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Di Porpora, oro e nero

S.

Il nostro appuntamento con Ivano Porpora.
Dieci amori. Dieci racconti. Dieci volte.
Ancora otto.

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Quando penso a S., penso a mille cose. Mille – anche perché in due anni insieme, a vivere a poca distanza l’uno dall’altra, quante cose si mettono insieme. Si è bellissimi e patetici, si è tragici e lirici, si è affamati come la morte, come ci accadde una sera alla festa della birra, avevamo cinquemila lire in due, forse; come in quel racconto di Murakami, quando lui dice

A few minutes later, the pangs struck with the force of the tornado in The Wizard of Oz. These were tremendous, overpowering hunger pangs.

E poi…

Ma poi non è vero niente. Che cialtroni che siamo, in amore, quanto siamo falsi; quanto siamo ridicoli, imbellettando concetti per timore che l’unico vero possa apparire meno splendente di quanto lo sentiamo splendere lì dentro. Mio nonno diceva che a volte non val la pena estrarre un diamante: si rischia di scoprire che alla fine era solo un vetro. E poi si sa: il cuore dentro è tutto, fuori è solo un muscolo sanguinante, no?

E allora non è vero che penso a mille cose. Ne penso a una sola: ai mandarini. S. per me è profumo di mandarini, lei che mi fece uno dei complimenti più belli della mia storia, annusandomi il collo sull’argine (“Sai di aria, Ivano. Profumi di aria”); lei con cui facemmo l’amore seduti su una sedia nel suo casotto di campagna, mi disse: Togliti i pantaloni, si aggiustò su di me dopo che tutti se n’erano andati e avevano salutato e noi eravamo stati zitti di quello stare zitti che significa: Ho bisogno di te, ora; ed emise un sospiro, lento, e quel sospiro pure non l’ho dimenticato.

Il mio amico non la sopportava. Ho sempre avuto amici stronzi, nella storia – quelli che ho adesso no, ma adesso forse sono diventato stronzo io, forse sono diventato incauto; sono di quelli che la chitarra elettrica imparano a suonarla a sessantacinque anni -, e questo era invidioso delle mie storie d’amore. Ne aveva anche lui, più di me; eppure mal tollerava che potessi essere qualcosa di diverso rispetto alla ruota di scorta delle sue avventure. E allora un giorno mi chiese: Ma la trovi bella?

Eravamo in un bar di Novellara, tanta gente fuori dal locale, tanta gente dentro – come si chiamava? Ci si ascoltava musica ad alto volume. Andavano gli Eiffel 65, quell’anno, Anastacia; a me piaceva Lady – Hear me tonight, di Modjo. Lo guardai, serio; gli risposi, sorridendo: A me piace.

Pensavo stamattina correndo a questa cosa del sorriso, etimologicamente significa qualcosa del tipo: ridere di meno, con una tonalità inferiore; per me è il contrario, non è sotto ridere, ma ridere sotto, più dentro, scaldarsi il nocciolo in profondità. E lei mi piaceva perché faceva teatro, perché non si vergognava di toccarmi, disponendo per la prima volta del mio corpo come di un prato in periferia; mi piaceva perché le si arrossavano le gote, amava il cibo.

All’epoca studiavo a Bologna, era il 2000, lo so per certo; noleggiavo i cd al Sesto Senso di via Petroni e li grabbavo in studentato, usavo WinMix, mi pare, usavo WinAmp, usavo ICQ; scrivevo su blog che cambiavo ogni sei mesi come un parassita che si lasci dietro gusci vuoti. Il nostro amore durò due anni, più o meno, e fu amore di candele e di musica, di cene di nascosto, di lunghi baci e lenti, lettere. Un giorno mi venne a trovare in studentato, dividevo la camera con Pier, bellissimo percussionista colombiano appassionato di musica anni ’70 e astronomia; l’ultima volta che ho avuto sue notizie ho scoperto che era tornato a Bogotà, rideva seduto in terra suonando qualcosa che non so come si chiami. Esautorammo Pier del suo posto letto, lui si ridusse a dormire sotto il tavolo in cucina, con Dario che si faceva su una canna dopo l’altra, Paki che si lamentava, e quel ragazzo di Pisticci – come si chiamava? – che dormiva di giorno e studiava di notte, aveva una ragazza americana bellissima che ci girava nuda per casa. S. venne da me, ho detto, e per tre giorni facemmo di continuo l’amore e mangiammo mandarini; ancora oggi quando sbuccio un mandarino mi annuso le dita, sanno del suo sesso, forse, o forse no.

Ci rivedemmo anni dopo, ci abbracciammo. Io le dissi: Resterò comunque quello che ti ha toccato le tette. Lei rise. Io sono stato uno stupido in amore, troppe volte – ma troppe; e una sola è di troppo, lo sappiamo -, ma qualche pregio ce l’ho, mi è rimasto.

Uno di quelli, aver capito che le persone hanno bisogno di ridere, tanto; e quando il riso si smorza e diventa sorriso, se non è amore siamo lì in zona, sai?

Ivano Porpora (1976) ha lavorato in radio e per la stampa, in pubblicità e su internet, come area manager e insegnante di narrazione per bambini. Ha esordito per Einaudi nel 2012 e da allora si concentra sull’ambito letterario e si è specializzato in corsi di scrittura, che tiene tutto il territorio nazionale. Ha pubblicato tre romanzi (La conservazione metodica del dolore, Einaudi 2012, Nudi come siamo stati, Marsilio 2017, L’argentino, Marsilio 2018), un libro di poesie (Parole d’amore che moriranno quando morirai, Miraggi 2016), una favola per bambini (La vera storia del Leone Gedeone, Corrimano 2017) e un libro di fiabe per adulti (Fiabe così belle che non immaginerete mai, LiberAria 2017).

Di Porpora, oro e nero

(Un’altra) S.

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Dieci amori. Dieci racconti. Dieci volte.
Ancora tre.

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Un racconto d'amore di Ivano Porpora

Oggi mi hanno chiesto dove nasca la scrittura. Dove nasce?, mi hanno chiesto: e io ho risposto che nasce un po’ nel mondo delle istanze, nei temi che abbiamo bisogno di risolvere attraverso una trama. Ma poi ho pensato: e l’amore, quello, dove nasce? E la risposta che mi do, oggi – ho 43 anni, sono in una libreria romana, il tizio alla mia destra si è alzato, raccoglie un libro di Quiriny e un accendino e se ne va – è che non sai da dove, ma sai dove.

S. è stato l’unico caso in cui so da dove, e so dove.

Non era fotogenica, non è mai stata fotogenica. Conservo alcune sue foto – lei che si gira di scatto, ha un dolcevita nero, i capelli le avvolgono il volto; lei che si lava i capelli sotto la doccia in un albergo veneziano, che impressione fa scrivere albergo veneziano e sapere che è vero; lei con una cuffia a coprirle il viso in alta montagna, faceva freddo ed ebbi paura di morire in uno stradello ghiacciato su uno strapiombo -; in nessuna di queste si vede esattamente cos’è lei, il suo viso reale, cos’è stata per me lei col suo viso reale.

L’amore tra di noi si è fondato sul dovere, sul non posso, sul non ce la faccio. Ma detta così sembra brutta; e invece fu solo tenerezza, e la tenerezza è e permane, come quel ghiaccio che preserva mondi che furono e ancora non sappiamo.

Il dovere fu quel giorno che la aiutai a scrivere la tesi. Partii di casa alle cinque del mattino, andai a Verona, poi a Roma a un convegno di lavanderie – esistono -; tornai esausto e digiuno a mezzanotte, a circa mezz’ora da casa, a mezzanotte e venti mi chiamò in lacrime dicendo: Ho bisogno per la tesi, devo consegnare domani, non so come fare.

Le dissi: Vengo. Non stavamo insieme, battei sui tasti di un computer fino alle tre, ogni tanto per segnalarmi qualche errore o nota da aggiungere mi premeva lo scatto della penna sulla spalla destra. Alla ventesima volta le dissi che ero così stanco che mi veniva da piangere, ma non piangevo perché ero stanco; ci baciammo una volta, le labbra leggere; corremmo a lavarci la faccia per calmarci.

Il Non posso è quella volta in cui a Moena attraversammo un ponticello. Lo so che può sembrare scontato, tanto più di fronte a questi due che parlano di fronte a me – lui ci sta evidentemente provando, le dice delle riviste che stanno per pubblicarlo –, ma guardai i suoi occhi e il ruscello e dissi: Lucono entrambi.

Lucevano entrambi.

Il Non ce la faccio è la prima volta che facemmo l’amore. Eravamo sul divano letto di casa sua, era un divanaccio pesante e impolverato, aperto; io sdraiato, lei sopra di me, mi mise la mano sul plesso solare mentre si muoveva dolcemente. Mi mancò improvvisamente il respiro, le dissi: Toglila, non ce la faccio.

Non la tolse, io non ce la facevo, quella mano mi diceva che potevo anche esserci, ero autorizzato a esserci, a darle il cuore oltre che il corpo, tanto, la testa, tanta. Sentii il respiro mancare, mancare e mancare; e poi qualcosa che era morto là sotto montare, poi ancora.

Lì la amai, così forte che non pensavo. E capii ciò che il Minotauro, quando finalmente arrivò Teseo, provò.

Dopo tutte le vittime sacrificali, di fronte a qualcuno che poteva tenergli testa, credo che provò un inenarrabile sollievo.

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Di Porpora, oro e nero

A.

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Dieci amori. Dieci racconti. Dieci volte.
Ancora quattro.

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Un racconto d'amore di Ivano Porpora

A., io, la amai subito.

La conobbi in un pub qua a Viadana, un pub che stava in un angolo, su una rotonda; ora l’han chiuso dopo troppi cambi di gestione, chissà che ci faranno dentro.

Eravamo io e un amico, quella sera, a brindare per un qualcosa che al momento mi sfugge. Mi diede un pugno nei coglioni, a un certo punto, perché gli avevo rubato il posto mentre era andato in bagno – ma era il 2002, più o meno, eravamo giovani e pieni d’ormoni; io nel trambusto ribaltai la panca che stava alle mie spalle; chiesi scusa, la vidi che sorrideva, aveva un sorriso incantevole e le treccine, le dissi: Mi dai il tuo numero?

Tutto quello che accadde nei due anni successivi, io lo ringrazierò finché campo: A. fu la prima donna della quale dissi: Era questo, quindi, l’amore? Intendo: non solo il sentimento – che, come ho raccontato, già c’era stato -, ma quella forma di sprofondamento interiore in una caverna lucida nella quale siamo solo io e lei, il resto del mondo è di fuori, l’imboccatura della caverna è coperta da una cascata.

Che fatica, con lei, a dire quale fu il momento migliore. Saprei enumerare quelli peggiori, quasi sempre dovuti a me: quando non fui presente alla sua laurea, quando stavamo andando in un locale e me la presi, e ritornai indietro, lei mi disse: Se mi riporti a casa è finita; la riportai a casa.

Però ricordo anche la sera in cui indossava una veste di cotonina senza niente sotto, ospitammo una cena con i suoi amici, loro mi odiavano ed erano cortesemente ricambiati; e io attesi le sei del mattino, le prime luci dell’alba, per dire: Ora siamo solo noi due, vieni qua, non dire nient’altro, vieni, l’aurora dalle dita rosate ci accolse.

Oppure ricordo la sera in cui fumammo il narghilé e poi vedemmo un Terminator; lei era vestita con una giacca nera lunga, sembrava Trinity di Matrix, mi pare, le dissi Sei bellissima, rispose: Tu.

Oppure ricordo momenti altri, momenti in cui ci tenemmo per mano, momenti in cui pianse, io non piangevo mai.

Ma se devo dire l’istante in cui fummo noi due, ecco, forse tradirò me stesso e invece che uno ne dirò tre.

Il primo l’ho già citato: è il momento in cui mi infuriai per la sua tristezza immotivata, tornai indietro, le dissi: Ok, basta.

In quel momento avevo la sensazione di guidare, di girarmi e avere una piovra nera accanto a me. Una piovra che allungava i suoi tentacoli e diceva Amami, e io sapevo che qualsiasi scelta avessi fatto avrei perso. La accompagnai, perdendo; ci richiamammo, perdendo, e fummo ancora per mesi meravigliosi perdenti, sassi che rotolano e vedono il burrone ma non il motivo per cui fermarsi.

Il secondo fu quando facendo l’amore ci addormentammo. Provai a raccontarlo, anni dopo, mi dissero: Che schifo. Ma che schifo cosa, rispondo io, cosa? Non è il momento più bello del mondo quello in cui sei troppo stanco per far l’amore e invece lo fai, e ti addormenti insieme a lei, siete a cucchiaio, lei è di spalle, e ogni tanto uno dei due si sveglia e ridà il ritmo, dolce, stavi dormendo?, no, no, e tu?

Il terzo momento, fu quello in cui le dissi basta; e quello in cui lei mi disse basta.

Tornai a piangere, e non piangevo più da anni.

Seppi che quello che avevo avuto era stato prezioso, una piovra viola e nera ma preziosa; e seppi che era entrata dentro me dicendomi basta.

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