non è più un’opzione, ma diventa la norma. Quando ignorare un messaggio significa essere percepiti come poco affidabili.

La libertà di lavorare quando si vuole ha senso solo se c’è anche la libertà di non lavorare quando non si vuole.

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Possiamo permetterci di staccare?

Forse è questa la vera domanda. Forse abbiamo paura che se smettiamo di rispondere, qualcuno si accorga che non siamo poi così indispensabili. Forse siamo stati educati a pensare che più ore significhi più valore. Forse abbiamo interiorizzato così tanto l’idea di performance continua che il solo pensiero di spegnere il telefono ci fa sentire in colpa.

Ma ecco la verità: non siamo macchine. E anche le macchine, se le fai girare troppo, si rompono.

Un diritto che dobbiamo difendere

Il diritto alla disconnessione non è una formalità burocratica, non è una cosa da sindacalisti anni ‘70. È la differenza tra un lavoro sano e un lavoro tossico. Tra una vita in cui il lavoro è parte di noi e una vita in cui il lavoro ci divora.

Se le aziende non lo regolamentano, dobbiamo essere noi a farlo. Possiamo iniziare con piccole regole personali:

  • Nessuna email dopo una certa ora.
  • Nessuna risposta ai messaggi fuori orario, a meno che non sia un’emergenza vera (e qui ci sarebbe da scrivere un romanzo su cosa si possa definire una “emergenza vera”).
  • Nessun senso di colpa per aver scelto di essere offline.

Perché il lavoro è importante. Ma lo è anche la vita. E se non iniziamo a ricordarcelo noi, chi lo farà per noi?

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