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Marina e i muri: perché a volte gli ostacoli non ci fermano ma ci rendono migliori

Marina e i muri: perché a volte gli ostacoli non ci fermano ma ci rendono migliori

Emanuela Fato

Marina ha attraversato tanti muri. Nel 1988 ha percorso a piedi il muro più imponente del mondo, la Grande Muraglia Cinese. L’ha fatto per dire addio al suo amore di una vita, l’artista Ulay, che a sua volta ha attraversato il muro contemporaneamente, ma partendo dall’estremo opposto. I due si sono incontrati a metà dopo mesi di cammino e si sono lasciati, proseguendo nella direzione opposta.

Marina ha anche attraversato numerosi “muri” personali: il muro della paura, dei propri limiti, della stanchezza, della difficoltà di vivere sotto dittatura. A volte li ha superati con un balzo, ma spesso ha dovuto sfondarli, a calci e testate. Facendosi male, il più delle volte, ma aprendo pertugi da cui anche altri dopo di lei sarebbero potuti passare.

Mi sono imbattuta per la prima volta nell’autobiografia di Marina Abramovic quando a mia volta mi trovavo di fronte un muro. Alto, robusto, spaventoso. Era il muro della mia insoddisfazione professionale. Avevo camminato verso quel muro fino a quel momento senza saperlo, finchè non me lo sono trovato davanti. E non avrei potuto proseguire senza superarlo.

Oggi, riflettendoci su a posteriori, e confrontandomi ogni giorno con persone che si trovano adesso nella mia situazione di allora, mi sono accorta che in realtà il muro da attraversare quando sentiamo il desiderio di cambiare lavoro non è uno solo, sono (almeno) tre.

  • Il muro della paura: la paura di non farcela, innanzitutto. O di sbagliare, di pentircene, di dover mettere l’orgoglio nel freezer e tornare sui nostri passi. Ma anche di dover ripartire da zero in una nuova realtà, di dover ricominciare a imparare da ultimi arrivati, di scoprire di non essere bravi. La paura del cambiamento. Questo muro è tosto e ciò che rende ancora più difficile il suo attraversamento è che arriviamo qui già feriti, fragili, e dunque basta una piccola botta per farci desistere nell’impresa e decidere di lasciar perdere. La motivazione qui gioca tutta la differenza. Avere chiari i motivi per cui vogliamo andare avanti anzichè indietro, per cui vogliamo vedere cosa c’è al di là del muro, a costo di rimanere delusi. Il famoso (e forse talvolta abusato) motto della cavalleria “Getta il cuore oltre l’ostacolo” chiarisce i passi da fare!
  • Il muro degli altri: cosa penseranno gli altri della nostra decisione? Cosa diranno? Chi per primo ci darà dei pazzi? Un genitore o il partner? Per non parlare dei colleghi..Ho incontrato diverse persone che nel raccontarmi della loro decisione di intraprendere nuove strade professionali confessavano di non aver ancora condiviso tutto questo con le persone più vicine. “Non capirebbero..” è la frase di rito. Ma in fondo qui c’è poco da capire. Fondamentalmente, c’è da essere felici.
  • Il muro della discussione: il lavoro è parte essenziale della nostra quotidianità e, per molti, il primo strumento per definire la propria identità. Metterlo in discussione significa mettere in discussione ciò che siamo e tutti gli equilibri che abbiamo faticato a costruire. Mettere in discussione noi, riconoscendoci diversi da prima, cambiati, magari più fragili o più forti di come pensavamo, sicuramente in movimento. Mettere in discussione la definizione che ci siamo sempre dati, il profilo professionale che per anni ci ha descritti, la scrivania su cui pensavamo di invecchiare. Somiglia un po’ a quando ci si separa da un partner. Mai lo avremmo pensato, le premesse erano ottime, ci eravamo giurati amore eterno, eppure…si cambia.

Muri. Al muro. Immagini che spesso usiamo per raccontare e raccontarci un impedimento, specie se non ce l’aspettavamo.
Muri tra ciò che siamo e ciò che potremmo, vorremmo, diventare.

Muri che rappresentano le difficoltà, soggettive spesso più che reali. Muri che ci pongono di fronte a una scelta: tornare indietro o andare avanti. Perché, come dice Marina:

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“Se scegliamo la strada più semplice, allora non cambieremo mai”. (M. Abramovic)

 

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