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Lavorare con gentilezza: una roba da eroi

Lavorare con gentilezza: una roba da eroi

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  • È notizia di questi giorni che la gentilezza sia una competenza chiave
  • Disegniamo insieme un modello sperimentale della gentilezza al lavoro
  • E pratichiamola, questa gentilezza ;-)
gentilezza

Leggevo qualche giorno fa un articolo di una nota testata giornalistica che parlava di una soft skill da evidenziare nel curriculum vitae: la gentilezza.

Un discorsetto sul “volemose bene” che cambierà il mondo del lavoro, con tanto di campione dati da sondaggio che, guarda un po’, sottolineava come la leadership gentile possa fare la differenza per il 93 % degli intervistati.

La scoperta del secolo

La gentilezza è vista come un punto di forza: sorridere al lavoro più spesso può aiutare sia te stesso che il collega di scrivania. Sono tutte cosette carine e fiocchi di felicità.

Ma… come per dire: “che facciamo con questi? Entrambi sono preparati, hanno studiato, mettiamo 29 al musone e 30 e lode al “Bardo” simpaticone? Dai! Fatta!”
Ed ancora, come per dire: “Signore, la omelette preferisce che gliela serva nel piatto o per terra?”

Per sorridere bisogna essere in grado di farlo.
Ma, a volte, non è proprio la giornata adatta. A volte è lunedì. A volte capita che non si possa, che non ci venga naturalmente e che, in base al contesto, ci si debba sforzare solo per dovere della circostanza.

Intendiamoci: è chiaro che sorridere “potrebbe essere” una condizione umana primordiale, basilare, “sintomo” di una sensazione di benessere, di “piacevolezza” o espressione di una emozione positiva, su stimolo od interazione, post interpretazione, anche nel contesto lavorativo.

È un po’ meno chiaro, però, come però questo diventi un requisito essenziale per completare un CV, che al di là del tecnico, oltre alla capacità di sorridere sul posto di lavoro, deve contornarsi di inflazionate soft skills che avvantaggino, ad esempio, cooperazione e sviluppo relazionale, per mezzo dello spirito di adattamento (sempre col sorriso, mi raccomando!), capacità di lavorare in gruppo, yoga e giochi da tavolo occasionali. Uao. Il mantra del candidato perfetto, del collega modello.

E da qui, l’uomo col megafono: “Studiate laureandi, questi sono i trend attuali, correte a modificare i vostri CV, lo dicono i dati, lo dice la stampa!”

Ma siamo realisti

Le aziende, i dipartimenti, i team vivono situazioni dove la gentilezza è sempre più un di più… Nei conflitti organizzativi, lo “spirito negativo” viene fuori, in primis, sotto forma di mancanza di gentilezza, parole non dette, le solidarietà mancate, le rivalse, i torti e i soprusi, le micro vendette e le verdi invidie, e spesso stanca più delle dodici ore di subordinazione sottopagata.

E succede che lo spirito negativo cominci prima a far cascare le penne alle 17 e 01, e poi le teste. E i dipartimenti si spaccano, i team non cooperano più se non come “cane e gatto”, le persone non parlano neanche più, e cadono le performance.

E poi cadono altre teste.

Nel lavoro d’ufficio, può capitare che la “gentilezza” passi in secondo piano a causa dello stress, per antipatie, per invidie o sopprusi o più semplicemente… per mancanza di tempo.
Viviamo sempre più un micro universo aziendale frenetico, privo di relazioni trasparenti e vivido di apparenza e circostanza. Un continuo “Mors tua Vita mea”. E la gentilezza, così, diviene un optional.

Un modello sperimentale

Sfido a guardarvi intorno, e a valutare con quattro domande (quantitative) l’essenza di questa capacità comunicativa e relazionale.

  1. Quante volte ti capita di fare una gentilezza senza proiettarne una specie di “ritorno economico”?
  2. Quanto credi che sia sincero un atto di gentilezza nei tuoi confronti compiuto da un collega?
  3. Quanti atti di gentilezza vengono compiuti durante una giornata “piena”?
  4. Quanti atti di gentilezza vengono compiuti in una giornata “morta”?

E allora, ho pensato di buttare giù un piccolo “modello sperimentale” che vi disegno qui sotto, solo per provare a spronare gentilezza su una curva positiva di riflessione. Sotto ve lo spiego con le determinanti che generano le cooperazioni sia univoche che di gruppo, ma vorrei farlo usando dei “modelli universali di largo consumo”, diciamo anche, testimonial, influencers, insomma “facce note”, prestate dal grande schermo.

Il modello è composto da 4 aree, ed almeno 8 azioni, che convergono in un ikigai operativo che genera valore sia per relazione che per l’evoluzione circo-centrica del team, del dipartimento e dell’azienda.

I quattro cerchi del ruolo possono generare intersezioni biunivoche (CB e DA), semplicemente per somiglianza: similis cum similibus e negli altri due casi (AB e CD) sull’assioma che “gli opposti si attraggono”. Queste combinazioni non saranno le uniche, ma qui vorrei semplificarlo solo per partire da alcuni prototipi di interscambio, per poter poi immaginare combinazioni anche più complesse. Osserviamoli in senso orario dal cerchio A al cerchio D.

Userò degli esempi di coppie famose protagoniste prestati dal grande schermo, e vi invito a trovarne di altre sulla base delle caratteristiche presentate, così, solo per giocare insieme, perché in fondo siamo tutti un po’ eroi nel nostro piccolo. Si possono individuare almeno quattro combinazioni univoche:

Relazioni Complementari

  1. AB > i comprensivi cooperano con i decisi | Modello: “Once upon a time… in Hollywood”
  2. CD > gli empatici cooperano con gli utili | Modello: “L’ultimo boyscout”

Relazioni Estreme

  1. CB > gli utili trovano dei punti i comune con i decisi | Modello: “Lo chiamavano Trinità”
  2. DA > gli empatici trovano confronto con i comprensivi | Modello: “La la land”

In base alle caratteristiche dei blocchi che si formano, i singoli cerchi si completano e potrebbero produrre risultati migliori per i singoli, risultati più bilanciati, tutto dipende poi, dalla durata delle relazioni nel tempo. Perciò perché non cercare dei mix più complessi, per ottimizzare le relazioni e le interconnessioni di ruolo?

AB: il placato ed il borioso (Brad Pitt/Cliff Booth – Leonardo Di Caprio/Rick Dalton)

Lo stunt man Cliff è esattamente l’alter-ego di Rick: non ha bisogno della fama ma solo del compenso, all’ombra di Rick vive una vita tranquilla che gli permette di supportare e sopportare le stramberie della Star in declino. Rick ha bisogno di Cliff, che oltre ad essere la sua controfigura è quasi il suo psicologo/assistente personale nonché tutto fare/risolviproblemi. Le azioni dei due si intrecciano positivamente e influenzano la crescita interiore di entrambi.

CB: il furbo ed il burbero (Terence Hill/Trinità- Bud Spencer/Bambino)

Sono come binari di una rotaia: con le differenti caratteristiche perseguono obiettivi comuni e personali, fino al dividersi delle loro strade, magari si rincontreranno, ma sempre seguendo percorsi paralleli su intenti simili. Sicuramente delle loro azioni, beneficia tutta la colletività.

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CD: lo scanzonato ed il concreto (Damon Wayans/Jimmy Dix – Bruce Willis/Joe Hallenbeck)

L’acido nitrico e la glicerina: due componenti che prese singolarmente sarebbero anche innocue, ma che combinate divengono esplosive. Nelle situazioni critiche questa biodiversità sviluppa velocemente la soluzione ottimale, grazie alle capacità dei singoli che trova il giusto feeling operativo.

DA: il sognatore e la romantica (Ryan Gosling/Sebastian Wilder – Emma Stone/Mia Dolan)

Due fiammiferi vicini, fanno sì più luce di un fiammifero solo, ma bruciano più in fretta. Qui la bellezza dei singoli mette in luce la consapevolezza che non durerà per sempre. Entrambi hanno necessità individuali estreme, di gran lunga maggiori del benessere comune. Entrambi sono coscienti delle reciproche potenzialità, come singoli, e si rassegnano alla separazione, per il bene di entrambi.

Perché questi “mini team famosi”, se ci pensate un attimo, con un pizzico di simpatia alle loro avventure, rappresentano come profilo e ruolo nella trama dei film, gli atteggiamenti e le realtà della nostra piccola giostra, dove quotidianamente questa reciprocità crea compatibilità e risultato, positivo o negativo che sia. Perché se la riportiamo alla gentilezza, il reale si concretizza in azioni concatenate dettate dalla comprensione che allo stesso tempo porta utilità, decisione e risoluzione con empatia senza sfociare nella rigidità, il tutto per non inaridire il proprio animo e quello del collega che ci siede di fianco.

Dove non solo si compensano le capacità relazionali positive con altre organizzative ed avviene l’ottimizzazione del ruolo, nonché delle relazioni, e forse anche delle performance, ma, forse, si crea una utilità complessa a 360°, che migliora un po’ tutto, anche il clima del micro universo.

Torniamo al contesto aziendale

Vorrei portarvi un esempio reale, concreto, di applicazione della gentilezza:

In ufficio da noi c’è una piccola consuetudine: il collega che arriva per primo la mattina accende i computer di tutti, avvia il download della posta elettronica, e questo a volte, è meglio di un cioccolatino lasciato sulla scrivania.

L’esempio che vi ho fatto è solo per stimolare la vostra riflessione sui piccoli gesti quotidiani, con bando alle formalizzazioni teoriche da aggiungere ai vostri CV, che sono sicuro, molti di voi che leggete, vivranno quasi ogni giorno, gesti che non cambieranno la vita del prossimo, ma di sicuro, almeno un pochino, la facilitano.

“Praticate gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso.”
Anne Herbert

La leggenda narra che Anna Herbert abbia scritto questa frase su tovaglietta di carta, in una tavola calda di Sausalito, in California, nel 1982. Questa tovaglietta, con la sua semplicità e umanità, forse è dieci volte meglio di un ruvido biglietto da visita con una grammatura importante.

Da quel pezzo di carta in poi, potrebbe essere tutto più facile, non dimentichiamolo.
Free smiles per tutti,
e uno per la stampa!


Per questo articolo, ci sono dei contenuti supplementari “dietro alle quinte”.
Continua la lettura nel Backstage di Purpletude

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