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Entrare nella zona di comfort

Entrare nella zona di comfort

Daniela Cadeddu
Zona di comfort

Lo abbiamo letto, ascoltato, detto e (lo confesso) scritto migliaia di volte: se vuoi crescere, avere successo, vivere meglio con te e nel mondo, devi uscire dalla tua zona di comfort.

Da un po’ di tempo – però – questa affermazione non mi risuona più così tanto.

Vorrei poterti dire che il cambiamento sia stato il frutto di profonde riflessioni e lungo studio.

E invece è stata una specie di folgorazione.

Un momento ne ero convinta e un momento dopo non ci credevo più.

Cose che nascono del confronto

È successo una sera, durante una bella conversazione con persone interessanti sul tema del tempo per sé.

Ok, l’ambiente si prestava alla riflessione, visto che ero ad un incontro organizzato da Bottega Filosofica e che il tema dell’incontro era una coppia dialogica di impronta socratica.

Tuttavia, non immaginare un club di intellettuali che riflettono sull’origine del mondo.

Pensa, piuttosto, a un’amichevole chiacchierata in salotto.

Comunque: ad un certo punto, uno dei convenuti cita il consueto mantra sull’esigenza di uscire dalla zona di comfort per ottenere un cambiamento significativo.

All’improvviso… boom!

Sento lo stomaco formicolare e le parole che sgorgano incontrollate dalla mia bocca: “Magari entrarci nella zona di comfort! C’è chi ci prova tutta la vita, a volte senza riuscirci.”

Mi rendo conto di avere appena negato una mia verità. E mi sento a disagio.

Qualcuno sorride, qualcun’altra mi guarda leggermente basita perché mi conosce.

La conversazione continua – come se niente fosse – e per un po’ smetto di pensarci.

Ma mi torna, come un tarlo; e mi disturba.

Non è tanto il fatto di avere cambiato idea.

Il poeta James Russell Lowell sosteneva  che “solo i morti e gli stupidi non cambiano mai idea”. E, non volendo appartenere a nessuna delle due categorie, pratico il pensiero critico con la massima diligenza.

Il problema era che io questo esercizio di uscire dalle mie zone di comfort lo pratico da anni…

Ho sbagliato tutto?

Chiamala presunzione, ma non sapevo farmene una ragione.

Ho espresso le mie perplessità a persone che stimo e dei cui consigli mi fido ma – per quanto preziose alla riflessione – le loro risposte non mi erano sufficienti e ho continuato a scavare.

Alla fine, ho capito che il problema stava nella parola ‘comfort’.

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Il termine in sé ha il significato positivo di “ciò che dà forza, soccorso

Nel linguaggio comune i ‘comfort’ sono le comodità materiali.

Ho approfondito la ricerca ma niente: non riuscivo a trovare alcunché di sconveniente nel ‘comfort’ se non quando associato alla ‘zona’.

… boom!

Sì, di nuovo.

E questa volta ho anche fatto pace con me stessa.

Cosa ho scoperto, approfondito e poi capito

  1. in Italia abbiamo la mania di scimmiottare il mondo anglosassone e di tradurne letteralmente i termini, senza prenderci il disturbo di contestualizzarli;
  2. possiamo tranquillamente – e alcun* di noi lo fanno – tradurre comfort zone con ‘abitudini limitanti’, quelle situazioni in cui ci sentiamo comod* ma che ci impediscono di crescere;
  3. non ho sbagliato tutto! Scusate l’enfasi ma liberarmi dell’infausto pensiero di aver compiuto sforzi inutili e perfino deleteri  è stato molto… confortante. (che – per inciso – ha la stessa matrice linguistica)
  4. chi – come me – ha l’ambizione di contribuire alla crescita personale e professionale delle persone, non dovrebbe sposare slogan e luoghi comuni, ma fare lo sforzo di elaborare linguaggi più piani e che creino meno conflitti interni nelle menti di coloro con cui interagiscono.

Le mie conclusioni

Se sei arrivat* fino a questo punto, mi fa piacere renderti partecipe anche del come ho pacificato il mio conflitto interiore.

Continuerò a sollecitare me stessa (e chiunque abbia voglia di sentirmi) a cambiare le mie ‘abitudini limitanti’, che mi impediscono di crescere umanamente e professionalmente al ritmo che vorrei e potrei.

Continuerò a sfidarmi a provare cose nuove, a imparare, a coltivare curiosità verso idee e persone.

E farò tutto questo con il dichiarato intento di costruire la mia ‘area di comfort’: uno spazio mentale e fisico coerente con i miei valori e i miei principi; dove mi senta autenticamente a mio agio; dove ci sono persone che mi risuonano.

Un luogo mentale e fisico dove mi sento sicura e felice di stare.

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