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“Vesti da Uomo, vesti da Donna”: la demenzialità del dress-code di genere sul posto di lavoro

“Vesti da Uomo, vesti da Donna”: la demenzialità del dress-code di genere sul posto di lavoro

Monica J. Romano
dress-code

Circa un paio di settimane fa dovevo sottopormi a un esame diagnostico piuttosto urgente,

Attraverso il Portale della Regione Lombardia vengo indirizzata a una struttura sanitaria e sono fortunata, perché l’appuntamento viene fissato nel giro di pochi giorni.

Il giorno dell’appuntamento mi presento puntuale, supero i controlli di routine volti a prevenire la diffusione del Covid e mi ritrovo in una grande sala d’attesa.

Si vede che non è struttura una pubblica” – penso fra me e me mentre osservo i pannelli che descrivono le attività del centro, un privato convenzionato con il SSN.

Le parole contano… anche qui

Le parole scelte per presentare lo spazio confermano la mia impressione: il solito slogan in lingua inglese (sugli inglesismi ho già scritto la mia in un articolo per Pupletude), l’immancabile mission e – a seguire – l’innovazione, la passione per il cliente e per il servizio, l’eccellenza clinica, la valorizzazione del lavoro di squadra e tutto il solito repertorio verbale aziendalista che ha colonizzato anche la sanità e al quale siamo ormai tutti tristemente assuefatti, per non dire rassegnati.

Devo però ammettere che il posto è bello e confortevole: aria condizionata (non male in agosto a Milano), macchine per le bevande funzionanti, pavimenti puliti, muri appena pittati, schermi praticamente ovunque a dare il rassicurante appeal della struttura all’avanguardia.

Sì, sono consapevole del fatto che in quel luogo siamo tutti “clienti”, più che pazienti; più che mai certa del disastro di una sanità lombarda privatizzata (ne ho parlato anche in un mio articolo per Purpletude); più che cosciente della finalità di quegli spot mandati a ripetizione sugli schermi, cioè intontire me e gli altri poveri cristi in attesa per fare business; ragionevolmente sicura che la bella struttura in cui mi trovo incarni quell’idea di “eccellenza lombarda” che è – sintetizzo che poi mi dicono che quando scrivo son lunga – il Male assoluto.

Uno sguardo critico

Decido per una volta di abbandonarmi a quella sensazione di conforto accantonando felicemente il mio spirito critico. Ѐ una sensazione liberatoria e indescrivibile quella che si prova quando ci si concede un po’ di sana ignavia mentale e ci si fa trascinare dalla corrente, viene quasi da invidiare chi ne fa uno stile di vita. Di lì a poco l’addetta al front office perennemente sorridente mi avrebbe annunciato l’arrivo del mio turno, la mia visita si sarebbe svolta nell’orario previsto e senza intoppi e sì, sento che non ci saranno cattive notizie per me.

Ma – ahimè – il senso critico non lavora part-time. Basta poco a risvegliarlo. Ad esempio il riverbero sul marmo lucido del divisorio con il pubblico di una scarpa decolté con il tacco – sarà almeno un 12 – di una delle receptionist. Mi giro e osservo meglio: calze nero fumè – a occhio saranno 5 denari ma comunque fuori ci sono 36 gradi centigradi – gonna poco sopra il ginocchio, giacca, camicia, rossetto corallo, capelli lunghi e ben acconciati.

Quando lo stile è imposto

Sarà il suo stile”, penso volendomi convincere che sia così anche se so che così non è. Il tempo di girarmi e di osservare l’atrio e mi rendo conto che tutte le impiegate erano vestite allo stesso modo. Tutte con quelle scarpe col tacco scomodissime, tutte rossettate, tutte con i capelli lunghi ben acconciati. Quindi è il dress-code! Ed è subito un misto fra 1984 di Orwell e l’Invasione degli Ultracorpi, ma anche de Il Diavolo veste Prada con le sue famose tacchettine, che in quel centro diagnostico erano un esercito che si muoveva in una sapiente alternanza con i maschi in divisa, gli addetti alla sicurezza, e quelli in giacca e cravatta, di rango superiore. Distopìa, portami via.

Mi ritrovo così, in un rovente pomeriggio di agosto in una Milano da Deserto dei Tartari, a rievocare Mario Mieli, che se la rideva definendo demenziale il fatto che nella nostra società le donne debbano travestirsi da Donna e gli uomini da Uomo. Poi mi viene alla mente il vero Male assoluto – roba da fa impallidire anche la sanità Lombarda e gli scandali in cui è coinvolto Attilio Fontana – il Male Gaze. E non posso evitare, come Marzullo ci ha insegnato, di farmi delle domande e di darmi delle risposte.

Che cos’è il Male Gaze?

Ѐ agosto e in Italia abbiamo tempo – come spiega il buon Andrea Trombin Valente nel suo editoriale – quindi prendiamola lunga e partiamo da lontano.

L’inferno sono gli altri è una delle frasi più conosciute di Jean-Paul Sartre, la troviamo nell’opera teatrale Porta chiusa. La coscienza e lo sguardo sono fra i maggiori temi della filosofia di Sartre, che ne L’Être et le Néant si pone la domanda «Cosa sono gli altri?».

Oggetti del nostro sguardo, come noi siamo oggetti dello sguardo altrui. E lo sguardo altrui può farci sentire giudicati, spogliati e messi a nudo. Metaforicamente, per fortuna, l’Inferno è quindi in terra e gli uomini sono diavoli che ci feriscono con il loro sguardo (e i loro dress-code).

Ma cosa succede quando lo sguardo altrui è lo sguardo della società in cui viviamo, e quindi è sia lo sguardo degli altri che il nostro stesso sguardo?

Lo spiega in modo magistrale Teresa Cinque, autrice e attrice femminista in un suo monologo, parlando di Male Gaze, che è lo sguardo maschile introiettato.

Cinque fa l’efficace esempio de «l’uomo più spietato, stronzo e maschilista che non esiste neanche, ma che abbiamo creato dentro di noi» e che non fa che giudicare il nostro aspetto fisico, facendoci sentire costantemente insicure di come appariamo.

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Chi è responsabile del Male Gaze?

Principalmente gli attori del sistema economico, a partire da quelle aziende che hanno fatto di un’immagine femminile opportunamente riveduta e corretta un fattore di business. Iscrivendosi, su Facebook, al gruppo pubblico La pubblicità sessista offende tutti, si possono vedere moltissimi esempi di pubblicità che sfruttano i corpi delle donne a fini commerciali.

Che c’entra il Male Gaze con il mondo del lavoro?

C’entra moltissimo, perché il mio facèto aneddoto con le tacchettine nella struttura sanitaria dimostra che il management di molte aziende impone un dress-code alle donne nella convinzione che la “bella presenza” generi un ritorno d’immagine e, conseguentemente, di profitti.

Il tema del dress-code imposto riguarda anche gli uomini?

Certamente. Come moltissime donne detestano dover lavorare in tacchi e rossetto, moltissimi uomini – se soltanto potessero – darebbero fuoco a giacche e cravatte, senza dimenticare le persone gender nonconforming che notoriamente vivono un disagio in contesti ad alto tasso di binarietà uomo-donna e le persone LGBTQIA+, che potrebbero sentirsi a disagio in un ambiente troppo eterosessista.

Perché il dress-code di genere (e quindi binario) non è etico? E perché è demenziale?

Non etico perché sovradetermina i lavorator* nella loro libera espressione. Perché per lavorare si dovrebbero indossare tacchi e rossetto? Per compiacere chi?

Demenziale perché non è vero che puntare sulla bella presenza fa bene al business. Potrebbe invece essere l’esatto contrario.

Ricordiamo che donne e persone LGBTQIA+ comprano e decidono degli acquisti quanto e anche più degli uomini eterosessuali.

A quale donna piace entrare in una struttura sanitaria e vedere svolazzare tutte queste impiegate dalla mise perfetta, dai capelli vaporosi e dall’aspetto impeccabile? Non so le altre, ma io – quando entro in un negozio e ad assistermi trovo una donna come me, come tante altre, con la sua scarpa da tennis e la faccia giustamente stanca come la mia – sono decisamente più a mio agio. E certamente più disposta a spendere il mio denaro, a tornare in quel negozio e a far valere il mio potere d’acquisto.

Qual è la morale di questa storia?

  • Seguiamo il consiglio di Teresa Cinque. Evitiamo di fare i nostri acquisti pagando marchi che promuovono il Male Gaze.
  • Se siamo responsabili del management di risorse umane, fare una riflessione sul tema potrebbe portarci a scoprire che i nostri collaboratori si sentirebbero molto più a proprio agio evitando i dress-code troppo genderizzati e binari. E si sa che persone a proprio agio danno il meglio di sé, anche sul lavoro.

Per concludere: saremmo tutt* più felici in una società più libera, a partire dall’abbigliamento.
Ve le immaginate le signore del mio Centro comode e con un bel paio di scarpe basse camminare per quell’atrio, magari mostrando un sorriso vero? Io l’ho fatto e ho lasciato quel luogo distopico con il sorriso sulle labbra.

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