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Un racconto di Ivano Porpora: Manuela Un racconto di Ivano Porpora: Manuela

Di Porpora, oro e nero

Manuela

Il nostro appuntamento con Ivano Porpora.
Dieci amori. Dieci racconti. Dieci volte.
Ancora cinque.

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Avevo un amico.

Ogni volta che scrivo una frase come questa, mi prende una piccola fitta. Sono troppi gli amici che avevo e non ho più, like dispersi su Facebook, commenti che al contatore segnano sempre un curioso meno uno, e al di là delle colpe e delle non colpe – loro sono convinti sia responsabilità mia, io che sia loro, pare pallavolo col pallone che ha una miccia ad accorciarsi; in alcuni casi eravamo talmente diversi che non si può più nemmeno parlare di colpe ma di risultati – pensare che un rapporto c’è stato e non c’è più mi rimanda un retrogusto amaro che, anche a distanza di anni, permane.

Ma comunque.

Avevo un amico.

Ed eccolo che torna, il retrogusto. Lo sentite? Come si può parlare all’imperfetto di un sentimento? Lo fa Gesualdo Bufalino nell’incipit di Argo il cieco, dice Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell’estate.

Avevo un amico. Per me lui, che non posso nemmeno più dire che si comportò male – gli uomini sono come acqua, si comportano come credono, allagano i territori depressi e fuggono da quelli alti, creano acquitrini dove l’acqua non corre -, era quello che lesse o mi disse di leggere Goethe a diciassette anni, che studiava storia romana, s’appassionava di architettura… E pazienza se poi si appassionava di architettura ma poi studiò economia, se da Goethe passò a non leggere, se tutte le volte che lo sentivo parlare di storia romana – sempre meno – mi ripeteva gli stessi concetti, con lo sguardo che piano gli s’incanutiva dentro…

Una sera andammo al lago, in discoteca. Io non ero né sono mai stato da discoteca, mi innamoravo delle cameriere, mi nascondevo nei cessi, la musica mi disturbava; non sopportavo di dover dire Ciao, sentirmi rispondere EEEHHH?; sperare di aver decodificato giustamente un nome nel chiasso, sapere di essere un ottocentesimo della torta. E poi andavano di moda quelle orrende frangette, sai?

Prima passammo in un postaccio, mi dissero essere un locale rinomato, c’era una donna vestita da ghepardo che si strofinava contro un divano, una preda vestita da predatrice. “Andiamocene”, gli dissi; arrivammo a ‘sto posto. C’era la drink card, avremmo bevuto, credo; ma al momento in cui arrivammo il locale era caldo, gli feci cenno che andavo a mettere giù la giacca. Al guardaroba vidi questa donna bellissima, avrà avuto dieci anni più di me, i capelli a larghi boccoli. Si occupava dei cappotti, sorrideva, scambiammo una parola, le dissi: Non mi dimenticherò mai di te.

Lei rispose, ridendo, con un riso che ricorda le sorgenti che si scongelano all’arrivo della primavera: Sì, lo dicono tutti, ma poi si dimenticano.

E io: Io sono diverso, ti ricorderò per sempre.

E infatti sono qui, Manuela, e chissà che fine hai fatto, e se sorridi ancora come quel giorno al lago.

Ivano Porpora (1976) ha lavorato in radio e per la stampa, in pubblicità e su internet, come area manager e insegnante di narrazione per bambini. Ha esordito per Einaudi nel 2012 e da allora si concentra sull’ambito letterario e si è specializzato in corsi di scrittura, che tiene tutto il territorio nazionale. Ha pubblicato tre romanzi (La conservazione metodica del dolore, Einaudi 2012, Nudi come siamo stati, Marsilio 2017, L’argentino, Marsilio 2018), un libro di poesie (Parole d’amore che moriranno quando morirai, Miraggi 2016), una favola per bambini (La vera storia del Leone Gedeone, Corrimano 2017) e un libro di fiabe per adulti (Fiabe così belle che non immaginerete mai, LiberAria 2017).

Di Porpora, oro e nero

Valentina

Il nostro appuntamento con Ivano Porpora.
Dieci amori. Dieci racconti. Dieci volte.
Ancora sei.

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Questa storia forse è triste, forse è felice; è l’unica storia nella quale posso mettere nomi veri.

Si chiamava Valentina, non ha mai saputo il mio nome – glielo avrò detto decine di volte, ma non lo ricordava o così diceva, mi chiamava in un modo che è un po’ imbarazzante e che quindi non indicherò. La conobbi a Bologna, erano i tempi della mia università, quando ne La conservazione metodica del dolore dico che mi scaldavo le mani alitandoci sopra, d’inverno, e che andavo a trovare una persona, era lei.

Era tossicodipendente, e lo sapevo. Aveva un quadro bellissimo in casa, l’aveva fatto lei, era di un cuore porpora trafitto da chiodi di garofano veri; le avevo detto cosa significasse, mi aveva detto: Ma tu non scrivi? Io scrivevo raccontini che non avevano spessore, per me scrivere era tenere il computer acceso di notte e farlo di nascosto da tutti, fu l’unica a dirmi allora che io ero quello che si nascondeva e non quello che si palesava.

“Dovresti capovolgerti. Mostrare quello che nascondi e nascondere quello che mostri, e che fa anche un po’ schifo”. Così mi disse.

Ci presentò Paolo, un amico comune, anche questo nome è vero perché so che non si ricorderà mai di me; non so di cosa si facesse, di certo pastiglie ai rave, di certo coca, forse altro, io sono epilettico e lei non mi ha mai coinvolto in niente. So che è stata la prima persona che mi ha fatto un’insalata con gli spinaci, io pensavo che gli spinaci andassero necessariamente cotti, e la prima persona che mi ha dato da mangiare dei fiori, io pensavo che i fiori andassero solo guardati.

Non ci amammo mai, ogni tanto era bianca di viso; io pensai che era la prima drogata che conoscevo, venivo dalla provincia dove i drogati sono tre e ne sai il nome (o così pensavo), non ti danno da mangiare gli spinaci, non ti danno dei fiori.

Tutto quello che ho scritto finora può dare l’idea che ci frequentammo parecchio. Non è così. Mangiai a casa sua qualche volta, due volte dormii da lei, ma per il resto sapevo che lei amava un altro, magro come Zanardi e cattivo come lui, e io, io lavoravo per pagare quelle cose che chiamavo vizi e che anni dopo mi spiegarono essere ciò che mi aveva salvato.

Un giorno la incontrai al Piccolo Bar, in piazza Verdi. Ero andato a ricevimento da Grandi, ricordo. Lei era ai tavolini fuori, aveva un registratore a cassette, ancora, benché andassero già i cd. Mi disse: Ascolta; condivise con me una cuffia.

(Perché mai non si condividono più le cuffie?)

Mi fece ascoltare Pale blue eyes dei Velvet Underground.

Mi disse: Quando scrivi, scrivi così.

Si grattò un’ascella.

Quelli che seguono sono due lassi temporali. Il primo è di qualche mese. La incontrai di fronte al teatro, ancora in piazza Verdi; le giornate erano di quel bianco imbarazzante, il sole che ti scardina le palpebre per quanto la primavera ti ricorda cosa davvero sia. Era bianca come un cencio, Valentina, e camminava quasi ondeggiando, malferma sulle gambe. Appena la vidi dissi: Questa non è droga.

In quell’istante di dolore così raggrumato, così intenso, la amai. La amai così forte che me ne ricordo nonostante l’epilessia mi abbia cancellato quegli anni; nonostante le abbia chiesto Come stai?, lei abbia detto: Dio, sia andata via.

Il secondo lasso è diversi anni dopo. Incontrai per caso a Bologna un’amica di università, si chiamava Antonella (non si ricorda sicuro di me, abbiamo solo fatto un seminario di cinema su Woody Allen insieme, con Quaresima), ci prendemmo un caffè. Mi raccontò del suo tumore al seno, aveva un seno incredibilmente bello, un seno di quelli che li vedi solo nei film francesi, e odi Belmondo. Le dissi di Valentina, se se la ricordasse. Mi disse: È morta di overdose, anni fa; sono andata al funerale, ma eravamo in pochi.

Questa storia forse è triste, forse è felice. Dice Cortázar che un racconto non deve rischiarare solo ciò che racconta, ma pulsare sul fuori, gettare luci pallide su un intero mondo, come una lanterna – se ci pensi – non illumina solo se stessa, ma dà visioni, a volte anche false, del mondo circostante. Di triste, incredibilmente, c’è la storia di una persona che ha sofferto tanto che io non posso non credere che quella dose eccessiva sia stata il suo addio.

Di felice c’è il marchio che ha lasciato. Se la ricordano in tanti, Valentina. In me ha lasciato un amore indicibile durato dieci secondi, e mai cancellato dall’oblio forzoso dell’epilessia; mi ha lasciato fiori che si mangiano, la coscienza che quando scrivi mica ti curi del significato, ma solo sei; una canzone che ogni volta che l’ascolto penso a lei.

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Di Porpora, oro e nero

(Un’altra) R.

Il nostro appuntamento con Ivano Porpora.
Dieci amori. Dieci racconti. Dieci volte.
Ancora sette.

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Una storia di amore e di spalle

Era piovuto a morte, nei giorni prima, come piove forse solo a Roma, in alcuni tratti della Liguria a ridosso delle coste, dove i fiumi sono sempre pronti a inghiottirsi tratti di costiera, o – m’immagino, non lo so, ma quando penso al Friuli penso anche a questo – a Trieste, Gorizia, lì.

Stavo andando con mio cugino alla festa della birra di Casoni, è una festa che prende quasi un paese, larghissima; la birra non costa tanto né poco, ma allora si muovevano i paesi per andarci, c’erano concerti, trovavi ragazze molto belle e molto tranquille che ti pareva quasi fossero state rimesse in libertà da chissà quale carcere di cemento solo per l’occasione. I parcheggi erano tutti occupati o allagati, i ragazzi che erano venuti ad aiutare la Protezione Civile ci sbatterono in campi infangati a quattro chilometri di distanza. Nel cammino conoscemmo R.

Era lì con suo cugino, un ragazzo allampanato e coi baffetti, rise solo e non disse niente. Lei era bassina e bionda, molto bassina, molto bionda; un sorriso talmente abbagliante che a ogni pilone della luce dovevo ripararmi gli occhi. Era più grande di me, finsi di non crederle e mi mostrò la carta d’identità; finse di credere fosse solo per quello. Dopo una settimana di ricerche la chiamai al cellulare, le dissi: Come va?

Si mise a ridere.

Fu la prima volta che scrissi di sesso in messaggi. Ogni messaggio era un passo in là, poi uno di lato; lei rispondeva poi si ritraeva, poi rispondeva ancora, poi ancora. Un giorno disse: Ma al di là delle parole?

E lì mi insegnò che esiste un mondo, al di là delle parole.

Ci incontrammo nella lunga strada che porta da Guastalla a Novellara, a ridosso di una centralina della corrente. Ci baciammo come due affogandi che solo nella bocca dell’altro trovano grotte di aria. Pioveva anche lì; agli amici raccontai che non avevo capito niente.

“In che senso?”

“A un certo punto mi sono trovato a baciarmi la spalla, perché non capivo più dove iniziavo io e finiva lei”.
Lei si era messa a ridere, aveva detto: Guarda che è la tua spalla. Loro si erano messi a ridere; avevano detto: Sei un coglione.
Iniziammo a frequentarci. Io le dissi, per motivi che mi sono ora oscuri, che volevo solo far l’amore e non parlare, mai. Partendo da casa, con la macchina sgangherata che papà m’aveva affidato, le mandavo un messaggio da ogni paese incontrato, dicendo solo quello, il nome del paese, niente altro. Rischiavo la vita a ogni messaggio, la C erano tre pressioni di tasti, la E due, eccetera. Lei ogni volta rispondeva, al mio Alcatel, ti aspetto.

Ti aspetto.

Quando arrivavo, casa sua era immersa nelle nebbie, alla fine di una lunghissima via stretta frequentata da nutrie, uccelli d’ogni tipo, volpi; contornata da campi mezzi grigi, mezzi neri.

Il camino bruciava, ci amavamo per qualche ora, lei mi diceva di un suo ex amante, di sua madre, di suo cugino che non era ancora riuscito a confessare alla madre che era gay; poi le dicevo: Vado. La sua malinconia si alzava un filo oltre il livello di soglia, mi accompagnava all’uscio, mi diceva: Stai attento alle volpi. Partivo.

Un giorno mi innamorai di lei, come sempre accade. Provi a essere stronzo, ad arrivare fino al livello delle ossa e cominciare a raschiarle per far emergere il nero; ma se sei bianco, e non è un apprezzamento, rimani bianco. Ieri un’amica mi ha chiesto: Perché io devo provare i sensi di colpa?

Le ho risposto: Perché hai ancora la fortuna di riuscire a provarli.

Le feci un filmato con la mia macchina fotografica, regalo di laurea. Ce l’ho ancora, in questo pc e pure su cloud, nella cartella: Famiglia. Le dico, alla luce del suo paesino reggiano, Dimmi qualcosa di dolce. Lei risponde: Cioccolata, e ride di un riso così puro che in vita mia ho visto solo nelle persone che hanno toccato il fondo oltre il fondo.

Ci perdemmo, mi invitò al suo matrimonio, lui arrivò a bordo di una bici modificata a quasi moto, con le ventole a fare da motore. Mi accostai alla sua migliore amica, nella navata laterale in cui mi ero confinato; mi guardò, mi chiese: Come stai?

“Come un marito che vede sposarsi sua moglie”.

Lei sorrise, mi mise una mano sulla spalla, non disse altro.

Arrivai a casa, scrissi: Oggi si è sposata mia moglie.

E quel giorno tutto cambiò.

R. mi ha lasciato diverse eredità. Sono quindici anni che non ci sentiamo, forse. Dove lasciamo chi abbiamo amato così tanto che il respiro ci è mancato, mancato perché l’ossigeno era tutto là?

Una delle eredità è quel Cioccolata, così puro che ancora ce l’ho.

Una, che uno come me non può fare lo stronzo. Gli si riversa tutto contro, con tanto dolore che gli altri stanno male, io non sopravvivo.

Una, forse la più importante, che non devi mai permettere a nessuno, mai, di darti del coglione se amando una persona baci te stesso. Perché se amando una persona riesci ancora a distinguere la sua pelle dalla tua, forse quello non è amore per niente.

Per niente.

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